CAPITOLO IX.

La notte successiva, intorno all'ora quarta, Ben Hur stava sul terrazzo

del grande magazzeno, al fianco di Ester. Sotto di essi si agitava la

medesima folla rumorosa di operai, marinai, facchini, che lavorando

al lume delle torcie avevano l'aspetto di genii di qualche fantastica

favola orientale. Si stava caricando una galera che doveva partire sul

far del giorno. Simonide non era ancora tornato dal suo ufficio, nel

quale, all'ultimo momento, avrebbe consegnato al capitano del vascello

l'ordine di procedere direttamente fino al Porto d'Ostia, sbarcarvi un

passeggero, e continuare, con suo comodo, per Valenza, sulla costa di

Spagna.

Il passeggero è un agente di Simonide e si reca a Roma per vendere i

fondi lasciati dal duumviro Arrio. Quando la nave avrà levata l'ancora,

e la sua prua sarà vôlta ad occidente, Ben Hur sarà irrevocabilmente

astretto all'impresa di cui si è parlato la notte prima. Se egli vuol

mutare pensiero, se egli si pente dell'accordo conchiuso con Ilderim,

egli è ancora in tempo di revocarlo. Egli è il padrone, e non ha che a

dire una parola.

Tali erano i suoi pensieri mentre dall'alto della terrazza, con

le braccia incrociate, guardava fisso dinanzi a sè, come un uomo

agitato dal dubbio. Giovine, bello, ricco, abituato ai circoli più

aristocratici di Roma, con quante voci eloquenti le tentazioni

del mondo gli lanciavano i loro appelli seducenti! Come gravosa

doveva sembrargli la vita di sacrifici e di pericoli ch'egli stava

per abbracciare! Possiamo immaginare anche gli argomenti che lo

incalzavano: L'impresa disperata di una lotta con Cesare, l'incertezza

che velava la venuta del Re, e tutto ciò che a lui si riferiva; gli

agi, gli onori, l'autorità, che le ricchezze gli potevano procurare;

e sopra tutto la vita tranquilla fra i nuovi amici che egli aveva

trovato. Soltanto coloro che per anni hanno pellegrinato soli e

desolati di paese in paese, possono apprezzare la forza di questo

ultimo appello. Aggiungiamo a questi argomenti la voce del mondo,

astuta, carezzevole, che sempre mormora al debole: — «Fermati: non ti

muovere da dove stai bene,» — presentando sempre i lati più attraenti

della vita, la voce del mondo era in questo caso aiutata da quella

d'una donna.

— «Sei mai stata a Roma?» — egli chiese alla sua compagna.

— «No» — rispose Ester.

— «Ti piacerebbe andarvi?» —

— «Non credo.» —

— «Perchè?» —

— «Ho paura di Roma.» — Essa disse, con un lieve tremore nella voce.

Egli guardò la piccola figura di bimba al suo lato. Nella penombra non

poteva discernere il suo volto; le sue stesse forme erano indistinte.

L'immagine di Tirzah gli si ripresentò alla mente, e una grande

tenerezza lo prese. Così la sorellina perduta stava con lui sopra

il tetto della casa, quella mattina fatale dell'accidente di Grato.

Povera Tirzah! Dov'era essa? Ester gli diventò quasi santa a quel mesto

ricordo. Egli non avrebbe mai potuto considerarla come sua schiava,

e, se lo era legalmente, questo lo avrebbe anzi spronato ad usarle la

massima cortesia e rispetto.

— «Io non posso pensare a Roma» — essa esclamò con voce calma, e

parlando con quel suo dolce fare di donna. — «Io non posso pensare

a Roma come una città di templi e palazzi, affollata di abitanti;

per me essa è un mostro che stende le sue spire in tutte le terre,

che affascina gli uomini col magico splendore dei suoi occhi verdi e

cattivi, e li trae alla loro rovina, un mostro non mai sazio di sangue.

Perchè....» —

Essa esitò, abbassò gli occhi, e si fermò.

— «Continua» — disse Ben Hur, rassicurandola.

