Ben Hur, come abbiamo veduto, si trovava all'estrema sinistra dei sei.
Per un momento, come gli altri, fu quasi abbagliato dalla viva luce
dell'arena. Pure riuscì a distinguere i suoi avversari e ne indovinò
l'intento. Diede uno sguardo scrutatore a Messala. Il freddo orgoglio
del patrizio Romano riposava, come d'usato, sul bellissimo volto, alle
cui fattezze l'elmo accresceva maestà; ma, fosse giuoco di fantasia o
effetto dell'ombra bronzea che copriva il suo viso, in quell'istante
l'Ebreo credette di vedere tutta l'anima dell'uomo trasparire
attraverso la venustà di quel corpo, un'anima crudele, scaltra, vigile
e risoluta.
In pari tempo lo spirito di Ben Hur s'irrigidì in un poderoso sforzo di
volontà.
A qualunque costo, a qualunque rischio, egli avrebbe umiliato il suo
nemico!
Premio, amici, scommesse, onori, tutto spariva davanti a quell'unico
deliberato proposito! Neppure la morte lo avrebbe trattenuto!
Con tutto ciò, nessuna passione gli ardeva nel petto; il sangue non
affrettò la sua corsa dal cuore al cervello, dal cervello al cuore; non
provava nessun impulso di gettarsi alla cieca in braccio alla Fortuna,
poichè egli non credeva alla Fortuna. Fidava in sè, nel disegno da
lunga mano preparato, e chiamò a raccolta tutte le forze del suo corpo,
tutte le energie della sua intelligenza, per poter attuare il suo
piano.
A metà percorso egli si avvide che l'impeto di Messala, lo avrebbe,
nel caso che non fosse successo alcuno scontro e la corda fosse caduta,
infallibilmente condotto a rasentare il muro interno; e come un lampo
gli venne il pensiero che Messala _sapesse_ che la corda doveva cadere
all'ultimo momento. Un accordo col direttore avrebbe potuto facilmente
stabilire questo; e l'accordo era abbastanza probabile, quando si
pensi che il prefetto era Romano, e all'interesse che poteva avere
nella vittoria del suo concittadino, il quale, oltre al godere tanta
popolarità, aveva una somma così ingente a repentaglio.
Nessun'altra ragione poteva spiegare la fiducia con cui Messala
spingeva innanzi la sua quadriglia, proprio nell'istante che gli altri
competitori cercavano di frenare le proprie, nessun'altra ragione,
tranne la pazzìa.
Ma vedere una cosa e approfittarne sono due cose diverse.
Pel momento Ben Hur rinunciò al muro.
La corda cadde, e tutte le quadriglie, meno la sua, balzarono sulla
pista, sotto il doppio impulso dei flagelli e delle voci.
Egli piegò a destra, e con tutta la velocità de' suoi Arabi, tagliò
obliquamente la strada ai suoi avversari; dimodochè, mentre la
moltitudine fremeva davanti all'infortunio dell'Ateniese, e il Sidonio,
il Bizantino, e il Corinzio, cercavano con tutta destrezza di sfuggire
alla rovina del compagno, Ben Hur passò loro davanti come una freccia,
e procedette ruota a ruota col cocchio di Messala, ma dalla parte
esterna.
La meravigliosa abilità dimostrata nel portarsi, in questa guisa,
dall'estrema sinistra a destra, non sfuggì ai vigili sguardi delle
gradinate; il Circo minacciò di crollare sotto lo scroscio degli
applausi.
Allora Ester battè le mani; allora Samballat, sorridendo, offrì di
nuovo i suoi cento sesterzi, senza ottenere risposta; e allora, per la
prima volta, i Romani ebbero il dubbio che forse Messala avesse trovato
il suo pari, forse anche il suo superiore, e questi in un Israelita!
L'uno di fianco all'altro, separati da un intervallo quasi
impercettibile, i due cocchi si avvicinavano alla prima mèta.
