Calatici giù in una profonda fessura rinvenimmo la linfa sospirata:
pilacchera che le povere bestie, riarse dalla sete, torcendo il naso,
s'ingollarono.
Reduci al nostro pagliaio, io m'acconciai alla meglio un giaciglio e,
come mi vi adagiai, sopravvenne la moglie mia, la quale, corsa alla
sprovveduta in aiuto del generale Bixio, non esitò d'affrontare sedici
miglia a piedi per raggiungermi. Laonde il giaciglio diventò talamo.
Garibaldi, corcato poco lungi da me sul suo _recado_, ragionava
vivacemente coll'intendente generale intorno alla distribuzione dei
viveri, e non sembrava gran che soddisfatto. Poi dimandò:--Provvedeste
la legione inglese di vettovaglie?
E l'intendente:--Mandai presso il colonnello Peard il mio migliore
commissario, e quei me lo rimandò dichiarando che voleva essere
indipendente.
--Ebbene, riprese Garibaldi, che mangino l'indipendenza.
--I legionarî di Peard vivono di caccia. Uccisero già più di cento
maiali.
--Intendete dire cignali!
--Punto: dico maiali rapiti ai contadini che se ne querelarono meco
coi soliti ululati, chiedendo il rifacimento immediato dei danni.
--Vi hanno diritto.
A questo paragrafo del dialogo m'addormentai. Ma in guerra non c'è
pace. Io dormivo da più d'un'ora come un morto, e la voce del
generale, che mi chiamò tre o quattro fiate, non valse a riscotermi;
vi sopperì il gomito della moglie. Ricoverando lentamente gli spiriti,
sollevai la testa e pronunciai con parola velata:--Pronto, generale.
Ed egli:--Insellate il cavallo e cercate la brigata Milano di cui non
si ha notizia. Sviluppatela sulla sinistra.
Invidiando i compagni dormenti e immiserito dal notturno guazzo, che
mi raggelò addosso il sudore effuso dal sonno profondo, montai in
sella con lo stridore dei denti, e per rincalorirmi spinsi il cavallo
a briglia sciolta. Sentendomi rifluire il sangue nelle vene e
racquistata la coscienza, rallentai la corsa e principiai a riflettere
ove mai pescare la brigata smarrita, e pescatala, ove
collocarla.--Quale sarà la sinistra? Un uffiziale di stato maggiore
dovrebbe saperlo, ma io non lo so, nè altri certo dei miei compagni lo
saprebbe. Con Garibaldi, che non chiede manco per isbaglio il parere
altrui e tiene il proprio per sè, gli uffiziali di stato maggiore si
riducono a semplici caporali d'ordinanza.
Esaurite codeste preliminari considerazioni, surrogando alla nozione
l'ipotesi, e stabilendo nella strada militare fra Capua e Gaeta il
punto obbiettivo delle nostre manovre della giornata, mi sembrò
ragionevole che noi fossimo distesi parallelamente ad essa colle
schiene al monte; e supponendo il quartier generale al centro, ne
derivava che la sinistra si trovasse nella direzione del borgo dei
Pignattari verso il Volturno.
Costrutto, come potetti, l'ordine di battaglia e fissato il posto per
la brigata, rimisi la povera bestia al galoppo ora pei campi ora sulla
strada, affidandomi più al suo istinto che al mio discernimento, così
inumanamente fitte erano le tenebre. A lungo andare mi convinsi che
invece di scoprire la brigata avrei dato del capo in una pattuglia
borbonica, e me ne sarei ito sotto scorta agli ozî di Capua. In questi
pensieri stimai propizie le tenebre, dapprima imprecate. Nel mio
viaggio ad S maiuscola fra la strada e i campi, intesi il rumore a
cadenza di soldati in cammino, ed aspettai a piè fermo con pistola
montata. Giunta la colonna a tiro di parola, intimai l'_alto, chi va
là?_ M'avvicinai. Proprio la brigata Milano! La condussi al luogo
designato e volai ad avvertirne Garibaldi. Per buona ventura la
sinistra ideata era la sinistra reale, e pago mi ricorcai con un pezzo
d'agnello arrosto, mancia del generale, perchè il sonno potè più che
il digiuno.