Essa si fece più presso a lui e alzò il viso verso il suo. — «Perchè

vuoi fartene una nemica? Perchè non rimanere in pace con essa e vivere

tranquillo? Tu hai avuto molti dolori; hai sopravvissuto alle insidie

dei tuoi avversari; hai penato tutta la tua gioventù; perchè non dare

al piacere gli anni che ti rimangono?» —

Il volto della fanciulla gli sembrava diventar più pallido e

avvicinarsi sempre più, mentre la sua preghiera lo incalzava. Egli si

chinò sopra di lei e chiese, sommessamente:

— Che cosa vorresti ch'io facessi, Ester?» —

Essa ebbe un momento di esitazione, e poi chiese a sua volta:

— «È molto bella la tua villa presso Roma?» —

— «È bellissima, un palazzo in mezzo a giardini e boschi, con fontane,

statue, colline coperte di vigneti; in vista del Vesuvio e di Napoli,

col suo mare azzurro popolato da bianche vele irrequiete. Cesare

possiede una villa lì vicino, ma a Roma dicono che la vecchia villa di

Arrio è più bella.» —

— «E la vita vi è tranquilla?» —

— «Mai giorno d'estate o notte di plenilunio era più tranquillo del

soggiorno in essa, tranne quando venivano visite. Ora che il vecchio

padrone è morto, e la proprietà è mia, non v'è nulla che ne interrompa

il silenzio, se non il mormorio dei ruscelli, e delle fontane o il

canto degli uccelli. Giorno succede a giorno. I fiori sbocciano,

sfoggiano al sole i loro mille colori, poi avvizziscono, e danno luogo

a nuovi bocci e a frutti. Il cielo è sempre eguale, sereno, interrotto

qua e là da qualche cirro candido, passeggero. Era una vita troppo

calma, Ester; che mi rendeva inquieto, collerico, persuadendomi in un

sentimento della mia inutilità ed infingardaggine, — a me, che tanto

aveva da fare! —

Essa guardò lontano sul fiume.

— «Perchè hai chiesto?» — egli domandò.

— «Mio buon padrone....» —

— «No, Ester; non così. Chiamami amico, fratello, se vuoi: io non sono

il tuo padrone, e non voglio esserlo; Chiamami fratello,» —

Egli non potè vedere il rossore che le tinse le guancie e il lampo di

gioia che le brillò negli occhi.

— «Io non posso comprendere» — essa continuò — «come tu possa preferire

una vita come questa, una....» —

— «Una vita di violenza e forse di sangue» egli rispose completando il

periodo.

— «Sì, preferire una tal vita alla lieta esistenza in quella bellissima

villa.» —

— «Ester, tu sbagli. Non si tratta di preferenza. Ahimè! Il Romano

non mi lascia la scelta. Io vado perchè è necessario; s'io resto mi

aspetta la morte nel pugnale di un sicario, in una tazza avvelenata,

nella sentenza di un magistrato corrotto e comprato. Messala e il

procuratore Valerio Grato, sono ricchi col bottino dei miei beni

paterni, e la paura di perdere i loro guadagni li spingerà ad ogni

eccesso. Un accordo pacifico con essi è impossibile, e anche se potessi

comperare la loro amicizia, Ester, non so se lo farei. Io non sono nato

per la pace, e l'irrequietezza ch'io provava sotto gli archi marmorei

della mia villa mi perseguiterebbe dappertutto. Eppoi, non ho io il

sacro compito di cercare i miei cari? Se li trovo, non è mio dovere

vendicarmi sopra coloro che li hanno fatti soffrire; se sono morti,

devo lasciar fuggire i loro assassini? No, il più santo affetto non

potrebbe conciliarmi il sonno della pace, quando la mia coscienza mi

pungesse col rimorso di aver mancato al mio dovere.» —

— «Dunque tutto, tutto è invano?» — essa chiese con voce querula.

Ben Hur prese la sua mano.

— «La mia felicità ti è dunque di tanto momento?» —

— «Si» — essa rispose semplicemente.

La mano era tiepida e piccola, e tremava nella sua palma. Allora

l'immagine dell'Egiziana gli balenò davanti; così slanciata, così

audace, con la sua adulazione sagace, il suo spirito pronto, con la sua

meravigliosa bellezza. Egli portò la mano alle sue labbra e disse:

— «Tu sarai una seconda Tirzah per me, Ester.» —

— «Chi è Tirzah?» —

— «La sorellina che il predone Romano mi rubò e che io devo

ritrovare.» —

In quella un fascio di luce si proiettò sul terrazzo. Si voltarono, e

videro Simonide avvicinarsi nella sua poltrona, spinta da un domestico.

Dalla porta aperta si scorgeva la stanza illuminata.

Allo stesso tempo la galera nel fiume alzò le ancore, girò su sè

stessa, e fra un lungo urlo dei marinai e un confuso agitarsi di torce,

si avviò verso l'alto mare — lasciando Ben Hur avvinto alla causa del

Re che doveva venire.

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 101 / 155 题