La notte successiva, intorno all'ora quarta, Ben Hur stava sul terrazzo
del grande magazzeno, al fianco di Ester. Sotto di essi si agitava la
medesima folla rumorosa di operai, marinai, facchini, che lavorando
al lume delle torcie avevano l'aspetto di genii di qualche fantastica
favola orientale. Si stava caricando una galera che doveva partire sul
far del giorno. Simonide non era ancora tornato dal suo ufficio, nel
quale, all'ultimo momento, avrebbe consegnato al capitano del vascello
l'ordine di procedere direttamente fino al Porto d'Ostia, sbarcarvi un
passeggero, e continuare, con suo comodo, per Valenza, sulla costa di
Spagna.
Il passeggero è un agente di Simonide e si reca a Roma per vendere i
fondi lasciati dal duumviro Arrio. Quando la nave avrà levata l'ancora,
e la sua prua sarà vôlta ad occidente, Ben Hur sarà irrevocabilmente
astretto all'impresa di cui si è parlato la notte prima. Se egli vuol
mutare pensiero, se egli si pente dell'accordo conchiuso con Ilderim,
egli è ancora in tempo di revocarlo. Egli è il padrone, e non ha che a
dire una parola.
Tali erano i suoi pensieri mentre dall'alto della terrazza, con
le braccia incrociate, guardava fisso dinanzi a sè, come un uomo
agitato dal dubbio. Giovine, bello, ricco, abituato ai circoli più
aristocratici di Roma, con quante voci eloquenti le tentazioni
del mondo gli lanciavano i loro appelli seducenti! Come gravosa
doveva sembrargli la vita di sacrifici e di pericoli ch'egli stava
per abbracciare! Possiamo immaginare anche gli argomenti che lo
incalzavano: L'impresa disperata di una lotta con Cesare, l'incertezza
che velava la venuta del Re, e tutto ciò che a lui si riferiva; gli
agi, gli onori, l'autorità, che le ricchezze gli potevano procurare;
e sopra tutto la vita tranquilla fra i nuovi amici che egli aveva
trovato. Soltanto coloro che per anni hanno pellegrinato soli e
desolati di paese in paese, possono apprezzare la forza di questo
ultimo appello. Aggiungiamo a questi argomenti la voce del mondo,
astuta, carezzevole, che sempre mormora al debole: — «Fermati: non ti
muovere da dove stai bene,» — presentando sempre i lati più attraenti
della vita, la voce del mondo era in questo caso aiutata da quella
d'una donna.
— «Sei mai stata a Roma?» — egli chiese alla sua compagna.
— «No» — rispose Ester.
— «Ti piacerebbe andarvi?» —
— «Non credo.» —
— «Perchè?» —
— «Ho paura di Roma.» — Essa disse, con un lieve tremore nella voce.
Egli guardò la piccola figura di bimba al suo lato. Nella penombra non
poteva discernere il suo volto; le sue stesse forme erano indistinte.
L'immagine di Tirzah gli si ripresentò alla mente, e una grande
tenerezza lo prese. Così la sorellina perduta stava con lui sopra
il tetto della casa, quella mattina fatale dell'accidente di Grato.
Povera Tirzah! Dov'era essa? Ester gli diventò quasi santa a quel mesto
ricordo. Egli non avrebbe mai potuto considerarla come sua schiava,
e, se lo era legalmente, questo lo avrebbe anzi spronato ad usarle la
massima cortesia e rispetto.
— «Io non posso pensare a Roma» — essa esclamò con voce calma, e
parlando con quel suo dolce fare di donna. — «Io non posso pensare
a Roma come una città di templi e palazzi, affollata di abitanti;
per me essa è un mostro che stende le sue spire in tutte le terre,
che affascina gli uomini col magico splendore dei suoi occhi verdi e
cattivi, e li trae alla loro rovina, un mostro non mai sazio di sangue.
Perchè....» —
Essa esitò, abbassò gli occhi, e si fermò.
— «Continua» — disse Ben Hur, rassicurandola.
