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GIAMBATTISTA DELLA PORTA
LE COMMEDIE
A CURA
DI
VINCENZO SPAMPANATO
VOLUME PRIMO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI
1911
LA TABERNARIA
INTERLOCUTORI
GIACOCO vecchio
GIACOMINO suo figlio
CAPPIO servo
LARDONE parasito
ANTIFILO innamorato
Spagnuolo
Pedante
ALTILIA giovane
LIMA balia
Tedesco
LIMOFORO
PSEUDONIMO
Capitano.
La favola si rappresenta in Napoli.
ATTO I.
SCENA I.
GIACOCO, GIACOMINO, CAPPIO.
GIACOCO. Tate, petate e castagne infornate. Zitto, che ti venga la
pipetola; m'hai dato tante vernecalonne e vernecocche che m'hai fatto
venire le petecchie. Lassamo sti conti dell'uorco, Iacoviello mio,
figlio buono come lo buono iuorno, e ascota ca te boglio dicere: io me
ne vao a Posilipo, ca Smorfia lo parzonaro m'ha ditto ca vole
vendegnare; e se non ci vao e sto con tanti d'uocchi apierti, dell'uva
non me ne fa toccare n'aceno.
GIACOMINO. Andate in buon'ora, Giacoco, mio caro padre, attendete alla
vostra salute da cui dipende tutta la nostra; ma quando sarete di
ritorno?
GIACOCO. Crai, poscrai, poscrigni o piscrotte allo chiú chiú, ca la
vendegna ce la faccio brocioleare. Guardáte la casa, pigliatevi spasso
e sguazzate.
CAPPIO. Se volete che sguazziamo, lasciateci denari assai.
GIACOCO. Mò volea mettere no spruocco allo pertuso se non ci
rispondevi tu e bolivi danari: ca te venga la visintieria e ti si
secchi la lengua quanno li nuommeni!
CAPPIO. Una dozina di ducati che ne lasciaste sarebbe ben poca.
GIACOCO. Squágliamete denante, ca puozze sparafondare, ca m'hai dato
na pommardata dintro l'orecchia. Ca te sia data stoccata catalana alla
zezza manca, ca ce capa dintro lo Castiello co l'artigliarie e onne
cosa! non me ne mandare chiú de chesse giasteme, ca me fareste
diventare no pizzico de cenere.
CAPPIO. Oimè!
GIACOCO. Oimè, ca trona: va', frate mio, ca marzo se ne trase.
CAPPIO. Non sguazzaremo dunque?
GIACOCO. «Né mò né mai»--disse Cola da Trane. Iacoviello mio, sai ca
te boglio dicere? cerca dintro le saccocciole de chille cauze vecchie
meie, ca ce trovarai doe cincoranelle larghe, stipatelle; e mò ca
m'arrecordo, apri quello scrigno vecchio e cerca dintro chille
bertole, ca ce trovarai na cinquinella. Compráte robbe a bizeffe,
mangiate ad uocchie de puorco, satorateve a pietto de cavallo, bevete
a diluvio; e lassate qualche morzillo pe quanno torno.
CAPPIO. Lasciatici alcun'altra cosa.
GIACOCO. Guerregnao, chisto m'ha fatto la gatta: non aggio chiú
spanto, porrissivo sonare le campane de gloria.
CAPPIO. Qualche cosetta almeno.
GIACOCO. Te', all'uocchi tuoi!
CAPPIO. Volete che pigliamo pane in credenza dal fornaio?
GIACOCO. None, te dico.
CAPPIO. Che solamente spendiamo quelle cincoranelle?
GIACOCO. Sine, te dico. Non chiú parole, ca me se abbottano sti co....
chiú de na guállara.
CAPPIO. Metterò mano alla botte.
GIACOCO. Se tu metti mano alla votte, io metterò mano alle bòtte pe
sse spalle: schitto che ti muovi a far delle toie, quanno torno te
faraggio provare che zuco renne cótena, pe l'arma delli muorti mei.
Iacoviello mio, me ne vao; covernamitte.
CAPPIO. (Che non ci torni piú!).
GIACOCO. Che hai vervesiato, chiattelluso, scummabruoccuoli, aguiento
da cancari?
CAPPIO. Il Cielo vi facci tornar presto!
GIACOCO. Vao, ca no me coglia notte pe la via.
SCENA II.
CAPPIO, GIACOMINO.
CAPPIO. Mira avarizia di uomo, piatisce con i cimiteri e con i vermi e
risparmia come non avesse a morir mai.
GIACOMINO. Quanto piú invecchia l'uomo, tanto l'avarizia piú
ringiovenisce: egli è cosí avaro come misero e cosí misero come avaro.
CAPPIO. O che mai ne paressero vecchi! tutti avari, fastidiosi,
ritrosi, pazzi, rimbambiti; sempre minacciano, bestemiano, gridano, si
lamentano, né si contentano mai.
GIACOMINO. Veramente quando l'uomo passa i quarant'anni doverebbe
morire e smorbare il mondo. Tutti perdono la memoria per non
ricordarsi di quando son stati giovani.
CAPPIO. Anzi morire alli quaranta e lassar godere a' giovani com'han
essi goduto. Dice che vuol tornar presto: oh che quella parola fosse
tornata tossico che subito l'avesse ucciso!
GIACOMINO. Certo, che quel tornar presto ci turba ogni disegno.
CAPPIO. Intanto attendiamo a dar la battaglia al granaio, alla caneva
e a' formaggi.
GIACOMINO. Bisogna attendere alla battaglia che amor mi dá nel cuore
con assalti piú atroci che ritrovar si possino. Non posso piú
resistere, mi rendo vinto, sono abbattuto e morto.
CAPPIO. Se sète morto, requiescat in pace, provedasi di sepoltura.
GIACOMINO. Cappio, ti burli di me?
CAPPIO. Giá cominciate a freneticar senza febre.
GIACOMINO. La febre amorosa mia è stata sempre continua e cosí ardente
nel cuore che non mi lascia mai per un sol momento.
CAPPIO. Forse son resuscitati gli amori di Salerno?
GIACOMINO. Non son resuscitati, perché non moriro mai. Sappia il mio
caro Cappio che dal dí che mi partii dalla mia Altilia l'anno passato
da Salerno, restai il piú misero ed infelice uomo che viva; ma ben
aventurato e felice che, in questa mia miseria ed infelicitade, la
memoria de' ricevuti favori e la speranza di avere a tornar presto a
rivederla son stati saporitissimo cibo alla fame e al digiuno de' miei
pensieri, che agl'incendi miei desideravano rinfrescamento; ché s'io
avessi voluto con importuna temeritá violar la modestia, la generositá
dell'animo suo e il merito del suo amore, arei conseguito da lei
quanto desideravo.
CAPPIO. Per quanto accorger mi potei, ella altro non bersagliava che
avervi per isposo.
GIACOMINO. Ella ha compito il bersaglio, ch'io altro non desidero che
averla per moglie.
CAPPIO. Non so se l'avarizia di vostro padre contenterassi che voi
toglieste per moglie una figlia d'un maestro di scola e senza dote.
