_L'Italia non potea giacer lungamente nella fatale dimenticanza
delle bell'arti. Il talento della nazione dovea presto destarsi per
divenire il maestro d'Europa. La Toscana fu la madre fortunata de'
primi genj d'Italia. Merita fra questi un distinto luogo Brunetto
Latini. Egli nacque in Firenze da Buonaccorso figlio di Latino de'
nobili di Scarniano. Il nome dell'avo passò a divenir cognome di
sua illustre famiglia. Nessuno s'è compiaciuto di lasciarci memoria
nè dell'anno della sua nascita, nè di quelli della sua gioventù.
Dal 1260, comincia l'epoca gloriosa per sì grand'uomo. Una lega de'
Ghibellini co' Sanesi e il Re Manfredi minacciava oppressione alla
Repubblica di Firenze. I Fiorentini rivolsero le speranze ad Alfonso
Re di Castiglia, eletto Imperatore; e nelle sue forze cercavano un
argine contra il potente Manfredi. Brunetto già famoso in que' tempi
per dottrina e per eloquenza; e riguardato come uomo di particolar
senno ed industria, fu scelto per recarsi a lui ambasciatore de'
Guelfi. L'esito di quest'ambasciata aggiunger non potè nuovo peso
al merito dell'inviato. Prima di compierla udì egli la nuova della
sanguinosa giornata di Montaperti sì fatale alla patria. I Guelfi
per non restare intera vittima del furor Ghibellino, preferirono un
crudele esilio, e si ritirarano da Firenze. Un siffatto partito scelse
anche Brunetto, prendendo la via della Francia. Parve ch'un colpo
di vendetta si riserbasse contra Manfredi, scrivendo poi ch'avesse
egli occupato _contra Dio e contra ragione_ il reame di Puglia e di
Sicilia. Quanto in Francia prolungasse il suo soggiorno non è pervenuto
alla nostra notizia. Colà tanta prese affezione a quella lingua, che
ne divenne scrittore, producendo un libro intitolato il _Tesoro_.
Interrogato perchè rinunziando al materno linguaggio l'avesse scritto
in Francese: perchè, disse, io scrivea nella Francia, e perchè sopra
tutte è la lingua Francese e più comune e più dilettevole. Godano
i Francesi di sì rispettabile e sì autentica testimonianza, che non
potè non destare la compiacenza d'un Bayle. Il Tesoro è un monumento
dell'adeguatezza e della vastità di sua mente. Prende in esso a formar
l'uomo, provvedendolo di quelle nozioni che gli son necessarie per
esserlo. Sulla scorta dell'antico e del nuovo Testamento gli porge
un quadro storico della sua religione. Perchè sappia il mondo, con un
piano di geografia gli fa conoscer la terra che abita, e lo scorge alla
contemplazione degli elementi, de' cieli, degli animali. Per informarlo
alla società, va filosofando su' vizj e sulle virtù; gli detta leggi
di ben parlare; gli addita l'arte di governar la repubblica. Questo
libro è ancora inedito nella lingua in cui fu scritto. I tempi ne
serbaron qualche prezioso esemplare nelle più insigni biblioteche
d'Europa: nella Vaticana cioè, e nelle regie di Parigi e di Torino.
N'ebbe il pubblico un'imperfetta traduzione italiana da Buono Giamboni,
quasi coetanea al suo originale. Il 1284. è l'altro punto di sicura
cronologia nella storia di Ser Brunetto. Sindaco allora del Comun di
Firenze con Manetto di Benincasa maneggiò una famosa alleanza tra'
Fiorentini i Genovesi e i Lucchesi, diretta ad umiliare i Pisani. Egli
presedè in Firenze al congresso che si tenne nella Badia co' Sindaci
di Lucca e di Genova; e sotto le sue viste politiche si stabiliron
le convenzioni di questa lega. Buon cittadino tutti sempre consacrò i
suoi talenti alla felicità della patria. Per lui risorsero in Firenze
gli studj de' rettorici insegnamenti, e della morale filosofia.
