Non era quasi caduta la sera, che già l'Omfalo, il centro della città,
rigurgitava di una folla clamorosa e festante, che si versava in due
correnti, al Ninfeo, ad Oriente, e lungo i colonnati di Erode verso
Occidente. Nessuna cornice più grandiosa e più adatta a questo gaio
e spensierato spettacolo poteva immaginarsi, di queste meravigliose
strade fiancheggiate da porticati marmorei, doni di Principi e Re,
alla città regina d'Oriente. L'oscurità era bandita come la malinconia.
Fiaccole e bracieri illuminavano la massa ondeggiante del popolo, che,
cantando, ridendo, e gridando si abbandonava ai piaceri di Apollo e di
Bacco.
Le molte nazionalità rappresentate, se avrebbero stupito un forestiero,
non erano cosa nuova per Antiochia. Una delle missioni del grande
Impero sembra esser stata la fusione degli uomini e il ravvicinamento
dei popoli lontani. E dove era un centro d'autorità Romana, come a Roma
affluivano i rappresentanti dei diversi paesi, con le loro divinità e
con le loro costumanze.
Un particolare però non avrebbe potuto sfuggire all'osservatore quella
sera in Antiochia. Quasi ogni persona portava i colori di una delle
quadrighe annunciate nelle corse di domani. Ora era un nastro, ora
un distintivo, uno scialle, una piuma, significanti la preferenza e
spesso la nazionalità del portatore: così il verde indicava gli amici
di Cleante, l'Ateniese, il nero quelli del Bizantino. Costume questo
antichissimo, che datava probabilmente fin dalle prime gare ai tempi
di Oreste, e proficuo tema di studio a chi voglia indagare fino a
qual punto di follìa gli uomini possono lasciarsi trascinare. Un esame
superficiale avrebbe dimostrato che i colori predominanti erano tre —
verde, bianco, e misto porpora ed oro.
Ma abbandoniamo la via e rechiamoci nel palazzo sopra l'isola.
I cinque grandi candelabri della gran sala sono accesi di fresco. La
compagnia è quella identica a cui abbiamo già presentato il lettore. Il
divano geme sotto il solito peso dei dormienti e di vestaglie gettatevi
alla rinfusa, e dai tavoli sorge il medesimo rumore di dadi.
Ma questa volta la maggioranza non è occupata al giuoco. I giovani
passeggiano in su e in giù, a due, a tre, o si fermano in crocchi a
discorrere. Molti sbadigliano; gli argomenti sono futili: Che tempo
farà domani? I preparativi pei giuochi sono terminati? Le leggi del
Circo di Antiochia sono come quelle di Roma? A dire il vero, i giovani
patrizi soffrono di una noia terribile. Il gravoso lavoro della
giornata è finito; vale a dire, se potessimo dare un'occhiata alle
loro tavolette, le vedremmo coperte di annotazioni e di scommesse,
— scommesse su tutti i capi del programma, sulle corse pedestri, la
lotta, il pugilato, — tutto, tranne sulla corsa dei cocchi.
E perchè non su quella?
Buon lettore, essi non possono trovare un'anima che voglia arrischiare
un denario contro Messala.
Nella sala non vi sono altri colori dei suoi.
Nessuno pensa alla sua sconfitta.
La sua abilità e destrezza non sono esse conosciute? Non fu egli
educato da un _lanista_ Imperiale? I suoi cavalli non vinsero il Gran
Premio nel Circo Massimo? E poi — ah sì! non è egli Romano?
In un angolo, adagiato comodamente sopra il divano, sta Messala
medesimo.
Intorno a lui, in piedi o seduti, i suoi cortigiani lo tempestano di
domande.
Naturalmente l'argomento è uno solo.
Entrano Cecilo e Druso.
— «Ah!» — esclama il giovine principe, lasciandosi cadere sul divano ai
piedi di Messala: — «Ah, per Bacco, sono stanco!» —
— «Dove sei stato?» — chiede Messala.