GIACOMINO. I suoi costumi e la bellezza son tali che la rendono degna
di maggior uomo ch'io non sono, e senza dote. Queste doti apportano
piú danno al restituirle che ricchezza quando si prendono. E che
maggior tesoro della sua bellezza? Ella ave oro nei capelli, zafiri
negli occhi, rubini nelle labra e perle ne' denti. Qual miniera
produsse mai cosí fin oro o sí ricche gioie? O me sopra tutti gli
uomini felicissimo, s'io possedessi un tal tesoro!
CAPPIO. Che ordinate che si facci?
GIACOMINO. Or che l'assenza di mio padre ci porge la commoditá, vuo'
che subito vadi a Salerno. Tratta con Lima, la sua balia, archivio de'
nostri secreti amorosi, e con Lardone parasito, che oprino appo lei in
che luogo ed ora possiamo ritrovarci insieme, acciò possa satollar
questi occhi famelici della sua vista. E se pur questo mi negasse, che
miri almeno nel mio volto l'opera del suo valore. Del che se tu mi
compiaci, ti compiacerai poi d'avermi compiaciuto.
CAPPIO. Oprar con Lima e con Lardone voi ben sapete che vi bisogna.
GIACOMINO. Che cosa?
CAPPIO. Un poco di musica.
GIACOMINO. Come musica?
CAPPIO. Porre in un fazzoletto alcuni scudi e poi dargli due
squassatine che rendano suono, perché il suono de' scudi si fa sentir
da lungi e fa piú dolce armonia di qualsivoglia istrumento, e massime
se son traboccanti.
GIACOMINO. Pur bisogna disporgli.
CAPPIO. Essi risponderanno e disporranno meglio di voi.
GIACOMINO. Baciagli le mani da mia parte.
CAPPIO. I scudi gli faranno i baciamani meglio che voi.
GIACOMINO. Dove son questi scudi?
CAPPIO. Pigliate i capelli d'Altilia che son di miniera, coceteli al
foco del vostro core, batteteli col martello, col quale amor vi
picchia, in verghe e fatene scudi; o vendete quei rubini, zafiri e
perle del suo volto, e cominciate a smaltir cosí gran tesoro.
GIACOMINO. Quei capei tutti son lacci per incatenarmi ed appiccarmi.
Ma eccoti diece scudi che gli ho accoppiati col risparmio di
quest'anno a tal effetto.
CAPPIO. Or sí, che il focile arde ed il martello lavora.
GIACOMINO. Rinnova l'amor con Lima, ché ci porghi il suo aiuto; ché
questa mona Onesta sarebbe per corromper l'onestade.
CAPPIO. Questi danari e il desiderio che ho di servirvi mi giongeranno
l'ali a' piedi e mi faran correr velocissimo.
GIACOMINO. Pártiti or ora con quella prestezza che si richiede al mio
desiderio, ché la prestezza e diligenza è madre del buon esito delle
cose.
CAPPIO. Entrate, ch'io provedendomi d'alcune cose per il viaggio, mi
porrò in camino.
SCENA III.
LARDONE, ANTIFILO.
LARDONE. (O Cielo, che trovasse alcuno che mi ricevesse a pranso
questa mattina!).
ANTIFILO. (O Cielo, o stelle, che v'ho fatt'io, che mi trattate cosí
male? O morte, perché sai c'ho in odio la vita, però non me la
togli?).
LARDONE. (Ecco Antifilo, l'innamorato d'Altilia, concorrente
nell'amore con Giacomino, ma con disegual sorte: ché tanto Giacomino è
amato quant'egli è disamato da lei).
ANTIFILO. (O Cielo, che amare ferite son queste? poiché mi son messo
ad amare una tigre, mi devo però io disperar del tutto? No, perché
nella disperazione suol sempre rinverdirsi qualche speranza).
LARDONE. (Certo, che lo desiava incontrare, ché mi pregò Altilia,
incontrandolo gli donassi una lettera. Son certo che sarò il corriero
della mala novella; ma gli cercarò prima la mancia che la legga, ché
dopo letta so che mi odiará a morte).
ANTIFILO. Ma non è Lardon quel che veggio, o forse il desiderio me lo
fa cosí parere?
LARDONE. Lo vedi veramente; e v'ho servito secondo il vostro
desiderio.
ANTIFILO. Dimmi, Lardone mio, come stia.
LARDONE. Io non son medico che toccandovi il polso lo potessi sapere.
ANTIFILO. Lo sai meglio d'un medico: se mi rechi lieta risposta alla
mia lettera, son vivo; se mala, son disperato della vita. Onde se
vedrò con effetto che m'hai servito bene, ti farò conoscere che da me
sarai servito assai meglio.
LARDONE. Ho dato la lettera ad Altilia.
ANTIFILO. E come debbo crederlo?
LARDONE. Ecco la risposta per testimonio che gli l'ho data.
ANTIFILO. E perché non me la dái, o illustrissimo mio Lardone?
LARDONE. E tu perché non mi dái la mancia, o eccellentissimo mio
Antifilo?
ANTIFILO. Te la darò doppo letta.
LARDONE. Doppo che l'innamorato ha conseguito l'effetto con la sua
amata, non si ragiona piú de' mezi.
ANTIFILO. Che vorresti dunque?
LARDONE. Due scudi almeno.
ANTIFILO. Eccoti due scudi l'un sopra l'altro.
LARDONE. Poco mi si dá che l'un stia sopra o sotto dell'altro. Ma che
son scudi ch'han ali alle spalle ed a' piedi e corrono e volan via?
ANTIFILO. O Lardone, se qua dentro risplenderá qualche favilla di
speranza, vedrai la mia liberalitá in altra forma.
LARDONE. Leggete e vedrete.
ANTIFILO. Oimè, mi trema la mano, e pare che sia paralitico. So che
qui dentro non ci può esser cosa che buona sia. Leggerò pure.--«Voi mi
chiamate selvaggia, ingrata, disamorevole, empia tigre, crudelissima
vipera e velenoso basilisco. Ma se son tigre, perché mi segui? se son
vipera, perché mi servi? se basilisco, perché mi miri? Lasciami dunque
vivere nella mia crudeltá, nella mia fierezza, ed ingratitudine, né
piú noiarmi con le tue importunitadi. Quando mai t'allettai ad amarmi?
quando in parole o atti di avermi a seguire? se col desiderio ti pasce
la speranza, quando ti ho dato io speranza che tu m'amassi? quando ti
promisi fedeltá in amore? Tu stesso, per un tuo disordinato appetito,
per un vano desiderio ed ostinata perfidia, mi hai sempre infastidita.
Sarei veramente crudele, se mi ti fossi mostrata al principio pietosa
e poi divenuta ingrata, se avessi promesso amarti e poi ritirata mi
fussi...».--O cuor di marmo, o anima di bronzo, o petto di diamante!
deh, perché non vo a precipitarmi?
LARDONE. Veramente una turca, una cagna.
ANTIFILO. Non vuo' piú legger per non morirmi affatto de disperazione.