Il plinto su cui s'ergevano i tre pilastri, veduto da ovest, presentava
l'aspetto di un muro, in forma di semi cerchio, offrendo la convessità
della curva agli spettatori, parallela all'opposta concavità del
balcone di faccia. Questa voltata costituiva la prova di fuoco dei
guidatori; Oreste medesimo vi aveva fallito. Un generale silenzio
regnante nell'assemblea testimoniava l'interessamento con cui il
pubblico seguiva questa fase.
Il calpestìo dei cavalli ed il rumor delle ruote erano distintamente
avvertibili.
Allora, per la prima volta, sembrò che Messala si avvedesse della
presenza di Ben Hur; e subito tutta l'audacia dell'uomo si manifestò in
un modo sorprendente.
— «_Abbasso Eros, evviva Marte!_» — egli gridò, brandendo il flagello.
— «_Abbasso Eros, evviva Marte!_» — egli ripetè, assestando sulla
schiena degli Arabi di Ben Hur, una sferzata, quale essi non avevano
mai ricevuto.
Il colpo era stato veduto da ogni settore, e lo stupore fu generale.
Il silenzio divenne terribile nella sua intensità; sugli scranni
intorno al Console i più coraggiosi trattennero il respiro, aspettando
con gli occhi sbarrati. Solo un istante durò la tensione, poi, come
rombo di tuono, scoppiò l'indignazione del pubblico.
I quattro cavalli trasalirono dallo spavento e balzarono innanzi.
Nessuno li aveva mai toccati, se non in segno di affetto; erano
cresciuti accarezzati come bambini, e la loro fiducia negli uomini era
commovente.
Che cosa dovevano fare quelle delicate creature se non slanciarsi
avanti come pazze?
Il carro traballò.
Non v'ha dubbio che ogni esperienza ci è utile nella vita. Donde
trasse Ben Hur, in questo momento, il suo braccio vigoroso e il suo
pugno di ferro? Donde, se non dai lunghi anni passati al remo? E che
cos'era il sobbalzare del carro in confronto al rullìo improvviso
della nave battuta dall'ebbro furore dei flutti? Egli mantenne il
suo posto, allentò le redini sul capo ai cavalli, parlando loro con
voce carezzevole, cercando unicamente di guidarli incolumi intorno
all'angolo pericoloso; e prima ancora che l'agitazione del pubblico si
fosse sedata, aveva riconquistata la padronanza su di essi.
Non solo: nell'avvicinarsi alla seconda mèta egli si trovò nuovamente
al fianco di Messala, seguìto dalla simpatia e dai voti di tutti gli
spettatori non Romani. Questo sentimento appariva così evidente, che
Messala, con tutta la sua audacia, non stimò opportuno scherzare più
oltre.
Mentre i carri passavano la mèta, Ester vide il volto di Ben Hur — un
po' pallido, un po' rialzato — ma calmo, risoluto.
Subito un uomo si arrampicò sull'estremità occidentale del muro di
divisione, e levò una delle sfere. In pari tempo fu tolto un delfino
dall'altra parte.
Nello stesso modo, scomparvero la seconda sfera e il secondo delfino.
Poi la terza sfera e il terzo delfino.
Tre giri erano stati compiuti; Messala occupava ancora l'interno della
pista; Ben Hur galoppava all'esterno. La corsa assumeva l'aspetto di
una di quelle gare doppie così popolari nel secondo periodo dell'età
imperiale. — Nella prima Messala e Ben Hur; il Sidonio, il Corinzio, il
Bizantino, seconda.
Intanto gli uscieri avevano ottenuto di far sedere la moltitudine,
quantunque il clamore continuasse, precedendo i corridori.
Al quinto giro il Sidonio riuscì a portarsi all'altezza di Ben Hur, ma
perdette subito il vantaggio.
Il sesto giro cominciò senza recare un spostamento nelle posizioni
relative.
Gradatamente la velocità era aumentata; a poco a poco il sangue dei
guidatori si riscaldava. Uomini e cavalli sembravano sapere che la
crisi finale si avvicinava.
