I giorni di digiuno e le feste dell'anno sono:

Il 1, 2, 3, e dieci di _Moharram_ per il digiuno.

Non avvi nulla nel mese _Safàr_.

Il 12 di _Rabioul-aoual_ si solennizza il _Moulotid_, o la nascita del

Profeta: le feste durano fino al 19: ed a quest'epoca soglionsi per

l'ordinario circoncidere i fanciulli.

Non v'è niente di particolare ne' tre susseguenti mesi.

Il primo giovedì, ed il 27, del mese _d'Arjab_ sono consacrati al

digiuno.

Nel mese di _Schaban_ si passa pregando la notte del 15, e si digiuna il

susseguente giorno.

Si digiuna tutto il mese di _Ramadan_; si fa preghiera la notte, e

particolarmente nelle notti del 27, e del 30 che devono interamente

consumarsi pregando.

La Pasqua chiamata l'_Eïd Seguìr_, piccola Pasqua, è fissata nel primo

giorno del mese di _Schovàl_. In questo giorno deve farsi l'elemosina

pasquale, di cui si è parlato, e si fa la preghiera pasquale

all'_Emsàlla_ di cui si parlerà tra poco. Dopo questo giorno di Pasqua

si digiuna sei giorni scelti ad arbitrio nel corso dello stesso mese.

Niente vi è nel mese _Doulkaada_.

In quello di _Doulhaja_ i musulmani che non vanno alla Mecca digiunano i

primi nove giorni. Il 10 del mese incomincia la Pasqua chiamata l'_Eïd

Kibir_ o grande Pasqua, la quale dura tre giorni; nel primo de' quali si

va subito la mattina a fare la preghiera pasquale all'_Emsalla_, poi

tornato in propria casa si sacrifica un montone in memoria del

sacrificio d'Abramo. Egli è a tale epoca che si fanno le ceremonie del

pellegrinaggio della Mecca.

Questi mesi sono composti di 29 e di 30 giorni, e l'anno non è che di

trecento cinquanta quattro, e per conseguenza il termine dei dodici mesi

si compie undici o dodici giorni prima di quello dei dodici mesi solari.

Risulta che il Ramadan, e le Pasque fanno il giro dell'anno solare, e

non s'incontrano press'a poco nello stesso punto che dopo trentuno o

trentadue anni solari, che compongono un anno lunare di più. Il presente

anno che è il 1218 dell'Egira ha cominciato il 23 aprile del 1803 di

Cristo.

Il digiuno del Ramadan è il solo di divino precetto, gli altri non sono

che una pratica religiosa imitativa.

I musulmani contano nell'anno quattro mesi sacri, duranti i quali non si

deve senz'esserne forzati, fare la guerra, nè privar di vita un uomo.

Sono questi i mesi di _moharram_, d'_arjal_, di _doulkaada_ e di

_doulhaja_.

Per la preghiera Pasquale avvi fuori delle città un luogo a ciò

destinato, che chiamasi _El-Emsàlla_, ove s'aduna tutto il popolo la

mattina del primo giorno d'ogni Pasqua avanti il levare del sole.

Magnifica fu la festa dell'ultima Pasqua celebrata in Fez dal Sultano. I

_paschà_, i _keih_, ed i grandi _cheik_ alla testa di numerosi corpi di

cavalleria vennero da tutte le provincie dell'impero per felicitare il

Sultano, e rimasero quasi tutti accampati fuori della città.

Nel luogo dell'_Esmàlla_, si formò un recinto di forma quadrata, chiuso

da tre lati da una tela di cinque a sei braccia d'altezza, e press'a

poco della lunghezza di circa sessanta piedi da ogni banda, con entro

una tribuna pel predicatore. Noi eravamo entro questo recinto in numero

di circa seicento, e tutta la popolazione di Fez, ed i fedeli venuti

dalle provincie, stavano al di fuori in numero di altre dugento

cinquanta mille persone. All'arrivo del Sultano incominciò la preghiera.

Ogni volta che per i movimenti dei _rikat_ l'Imano ed il _Mudden_

pronunciavano l'esclamazione _Allàhou aki bàr! Dio grandissimo!_ questa

veniva ripetuta da un infinito numero di _Mudden_ sparsi tra la folla

fino ad una grandissima distanza: ed a tale grido si vedevano prostrarsi

innanzi alla divinità dugento cinquanta mille persone aventi il sovrano

alla loro testa, e per tempio l'intera natura: spettacolo veramente

augusto, che non si può vedere senz'essere profondamente commossi.

Dopo la preghiera un _fakih_ del Sultano salì sulla tribuna, pronunciò

un sermone, e la ceremonia si chiuse con una breve preghiera. Il Sultano

sortito dal recinto, montò a cavallo, e tutta la sua corte ne imitò

l'esempio. Dopo aver fatto un passeggio, durante il quale i diversi

corpi delle provincie gli vennero incontro per salutarlo, si ritirò; ed

in allora, ebbero cominciamento le corse dei cavalli, le scaramuccie, i

colpi di fucile, le grida d'allegrezza ohe si prolungarono tre giorni

nella città e nei contorni.