All'alba, dopo ch'ebbi condotti all'avanguardia i carabinieri genovesi
sulla via di Teano, in un punto ove la strada piega a manritta, mi
soffermai con Nullo, ad una vecchia casa abbandonata, e divisi seco
lui fraternamente l'agnello della sera che m'aveva lardellata la
saccoccia. Ivi un drappello di lancieri piemontesi, i quali,
fiancheggiando la fanteria, perlustravano la campagna, ci annunciò che
il re si approssimava. Nullo, fresco del ritorno, l'aveva visitato
nella notte, portatore d'un dispaccio di Garibaldi, e la Maestà Sua,
scesa di letto, lo ricevette in pianelle, in berretta da notte, e in
vesta da camera. Riferendomene alle sensazioni del mio amico, parrebbe
che l'insensibile traspirazione della sacra reale persona non fosse
precisamente identica all'ambrosia onde Omero involvea a guisa
d'odoroso zodiaco i suoi numi guerrieri.
Noi percorrendo, a traverso i campi e sui primi abbozzi d'una
ferrovia, l'ipotenusa del gomito descritto dalla strada, ci arrestammo
ad un bivio per attendervi Garibaldi. Proveniente da Venafro, sfilava
verso Teano l'esercito settentrionale, e la banda di ciascun
reggimento, dipartendosi dalla testa di colonna, sostava da lato a
rallegrarne il passaggio con musiche marziali; quindi le si
ricongiungeva alla coda. Il sito d'intersezione delle due strade era
abbastanza capace, e l'adornavano una casa rusticana e una dozzina di
pioppi. Terreni arati all'intorno, e radi alberi e viti ingiallite
dallo autunno cadente; pianura uniforme e uggiosa. Non tardò guari a
giugnere Garibaldi. Sceso di sella, si pose sul davanti a guardare la
truppa con lieta pupilla. Della Rocca, generale d'armata, se gli
accostò cortesemente. Alcuni uffiziali salutavanlo con visi
sfavillanti; la più parte, fatto il saluto prescritto dal regolamento,
procedeva oltre, inconsapevole o indifferente che il salutato fosse il
liberatore delle Sicilie; sarebbesi detto in quel cambio, se lice una
induzione dalla fisonomia, che eglino fossero i liberatori, e
Garibaldi il liberto. Quando improvvisamente una botta di tamburi
troncò le musiche e s'intese la marcia reale.
--Il re! disse Della Rocca.
--Il re! il re! ripeterono cento bocche. E in vero una frotta di
carabinieri reali a cavallo, guardia del corpo, armati di spada, di
pollici e di manette, annunziò la presenza del monarca sardo.
Il re, coll'assisa di generale, in berretto, montava un cavallo arabo
storno, e lo seguiva un codazzo di generali, di ciambellani, di
servitori; Fanti, ministro della guerra, e Farini, vicerè di Napoli in
pectore, esso pure insaccato in una capace tunica militare; tutta
gente avversa a Garibaldi, a codesto plebeo donatore di regni.
Disotto al cappellino Garibaldi s'era acconciato il fazzoletto di
seta, annodandoselo al mento per proteggere le orecchie e le tempia
dalla mattutina umidità. All'arrivo del re, cavatosi il cappellino,
rimase il fazzoletto. Il re gli stese la mano dicendo:--Oh! vi saluto,
mio caro Garibaldi: come state?
E Garibaldi:--Bene, Maestà, e lei?
E il re:--Benone!
Garibaldi, alzando la voce e girando gli occhi come chi parla alle
turbe, gridò:--Ecco il re d'Italia!
E i circostanti:--Viva il re!
Vittorio Emanuele, trattosi in disparte pel libero transito delle
truppe, s'intrattenne qualche tempo a colloquio col generale. Postomi
con istudio vicino ad ambedue, ero vago d'intendere per la prima volta
come parlino i re, e di avverare se all'altissimo grado corrisponda
l'altezza dell'ingegno e del pensiero. La situazione era epica: suolo
campano e Capua a poca ora; grandi ombre di consoli romani e di
Annibale; incontro degli eserciti di Castelfidardo e di Maddaloni;
vigilia della battaglia; contatto della camicia rossa e della porpora;
d'un principe ricevitore e d'un popolano datore di una corona;
trasformazione d'un regolo in re d'Italia.
Sua Maestà favellò del buon tempo e delle cattive strade, intercalando
le considerazioni con rauchi richiami e con alcune ceffate al nobile
corsiero irrequieto. Indi si mosse.