Essa si fece più presso a lui e alzò il viso verso il suo. — «Perchè
vuoi fartene una nemica? Perchè non rimanere in pace con essa e vivere
tranquillo? Tu hai avuto molti dolori; hai sopravvissuto alle insidie
dei tuoi avversari; hai penato tutta la tua gioventù; perchè non dare
al piacere gli anni che ti rimangono?» —
Il volto della fanciulla gli sembrava diventar più pallido e
avvicinarsi sempre più, mentre la sua preghiera lo incalzava. Egli si
chinò sopra di lei e chiese, sommessamente:
— Che cosa vorresti ch'io facessi, Ester?» —
Essa ebbe un momento di esitazione, e poi chiese a sua volta:
— «È molto bella la tua villa presso Roma?» —
— «È bellissima, un palazzo in mezzo a giardini e boschi, con fontane,
statue, colline coperte di vigneti; in vista del Vesuvio e di Napoli,
col suo mare azzurro popolato da bianche vele irrequiete. Cesare
possiede una villa lì vicino, ma a Roma dicono che la vecchia villa di
Arrio è più bella.» —
— «E la vita vi è tranquilla?» —
— «Mai giorno d'estate o notte di plenilunio era più tranquillo del
soggiorno in essa, tranne quando venivano visite. Ora che il vecchio
padrone è morto, e la proprietà è mia, non v'è nulla che ne interrompa
il silenzio, se non il mormorio dei ruscelli, e delle fontane o il
canto degli uccelli. Giorno succede a giorno. I fiori sbocciano,
sfoggiano al sole i loro mille colori, poi avvizziscono, e danno luogo
a nuovi bocci e a frutti. Il cielo è sempre eguale, sereno, interrotto
qua e là da qualche cirro candido, passeggero. Era una vita troppo
calma, Ester; che mi rendeva inquieto, collerico, persuadendomi in un
sentimento della mia inutilità ed infingardaggine, — a me, che tanto
aveva da fare! —
Essa guardò lontano sul fiume.
— «Perchè hai chiesto?» — egli domandò.
— «Mio buon padrone....» —
— «No, Ester; non così. Chiamami amico, fratello, se vuoi: io non sono
il tuo padrone, e non voglio esserlo; Chiamami fratello,» —
Egli non potè vedere il rossore che le tinse le guancie e il lampo di
gioia che le brillò negli occhi.
— «Io non posso comprendere» — essa continuò — «come tu possa preferire
una vita come questa, una....» —
— «Una vita di violenza e forse di sangue» egli rispose completando il
periodo.
— «Sì, preferire una tal vita alla lieta esistenza in quella bellissima
villa.» —
— «Ester, tu sbagli. Non si tratta di preferenza. Ahimè! Il Romano
non mi lascia la scelta. Io vado perchè è necessario; s'io resto mi
aspetta la morte nel pugnale di un sicario, in una tazza avvelenata,
nella sentenza di un magistrato corrotto e comprato. Messala e il
procuratore Valerio Grato, sono ricchi col bottino dei miei beni
paterni, e la paura di perdere i loro guadagni li spingerà ad ogni
eccesso. Un accordo pacifico con essi è impossibile, e anche se potessi
comperare la loro amicizia, Ester, non so se lo farei. Io non sono nato
per la pace, e l'irrequietezza ch'io provava sotto gli archi marmorei
della mia villa mi perseguiterebbe dappertutto. Eppoi, non ho io il
sacro compito di cercare i miei cari? Se li trovo, non è mio dovere
vendicarmi sopra coloro che li hanno fatti soffrire; se sono morti,
devo lasciar fuggire i loro assassini? No, il più santo affetto non
potrebbe conciliarmi il sonno della pace, quando la mia coscienza mi
pungesse col rimorso di aver mancato al mio dovere.» —
— «Dunque tutto, tutto è invano?» — essa chiese con voce querula.
Ben Hur prese la sua mano.
— «La mia felicità ti è dunque di tanto momento?» —
— «Si» — essa rispose semplicemente.
La mano era tiepida e piccola, e tremava nella sua palma. Allora
l'immagine dell'Egiziana gli balenò davanti; così slanciata, così
audace, con la sua adulazione sagace, il suo spirito pronto, con la sua
meravigliosa bellezza. Egli portò la mano alle sue labbra e disse:
— «Tu sarai una seconda Tirzah per me, Ester.» —
— «Chi è Tirzah?» —
— «La sorellina che il predone Romano mi rubò e che io devo
ritrovare.» —
In quella un fascio di luce si proiettò sul terrazzo. Si voltarono, e
videro Simonide avvicinarsi nella sua poltrona, spinta da un domestico.
Dalla porta aperta si scorgeva la stanza illuminata.
Allo stesso tempo la galera nel fiume alzò le ancore, girò su sè
stessa, e fra un lungo urlo dei marinai e un confuso agitarsi di torce,
si avviò verso l'alto mare — lasciando Ben Hur avvinto alla causa del
Re che doveva venire.