L'interessamento che, sul principio della gara, s'era concentrato nella
lotta fra Messala e Ben Hur, accompagnato dall'universale simpatia per
quest'ultimo, si mutò in ansietà e paura per lui. Su tutti i banchi
gli spettatori tendevano gli occhi, seguendo silenziosi e immobili i
cavalli dei due competitori.
Ilderim cessò di lisciarsi la barba, ed Ester dimenticò la sua
timidezza.
— «Cento sesterzii sull'Ebreo!» — gridò Samballat ai Romani sotto alla
tenda consolare.
Nessuno rispose.
— «Un talento — cinque talenti, — dieci, se volete!» —
Agitò le tavolette in atto di sfida.
— «Io vincerò i tuoi sesterzii» — disse un giovine Romano, preparandosi
a scrivere.
— «Non farlo» — lo ammonì un amico.
— «Perchè?» —
— «Messala ha raggiunta la sua massima velocità. Guarda come si
piega sopra l'orlo del cocchio, e libera le redini, ed ora osserva
l'Ebreo.» —
L'altro guardò.
— «Per Ercole!» — egli esclamò impallidendo. — «Il cane fa ogni sforzo
per trattenerli. Lo vedo, lo vedo! Se gli Dei non aiutano il nostro
amico, egli sarà battuto dall'Israelita. — Ma no, non ancora. Guarda!
Giove è con noi, Giove è con noi!» —
Questo grido, che uscì simultaneamente da ogni gola Romana, fece
tremare il velario sopra la testa del Console. Se era vero che Messala
aveva raggiunta la sua massima velocità, il risultato corrispondeva
allo sforzo. Lentamente, ma distintamente, egli guadagnava terreno.
I suoi cavalli correvano con le teste chinate e i colli tesi; dal
balcone sembrava che radessero il suolo: le loro narici parevano
schizzar sangue; gli occhi uscire dalle orbite. Certamente i buoni
cavalli facevano tutto il possibile! Ma per quanto tempo avrebbero
potuto mantenere quel passo? Era il principio del sesto giro soltanto.
Volavano. Nel voltare la seconda mèta i cavalli di Ben Hur piegarono
dietro il cocchio del Romano.
La gioia dei partigiani di Messala non ebbe limiti: gridavano,
urlavano, gettavano per aria i cappelli; e Samballat riempì le
tavolette con le scommesse che essi offrivano. Malluch nella tribuna
sopra la Porta del Trionfo potè a stento frenare le sue lacrime.
Egli aveva fatto tesoro della allusione di Ben Hur, secondo la quale
«qualche cosa» doveva avvenire allo svolto delle colonne occidentali.
Era il quinto giro, il qualche cosa non era ancora avvenuto; ed egli
s'era detto fra sè: — «Aspettiamo il sesto.» — Il sesto era venuto e
Ben Hur galoppava in coda al cocchio nemico.
Nella tribuna orientale, la compagnia di Simonide taceva. La testa
del negoziante era chinata sul petto. Ilderim si tirava la barba, e
corrugava le ciglia quasi a coprirne gli occhi. Ester respirava appena.
Solo Iras sembrava contenta.
Per la penultima volta i cocchi facevano il giro dell'arena. — Messala
alla testa, dietro di lui Ben Hur. Era la vecchia corsa di Omero:
Innanzi a tutti
Le puledre volavano veloci
Del Fereziade Eumelo; e dopo queste,
Ma di poco intervallo, i corridori
Di Troe, guidati dal Titide, e tanto
Imminenti che ognor parean sul carro
Montar d'Eumelo, a cui coi flati ardenti
Già scaldano le spalle, e già le toccano
Colle fervide teste.
