CAPITOLO V.

Tutto l'equipaggio era desto e si preparava al combattimento. Gli

ufficiali erano al loro posto. I soldati avevano impugnate le armi

e munivano i baluardi, in doppia fila, come i legionarî. Casse di

giavellotti e faretre piene di freccie erano ammucchiate sul ponte.

Presso al boccaporto centrale erano disposti serbatoi d'olio, e

proiettili incandescenti, pronti ad essere lanciati sopra il nemico.

Altri fanali furono accesi; apprestate secchie d'acqua per servire in

caso d'incendio. I rematori di ricambio stavano schierati davanti al

capo ed erano custoditi da alcune guardie. Ben Hur, che fortunatamente

si trovava fra essi, tendeva l'orecchio al rumore degli ultimi

preparativi e vedeva i marinai che ammainavano le vele, spiegavano

le reti, caricavano le macchine, e appendevano gli scudi di cuoio ai

parapetti della nave. Quindi un profondo silenzio si fece sulla galera,

un silenzio pieno di incerta paura e di attesa.

Un ordine fu dato sul ponte e comunicato attraverso un boccaporto al

capo degli schiavi. I remi si arrestarono di colpo.

Che cosa significava ciò?

Ciascuno dei centoventi schiavi incatenati ai banchi si fece questa

domanda. Non erano animati da alcun sentimento di amor di patria,

da alcun senso d'onore o di dovere. Provavano soltanto il fremito

di uomini che una forza cieca e inesorabile spinge incontro ad un

pericolo. Il più ottuso di essi si fece questa domanda, ma nessuno

pensava a ciò che ne poteva derivare per loro. Incatenati ai banchi,

la vittoria non avrebbe che ribadito le loro catene; mentre, in caso di

disastro, incendiata o mandata a picco la nave, ne dividevano la sorte.

Ma Ben Hur pensava ad altro. Un suono come un tuffo di molti remi

nell'acqua intorno a lui, attirò la sua attenzione. L'_Astraea_

dondolava come in mezzo ad onde che si urtavano da parti opposte. Gli

balenò l'idea che una grande flotta fosse vicina, una grande flotta che

manovrasse, che si preparasse probabilmente all'attacco. Il sangue gli

bollì nelle vene a quel pensiero.

Un altro ordine fu dato sul ponte. I remi si tuffarono nell'acqua e la

nave riprese lentamente il suo cammino. Non un rumore si udiva a bordo,

non un rumore veniva dal mare, eppure ogni uomo nella cabina si preparò

istintivamente all'urto; la nave medesima sembrava averlo intuito e

rimaneva silenziosa.

Finalmente un sonoro e prolungato squillo di tromba sul ponte ruppe il

silenzio. Il capo abbassò il martello, e i rematori, chini sui remi,

raddoppiarono i loro sforzi. La nave si slanciò innanzi, tremando

come una creatura animata. Altre trombe si unirono al clamore, quali

a destra e a sinistra, quali di dietro; nessuna suonò davanti, donde

veniva solo un confuso tumulto di voci e di rumori. Vi fu una scossa

violenta. I rematori in piedi, dinanzi al capo, vacillarono; alcuni

caddero. La nave rinculò, riprese la spinta e si avventò con novello

impeto. Grida alte ed acute di uomini atterriti sorsero d'ogni parte

più forti degli squilli delle fanfare e del fracasso dello scontro.

Poi, sotto ai piedi, sotto la chiglia, Ben Hur sentì l'urto e il rumore

sordo di legname frantumato. I forzati si guardarono in viso. Un urlo

di trionfo sorse dal ponte — la prua della nave Romana aveva vinto! Ma

chi erano gli infelici che il mare aveva inghiottito? Di qual paese, di

qual lingua erano essi?

Nessuna pausa, nessuna fermata. L'_Astraea_ continuò la sua corsa.