— «Nelle vie, fino all'Omfalo, e più in là. Fiumi di gente, ti dico.
La città non è mai stata così affollata. Dicono che tutto il mondo sarà
domani nel Circo.» —
Messala rise con disprezzo.
— «Idioti! Non hanno mai veduto i giuochi Circensi, sotto la direzione
di Cesare medesimo. Ma dimmi, mio Druso, che cosa hai trovato?» —
— «Nulla.» —
— «Cioè — Non ti ricordi?» — disse Cecilo.
— «Che cosa?» — fece Druso.
— «La processione di bianchi.» —
— «Meraviglioso!» — esclamò Druso. — «Abbiamo incontrato un gruppo di
bianchi, con uno stendardo. Ma — ah, ah, ah!» —
Ricadde indietro ridendo.
— «Crudele Druso, perchè non continuare?» — disse Messala.
— «Feccia del deserto, erano, o Messala, e spazzini del Tempio di
Gerusalemme. Che cosa avevano da vedere con me?» —
— «No,» — disse Cecilio — «Druso ha paura che ridiate alle sue spese.
Ma io non temo, o Messala.» —
— «Parla tu, allora.» —
— «Dunque, abbiamo fermato la processione, e....» —
— «Abbiamo loro offerto una scommessa» — disse Druso, interrompendo, e
togliendo le parole di bocca al suo parassita. — «Un piccolo individuo
tutto rugoso uscì dalla fila ed accettò. Io estrassi le mie tavolette.
— «Chi è il tuo campione?» — gli chiesi. — «Ben Hur, l'Ebreo,» —
egli rispose. Io gli faccio: — «La posta? Quanto?» — Egli rispose. —
«Un.... un....» — Scusami Messala, ma pel fulmine di Giove, non posso
continuare dal gran ridere! Ah, ah, ah!» —
Gli ascoltatori si volsero verso Cecilio. Messala lo guardò.
— «Un siclo!» — disse questi.
— «Un siclo! Un siclo!» —
Uno scoppio di risa tenne dietro alla risposta.
— «E che cosa fece Druso?» — chiese Messala.
In questo momento un grande rumore si levò presso la porta e i
giovani si precipitarono in quella direzione. Crescendo il frastuono,
anche Cecilio si strappò dal divano, solo volgendosi per dire: —
«Il nobile Druso, o Messala, intascò le sue tavolette, e rinunciò al
siclo.» —
— «Un bianco! Un bianco!» —
— «Per di qui, per di qui!» —
Queste ed altre esclamazioni echeggiarono nella sala coprendo ogni
altra parola. I giuocatori abbandonarono i bossoli; gli addormentati
si svegliarono, si stropicciarono gli occhi, tirarono fuori le loro
tavolette, e si unirono al gruppo.
— «Io scommetto....» —
— «Ed io....» —
— «Anch'io.» —
La persona fatta segno a questa calorosa accoglienza era il
rispettabile Ebreo di cui facemmo conoscenza insieme a Ben Hur, a bordo
della nave che lo portava da Cipro ad Antiochia.
Il suo portamento era grave, cortese, vigile. La veste era bianchissima
come pure il turbante che gli cingeva il capo. Inchinandosi e
sorridendo, si avvicinò lentamente al tavolo centrale. Arrivatovi,
raccolse con un gesto dignitoso le pieghe della toga, si sedette, e
alzò la mano. Lo scintillare di un gioiello sull'anulare, contribuì non
poco al silenzio che seguì.
— «Romani — illustri Romani — Vi saluto!» — egli disse.
— «Mi piace la sua disinvoltura, per Giove! Chi è?» — chiese Druso.
— «Un cane d'Israele — Samballat di nome — fornitore dell'esercito;
domiciliato in Roma, immensamente ricco; diventato tale defraudando
i Romani. Una testa fina, che ti sa tessere trame più sottili di
quelle dei ragni. Andiamo, per la zona di Venere! Vediamo se possiamo
spillargli denari.» —
Così dicendo, Messala si alzò e con Druso raggiunse la folla che
accerchiava l'Ebreo.