La lingua latina vi riprese per lui una gran parte del suo antico
splendore, e v'acquistò l'italiana una più nobil forma e una più
vasta estensione. Il suo genio gli fu di scorta a ricercar le scienze
negli scritti della dotta antichità, e il suo profitto lo rendè lo
stupore e l'ammirazione di tutti. Sono un prodigio i molti e grandi
elogi che la storia letteraria riempion del nome suo. Gran filosofo,
gran rettorico, gran politico. I fasti della patria non parlan di lui
se non col più alto rispetto. Uomo eccellente, uomo sommo; padre e
maestro della fiorentina letteratura e della fiorentina repubblica,
è il tuono ond'è concordemente acclamato. Di questa fu segretario,
ossia dittatore. Ebbe ella a godere d'aver collocato in sì grato
figlio le sue beneficenze e i suoi onori. Ei si vergognò che sterili e
infruttuosi si rimanessero in lui. Co' lumi pertanto d'Aristotile andò
mostrando l'arte della retta amministrazion dello stato; e impiegò le
sue industrie in perfezionarne il governo. Scrisse Brunetto diverse
opere, quanto rare altrettanto pregiate fra' letterati. Tra quelle è
la Chiave del Tesoro, e la Rettorica di Tullio, ch'illustrò colle sue
riflessioni. Alla sua mente creatrice deesi l'invenzione delle Terze
Rime, in cui scrisse il Pataffio; e in cui porse a Dante un modello per
la Divina Commedia. Del Pataffio e del Tesoretto parleremo a suo luogo.
Altri scritti a lui attribuiti non reggendo alla più esatta critica,
li lasciamo fragli apocrifi o dubbj. Tale si è l'Etica d'Aristotile,
che credesi non altro essere se non una parte del suo Tesoro. Tante
cognizioni traeano a lui la gioventù Fiorentina per direzione e per
guida. Dante Alighieri e Guido Cavalcanti sono due de' suoi discepoli
più rispettabili; e che rendon più venerabile la memoria del lor
maestro. Gloriosa è la testimonianza del primo, che in lui prometteasi
un aumento di _conforto_ per la Divina Commedia, se fosse più a lungo
vivuto. Chi legge Brunetto scorge i primi lumi, ch'influirono in
Dante. Non è da dissimularsi però che questi riprende talvolta come
volgare lo stil del Latini. Ma le mire di questi eran di scrivere al
popolo: così richiedendolo o il soggetto satirico ch'avea per mano, o
l'impegno della comune istruzione. Il suo nome intanto si dilatò per le
Corti, che con onori singolarissimi mostraron qual conto si facesser
di lui. I Re di Napoli si distinser fra tutti, accordando all'arme
sua gentilizia l'onor del _Rastrello_, distintivo de' cadetti della
real Casa di Francia. Perseo, unico figlio da se lasciato, spiegò il
primo sì onorifica insegna. Morì Brunetto nel 1294, sebbene per una
dubbia espressione di Gio. Villani molti riferiscano la sua morte al
1295. Un codice della Magliabechiana osservato dal Mazzuchelli decide
il litigio di quest'inutil cronologia. Fu sepolto in Firenze nel
chiostro di S. Maria Maggiore de' Carmelitani della Congregazione di
Mantova. Fino a questi ultimi tempi s'osservarono i vestigi del suo
nobil sepolcro sostenuto da quattro colonne; su cui scolpite vedeansi
le sei rose, che formavan l'impresa di sua famiglia. Il celebre
Giotto impiegò il pennello a perpetuarne la sensibile immagine. Per
un illustre ristorator delle lettere non dovea adoprarsi se non quel
famoso ristoratore della pittura. Il ritratto fu collocato nella
cappella del palazzo del Potestà, come quello del padre più augusto
della Repubblica. Fu di professione notajo. I Toscani han creduto di
non doversi depositare la pubblica fede, se non in mano di persone
nobili, superiori alle frodi e alla cabala. Fecondo di motti piacevoli
e spiritosi era la delizia delle più gaje conversazioni. In esse
piacevole ed officioso con tutti, sebben venisse dalla sua filosofia
animato all'austerità. Era veramente da bramarsi che lo splendor
d'una vita così gloriosa oscurato non fosse da alcuna macchia. L'umana
debolezza l'abbassò ad una vergognosa scorrezion di costume. Dante,
quel suo discepolo benemerito, non potè risparmiargli un posto fra' rei
d'infame peccato._