Alcuni marinai discesero a precipizio le scale, tuffarono le balle di

cotone nei serbatoi d'olio e li passarono gocciolanti ai compagni sul

ponte. Il fuoco doveva aggiungersi ai terrori del combattimento.

In quella la galera si piegò improvvisamente sopra un fianco cosicchè

i rematori della parte opposta a stento poterono conservare il loro

equilibrio. Un altra volta risuonò l'urrà dei Romani. Una nave nemica,

afferrata dai ganci della grande gru girante sulla prua, veniva alzata

nell'aria per esser poi ripiombata nelle onde ed affondata.

Il clamore aumentava d'ogni lato. Di tanto in tanto altri scrosci

seguiti da urli di terrore narravano di altre navi mandate a picco con

tutto il loro equipaggio.

Ma il combattimento non era tutto favorevole ai Romani. Sovente un

soldato o un marinaio erano portati nella cabina e adagiati feriti,

talvolta moribondi, sul suolo.

Spesso nuvole di fumo e di vapore, appestate dall'odore di carne

abbruciata, si versavano attraverso i boccaporti, avvolgendo la cabina

in una densa oscurità, rotta soltanto dal bagliore di qualche fiamma

gialla.

Ansando e boccheggiando, Ben Hur sapeva che passavano attraverso

le vampe di una nave incendiata, che ardeva con tutti i rematori

incatenati ai loro posti.

Improvvisamente l'_Astraea_ si arrestò. I remi balzarono dalle mani

dei forzati, ed essi medesimi furono rovesciati dai sedili. Sul ponte

risuonò il calpestìo furioso di molti piedi, e ai fianchi si udì lo

stritolìo di navi e il frantumarsi di remi. Gli schiavi, si gettarono

per terra o strisciarono in cerca di nascondigli. In mezzo a questo

panico un corpo umano fu lanciato a capofitto attraverso il boccaporto,

ai piedi di Ben Hur.

Egli vide un busto seminudo, una massa di capelli neri spioventi

sul viso, e, sotto, uno scudo di vimini e di cuoio: Un barbaro del

settentrione, cui la morte aveva tolto vendetta e bottino. Come era

venuto in questo luogo? Gli uncini ferrati lo avevano strappato

dal ponte nemico? No, l'_Astraea_ era stata arrembata! I Romani

combattevano sul proprio ponte. Un brivido prese l'Ebreo. Forse Arrio

era assalito, lottava per la propria vita. Se fosse ucciso! Il Dio

d'Abramo non lo voglia! Che sarebbero divenute le speranze ed i sogni

vagheggiati? Madre, sorella, casa, patria, dovrebbe perderli di bel

nuovo? Il tumulto raddoppiò sopra il suo capo; nella cabina tutto era

confusione, i rematori paralizzati sui loro banchi, uomini correnti

qua e là all'impazzata; solo il capo, seduto davanti al suo tavolo,

aspettava impassibile un ordine del tribuno, esempio di quella mirabile

disciplina che aveva soggiogato il mondo.

L'esempio fece bene a Ben Hur. Si padroneggiò abbastanza per

riflettere. Onore e dovere costringevano il Romano al suo posto, ma

per lui queste ragioni non esistevano. Egli era uno schiavo e forse

questo era il momento di riacquistare la libertà. A che pro' il

sacrificio? Per lui il vivere era un dovere, non il morire. La sua vita

apparteneva ai suoi cari. Essi gli apparirono davanti alla fantasia

accesa, palpitanti in carne ed ossa, con le mani tese verso di lui.