Rimarcabile è la maniera con cui ogni corpo salutava il Sultano. Dopo

essersi disposti in linea si presentavano al Sultano coi loro lunghi

fucili che si tenevano perpendicolarmente davanti colla mano destra, ed

appoggiati sul pomo della sella piegavano il corpo avanti, facendo una

riverenza, e gridando ad alta voce tutte le volte _Allàh jebark òmor

sidina! Dio benedica la vita del nostro Signore!_ Poi ritiravansi per

lasciar luogo agli altri. Il capo di ogni truppa veniva alquanto

innanzi, ed avvicinandosi al Sultano, lo salutava in particolare,

facevasi conoscere, e faceva segno alla sua gente di avanzarsi e di

ritirarsi.

A poca distanza dal Sultano erano molte compagnie della sua guardia a

cavallo con un infinito numero di stendardi, ed una banda di tamburri

rauchi, e di cornamuse assai discordi. Marciavano presso al Sultano i

grandi ufficiali ed alcuni servitori a piedi; e due di questi stavano

sempre ai fianchi del suo cavallo con un fazzoletto di seta in mano per

scacciare le mosche.

Tra i musulmani non trovansi preti propriamente detti. Quelli che

assistono alle moschee non hanno altra marca distintiva che possa farli

conoscere, nè alcun carattere che gli dispensi dalle obbligazioni di

cittadino: hanno mogli, travagliano e pagano le imposte; in una parola,

l'ordine sacerdotale, che negli altri culti forma nello stato una classe

separata, non esiste presso i musulmani. Qui gli uomini sono in ogni

casa eguali in faccia al Creatore; i templi non hanno luoghi riservati,

nè posti privilegiati. La virtù o il vizio sono i soli mezzi che

avvicinano o allontanano l'uomo dalla Divinità.

Gl'impiegati delle moschee sono prima gl'_Imani_, che dirigono la

preghiera, predicano i venerdì, e fanno talvolta la lettura de' libri

sacri; ed in appresso i _Mudden_, che chiamano il popolo dall'alto delle

torri, e che ajutano gl'Imani nella direzione delle preghiere.

Quest'impieghi non imprimono verun carattere in coloro che gli

esercitano; e quindi tosto che hanno terminate le loro funzioni, si

occupano in altri affari come semplici cittadini. Durante l'assenza d'un

Imano dalla moschea, il _Mudden_, o un altro individuo, o qualunque del

popolo si pone alla testa dell'assemblea; dirige la preghiera, e fa le

funzioni di vero Imano.

I musulmani non hanno altre feste in tutto l'anno che quelle della

Pasqua, e della nascita del Profeta. Il venerdì il musulmano lavora come

gli altri giorni della settimana, incominciando la mattina fino ad

un'ora avanti mezzogiorno, in cui abbandona la sua officina, o altre sue

occupazioni per andar a fare le sue abluzioni, e la sua preghiera alla

moschea: torna in appresso al suo travaglio.

Dal fin qui detto si vede che l'_islam_, o la religione di _Maometto_, è

austera. La parola _islamismo_ vuol dire _abbandono di se medesimo a

Dio_; e su questa primaria base è fondato questo culto.

La credenza nella missione di _Noè_, di _Abramo_, di _Mosè_, di _Gesù

Cristo_ e di altri antichi Profeti, è un articolo indispensabile per

l'introduzione all'_islamismo_; di modo che un giudeo non può essere

ammesso al corpo dei fedeli, senza che preventivamente abbia dato prove

della sua credenza nella missione di Gesù Cristo, riconosciuto come lo

spirito di Dio (_Rouh Oullàk_) e figliuolo di una Vergine: lo che viene

attestato dal _Corano_.

I musulmani sono d'opinione che gli evangelj che trovansi tra le mani

de' cristiani siano stati viziati, o corrotti da interpolazioni. Essi

negano la morte di Gesù Cristo, che secondo il _Corano_ salì vivo al

cielo senza subire il supplizio della croce; non ammettono il domma

della Trinità, nè per conseguenza l'unione ipostatica della seconda

persona in Gesù Cristo, e nell'eucaristia.

Sgraziatamente sonosi pure introdotte nell'_islamismo_ varie

superstizioni, che il musulmano filosofo detesta. Le ceremonie esteriori

del culto hanno soverchiato in modo le dottrine fondamentali della

religione, che quando un musulmano faccia ogni giorno il numero della

prostrazioni o dei _rihat_ prescritti dalla legge, non si guarda alla

sua morale, e sarà tenuto buon musulmano; sarà pure inalzato alla

dignità di santo, se eccede il numero delle preghiere e dei digiuni

legali, quantunque la sua condotta sia quella d'un uomo perverso, com'io

ebbi occasione di vederne alcuni esempi.

La venerazione pei sepolcri dei santi ha un utile effetto quando le loro

cappelle sono l'asilo dell'innocenza contro gli attentati del

despotismo. La venerazione in cui sono tenuti gl'imbecilli, protegge la

sgraziata loro esistenza; ma l'asilo delle cappelle conserva altresì un

ragguardevole numero di delinquenti, dai quali dovrebbesi liberare la

società, ed il rispetto verso gl'imbecilli è cagione di mille attentati

contro la pubblica morale. I _safi_, o talismani, le reliquie, le

corone, i recitatori di preghiere per gl'infermi, per le cose smarrite,

ec. ec., sono altrettante pie frodi che macchiano il puro deismo di

_Maometto_. Altronde qual è il culto in terra che non sia stato alterato

dalla cupidigia dei ciarlatani, o dalla sciocca timidità del popolo?

Fortunatamente che nell'impero di Marocco non si vedono quelle greggie

monastiche, ossia quei _Dervis_, che scontransi in tutta la Turchia.

Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 1 · 第 26 / 48 题