Garibaldi gli cavalcava alla sinistra, e a venti passi di distanza il
quartiere generale garibaldino alla rinfusa col sardo. Ma a poco a
poco le due parti si separarono, respinta ciascuna al proprio centro
di gravità; in una riga le umili camicie rosse, nell'altra a parallela
superbe assise lucenti d'oro, d'argento, di croci e di gran cordoni.
Se non che, immezzo alla vanità di queste umane grandezze sorgeva in
atto benigno e vestita di realtà l'idea d'una buona colazione che i
regî cuochi precorsero ad imbandirci presso Teano.
In tanto strepito d'armi e corruscare di spallini e ondeggiare di
cimieri, i contadini accorrevano attoniti ad acclamare Garibaldi. Dei
due che precedevano, ignorando quale ei fosse, posero con certezza gli
occhi sul più bello. Garibaldi procacciava di deviare quegli applausi
sul re, e, trattenuto d'un passo il cavallo, inculcava loro con molta
intensità d'espressione:--Ecco Vittorio Emanuele, il re, il nostro re,
il re d'Italia; viva lui!
I paesani tacevano e ascoltavano, ma non comprendendo sillaba di tutto
ciò, ripicchiavano il _Viva Calibardo!_ Il povero generale alla
tortura sudava sangue dagli occhi, e conoscendo come il principe
tenesse alle ovazioni e quanto la popolarità propria lo irritasse,
avrebbe volontieri regalato un secondo regno pur di strappare dal
labbro di quegli antipolitici villani un _Viva il re d'Italia!_ anche
un semplice _Viva il re!_ Ma la difficoltà si sciolse prontamente,
perchè Vittorio Emanuele spinse il cavallo al galoppo.
Tutti noi gli si galoppò dietro, e con noi Farini, il quale,
agguantata la testa della sella, curava poco le redini e meno le
staffe, e ad ogni movimento della bestia le brache aggroppavansigli
alla volta delle ginocchia. Per buona sorte il re, oltrepassati i
villani, si rimise al passo, e il suo ministro restò in arcione, calò
le brache, rassettò la tunica, raddrizzò il berretto, asciugò il
sudore e riatteggiossi decorosamente.
Al ponte d'un torrentello che tocca Teano, Garibaldi fece di cappello
al re; questi proseguì sulla strada suburbana, quegli passò il ponte,
e separaronsi l'un l'altro ad angolo retto.
Noi seguimmo Garibaldi, i regi il re.
Garibaldi smontò di sella nel propinquo sobborgo, e condusse il
cavallo ad uno stallaggio di barocciai a lato della via. Imitato
l'esempio, traemmo i nostri ivi dappresso, guatandoci a vicenda
trasecolati.
--Dov'è ito il re?
--Costà a colazione.
--E Garibaldi non vi fu invitato?
--Ma?
Entrai nella stalla con Missori, Nullo e Zasio, e vi trovai il
dittatore seduto su una pancuccia, a due passi dalla coda del suo
cavallo: stavagli davanti un barile in piedi, sul quale gli fu
apprestata la colazione. Una bottiglia d'acqua, una fetta di cacio e
un pane. L'acqua per giunta infetta. Appena ne bevve egli alcun sorso,
la sputò dicendo tranquillamente:--Dev'esservi nel pozzo una bestia
morta da un pezzo.
Lentamente e in silenzio ripartimmo sui nostri passi per Calvi. Il
sembiante di Garibaldi m'apparve sì dolcemente mesto, che mai mi
sentii attirato verso di lui con altrettale tenerezza.
Fatto centro in Calvi, il generale dispiegò i suoi diecimila uomini
con perspicua diligenza, da un lato fino a Casciano, dall'altro a
Sparanisi, la fronte conversa alla strada che per Sant'Agata mena al
ponte del Garigliano. Corse e speculò minutamente l'intero giorno il
terreno entro un arco di parecchie miglia, e la sera si ridusse in un
tempietto fuori della borgata di Calvi. Mesti della sua mestizia, noi
c'eravamo posti a giacere su poca paglia intorno a lui. Una
deputazione di Siciliani variò la scena muta, empiendo la cappella di
sinedochi, di ipotiposi e di epifonemi. L'onda oratoria di quei
diserti isolani mi conciliò meravigliosamente il sonno. Finiti i
discorsi, partiti gli oratori, il silenzio mi svegliò, e appunto
allora fu recata la novella al generale che una pattuglia di cavalli
nemici avanzavasi arditamente verso il tempietto, provenendo da Capua.