Ma io vuo' leggerla solo per morire: a chi vive senza speranza, la
morte sola gli è medicina.--«... Dicovi che voi stesso sète cagione
del vostro male, voi stesso la fucina de' vostri strali, voi stesso
tessete fallacie, inganni e vani pensieri d'ingannar voi stesso. Tu
dici che t'ho innamorato con la vista; tu ben sai che ti ho sempre
scacciato con ogni mostra di sdegno. Se tu con la speranza hai sempre
ravvivato le tue fiamme, ed io te l'ho sempre incenerite con odi,
repulse ed ogni sorte de dispreggio: e perché dunque non disenganni te
stesso?...».--Ed io posso legger questo e non morire? O parole uscite
da' piú profondi luoghi del centro! O Lardone, e nel regno d'Amore
trovasi piú gran mostro?
LARDONE. Veramente mostro di crudeltate! Finite pure.
ANTIFILO. «... Dite che son bellissima, che la mia beltá vi trasse a
mirarmi e che d'allora in qua Amor si fe' signore e tiranno del vostro
cuore; e che amando me, io obbligata sono a riamarvi. Se la mia
bellezza v'ha spinto ad amarmi, non per questo io debbo amarvi; perché
se voi non parete bello agli occhi miei, e se l'amore è atto della
libera volontá né si lascia sforzare, come posso io sforzar me stessa
ad amarvi? Amisi o per elezione o per destino, io né per l'uno né per
l'altro posso amarvi; e tanto è amare alcuno contra la sua volontá e
contro il tenor del Cielo, quanto camminar per un mar periglioso con
venti contrari, senza sarte e senza vele, perché alfin doppo varie
tempeste si truovi sommerso in un golfo di pene e de' suoi
sproporzionati e disordinati desidèri...».--O che parole magiche e
funeste, o tirannia d'amor non mai piú intesa!
LARDONE. Certo, che dovreste odiarla quanto l'amate.
ANTIFILO. Ahi! che non posso amar altra che quella che da' primi anni
cominciai ad amare.--«... Ed acciò non abbiate piú a molestarmi, io vi
manifesto il mio cuore: io ho dato ad altri il mio cuore. Egli solo
m'ha spogliato della mia libera volontá, egli solo è la fatal esca de'
miei pensieri; e non avendo se non un cuore, non posso amar se non un
solo; e se volessi amar molti, bisognarebbe che avesse molti cuori. In
conclusione, io non posso amarvi, né se potessi vorrei. V'ho risposto
al giusto ed onesto».--O Cielo, che giustizia, che onestá è questa? O
fiera conclusione, che ad un colpo m'hai tronco l'anima e la vita. Io
ti maledico, terra che mi sostieni, aere che respiro, acqua che non mi
sommergi, fuoco che tutto non mi brugi e mi facci cenere! Prego
l'inferno che mi suggerisca nuove voci, nuove parole, nuovi concetti,
con i quali io possa mostrare al mondo la crudeltá di costei. O
generata dal Tartaro, o concetta da Megera e partorita da Aletto, o
allevata fra l'orribili rive di Cocito, o nodrita fra le fere de' piú
dirupati monti del Caucaso, solo ch'io avesse a vivere fra sí
amarissime pene!... E che fo che non vo ad appiccarmi con le mie mani,
acciò con la mia morte si sepellisca la memoria d'una sí crudelissima
donna? E che non ho tentato per esser amato da costei? Non mi resta
altro che la disperazione! Tutto ciò perché ama Giacomino; ma se
dovessi morir io, vuo' che costui muoia per le mie mani, acciò per la
costui morte ella muoia de disperazione.
SCENA IV.
CAPPIO, LARDONE, ANTIFILO.
CAPPIO. (Questi mi par Lardone).
LARDONE. (Questi mi par Cappio). O buono incontro!
CAPPIO. O che miglior riscontro, perché sei venuto a tempo!
LARDONE. Sarei venuto a tempo, se fossi ricevuto da te a pranso questa
mattina.
CAPPIO. Che faccende ti conducono a Napoli? che porti di nuovo?
LARDONE. Nulla di nuovo né fuori né dentro. Fuori ogni cosa è vecchia:
il mantello tanto logro e spelato che se due pedocchi facessero
questione insieme, non sarebbe fra loro un pelo che li partisse; il
giuppone e le calze paion reti di pescatori, tanto sono aperte, e temo
che un giorno il corpo se ne scappi fuori. Dentro ci è quella fame
antica che nacque nascendo meco, né morirá finché non muoia io. Di te
non dimando, perché sei vestito di nuovo e la faccia è piú tonda che
la luna in quintadecima.
CAPPIO. Tu stai cosí magro ch'appena hai l'osso e la pelle.
LARDONE. Sto in casa dove si mangia poco e si travaglia molto; sto con
quel pedante che è avaro e spilorcio quanto ce ne cape. In casa sua
mai mi veddi satollo di cucumeri; sempre il ventre entrato dentro, e
la bocca tanto asciutta che non posso aprirla per parlare.
CAPPIO. Che sei venuto a far qui, in Napoli?
ANTIFILO. (Mira questi forfanti come si sono accoppiati insieme! Vuo'
ascoltar che dicono).
LARDONE. Al pedante l'è stato tolto il salario della lettura in
Salerno, ed egli vuole andarsene in Roma: e questa sera con la figlia
e la balia se ne vengono in Napoli; ed io vado innanzi, al Cerriglio,
col tedesco ad apparecchiar la cena.
CAPPIO. Lardone, se cosí è, or è venuto il tempo che daremo un poco di
legno santo e di salsa alle tue veste e le guariremo della peluia che
l'ha fatto cadere il pelo; ed alla fame del tuo corpo gli daremo una
medicina di zuppe lombarde, di pignatte maritate, di capretti
allattati da due madri, di maccheroni fatti di molliche di pane e di
pelle di capponi bogliti nel brodo grasso di galli d'India. Per vini,
liquori di vini grechi, lacrime, moscatelli di amarene. Queste vivande
nuove ti scacciaranno dal corpo quella fame invecchiata che tu dici.
LARDONE. O che prurito alla gola! Eccomi per servirti a piedi ed a
cavallo; ma intendiamo, che servigio volete da me?
CAPPIO. Ben sai quanto Giacomino mio padrone muore per Altilia e
quanto è riamato da lei. Ben sai quante volte t'ha pieno il corpo e
fattoti mutar vesti come il serpe la primavera.
LARDONE. Che vuoi dir per questo?
CAPPIO. Giacoco, il vecchio, è gito a Posilipo alla vendemia, e noi
siamo rimasti soli in casa. Il padron giovane or m'inviava a Salerno
per avvisarvi che voleva venir colá; ma poiché si viene questa sera in
Napoli per alloggiare col tedesco nel Cerriglio, noi accomodaremo la
nostra casa in foggia di taberna, ed io sarò il tedesco--ché per esser
io stato per molti paesi, so alquanto di quei paesi.--Il pedante non
mi conosce né mai fu in Napoli: stimará la nostra casa il Cerriglio; e
venendo Altilia in casa nostra, puoi imaginarti se sará ben pasciuta
di saporitissimi cibi.
LARDONE. Dubito che questi cibi non mi strangolino.
ANTIFILO. (Mira che diabolica invenzione per condurre Altilia in casa
di Giacomino!).
CAPPIO. Tu non ti morrai piú di fame.
LARDONE. Ma di capestro.
CAPPIO. Eh, tu vuoi la baia!
LARDONE. Eh, tu mi drizzi al boia! Cappio, non vorrei ch'un altro
cappio mi strangolasse.