Egli li salverebbe. Si mosse, fece due passi, si arrestò: ahimè! Una

condanna romana lo costringeva al suo destino. Mentre essa perdurava,

la fuga era inutile. In tutto il mondo non v'era un cantuccio in cui

egli potesse dirsi sicuro, in cui non lo avrebbe raggiunto la vendetta

di Roma! Inoltre egli aveva bisogno della libertà concessa secondo

tutte le formalità della legge, per poter girare senza molestia la

Giudea e rintracciare la madre. O Dio! Quanto aveva sperato e pregato

per una tale liberazione! Finalmente era apparsa vicina stando alle

parole del buon tribuno. E se quel benefattore venisse ucciso? I morti

non ritornavano a mantenere le promesse dei vivi. No. Arrio non doveva

morire. Meglio, in ogni caso, perire con lui che continuare la vita di

forzato.

Un'altra volta Ben Hur girò gli occhi intorno a sè. Sul tetto della

cabina la mischia continuava; i fianchi della galera urtavano ancora

con quelli della nave nemica. Sui banchi gli schiavi si agitavano,

cercando di strappare le loro catene, e tornando vani i loro sforzi,

urlavano come pazzi. Le guardie erano salite sopra coperta; la

disciplina aveva ceduto il posto al panico. No, il capo sedeva ancora

al suo posto, calmo, impassibile, senz'altra arma che il suo martello,

col quale invano cercava di richiamare all'ordine gli schiavi. Ben Hur

gli rivolse un ultimo sguardo, poi si mosse, non per fuggire, ma per

cercare il tribuno.

In due salti si trovò a mezzo della scala e potè vedere alla sfuggita

un lembo di cielo infocato, alcune navi vicine, il mare coperto di

rottami, il combattimento sulla nave fervente intorno al quartiere

del pilota, dove un pugno di Romani si difendeva contro gran numero

di assalitori. Quindi, improvvisamente, il terreno gli mancò sotto i

piedi, ed egli fu balzato indietro con violenza. Il pavimento della

cabina gli sembrò alzarsi e sfasciarsi; poi in un batter d'occhio tutta

la parte posteriore dello scafo si divise in due, e sprofondò in mezzo

a un tumulto di onde e di spume, nel mare, che avidamente si rinchiuse

sopra di esso, trascinandola seco come una paglia.

Non possiamo affermare che il giovane Ebreo avesse contribuito

attivamente alla sua salvezza. La sua forza straordinaria e le

indescrivibili risorse che la natura tiene in riserbo per momenti

di estremo pericolo a nulla gli valsero in quella oscurità, in quel

vortice di acqua e di rottami. Lo stesso atto di trattenere il respiro

fu un atto meramente istintivo.

Il flusso dell'acqua lo aveva cacciato indietro nella cabina, dove

sarebbe morto annegato se non ne fosse stato rigettato per il riflusso

seguente. Nell'affondarsi, la enorme massa lo vomitò da uno dei

boccaporti e gli permise di riguadagnare la superficie.

Il tempo che aveva passato sott'acqua gli era sembrato un'eternità.

Con la bocca spalancata respirò a pieni polmoni l'aria vivificatrice,

e gocciolando acqua dai capelli e dagli occhi, si arrampicò sopra una

trave che galleggiava dappresso.

La morte lo aveva seguito con avide mani sott'acqua. La morte sotto

mille aspetti lo insidiava alla superficie.

Sul mare giaceva una gran nube di fumo, dalla quale tratto tratto

apparivano dei punti luminosi, che egli riconobbe per navi incendiate.

La battaglia continuava tuttavia, non si sapeva con quale fortuna.

Di tanto in tanto qualche nave gli passava vicino come un'ombra

gigantesca. Attraverso la nebbia si udivano scrosci e frastuoni di navi

cozzanti.

Ma un altro pericolo più immediato attrasse la sua attenzione.

Quando l'_Astraea_ si era sfasciata, il combattimento fra assalitori

e assaliti ferveva sopra il suo ponte, il quale era sprofondato

insieme con le altre parti della nave. Molti di questi combattenti

erano ritornati a galla e avevan ripreso la lotta, servendosi degli

appoggi precarî di assi, travi e pezzi d'alberatura. Stretti insieme

in abbraccio mortale, si contorcevano disperatamente, si assalivano

con spade e giavellotti, sbattuti tutto il tempo dalle onde agitate,

trascinati ora in una ora in un'altra direzione da correnti opposte

e da vortici, ora all'oscuro, ora illuminati dalla luce macabra delle

navi incencendiate.

