CAPITOLO XII.

Il Circo di Antiochia sorgeva sulla sponda destra del fiume, quasi

dirimpetto al Palazzo e non differiva sostanzialmente da tutti gli

altri edifici del genere.

I giuochi erano, nel vero senso della parola, un dono fatto al popolo;

l'entrata era quindi libera a tutti, e, vasta com'era la capacità

dell'anfiteatro, la gente ebbe tanta paura di non ottenervi un posto,

che, fin dalle prime ore del giorno precedente ai giuochi, aveva

occupato tutte le adiacenze del Circo, le quali presentavano l'aspetto

di un grande attendamento militare.

A mezzanotte furono spalancati i cancelli, e la plebaglia si gettò

attraverso le porte occupando rapidamente i posti a lei assegnati. Solo

un terremoto o l'assalto di un esercito avrebbe potuto smuoverla di là.

Passò la notte dormendo sulle gradinate, fece colazione su di esse, e

aspettò pazientemente il principio dello spettacolo.

Verso la prima ora del giorno cominciarono ad arrivare i borghesi più

agiati, che avevano posti numerizzati, i più ricchi e più nobili fra di

essi a cavallo o portati in lettiga con seguiti di domestici in livrea.

All'ora seconda, la via conducente dalla città al Circo presentava

l'aspetto di un vero fiume di persone.

Quando l'indice dell'orologio a sole nella cittadella segnava trascorsa

la prima metà dell'ora seconda, la legione in grande tenuta, con tutti

i suoi stendardi ed insegne, discese dal monte Sulpio, e, quando

l'ultima fila dell'ultima coorte sparì dall'altra parte del ponte,

Antiochia si poteva dire letteralmente abbandonata; non già che il

Circo potesse contenere tutta la moltitudine, ma ciò non ostante tutta

la moltitudine era andata al Circo.

Una galera riccamente addobbata andò a prendere il Console nell'isola,

e quando il grande personaggio discese allo scalo, e la legione

presentò le armi, per un istante la pompa militare fece dimenticare

agli spettatori la maggiore attrattiva del Circo.

All'ora terza l'Anfiteatro poteva dirsi completamente riempito; uno

squillo di fanfara ordinò il silenzio, e tosto gli sguardi di oltre

centomila persone si fissarono sopra un edificio del lato orientale

dello stadio. Quivi sorgeva la celebre Porta Pompae, un arco poderoso

che reggeva la tribuna consolare, magnificamente adorna di vessilli

e di fiori, dove, circondato dalle insegne della legione, siedeva il

console Massenzio. A destra e sinistra dell'arco, a livello del suolo,

si aprivano i _carceres_, o stalli, ciascuno difeso da un proprio

cancello. Sopra gli stalli correva una cornice, coronata da una bassa

balaustrata; quindi si alzavano, una sopra l'altra, le ampie gradinate

di marmo, occupate da una splendida folla di alti dignitari militari

e borghesi. Questa mole occupava tutta la larghezza dell'edificio

del Circo, ed era fiancheggiata da torri, le quali, pure aggiungendo

grazia all'architettura dell'edificio, servivano di punto d'appoggio ai

_velaria_, o grandi tende purpuree, tese dall'una all'altra di esse, e

che gettavano un'ombra piacevolissima sopra l'augusta assemblea della

tribuna.

S'immagini ora il lettore di appartenere ai favoriti che siedono in

questo posto privilegiato. A destra e a sinistra, sotto le due torri,

vedrà le due entrate principali. Immediatamente sotto di lui si stende

l'arena, coperta di sabbia finissima e bianca. Nel centro dell'arena

corre un muro largo dieci o dodici piedi, alto cinque o sei, e lungo

precisamente cento ottanta metri, o uno stadio Olimpico. Ad entrambi i

capi di questo muro, lasciando solo un breve intervallo occupato da un

altare, sorgono sopra piedestalli di marmo tre tozzi pilastri conici di

pietra grigia, riccamente scolpiti. Queste sono le due méte, intorno

alle quali gireranno i contendenti. I corridori entreranno sulla

pista alla destra della mèta più vicina, e avranno il muro sempre alla

loro sinistra. Principio e termine della gara hanno luogo di faccia

alla tribuna Consolare, e per questa ragione quelli sono i posti più

ricercati del Circo.

