CAPITOLO VI.

Ben Hur s'inoltrò insieme alla processione. Non aveva la curiosità

di chiedere ove si andava, e bastava, per appagarlo, la vaga

impressione che fossero tutti avviati verso i templi, magnifici centri

d'attrazione.

Ad un tratto, egli tornò a mormorare: — «Meglio essere un verme e

nutrirsi delle more di Dafne, che essere ospite d'un Re,» — e ripetendo

quelle parole come un ritornello chiese fra sè: — «Era poi così dolce

la vista nel Bosco? In che consisteva l'incanto? Forse in quella

dottrina filosofica spiegata dai sacerdoti dei templi? O era essa

una realtà, non percettibile ai sensi? Ogni anno migliaia d'esseri

rinunciavano al mondo per entrare qui. Lo trovavano essi il fascino?

E quando lo avevan trovato bastava esso a generare un oblìo tale da

escludere dalla mente tutti i tedi e i dolori della vita? Se il Bosco

era loro così benefico perchè non lo sarebbe anche a lui? Egli era

Ebreo: possibile che le cose buone del mondo fossero per tutti fuorchè

pei figli d'Abramo?

Le sue facoltà si concentrarono per sciogliere il quesito, senza badare

ai canti degli oblatori ne ai motteggi dei suoi compagni.

Volse gli occhi al cielo come per trovarci una soluzione; era turchino,

sì molto turchino; l'aria risuonava dei garriti delle rondini; ma lo

stesso colore aveva il cielo sovrastante alla città.

Più in là, fuori dei boschi, a destra, una deliziosa brezza, carica di

profumi, lo accarezzò per un istante, ed egli, insieme agli altri, si

fermò a guardare la direzione donde la brezza proveniva.

— «Forse da quel giardino laggiù?» — chiese ad un suo vicino.

— « Piuttosto da qualche cerimonia sacerdotale: un sacrificio in onore

di Diana, di Pane o di qualche Divinità silvestre.» —

La risposta era nella sua lingua nativa. Ben Hur guardò sorpreso lo

sconosciuto.

— «Un Ebreo?» — gli chiese.

L'individuo rispose con un sorriso rispettoso.

— «Nacqui a pochi passi dalla piazza di Gerusalemme.» —

Ben Hur era sul punto di continuare il discorso, quando, un

improvviso movimento della folla lo spinse da una parte e trascinò

in un'altra direzione il suo interlocutore. La solita veste, una

tela bruna in capo, legata con una corda gialla, ed un volto ebraico

pronunciatissimo, fu quanto Ben Hur potè ricordare dello sconosciuto.

Era arrivato a un punto ove i sentieri cominciavano a internarsi nei

boschi e offrivano pertanto una favorevole occasione per staccarsi

dall'assordante processione. Ben Hur non tardò ad approfittarne.

Incominciò col penetrare in una folta boscaglia, canora pei canti

di molti uccelli. I cespugli erano, o in fiore, o portavano frutti.

Al piede degli alberi si stendeva un soffice tappeto erboso, mentre

piante di gelsomini e d'edera si arrampicavano su tralci, ricadendo

dai rami in forma di pergolato. L'aria era pregna dei profumi della

siringa-persica, della rosa, del giglio, del leandro, della fragola,

e, perchè nulla mancasse alla felicità delle ninfe e delle najadi, un

ruscelletto serpeggiava lentamente frammezzo ai fiori.

Procedendo oltre lo salutò il grido del piccione e il tubare delle

tortorelle; alcuni merli non si mossero neppure al suo avvicinarsi

e un usignuolo rimase tranquillamente al suo posto, quantunque egli

passasse a un braccio di distanza dal ramo su cui posava. Una quaglia,

seguita dai suoi piccini, lo precedeva saltellando. Essendosi fermato

un istante per non spaventarli, vide improvvisamente sbucare da una

siepe una forma umana, trasalì. Gli era dato veramente di vedere un

satiro? Osservò più attentamente, e là suggestione del luogo essendosi

dissipata, rise fra di sè, vedendo un innocente agricoltore che teneva

in mano un falcetto da potar viti. La pace senza il timore, era questo

l'epitome e il significato del tempio di Dafne!