— «Ho saputo in istrada» — egli diceva, tirando fuori le sue tavolette
e collocandole aperte sopra il tavolo, — «che la disperazione regnava
nel palazzo, perchè non si trovava chi accettasse scommesse contro
Messala. Gli Dei, sapete, richiedono sacrifici, ed eccomi pronto.
Vedete il mio colore. Passiamo agli affari. Prima le quotazioni, poi le
somme. A cosa mi date Messala?» —
La sua audacia sembrava sbalordire i suoi ascoltatori.
— «Presto!» — egli disse. — «Ho un appuntamento col Console.» —
Lo stimolo sortì il suo effetto.
— «A due!» — gridò una mezza dozzina di voci.
— «Che?» — esclamò il fornitore, stupito. — «Soltanto a due, un
Romano!» —
— «Tre, allora.»
— «Tre, soltanto tre? — e il mio favorito non è che un cane d'un Ebreo!
Datemi quattro.» —
— «Quattro sia!» — esclamò un ragazzo, punto dallo scherno.
— «Cinque — datemi cinque» — disse subito il fornitore.
Un profondo silenzio cadde sopra l'assemblea.
— «Il Console, padrone mio e vostro, mi attende.» —
Il silenzio parve oltraggioso a molti.
— «Datemi cinque — per l'onore di Roma, cinque.» —
— «Cinque sia» — esclamò una voce.
Un clamoroso urrà accolse le parole. Vi fu un movimento nella folla che
si spartì a destra e sinistra, e Messala apparve.
— «Cinque siano» — egli disse.
E Samballat, sorridendo, si preparò a scrivere.
— «Se Cesare morisse domani, Roma non sarebbe del tutto derelitta. Vi è
almeno uno degno di prendere il suo posto. Dammi sei.» —
— «Siano sei» — rispose Messala.
Vi fu un altro urlo più forte del primo.
— «Sei siano» — ripetè Messala. — «Sei contro uno — la differenza
fra un Romano e un Giudeo. Ed ora che l'hai scoperta, o protettore
della carne suina, passiamo alla posta. — La somma, presto. Il
console potrebbe mandarti a chiamare e noi resteremmo privi della tua
presenza.» —
Samballat prese in buona parte la risata che tenne dietro a queste
parole, e scrisse tranquillamente, poi offrì le tavolette a Messala.
— «Leggi, leggi!» — gridarono tutti.
E Messala lesse:
— «Mem.» — Corsa di cocchi. Messala di Roma, scommette con Samballat
pure di Roma, dicendo che batterà l'Ebreo Ben Hur. Posta, venti
talenti. Quotazione di Messala, uno contro sei.
_Testimoni._ SAMBALLAT.
Non una parola, non un respiro turbò il profondo silenzio della sala.
Nessuno si mosse.
Messala fissava le tavolette, mentre gli occhi del fornitore fissavano
lui.
Egli sentì quello sguardo, e pensò rapidamente. Da questo posto egli
aveva dettata la legge ai suoi compagni. Essi lo avrebbero ricordato.
Se egli si rifiutava di firmare, la sua superiorità era sparita per
sempre. Eppure egli non poteva firmare, non possedeva la somma di cento
talenti; neppure un quinto di essa. La sua mente si oscurò. La lingua
si rifiutò di parlare, le guancie impallidirono. Un istante rimase in
questo stato, poi gli venne un'idea.
— «Cane di un Ebreo!» — egli disse. — «Dove hai tu venti talenti? falli
vedere.» —
Il sorriso provocante di Samballat si accentuò.
— «Ecco» — disse offrendo un foglio a Messala.
— «Leggi, leggi!» — risuonò tutto all'intorno.
Messala lesse:
— «_Antiochia — Tamuz, 16 giorno._
Il portatore, Samballat di Roma, è accreditato presso di me per la
somma di cinquanta talenti, moneta Romana.