Il limite esteriore della pista è segnato da un muro liscio, solido,

dell'altezza di circa quindici piedi, terminato da una balaustrata come

quella sopra i _carceres_. Se seguiamo la curva di questo balcone, la

troveremo interrotta in tre punti, dove si aprono altrettante porte,

due a nord, ed una ad ovest; quest'ultima adorna di magnifiche sculture

e bassorilievi, è chiamata la Porta del Trionfo, perchè, a giuochi

finiti, i vincitori passeranno sotto il suo arco, il capo coronato di

lauro, e accompagnati da un corteo trionfale.

Immediatamente dietro alla balaustrata laterale ascendono in lunghe

file parallele, e sovrapposte l'una all'altra, i banchi degli

spettatori, offrendo uno spettacolo curioso ed imponente, quello di una

smisurata massa di popolo, in vesti diverse e variopinte. Erano questi

i posti popolari, non coperti da alcuna tenda, privilegio esclusivo

della tribuna.

Avendo ora sott'occhio tutto il complesso del Circo, s'immagini il

lettore il profondo silenzio tenuto dietro allo squillo delle trombe,

doppiamente avvertibile dopo il vocìo e il frastuono che lo avevano

preceduto, durante il quale gli sguardi della moltitudine erano

concentrati tutti quanti sulla Porta Pompae.

Da questa procede un suono di voci e di strumenti, e subito appare

il coro della processione con la quale s'apre lo spettacolo. Prima

il prefetto e le autorità civiche, padrone della festa, in ampie

vesti e con ghirlande sul capo; poi le immagini degli Dei, alcune su

piattaforme portate sulle spalle da schiavi, altre su grandi carri,

splendidamente addobbati; poi ancora i contendenti nei singoli giuochi,

ciascuno nel suo costume caratteristico.

Attraversando lentamente l'Arena, la processione comincia a

fare il giro del circuito. Lo spettacolo è magnifico, imponente.

Come un'onda che s'ingrossa a mano a mano, la precede un coro di

esclamazioni, esprimenti curiosità e ammirazione. Se i fantocci di

carta rappresentanti gli Dei se ne stanno impassibili e silenziosi,

il direttore dei giuochi e le autorità non si mostrano insensibili

alla voce del plauso popolare. Sorridono e si inchinano a destra e a

sinistra.

Gli atleti sono ricevuti con favore ancora più rumoroso, perchè non

v'è uno fra i centosettantamila spettatori che non abbia scommesso

un siclo od un denario sopra uno dei campioni. I nomi dei favoriti

corrono di labbro in labbro, e ghirlande e fiori sciolti piovono dalla

tribuna e dalle gradinate. Ma se gli atleti sono ricevuti con tali

testimonianze d'ammirazione, che dire dell'ovazione fatta all'apparire

delle quadriglie? allo splendore dei cocchi, alla grazia e alla

bellezza dei cavalli, i guidatori aggiungono il fascino personale della

loro apparenza. Le loro tuniche, corte, senza maniche, sono dei colori

prescritti. Un cavaliere accompagna ogni cocchio, tranne quello di

Ben Hur, che ha rifiutato questo onore — forse per diffidenza. Così

pure gli altri hanno elmi sul capo; egli ha la testa scoperta. Al

loro appressarsi gli spettatori si alzano in piedi sopra i banchi, e

il clamore si fa altissimo, assordante; allo stesso tempo la pioggia

dei fiori dalla balaustrata diventa un diluvio, e copre gli uomini, i

cocchi, i cavalli. Ben presto appare evidente che alcuni dei guidatori

sono più favoriti di altri, e a questa rivelazione tiene dietro

l'altra, che ogni individuo del pubblico, uomini, donne, e fanciulli

è fregiato dei colori di uno dei contendenti, più spesso in forma di

nastro sul petto o nei capelli; ora il nastro è verde, ora giallo,

ora azzurro, ma esaminando attentamente la moltitudine, si vede che i

colori dominanti sono due: il bianco, e il misto porpora ed oro.