CAPPIO. Staremo sempre in festa e gioia.
LARDONE. Ed io balzato in una galea.
CAPPIO. Qui non ci è pericolo manco d'un filo.
LARDONE. Ma d'una corda. E giá mi sento prurire il collo: come la
calamita tira il ferro, cosí par che la forca mi tiri il collo molte
miglia. Cappio, tu cerchi la mia rovina.
CAPPIO. Anzi tu stesso cerchi la tua rovina: hai la ventura innanzi e
non la conosci.
LARDONE. Nol farò mai.
CAPPIO. Per che ragione?
LARDONE. Perché scoprendosi sarò appiccato.
CAPPIO. Questa tua ragione è senza ragione, perché non basta a
scoprirsi mai. L'inganno è tanto riuscibile che se pur si scoprisse,
avemo molti modi di scolparti. Lardone, tu sai ch'io e tu ci
conosciamo insieme, e tu non ti puoi nascondere dietro questo dito.
Sai bene quante volte avemo mangiato e bevuto insieme a spese de'
perdenti; tu sei un forfante, e le forfantarie l'ho imparate da te; se
faremo questione, scoprirò bene che sei un forfante de ventiquattro
carati. Tu sai i patti nostri: aiutarci l'un l'altro, ché cosí aremo i
corpi pieni di buoni bocconi e le borse di contanti. Queste occasioni
non accadono sempre: passano, e ci pentiremo. Quello è proprio
sciagurato che si fa scappar di mano queste straordinarie venture: non
mancare a te stesso. Di' sí e poi lascia fare a me, ché ne restarai
ben contento e pagato.
LARDONE. S'io dico sí, non farai tu, ma il boia, e tu vedrai.
CAPPIO. Finiamola! In Surrento una vitella ha partorito una
vitelluccia, e son due madri a lattarla.
LARDONE. A queste figlianze diverrei compare io volentieri. Ma mentre
ho denti da rodere piccioni e polli, e gola da tracannar vini
brillanti, e stomaco da riempir di pastoni, io mi vuo' porre ad ogni
periglio: meglio è che il boia mi stringa una volta la gola che la
fame mi strangoli mille volte il giorno, e di gir nudo e crudo. Vuo'
far quanto vuoi.
CAPPIO. Ritorna in Salerno, fa' consapevole Altilia e Lima del
conserto, e dirai al pedante ch'hai avisato il tedesco del Cerriglio,
il quale ha detto alloggiarlo benissimo. Come sará qui, fingeremo che
Altilia non si senta bene, e ci tratterremo qualche giorno in casa
nostra; e tu e Lima sarete sodisfatti d'ogni vostra opera. E per voi
solo si prepara un forno sempre pieno di pasticci in caldo.
LARDONE. Ma la bocca del forno d'Altilia andrá in rovina. Con questo
mi sconterò il mal pagato salario, i digiuni, le vigilie e le
quarantine che mi fa far tutto l'anno in casa sua.
CAPPIO. Sappi usar bene la tua forfantaria.
LARDONE. Non bisogna avisarmelo, che questa fu arte di mia madre, ava
e bisavola e di tutto il mio legnaggio. Va' presto e compra robba a
bastanza, ch'io torno a dietro e condurrò la vacca in stalla; farò
restare alcune robbe a dietro, acciò, mentre il maestro torna, il toro
abbia agio di godersela.
CAPPIO. Via presto, ch'io avvisarò il padrone, e apparecchiaremo la
taberna.
LARDONE. Avèrti che se non mi si attende quanto mi si promette,
scoprirò ogni cosa e porrò sottosopra il mondo.
ANTIFILO. (Tutto questo si tratta contro me. Andrò a Posilipo; farò
gridar: «turchi! turchi!», di modo che Giacoco torni a casa e disturbi
la macchina di Cappio; e non lasciarò modo di affligere Altilia e
Giacomino, come eglino hanno me afflitto e sconsolato).
SCENA V.
GIACOMINO, CAPPIO.
GIACOMINO. Oimè, Cappio, che fai?
CAPPIO. Nulla.
GIACOMINO. Come nulla?
CAPPIO. Perché è fatto quasi ogni cosa.
GIACOMINO. Come questo? tu sei qui ancora.
CAPPIO. Giá pensavate ch'io fossi gionto a Salerno?
GIACOMINO. Pensava che tu fossi piú amorevole al tuo padrone che non
sei, e massime in cosa che egli desia cotanto.
CAPPIO. Ed io vi dico che vi son stato piú amorevole che non stimate.
Ho esseguito quanto m'avete imposto, con piú destrezza e diligenza che
comandato m'avete.
GIACOMINO. Se fosse come dici, giá saresti a Salerno.
CAPPIO. Ed io ho ragionato con Lardone e fatto di modo che questa sera
arete Altilia in casa vostra.
GIACOMINO. Com'è possibile ch'abbi fatto quanto dici?
CAPPIO. Questi son miracoli che sa fare il vostro Cappio.
GIACOMINO. Tu ridi, m'arai detto la bugia.
CAPPIO. Poiché stimate che v'abbia detto la bugia, non bisogna che piú
ne parli.
GIACOMINO. Non dico che nol credo perché nol creda, perché ogni
innamorato crede e nelle cose che si desiderano si presta ancor fede
alle bugie; ma dico che nol credo per soverchia voglia che ho che vero
sia. So il valor del mio Cappio, a cui cede ogni malagevole impresa.
CAPPIO. Or apparecchia il cuore per poter capire cosí smisurata
allegrezza!
GIACOMINO. Parla presto.
CAPPIO. La tua Altilia è in Napoli.
GIACOMINO. Altilia mia?
CAPPIO. Altilia tua.
GIACOMINO. In Napoli?
CAPPIO. In Napoli.
GIACOMINO. In casa mia?
CAPPIO. In casa tua.
GIACOMINO. La mia Altilia in Napoli e in casa mia?
CAPPIO. La tua Altilia in Napoli e in casa tua, e cose maggior di
queste.
GIACOMINO. Che cose ponno essere maggior di queste?
CAPPIO. Che dormirete insieme questa notte.
GIACOMINO. Eh, Cappio mio, parla presto, ché tu mi strangoli piú che
non farebbe un cappio di manigoldo.
CAPPIO. Per dirtela in breve, il pedante va in Roma, ed ha mandato
Lardone innanzi, al Cerriglio, a preparargli l'albergo, ché vien con
Lima ed Altilia. ...
GIACOMINO. Che ha a far questo con la mia felicitade?
CAPPIO. ... Abbiam concertato con Lardone che, in luogo del Cerriglio,
la porti in casa vostra accomodata in foggia di taberna.
GIACOMINO. E come in cosí brevi parole rinchiudi cosí gran contento?
Dimmelo piú distesamente.
CAPPIO. Ve lo dirò per strada. Diamo mano a' fatti: andiamo a comprar
galli d'India, polli, piccioni e fegatelli; e prepariamo l'osteria,
che fra poco tempo saranno in Napoli.
GIACOMINO. O cuor del mio spirito, o spirito dell'anima mia, o spirito
ed anima del mio cuore, ti vedrò forse oggi e senza forse in Napoli ed
in casa mia?