Così arrivarono alla prima mèta e la girarono. Messala, temendo di
perdere il vantaggio conseguito, andò rasente al muro, sino quasi a
toccarlo; un palmo più a sinistra e cocchio ed auriga sarebbero stati
travolti; pure, quando la voltata fu fatta, nessuno, osservando le
carreggiate dei due cocchi, avrebbe potuto dire: — «qui passò Messala,
qui l'Ebreo.» — Uno solo era il solco lasciato dai due.
Ester vide di nuovo il volto di Ben Hur, e le parve più pallido di
prima.
Simonide, più acuto osservatore di Ester, sussurrò nell'orecchio di
Ilderim:
— «Sceicco, io non sono buon giudice, ma credo che Ben Hur covi un
progetto nella sua mente. Il suo viso me lo dice.» —
Al che Ilderim rispose: — «Hai veduto come i cavalli erano freschi e
lucidi? Per lo splendore di Dio, amico, non sembra che abbiano corso!
Ma ora, attento!» —
Una sola sfera e un solo delfino rimanevano; e tutto il popolo respirò,
sapendo che il principio della fine era giunto.
Il Sidonio lasciò cadere le correggie del suo flagello sulla schiena
dei suoi cavalli, e, quasi pazzi dal dolore e dalla paura, i nobili
animali si slanciarono innanzi disperatamente, minacciando di prendere
il primo posto. Ma lo sforzo si esaurì nella promessa. Il Bizantino
ed il Corinzio fecero il medesimo tentativo, con lo stesso risultato,
e d'allora in poi essi si poterono considerare fuori giuoco. Con
una prontezza facilmente spiegabile; tutte le fazioni meno la Romana
accentrarono i loro voti su Ben Hur, animandolo con grida selvagge.
— «Ben Hur! Ben Hur!» — urlarono, e il rombo di migliaia di voci arrivò
come un'onda sino alla tribuna consolare.
— «Avanti, Ebreo!» —
— «Al muro, al muro!» —
— «Forza, Arabi! Frusta e redini!» —
— «Ora o mai!» —
Sull'orlo della balconata si piegavano mille corpi, tendendo le mani
verso di lui.
Forse non udì, forse non potè far di più; in ogni modo l'ultimo giro
era mezzo percorso senza che fosse avvenuto alcun mutamento!
Ed ora per fare l'ultima voltata, Messala cominciò a raccogliere
le redini dei cavalli di sinistra, movimento che necessariamente
rallentò la sua velocità. Il suo cuore batteva in anticipazione della
vicina vittoria. Più d'un altare avevano arricchito i suoi doni. Il
genio Romano doveva prevalere. Sui tre pilastri, a seicento piedi di
distanza, erano fama, fortuna, onori, e un trionfo che l'odio rendeva
ineffabilmente dolce. Tutto ciò l'attendeva! In quell'istante Malluch,
dalla gradinata, vide Ben Hur piegarsi innanzi sull'orlo del cocchio,
e rallentare le redini sulla schiena dei suoi Arabi. Le cinghie del
flagello si snodarono nell'aria, con un lungo sibilo di serpenti. Non
caddero, ma la minaccia di quel suono, sortì il medesimo effetto.
Nel passare dalla sua posizione, rigida e calma, a questa rapidità
di azione, il volto dell'uomo si imporporò, gli occhi scintillarono;
sembrava che la sua volontà, correndo lungo le redini, si comunicasse
ai cavalli, i quali, come animati dal medesimo impulso, risposero con
uno scatto che li portò al fianco del carro Romano. Messala, presso
alla perigliosa voltata della mèta, udì, ma non osò volgere la testa.
Dal pubblico non ricevette alcun avvertimento. Nel profondo silenzio
dell'arena non si udivano che il rumore dei cocchi e la voce di Ben
Hur, che, in pura lingua Amarica, come lo sceicco medesimo, parlava ai
cavalli.