Sedette all'ombra di un cedro, le cui radici grigiastre pescavano

in parte nell'acque di un ruscello. Il nido d'una cingallegra si

specchiava nelle limpide onde, e la cingallegra stessa, facendo

capolino, lo fissava negli occhi, come esprimendo un muto invito. —

«Sembra che voglia dirmi:» — pensò Ben Hur — «Non ho paura di te. La

legge che governa questi luoghi è l'Amore.» — Sì, l'incanto del bosco

gli appariva ormai chiaro; ne fu contento, e decise di unirsi alla

schiera dei perduti di Dafne. Incaricato della custodia dei fiori e

degli arbusti, cercando lo sviluppo delle miti bellezze di quei luoghi,

non potrebbe egli, come l'uomo del falcetto, rinunciare ai triboli

della vita, rinunciarvi dimenticando e dimenticato?

Ma il suo sangue Ebraico si ribellò a questo progetto. L'incanto di

Dafne poteva bastare a certa gente; sarebbe stato sufficiente per lui?

L'amore è delizioso, ah sì, massime dopo tante sofferenze che egli

aveva provate, ma era poi tutto nella vita, tutto?

Una profonda differenza correva fra di lui e quegli spensierati seguaci

di Dafne. Essi non avevano doveri, non potevano averne avuti mai,

mentre egli...

— «Dio d'Israele!» — gridò a voce alta, balzando in piedi con le

guancie infocate — «Madre, Tirzah! Maledetto il luogo, maledetto il

pensiero, che mi distacca da voi!» —

A passi precipitati uscì dal boschetto degli aromi, e pervenne ad un

corso d'acqua dagli argini murati, sopra il quale metteva un ponte; vi

salì e da questo vide una serie di ponti, ciascuno di foggia diversa

dagli altri, prolungantisi infinitamente seguendo i molteplici meandri

del fiume. L'acqua limpida, profonda e tranquilla sotto di lui, un poco

più in giù si gettava rumorosa e spumeggiante da un banco di scogli,

formando una piacevole cascata. Il paesaggio che si stendeva davanti

ai suoi occhi era incantevole: ampie vallate e colline ondeggianti

con boschi, laghi, edifici fantastici, collegati gli uni con gli altri

da bianchi sentieri, e scintillanti torrenti. I prati erano verdi ed

ingemmati di fiori; qua e là greggi di pecore candide brucavano l'erba.

I loro belati, le voci e i canti dei pastori si udivano tratto tratto

portati dal vento. Sopra ogni sommità sorgevan altari a cielo scoperto,

ognuno dei quali era servito da una figura bianco-vestita, e ai quali

traevano numerose processioni di persone pure vestite di bianco. Quali

misteri dovevano celarsi in un quadro così meravigliosamente bello!

Lentamente Ben Hur ricuperò la padronanza de' suoi pensieri e si scosse

dalla specie di estasi in cui era caduto.

Una rivelazione gli balenò tutto ad un tratto alla mente. Allora

soltanto si accorse che il bosco era tutto un tempio, un tempio

vastissimo senza mura nè tetto!

Mai nessuno aveva veduto un simile tempio.

L'architetto non si era preoccupato di colonne e di porticati, di

proporzioni e di misure. Egli si era semplicemente ed assai bene

servito della natura. L'arte non poteva far dippiù. Fu così che

l'astuto figliuolo di Giove e di Calisto creò l'Arcadia, e, nell'un

caso come nell'altro, trionfò il genio ideatore Greco.

Dal ponte Ben Hur passò nella valle più vicina. Si appressò ad un

gregge di pecore, custodito da una fanciulla che con un gesto gli fece:

— «Vieni!»

Più in là il sentiero circuiva un'altura, un piedestallo di nero

gnais, avente per cappello una lastra di marmo bianco artisticamente

tagliata, sopra il quale sorgeva un braciere di bronzo. Poco discosta,

una donna, vedutolo, agitò una verga di salice ed al suo passaggio

gli disse: — «Fermati» — accompagnando la parola con un'irresistibile

sorriso di voluttuose promesse. Più lungi ancora s'imbattè in una

delle processioni, alla testa della quale una turba di piccole

fanciulle, nude e inghirlandate, cantavano, con vocine stridule,

seguite da un gruppo di giovinetti, nudi anch'essi ed abbronzati dal

sole, accompagnanti colle danze il canto delle fanciulle; dietro ad

essi veniva la processione, formata tutta di donne che recavano agli

altari cesti di spezie e di dolci, donne vestite con una semplicità

che poco celava allo sguardo. Mentre egli passava, alzarono le mani ed

esclamarono in coro: — «Fermati e vieni con noi!» — ed una Greca recitò

una strofa d'Anacreonte:

Poichè oggi io prendo e dono,

Poichè lieto è il mio cammino,

Vieni e godi o pellegrino:

Chi t'accerta del diman?