CAPPIO. Come stai cosí attonito?
GIACOMINO. Dubito di qualche tempesta che suol sempre attraversarsi
alle gioie degl'innamorati.
CAPPIO. Non perdiam tempo: andiam a preparar la casa, ed io a comprar
robbe.
GIACOMINO. Cosí si facci.
ATTO II.
SCENA I.
GIACOMINO, CAPPIO.
GIACOMINO. Paggi, scopate ed inacquate per tutto, portate qui la
tavola e le sedie... . O Cielo, come sète pigri, non è maggior tarditá
di quella che s'usa ov'è bisogno di prestezza... . Togli tu il mantile
da quella parte ed io da questa, ché penda egualmente da tutte le
parti... . Or sí, che sta bene. Accendete il fuoco che sia a bastanza,
lavate i bicchieri, calate giú il giarro e il baccile per dar l'acqua
alle mani, portate la saliera e i salvietti e i cortelli. Diasi fuoco
alla profumiera, ch'essali il fumo odorato. Fate che serviate a cenno,
ché il cenno è il segno delle taberne; se non, che voleranno per
l'aria i piatti, e i bicchieri per la testa e su' volti.
CAPPIO. Ecco i piccioni, polli, capponi e porchette, spiedi di
fegatelli, pasticci e l'altre manifatture.
GIACOMINO. O che sia tu benedetto, che con prestezza e diligenza hai
avanzata la necessitá.
CAPPIO. Me l'ho fatti prestar da un'altra taberna, pagandoli quello
che si consumerá; e l'aremo in un tempo arrosti e allessi caldi caldi.
GIACOMINO. Veramente, quando a te piace, non hai par in astuzia e
diligenza.
CAPPIO. Andrò ad attendere al fuoco e a vestirmi da tedesco.
GIACOMINO. Ed io attenderò ad accomodar la taberna.
SCENA II.
ANTIFILO, SPAGNOLO.
ANTIFILO. (Giá son stato a Posilipo con molti amici, e con gridi e
rumori abbiam gridato: «turchi! turchi!»; e s'è posto in bisbiglio
tutto il luogo, com'è solito farsi tutta l'estate: stimo che Giacoco
sará tornato, ché tutti son fuggiti. Giá vedo l'apparato che s'ordina;
cercherò alcuni che turbino questa festa e conduchino il pedante al
Cerriglio).
SPAGNOLO. ¡Oh cuanto mejor querria llegar á una venta adonde pudiese
descansar esta noche, que estoy tan cansado que no puedo más menearme!
Pobre pasajero, que de la guerra de Flandes ya que me debían veinte
pagas, por no poder ser pagado, nos havemos alborotado y hecho los
bandoleros, y viniendo á Napoles por tan largo viaje sin un maravedís,
me he visto mil veces muerto de hambre, muchas veces desvalijado, y
por tantas desdichas hay más de veinte dias que no como un bocado de
pan ni un trago de vino, que no puedo tenerme en pié.
ANTIFILO. (O come costui viene a proposito! svaligiato e morto di fame
e prosontuoso. Basterá questo solo a disturbar tutto il convito e far
manifesto l'inganno).
SPAGNOLO. Oh Dios, cuando será V. M. servida volverme á mi tierra, que
volvieria á mis manadas de ovejas y carneros para hartarme de queso y
lache y de mucha fruta; partime de allá para hacerme caballero, y vine
á estas partes del diablo, que nunca me veo harto de pan.
ANTIFILO. Compañero, che vai cercando cosí a notte per qua?
SPAGNOLO. Una venta adonde pudiese comer, dormir y descansarme.
ANTIFILO. Mira esta venta, aquí está un ventero muy rico, y da las
cosas muy barato, y están esperando unas putas y alcahuetos; séntate y
coma que son medrosos, y con una cuchillada comerás sin pagar nada.
SPAGNOLO. Doy muchas gracias á V. M. por el aviso; y entraré.
ANTIFILO. Entraos allá, y haceis dar bien de comer.
SPAGNOLO. Oh Dios, me pudiese hallar un poco de pan, vino y carne para
comer esta noche, que en la guerra he estado pereciendo de hambre.
SCENA III.
GIACOMINO, CAPPIO, SPAGNOLO.
GIACOMINO. Olá, chi sei che con tanta presunzione entri nella taberna?
SPAGNOLO. Soy don Juan Cardon de Cardona.
CAPPIO. Don Giovan Ladron de Ladroni, lascia quel pezzo di carne.
SPAGNOLO. Era caido en tierra, y porque algun perro no lo comiese, lo
he alzado de la tierra.
CAPPIO. E per salvarlo te l'avevi posto sotto l'ascelle?
SPAGNOLO. Ventero, quiero alojar esta noche en esta venta.
CAPPIO. Qua non son ravanillos y cevollas; non ci è cena per te, ché
la taberna è fatta per signori e cavalieri e non per un tuo pari.
SPAGNOLO. Pese á tal, voto á tal, que yo soy tan bien nacido como el
rey de Espana.
CAPPIO. Povero re di Spagna, ch'ogni villano e capraro che vien da
Spagna in Napoli dice esser cosí ben nato come lui!
SPAGNOLO. Soy capitan aventajado y pariente de todos los grandes de
España y vengo de la guerra de Flandes.
CAPPIO. Ará guardato capre tutto il tempo di sua vita, e ora è parente
di tutti i grandi di Spagna. Qua non ci è da mangiare né da dormire;
va' in alcun'altra osteria.
SPAGNOLO. No quiero más que dos anchovas con el aceite.
GIACOMINO. Mira dimanda, che vuol mangiar chiodi con l'aceto! In
questi paesi non si mangiano queste vivande.
SPAGNOLO. «Anchovas» digo, «sardinas» con l'olio.
CAPPIO. Oggi è giorno di carne: non avemo né sardelle né olio.
SPAGNOLO. Almeno una minestra de garvansos.
GIACOMINO. Vuole una minestra di canevaccio. Andate alle botteghe di
tele, ché arete canevaccio quanto volete.
SPAGNOLO. Vos quereis que os quebre la cabeza.
GIACOMINO. Vuole la capezza dell'asino. E che ti vuoi appiccare? Va'
in un'altra taberna.
SPAGNOLO. Yo non me partiré de aquí, si me echasen todos los diablos
del infierno. Si pongo mano á la espada, en dos golpecillos, _chis
chas_, haré pedazos cuantos bodegones hay en todo el reino de Napoles.
GIACOMINO. Cappio, caccia costui, ché un trattenimento tale non è bon
per noi.
CAPPIO. Se non vuoi partirti in buon'ora, te n'anderai in malora per
te.
GIACOMINO. Cappio, chiama quei smargiassi forastieri che alloggiano di
sopra, ché diano quel castigo a costui che merita.
SPAGNOLO. Con un tajo ó un rebés haré mil pedazos a cuantos quisieren
echarme de aquí.
CAPPIO. Vado a chiamarli.
GIACOMINO. Camina presto.
SPAGNOLO. Y llama todos los bandoleros de Flandes y todos los diablos
del infierno, que de todos haré un monton.
CAPPIO. O buon Dieu de Grandazzo, o diavolo de Paliermo, chi è cheddo
cornuto, caparrone, viddano, pezziente, che mi va facendo lo giorgiu?
ca se nesco fuori, co no pontapiede lo ietto sopra li ciaramiti.