— «Su, Atair! Su, Rigel! Avanti, Antares! Vorresti forse indugiare,
Aldebran, nobile cuore? Io li sento cantare nel deserto; io sento le
donne e i fanciulli cantare la canzone delle stelle: Atair, Antares,
Rigel, Aldebran, vittoria! — e quel canto durerà eterno. Avanti,
cavalli! Domani vi accoglieranno le tende paterne! Avanti, Antares! La
tribù ci aspetta, e il padrone ci guarda! Vittoria, vittoria! E, fatto,
è fatto! Ah, ah! L'orgoglioso è umiliato! La mano che ci colpì è nella
polvere! Nostra la gloria! Ah, ah! — fermi! La fatica è compiuta! —
Adagio — alt!» —
Nulla di più semplice, nulla di più istantaneo.
Nel momento scelto per lo scatto finale, Messala stava girando intorno
alla mèta. Per sorpassarlo, Ben Hur doveva tagliargli la strada,
e, precisamente percorrendo il medesimo cerchio, con un raggio di
poco maggiore. Le migliaia di persone assiepate sopra le gradinate
compresero tutto: videro il segnale dato da Ben Hur; la magnifica
risposta; i quattro cavalli di fianco al cocchio di Messala, la ruota
interna del cocchio di Ben Hur, dietro il carro del Romano, tutto ciò
videro e compresero. Poi udirono un colpo secco che fece fremere tutto
il Circo, e videro una pioggia di scheggie bianche cadere sulla pista.
Il carro del Romano traballò e si piegò sopra il lato destro, urtando
con l'estremità della sala la terra. Due volte rimbalzò, poi tutto
il cocchio andò in frantumi, e Messala, avviluppato nelle redini, fu
precipitato a capo fitto fra i propri cavalli.
Per accrescere l'orrore dello spettacolo, il Sidonio, che rasentava il
muro dietro Messala, non potè arrestarsi o deviare. Con tutta velocità
piombò addosso ai resti del cocchio Romano, in mezzo ai cavalli di
questo, quasi pazzi di terrore. Poco dopo, attraverso la nube di
polvere, che velò per un istante la scena, egli fu visto trascinarsi
carponi, mentre il Corinzio ed il Bizantino seguivano come freccie il
cocchio di Ben Hur. Gli spettatori balzarono in piedi sui banchi con
un lungo grido. Alcuni videro Messala sotto gli zoccoli dei cavalli
tumultuanti e i rottami dei due carri. Non si muoveva; sembrava morto.
Ma la maggior parte non aveva occhio che per Ben Hur. Era loro sfuggita
l'abile mossa, per cui, piegando un poco verso sinistra, egli aveva
urtata la delicata ruota di Messala con la ferrea punta del proprio
mozzo, frantumandola; ma avevano veduto il mutamento avvenuto in lui.
Essi medesimi si sentivano compenetrati dalla subita fiamma del suo
spirito, dall'eroica risoluzione, dalla furiosa energìa, con cui, nel
gesto, nello sguardo, nella voce, aveva improvvisamente inspirato i
suoi Arabi. Correvano essi? O non erano piuttosto i lunghi salti di
leoni aggiogati? Se non fosse stato pel carro pesante, si sarebbe detto
che volassero. Quando il Bizantino ed il Corinzio erano ancora a metà
percorso, Ben Hur voltava l'ultima mèta.
_E la corsa era vinta!_
Il console si alzò, il pubblico gridò con quanta voce aveva in gola; il
direttore discese dal suo scranno incontro ai vincitori.
Il fortunato vincitore del pugilato era un gigantesco Sassone dai
capelli flavi, e con un volto così brutale, da attirare l'attenzione
di Ben Hur, che riconobbe in lui il suo antico maestro in Roma, di
cui era stato l'alunno favorito. Poi alzò gli occhi verso il balcone
di Simonide. La compagnia gli tese le mani. Ester rimase seduta; ma
Iras si alzò e con un grazioso gesto del ventaglio gli mandò un bacio
— favore non meno inebbriante, perchè noi sappiamo, o lettore, che
sarebbe toccato a Messala, se a questi avesse arriso la vittoria.
La processione, salutata da un nuovo scoppio di applausi, attraversò
lentamente la Porta Trionfale.