In una gara moderna, e in una assemblea come questa, che ha giuocato

somme enormi sui singoli concorrenti, la preferenza sarebbe determinata

dalla qualità dei cavalli e dalla abilità conosciuta dei guidatori; qui

invece la nazionalità dettava le norme.

Se il Bizantino ed il Sidonio non avevano che un esiguo numero di

aderenti, la ragione era da ricercarsi nel fatto che le loro città

erano scarsamente rappresentate sui banchi. D'altra parte i Greci,

quantunque assai numerosi, erano divisi fra il Corinzio e l'Ateniese,

facendo uno sfoggio relativamente povero di colori verdi e gialli.

Lo scarlatto ed oro di Messala non avrebbe avuto sorte migliore, se i

cittadini di Antiochia, proverbialmente una razza di cortigiani e di

parassiti, non avessero concesso il favore del loro appoggio ai Romani,

adottando il colore da quelli preferito. Rimanevano la popolazione del

contado, gli Ebrei, i Siri, gli Arabi, e questi, per solidarietà con

Ben Hur ed Ilderim, per la fiducia che nutrivano nei cavalli dello

sceicco, ma massimamente in odio al Romano, che essi speravano di

vedere battuto ed umiliato, portavano il color bianco, e formavano il

partito più rumoroso se non il più numeroso di tutti.

A mano a mano che i cocchi procedono sopra il percorso, l'eccitamento

si accresce; alla seconda mèta, specialmente nelle gallerie, dove

il bianco è il colore dominante, le grida del pubblico scrosciano

altissime e i fiori piovono più fitti.

— «Messala! Messala!» —

— «Ben Hur! Ben Hur!» —

Tali sono le grida.

Passata la processione, le persone riprendono i loro posti e continuano

i discorsi.

— «Ah, per Bacco! com'era bello!» — esclama una donna che il nastro nei

capelli proclama del partito Romano.

— «E come è magnifico il suo cocchio!» — risponde un vicino del

medesimo partito.

— «È tutto oro ed avorio. Giove gli conceda la vittoria!» —

Sul banco di dietro le opinioni erano diverse.

— «Cento sicli sopra l'Ebreo!» — gridò una voce stridula.

— «Non esser troppo temerario» — gli sussurra un amico. — «Questi

giuochi sono vietati dalla legge e la maledizione del Signore potrebbe

cadere sul figlio d'Israele.» —

— «È vero; ma hai tu veduto mai un portamento più sicuro o più

disinvolto? E che braccio è il suo!» —

— «E che cavalli!» — dice un terzo.

— «E dicono ch'egli conosca tutti gli accorgimenti dei Romani» —

aggiunge un quarto.

Una donna completa l'elogio:

— «Sì, ed egli è ancora più bello del Romano!» —

Incoraggiato da queste testimonianze l'uomo grida nuovamente: — «Cento

sicli sopra l'Ebreo!» —

— «Cretino!» — gli grida un cittadino di Antiochia, dalla sicura

distanza di parecchi banchi. — «Non sai che cinquanta talenti sono

giuocati contro di lui, uno contro sei, su Messala. Nascondi i tuoi

sicli se non vuoi che Abramo ti fulmini.» —

— «O asino di Antiochia! cessa di ragliare. Non sai tu che Messala ha

scommesso contro se stesso?» —

Tale la risposta, astutamente bugiarda.

E così di banco in banco si moltiplicavano il vociare e le contese, non

tutte pacifiche.

Quando finalmente la marcia fu terminata, e la Porta Pompae si chiuse

sull'ultimo vessillifero, Ben Hur sapeva che il suo desiderio era

esaudito.

Gli sguardi dell'Oriente erano fissati sopra la sua gara con Messala.

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 105 / 155 题