Ma, indifferente, egli proseguì la sua via finchè si trovò all'ingresso

di un rigoglioso boschetto nel cuor della valle donde questa apparve

più bella ed incantevole all'occhio dell'osservatore.

Dall'ombra degli alberi emanava una molle seduzione. L'erba ai

loro piedi era pochissima e soffice. Tutte le varietà orientali

d'alberi e di cespugli erano rappresentate da splendidi esemplari,

che s'alternavano con piante esotiche e strane; gruppi di palme dai

pennacchi regali; siccomori e lauri; quercie frondose e cedri più

maestosi dei loro classici prototipi del Libano; gelsi e terebinti e

semprevivi; un paradiso terrestre. In mezzo ad una radura sorgeva una

statua di meravigliosa bellezza, raffigurante Dafne, la Dea protettrice

del luogo. Ai piedi della statua, coricati sopra una pelle di tigre,

addormentati, Ben Hur vide una fanciulla ed un giovane abbracciati in

un amoroso amplesso. Un falcetto ed un canestro rovesciato giacevano

loro appresso, e, da quest'ultimo, usciva un mucchio di rose formando

una cascata di fiori sopra il prato.

Ben Hur si ritrasse con un senso di profonda vergogna. Nel boschetto

degli aromi egli aveva creduto di scoprire l'incanto misterioso del

luogo ove regnasse pace senza timore e quasi aveva ceduto a quel

fascino dolce e sereno; ora, da quell'esotico amplesso in pieno

giorno, lì, ai piedi di Dafne, ebbe una nuova rivelazione. Il principio

imperante nel luogo era l'amore, ma l'amore fuori della legge.

Questa era la pace dolcissima di Dafne!

Questo lo scopo della vita dei suoi ministri!

A questo segno un clero astuto aveva asservito la natura, gli uccelli

dell'aria, i fiumi, i fiori, il lavoro dell'uomo, la santità degli

altari, il fecondo bacio del sole!

I seguaci della Ninfa, i devoti di quel gran tempio a cielo scoperto,

anche quelli che col lavoro delle loro braccia lo mantenevano in

quello stato di magnificenza e di perfezione, destarono un senso di

disgusto e di sdegno nel petto di Ben Hur, ora che il movente delle

loro azioni non gli era più un mistero. Certo v'eran stati alcuni

che, gemendo sotto un fardello di triboli troppo gravi a sopportarsi

si erano lasciati attirare dalle promesse di pace che offriva loro

il soggiorno in un luogo consacrato, alla cui bellezza, in mancanza

d'altri doni, essi pagavano un tributo col loro lavoro; ma, certamente,

non era di questi che si componeva la grande maggioranza dei fedeli.

Ampie e dorate erano le reti che Apollo tendeva in ogni parte ai suoi

seguaci, e sotto le maghe; ma nessuna eguagliava lo splendore del Bosco

di Dafne. A questo traevano tutti i libanti del mondo, i sensualisti

d'oriente e d'occidente. I loro voti non si ispiravano a nessuna

nobile esaltazione, a nessun zelo pel Dio del canto o per l'infelice

sua amante, a nessun principio filosofico che prescrivesse la calma

dell'eremo e il raccoglimento della natura, il conforto della religione

e i riti di un amore elevato e sereno. In quell'età due soli popoli

sarebbero stati capaci di assurgere a tale altezza di concezione:

quello retto dalle leggi di Mosè, e quello cui Brama reggeva. Essi soli

avrebbero potuto esclamare: — «Meglio la legge senza amore che l'amore

senza la legge.» —

Ben Hur continuò la sua strada, tenendo la testa alta, come chi,

pure apprezzando le delizie che lo attorniano, sa contemplare con la

calma derivante da una chiara percezione del suo valore. Il pensiero

d'essersi quasi lasciato adescare da quelle fallaci insidie, richiamava

di tanto in tanto un sorriso sulle sue labbra.

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 57 / 155 题