Ben Hur non aveva nulla a che vedere con quella lotta, e si sforzò di

allontanarsi al più presto possibile.

In quella udì il rumore di remi in ritmico movimento e vide una galera

avvicinarsi rapidamente. La prora maestosa sembrava doppiamente alta, e

la luce rossa che la illuminava le dava l'apparenza di un drago o di un

mostro marino. Sotto di essa il mare saliva spumeggiante.

Cacciando la trave innanzi a sè, cercò di portarsi in salvo. Il tempo

stringeva, ogni istante era prezioso. In quel momento, a portata della

sua mano vide uscire dall'acqua un elmo dorato, poi due mani con le

dita tese, mani larghe e forti che cercavano di aggrapparsi alla sua

trave. Ben Hur si ritrasse atterrito. Un'altra volta l'elmo si sollevò,

poi due braccia si agitarono violentemente. La testa si rovesciò sulle

spalle esponendo il volto alla luce. La bocca spalancata, gli occhi

aperti, esterrefatti, la pelle divenuta di un pallore cinereo, da

moribondo; una visione orribile! Ma Ben Hur diede un grido di gioia a

quella vista, e, prima che l'uomo si sprofondasse per la terza volta,

l'afferrò per la catena che assicurava l'elmo sotto il mento, e lo tirò

verso la trave.

Quell'uomo era Arrio, il tribuno.

Per un istante l'acqua si alzò spumeggiante intorno ad essi,

avvolgendoli come in un vortice, durante il qual tempo Ben Hur ebbe

molta difficoltà per aggrapparsi alla trave e allo stesso tempo

sostenere il corpo del Romano. La galera era passata, e i suoi remi

avevan quasi sfiorato i due naufraghi. Dritta in mezzo ai corpi

galleggianti dei combattenti era passata, lasciando dietro di sè una

scìa che le vampe vicine tingevano di rosso, come la coda fiammeggiante

di un serpente. Si udì un fracasso a cui tenne dietro un grido

altissimo, disperato. Ben Hur provò un sentimento di gioia selvaggia;

l'_Astraea_ era vendicata.

La battaglia si andava allontanando. La resistenza s'era mutata in

fuga. Ma chi erano i vincitori? Ben Hur comprendeva che la sua libertà

e la vita del tribuno dipendevano dalla risposta. Adagiò il Romano

sulla trave e aspettò. L'alba veniva lentamente. Egli ne seguiva il

sorgere con una grande speranza, ma anche con timore. Che cosa gli

avrebbe essa portato? Se i pirati avessero vinto, la vita del Romano

era perduta.

Finalmente la luce sorse in tutta la sua potenza. A sinistra vide la

terra, ma troppo lontana per potervi arrivare a nuoto. Qua e là sul

mare altri naufraghi come lui galleggiavano aggrappati a rottami. In

alcuni punti masse nere e fumanti ingombravano il verde delle acque. A

destra, molti cubiti distanti, una galera giaceva sopra il suo fianco,

la vela a brandelli, i remi inerti. Più lontano potevasi scorgere

delle piccole macchie che si movevano, forse navi che fuggivano o che

s'inseguivano, forse uccelli marini dalle ali bianche.

Un'ora passò in questo modo e la sua angoscia crebbe. Se il soccorso

tardava, Arrio poteva morire. Qualche volta sembrava già morto

nella sua fredda immobilità. Gli tolse l'elmo dal capo, e con grande

difficoltà gli sciolse anche la corazza. Il cuore batteva leggermente.

Questo segno aumentò le speranze di Ben Hur, che, più fiducioso, si

dispose all'attesa.

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 47 / 155 题