Chiamato per nome, saltai in piedi.
--Andate a scacciare la pattuglia, egli mi fece.
Beato dell'onore di rinnovare a un dipresso le gesta di Orazio
Coclite, cavalcai frettoloso contro il nemico, lusingandomi di
rispondere degnamente alla superlativa fiducia del generale. Però gli
amici miei, testimoni del comando ricevuto, probabilmente
appartenevano a quella scuola storica che considera il Coclite, lo
Scevola, il Curzio ed altri di codesta risma, figure simboliche
dell'età poetica di Roma, e deliberarono di non lasciarmi solo fra
venti spade. Usciti chetamente dal tempietto, mi tenner dietro ad uno,
a due, a tre, e bentosto vidimi in un sodalizio di gagliardi che
abbassarono di un tono l'impresa. Sulle nostre pedate s'incamminarono
alquanti uffiziali dei corpi ivi attendati, e caporali e soldati,
avvegnachè si fosse un pochino diffuso il rumore dell'impresa.
Quell'uno adunque, designato da Garibaldi ad una singolare tenzone
contro l'avventurosa pattuglia, diventò cinquanta. Oltrepassate le
ultime sentinelle degli avamposti, ci profondammo nell'ignoto in cerca
della pattuglia. Quand'ecco il suono dell'ugne dei cavalli ce la
prenunzia. Gli uffiziali a piedi e i soldati si spiegano in due ali
sui campi per colpirla con fuochi obliqui ed accerchiarla, mentre noi
cavalieri sulla strada la investiamo di fronte.
Pistole e carabine in punto, e avanti! In un lampo le piombiamo
addosso, e gli snelli volteggiatori delle ali l'hanno già
circondata:--Ferma, giù le armi, prigionieri!
Il condottiero, sbigottito e obbediente, depone la frusta ed arresta
il baroccio carico di mattoni, tirato da quattro cavalli.
L'indomani, sul mezzodì, udivasi il rombo del cannone sul Garigliano.
Venne mia moglie a chiedere provvedimenti per l'ambulanza generale.
Garibaldi le rispose con accento incisivo e con fredda compitezza:--I
miei feriti giacciono all'altra riva del Volturno! E tacque.
Noi stemmo sospesi e intenti per indovinare a cui alludesse tale
risposta. Vidi sul suo volto un graduale passaggio, quasi per note
semitonate, a un più mite e rassegnato senso di tristezza; indi egli
ripigliò con voce blanda e con inflessione esclamatoria:--Signora, ci
hanno messo alla coda!
Allora compresi la recondita causa del suo turbamento dopo il
colloquio col re. Ma conoscendo la nobile natura di lui, avevo la
certezza che quella causa non doveva indagarsi nell'inurbanità del
principe, preludio d'una ingratitudine favolosa.
In più tarda ora, il re percorse le nostre linee sino al Volturno. Il
colonnello Dezza faceva gli onori del campo. Era una ressa affannosa
di generali garibaldini e di uffiziali superiori intorno al nuovo
astro sorgente; e intanto tramontava malinconicamente dietro le
pianure della Campania l'astro di Marsala.
Alle due dopo mezzanotte del 7 novembre tre carrozze da nolo si
arrestarono al portone dell'albergo della _Bretagna_ in Napoli. Alle
due e un quarto chiudevasi lo sportello della prima, e via con
Garibaldi, Menotti e Basso. Missori, Nullo, Canzio, Trecchi, Zasio ed
io, dietro nell'altre due.
All'approdo di Santa Lucia entrammo in una lancia che ci aspettava, e
in qualche minuto scorgevansi le vaporose forme della Sirena, immemore
e assopita nell'amplesso del nuovo amante. Eppure non corsero che due
mesi dalla notte del 7 settembre, notte di deliranti affetti pel
liberatore. Ora egli, glorioso e sereno s'involava al freddo aere
dell'obblìo, col modesto corteo di pochi amici, a lui devoti ancora
più nella infedeltà della fortuna.
Dal ponte del _Washington_ egli disse addio a Napoli e a noi, e
soggiunse:--A rivederci sulla via di Roma!
INDICE
I. Il ponte invisibile Pag. 9
II. I pionieri » 47
III. Veni, vidi, vici » 89
IV. Dittatura di tre giorni » 130
V. I Sanniti moderni » 166
VI. L'addio » 223