Taliate, quante palole ha sto beccu castratu, moneluso. Sto iannizzo
battiam; aspetta no morziddu, ca pe ll'arma de patremu e de chi me
figliau--e sia acciso, se me meno la chiavetta, lo sandali e lo
guardanasu--piglio lo broccoliero e scindo a bassu, li scippo entrambu
gli occhi e metteceli in mano, le sgangerò le corna e li scippu la
lingua pe lo cozzu, con chista daga ienzo la stanza delle carne soie!
E che pensi ch'haiu lo fecatu blancu come a tia, che te vuoi
accoteddare co no canazu morretuso, fitienti? Non me tenite! Vostra
Signuria me perdugne; ca se m'aspetta na picca, le scareco na
coteddata che le taglio le nasche e le gambe co no cuorpo!
SPAGNOLO. Aquí es menester menar las manos.
GIACOMINO. Meglio per te che meni i piedi, ch'hai piú bisogno de'
piedi che delle mani.
SPAGNOLO. Válame Dios, ¿que hombre es este?
GIACOMINO. Un siciliano indiavolato.
CAPPIO. Mira che criar, che zanze, che bravositá xe questa. Donca un
ladro, mariol, zaffo, razza de zaffi, assassin, gramo, disgraziatazzo,
schiuma de canaia, mostazzo de cavra, piegora grinza, ingenerao d'un
castronazzo, becco de quattro corna, s'è cazzao in questa osteria da
por sottosovra questa casa? Al sangue de le seppie e de mie pantofole,
se pongo mano alla cinquedea n'ará cattao la mala ventura: una
stoccata che dago dentro il cor, te trarrò la testa in levante e 'l
cao in ponente. Ti xe matto, a questa foza se tratta con un zentiluomo
veneziano? A ti dico, spagnolo impettolao, pezzo d'aseno, se pi' stai
qua un giozzetto, ti xe morto.
GIACOMINO. O che terribil veneziano!
SPAGNOLO. ¡Voto al Cielo que yo soy muerto!
CAPPIO. Potenz in terra, pover spagnol meschinaz, al corpo de mi
mader, che se te cazo in tel polmon questo temperarin, ti fare' tanti
busi in tel polmon che non ne ha tanti un crivel, e ti fazo in mille
pezzi. Ti venghi il cancher in tel cor, se cercasse in tutto el mondo,
en Turcheria, en India e assai pi' en lá, ti non purisse accattar un
oter come mi: mi son auter bravus che 'l sicilian, mi son un oter
Rotolan che ammazzi pi' de trenta omen: va' via! ah venghi, ah venghi!
A chi dic mi? partit con tutt'i diavoli del mondo, a chi dic mi?
SPAGNOLO. ¡Dios me libre de tantos mirables hombres!
SCENA IV.
PEDANTE, ALTILIA, LIMA, LARDONE, CAPPIO.
PEDANTE. Deo gratias. Giá siamo pervenuti all'antica Palepoli e
moderna Napoli, uberrimo seminario degli oci e delle delizie. Salve o
terque quaterque bella Napoli!
ALTILIA. Oh che gentil Napoli! veramente piú bella e piú magnifica
assai di quel che il mondo ne ragiona. Questo è il perpetuo nido di
gentilezza, la reggia d'Amore che ha lasciato il suo Cipro per abitare
in Napoli; questo è il palaggio delle grazie, riposo de' miei
pensieri, ricetto delle mie speranze. Oh, come par che qui il sol piú
chiaro risplenda che altrove! oh, quanto goderebbe il cor mio se non
avesse a partirmi di qui mai!
LARDONE. Oh come biancheggia il grasso in quei quarti di vitella! oh
come gialleggiano quelle groppe de capponi, e come corporeggia quel
rosso su le liste del bianco in quei presciutti, come carboneggia quel
nero fra quelle reti di fegatelli, come pavoneggiano quelle provature
fra quei riccami di salsiccioni!
PEDANTE. Oh tu come asineggi e bufaleggi fra queste tue ingordigie!
LARDONE. O fegadelli, trofei della mia fame! o salami, spoglie de'
miei trionfi! o ricotte, o provature, gloria delle mie vittorie! o
porchetta, come ti darei la man dritta passeggiando meco!
PEDANTE. Oste, oh con quanta venerazione venemo a te lietabondi e
gratulabondi!
LARDONE. Domine magister, e io affamabondo e bibebondo!
CAPPIO. Ben venute le Vostre Signorie! par di vere ca mi voler far
scazzar: ponere le cappelle en teste. Ma mi nit intender quel
«famabonde» e «bibebonde».
LARDONE. Dico che vengo per disfamare l'affamata affamatagine del
famoso mio affamamento.
PEDANTE. Oste, nomina desinentia in «bondo» significant at tum come
«moribondo» e «gemebondo», cioè, idest cum maxima voluntate moriendi
et gemendi.
LARDONE. Quanto dice in gramuffa, tutto viene dalla saviaggine e dalla
sua litteratumma.
PEDANTE. È questo il xenodochio del Cerriglio?
LARDONE. Domine ita, non videbis quantum fegadellos, pullos, picciones
e salsicciones?
PEDANTE. Lardone, andiamo per i supellettili.
LARDONE. Domine nonne; bisogna prima assaggiare i vini, apparecchiarsi
da cena, e poi tornare a dietro per le robbe.
CAPPIO. Lassa faghe a mi: provi cheste pottagie falsamico,
scippacapelli e moscatelli.
PEDANTE. Refiuto questi nomi infandi e nefandi di «scippacapelli» e
«falsamico».
CAPPIO. Patrone, cheste... cheste «falseamiche» star tanto dolce che,
quando se beve, ti pensare che ire in curpe; no, va alle gambe a fare
sgambette e cadere in terre. «Scippacapelli» stare tant gagliarde, ire
al capo, e pare che scippe i capelli.
PEDANTE. Dictum hoc per antonomasiam.
LARDONE. Detto per cornamusa.
PEDANTE. Lardone, tu sei cervello ottuso, apri il bugio dell'orecchie.
«Antonomasia» è nome greco: «antos» vuol dir «contra»; «onoma
onomatos» vuoi dire il «nome»: quasi, idest «contra nomen».
«Scippacapelli», dolce che va fin a' capelli.
CAPPIO. Mi non intender, signor d'ottobre.
LARDONE. E tu intendi a me, che son signor novembre. Fa' che assaggi
tutti i vini e prima il scippacapelli.
CAPPIO. Eccolo, che star mirando.
LARDONE. Miro questo mirabil vino come schizza, brilla e saltella da
se stesso; mostra la schiuma, poi la risolve in perle grandi, poi in
piú picciole e le picciole in nulla. O che bevanda celeste piú che
nettare e pania che inveschia!
PEDANTE. Accelera il bere.
LARDONE. Non son questi vini da bersi subito, ma prima farci un
pochetto l'amore; poi accostarselo alla bocca pian piano con una
maestá grande, poi con una regal riverenza sporger le labra fuori e
gire ad incontrarlo, torne un saggio e darlo alle prime labra; poi un
altro che ne bagni la lingua e il palato, poi spargerlo per tutta la
bocca, e succhiarlo a poco a poco e non traboccarlo giú nel ventre
come fusse una medicina; e bevuto che n'arai un bicchiero, sta
contemplando la battaglia che fan le membra, che tutte vogliono esser
le prime a gustarlo: il cuor, primo, ne cava la quinta essenza, il
polmone tutto se ci tuffa dentro, le budelle se ne riempiono e la
milza all'ultimo se ne succhia la parte sua. All'ultimo ti fa' una
succhiata de mostacci ammolliti nel detto liquore, perché ti servirá
per una seconda bevuta, per un sciacquadente.
PEDANTE. Presto, che stai addormentato sul bicchiero.
LARDONE. Metti pian piano il vino, di grazia, per vita tua, ché vorrei
piú tosto sparger tutto il mio sangue che n'andasse una goccia per
terra. Questo è vino d'una orecchia.
PEDANTE. I vini dunque sono auriculati?
LARDONE. «Vin d'una orecchia» è quello che è eccellente, che quando
l'hai bevuto, va in testa e inchini la testa sopra alla spalla; ma
quando si scuote la testa dall'una parte all'altra, è segno che non
val nulla. Oste, poni dell'altro vino.
PEDANTE. Che rumore è questo che fai con la gola, glo glo, quando
ingiotti?
LARDONE. Lo fo accioché il vino cali a poco a poco; e quel «glo glo»
son le trombette, i pifari e i tromboni con i quali io l'onoro. Questo
come si chiama?
CAPPIO. Malvasia.
PEDANTE. Lascia questo, ché il nome t'addita che è malvaggio.
LARDONE. Anzi il contrario; ché «malvasia» non dice che sia malvaggio,
ma dice: «mal, va' via», perché egli ti pone la sanitá nel corpo. E
questo?
CAPPIO. Lacrima.
PEDANTE. Cattivo augurio: annunzia lacrime e pianto.
LARDONE. Dicesi «lacrima», ché per la sua gagliardía ti fa venir le
lacrime agli occhi.
PEDANTE. Lardone, vorrei che tu libassi i vini e non ne ingurgitassi
nella voragine del tuo ventre le cotile, le exabasi, gli acetabuli, i
gutturni, i cantari, l'anfore, le paropsidi e i ceramini intieri
intieri: hai bevuto per sei tedeschi.
LARDONE. Lasciamo «quae pars est» e nomi da scongiurar gli spiriti.
PEDANTE. Tutti son nomi significativi ch'esprimono le forme di quei
vasi. Oste, hai tu del cecubo, dell'amineo e de' «_spumantia vina
Falerni_»?
CAPPIO. Non intendere vostre linguagie.
PEDANTE. N'hai del cecubo di Pozzuolo, dell'amineo di Vesuvio e del
razente de' monti Falerni?
CAPPIO. Aspette ne poche a io, che te porte le falanghine de Pezzulle,
greco vesuviano e del trebiano.
PEDANTE. Nomina desinentia in «ano» maximam dulcedinem significant et
mihi summopere placent. Andiamo per i supellettili.
LARDONE. Come posso partirmi, se queste porchette infilzate mi tengono
incatenato, né posso distaccar la vista da questi salami, pollami?
lasciatemi far un altro poco l'amore.
PEDANTE. Dii talem avèrtite pestem, o sarcofago, o lupus luporum, o
asine asinorum!
LARDONE. Io asino e tu un bue, siamo bene accoppiati!
PEDANTE. Tabernarie, io non cerco lauti obsòni né tanti pulpamenti,
ché non ho quadranti da spendere. Una cena frugale.
CAPPIO. Tas teich Gotz: te venghe le cancarelle, volere essere
fregate!
LARDONE. Oste, al tornar mi farai trovar apparecchiato un piatto di
ravioli e di maccheroni strangolatori, tanto l'uno. Per Altilia uno di
questi salsicciotti, che non è avvezza a mangiarne ancora. Tu, Lima,
attáccati a questi salsiccioni, che so che ti piacciono.
LIMA. M'appigliarò al tuo consiglio.
CAPPIO. Tutte cheste cose trovare apparecchiate.
LARDONE. Ma sopratutto il presto sia in capo della lista, che importa
piú di tutto; ché non è peggio aver fame e stare aspettando a tavola.
Se ci farai una minestra di trippa grassa, mettici della menta e
zaffarano; che se per disgrazia non fosse ben netta e sentisse della
madre, se è verde, abbiamo iscusa che sia la menta, se gialla, il
zaffarano.
CAPPIO. Tornare presto a cca.
LARDONE. Quelle groppe pelate e grasse di quei capponi mi farebbon
volare, non che trottare, e m'han posto in tanto appetito che sarei
per mangiarmele crude.
PEDANTE. Andiamo, che fai?
LARDONE. Oste, riempi il ventre di questa porchetta di ficedole, tordi
e altri uccelletti che, aprendo il ventre, si cavino ad uno ad uno,
come uscivano i greci dal ventre del cavallo di Troia; fa' che si
cuoca col suo succo e con quella sua crostina tenerella. Ahi, che non
vorrei mai perderla di vista!
PEDANTE. Galante innamorato! altri amoreggia con le donne, egli con li
animali morti. Teutonice, potremo lassar qui le donne sole?
CAPPIO. In cheste nostre ostelerie alloggiano vecchie fámine e con
merdate.
LARDONE. Ti sia dato al mustaccio.
PEDANTE. Requiescite e date pausa alla lassitudine; fate che si
prestoli la cena, ché da un pauculo di tempo tornaremo.
LARDONE. Avertite, non mangiate senza noi.
SCENA V.
GIACOMINO, ALTILIA, LIMA, CAPPIO.
ALTILIA. Il Ciel vi dia ogni contento, anima mia.
GIACOMINO. E che maggior contento potria darmi la sorte che darmi voi?
ALTILIA. E vi sia sempre lieta e propizia ogni stella.
GIACOMINO. E qual piú gioconda e graziosa stella poteva oggi
appresentarsi agli occhi miei? il cui splendor ne' suoi begli occhi
con benignissimi aspetti influiscono nell'anima mia tante felici e
sovraumane dolcezze e preziose rugiade di gioie, che vagheggiandole
non posso conoscere qual sia maggiore, o lo splendor de' suoi raggi o
quel ferventissimo fuoco che apporta seco; o qual sia piú la gioia di
mirargli o l'ardor che ne succede, che non so come l'angustia del mio
petto lo possa capire e ne possa godere insieme tante felicitadi.
ALTILIA. E qual piú chiara luce poteva oggi rappresentarsi all'anima
mia, nel cui lampeggio arde la piú chiara sfera del cielo? O vita
dell'anima mia, o vita dell'anima mia!
CAPPIO. State in cervello, padrone, che le sue parole son pregne di
sostanza: è figlia di mastro ed è una dottoressa che l'impatta a
Platone--ed ha le veste e tele.
GIACOMINO. Ma che posso rispondere, s'alla tua presenza me si liga la
lingua, stupefanno i sensi e in me stesso muoio? Le mie parole sono
semplici, come m'escono dal cuore, solo avvivate dal desiderio del mio
cuore. Bisognaria che avessi la sua dolcissima lingua in bocca per
poterle ben rispondere.
ALTILIA. A tanto amore non so come rispondere; non posso altro, in
ricompensa, che donar me stessa a voi: e voi amando me, non amate me,
ma una cosa vostra; né io son piú padrona di me stessa, ma sono una
guardiana delle cose vostre.
GIACOMINO. Ed io abbissato nel centro del mio niente, come posso pagar
cosí gran dono? perché se possedessi la monarchia del mondo, non tanto
potria donarvi che non restasse piú di quel che dato avessi. Troppo è
grande la vostra bellezza, troppi sono i meriti dell'onore, della
saviezza e di tante altre sue leggiadrissime parti, che partite in
molte donne, molte se ne arricchirebbono: basta dir solo che in voi
sieno tutte le grazie, costumi e bellezze che si trovano sparte in
tutte l'altre, e che in voi sola la natura ha voluto mostrare
l'eccellenza del suo valore.
ALTILIA. Vorrei che poteste ascoltar quello che nel silenzio della
lingua desidera palesargli il core: che se vi è pur alcuna cosa di
buono, tutto vien da' raggi del tuo sole che m'indorano tutta; da
quello viene ogni mio bene. Ma ditemi, cor mio, come avete sopportata
l'assenza di tanti mesi che non m'avete veduta?
GIACOMINO. In questa assenza ho provato di quelle crudeli e acerbe
passioni che sanno far provare i vostri meriti. Ma pur in cosí
infinito dolore m'ho meritato e guadagnato il premio della costanza e
del valor della mia fede. Ho arso e bruciato bensí, ma in quelli miei
incendi ho trovato quello alleggiamento che m'ave apportato la
speranza di aver presto a rivederla, sperando che quegli occhi che mi
avevano aperto il fianco, quelli poi avessero a risanar le mie piaghe.
E voi, cor mio, come l'avete passata?
ALTILIA. Io rapita nel pensiero delle vostre qualitá rare e
inimitabili, ho pasciuto l'intelletto di certo inusitato diletto che
solo m'ha sostenuto in vita, e fra cosí dolci inganni ingannando me
stessa, ho passata la vita mia; né so che altro rispondervi che tutte
le parole che devrebbono uscir dalla mia bocca, tutte escono dalla
vostra.
GIACOMINO. Che dici, o fidelissima ministra de' nostri secreti amori?
LIMA. Che il Cielo stringa e conservi stretto cosí bel nodo d'amore,
che non sia per sciorsi giamai.
GIACOMINO. Non si sciorrá ben certo, ché non è il maggior ligame
nell'amore che la somiglianza de costumi; onde il nodo è cosí
strettamente ordito per le mani d'Amore che non bastará sciorsi dalla
morte.
LIMA. Ma poiché sète patti e contenti, ricevete l'un dall'altro il
premio di tanto amore.
GIACOMINO. Ma perché trattengo me stesso, dove la voglia mi sferza e
mi sospinge?
CAPPIO. A me par sciocchezza perdere il tempo in belle parole, che si
potrebbe spendere in uso piú desiato e gradito: avete poco di tempo, e
quel poco che avete ve lo torrá il ritorno del mastro or ora.
LIMA. Giacomino, ve la do in podestá: vi prego a serbar con lei quel
decoro che si conviene alla qualitá vostra e al suo onore.
GIACOMINO. Anima mia, dal tempo che v'ho amata, v'ho amata sempre da
sposa, ché tal mi pareva che meritassero le vostre parti; io per sposa
v'accetto se ne son degno.
LIMA. Or andate a riposarvi, o bella coppia d'amanti e sposi.
CAPPIO. Anzi a faticar piú che mai.
SCENA VI.
LIMA, CAPPIO.
CAPPIO. Lima, quei si vanno a godere, e noi vogliamo qui far la saliva
in bocca?
LIMA. Il tuo amore è come quello degli asini, che non dura se non la
primavera; ma dimmi, che hai apparecchiato per darmi?
CAPPIO. Il fuso per la tua conocchia e il pistello per il tuo mortaio;
ché se non hai il pistello, come vorresti far la salsa, e se ti
mancasse il fuso, come vorresti filare? E tu che m'hai apparecchiato?
LIMA. La berretta per il tuo capo e la lanterna per la tua candela;
ché non aresti con che coprirti il capo quando piove, e non avendo
lanterna, il vento ti smorzarebbe la tua candela.
CAPPIO. Orsú, entriamo ad accenderla; va' prima e ponti in ordine.
LIMA. Noi stiamo sempre in ordine; ponti a ordine, e per non farmi
aspettare, entra innanzi tu o vienmi dietro.
CAPPIO. Entriamo, ché innanzi o dietro, poco m'importa.
ATTO III.
SCENA I.
CAPPIO, GIACOMINO, ALTILIA, LIMA.
CAPPIO. Giá è ogni cosa in ordine: potrete seder quando vi piace.
GIACOMINO. Paggio, dá l'acqua alle mani; oh come sei melenzo! dalli la
tovaglia per asciugarle.
CAPPIO. Sedetivi, di grazia.
ALTILIA. Non tante cerimonie.
GIACOMINO. Non son cerimonie ma nostro debito.
ALTILIA. Siedi ancor tu, Lima; e chi ci ha invidia de' nostri
contenti, non sia mai invidiato da altri. Ma se verrá mio padre, che
scusa trovaremo che non l'abbiamo aspettato?
CAPPIO. Cosí non ci mancassero denari alle borse, come non ci mancano
mai scuse. Diremo ch'eravate stanche, sí che venevate meno senza fare
un poco di collazionetta.
GIACOMINO. Cappio, accendi quella profumiera, ché spiri odore.
ALTILIA. Io non voglio altro odore che quello che spira dai vostri
onorati costumi e gentilissime maniere.
GIACOMINO. Mangiate di questa vivanda, se vi piace.
ALTILIA. A me sol piace quello ch'a voi piace. Ma voi perché non
mangiate, anima mia?
GIACOMINO. Io fo un dolcissimo banchetto agli occhi miei e godo di
quei cibi ch'ho desiato sí longo tempo; di quei cibi che non producono
terra, acqua, aere e cielo. Veggo che la rosa tanto è bella quanto
assomiglia alle vostre gote, e i gigli s'insuperbiscono della loro
candidezza, perché pompeggiano nelle vostre carni; i giacinti tanto
son riguardevoli quanto rappresentano la sembianza degli occhi vostri,
e le perle delle marine conche tanto han di preggio quanto rassembrano
i vostri denti; l'odori de' gelsomini tanto son grati quanto
rassomigliano al vostro fiato. O occhi sereni, ove il cielo fa
deposito delle sue stelle e dove conserva i suoi splendori!
ALTILIA. L'amor vi benda gli occhi e vi fa parer il falso per il vero.
GIACOMINO. O care mammelle, o acerbetti pomi, e quando mai negli orti
esperidi si produssero pomi cosí leggiadri, custoditi con tanto rigore
dal vigilante dragone? Io moro considerando quella valletta fra quei
due pomi, oggetto di tutti i miei pensieri, nido dell'anima mia; or
che saran l'altre cose che non si vedono?
ALTILIA. Mangiate; non sète ancor sazio di mirarmi?