CAPITOLO III.

Da quattro giorni durava il viaggio, e l'_Astraea_ — così si chiamava

la galera — solcava rapidamente le onde del mar Ionio: il cielo era

sereno, ed il vento, soffiando costante dall'occidente attestava il

favore degli Dei.

Arrio sperava di raggiungere la flotta prima che questa toccasse la

baia ad oriente dell'isola di Citera, designata per l'incontro, e,

impaziente della lunga attesa, passava tutta la giornata sopra coperta,

notando con diligenza ogni particolare della sua nave. Nella cabina,

seduto sopra il suo seggio, i suoi pensieri correvano sovente al

rematore numero sessanta.

— «Conosci tu quell'uomo che ha abbandonato or ora quel banco?» —

chiese finalmente all'hortator.

Gli schiavi s'erano appunto dato il cambio.

— «Numero sessanta?» — domandò il capo.

— «Sì.» —

Il capo guardò attentamente il rematore che passava.

— «Come tu sai, la nave è uscita dal cantiere un mese fa, e gli uomini

mi sono nuovi come il bastimento.» —

— «È un ebreo» — osservò Arrio, pensoso.

— «Il nobile Arrio ha l'occhio penetrante.» —

— «È molto giovane» — continuò Arrio.

— «Ma è il nostro miglior rematore» — disse l'altro. — «Ho veduto il

suo remo piegarsi quasi a rompersi in due.» —

— «Come si comporta?» —

— «È obbediente; altro non so. Una volta mi chiese un favore.» —

— «Quale?» —

— «Voleva che gli cambiassi posto, alternandolo da destra a

sinistra.» —

— «Spiegò le sue ragioni?» —

— «Aveva osservato che gli uomini che lavorano sempre dalla

medesima parte diventano deformi. Aggiunse che in un giorno di

tempesta o di battaglia avrebbe potuto sorgere la necessità di

cambiargli improvvisamente di posto, e allora egli sarebbe stato

inservibile.» —

— «_Per Pol!_ L'idea è nuova. Che altro hai osservato in lui?» —

— «È più pulito dei suoi compagni.» —

— «In questo egli è Romano» — approvò Arrio. — «Non conosci la sua

storia?» —

— «Neppure una parola.» —

Il tribuno rimase pensieroso alcuni istanti e si volse per tornare al

suo posto.

— «Se io fossi sul ponte quando egli ritorna al lavoro» — disse, —

«mandalo a me. Venga solo.» —

Due ore dopo Arrio si trovava sotto l'aplustre della galera, nella

condizione d'animo di chi, sentendosi trascinato rapidamente verso un

evento importante, non può far nulla fuorchè aspettare, condizione

d'animo in cui la filosofia investe l'uomo di quella calma ed

indifferenza di cui ha tanto bisogno. Il pilota teneva in mano le corde

che governavano le due ruote del timone, una a ciascun fianco della

nave. Alcuni marinai dormivano all'ombra che proiettava la vela, e

in alto, sopra l'antenna, vigilava una sentinella. Alzando gli occhi

dall'orologio a sole fisso sotto l'apalustre, che serviva a indirizzare

il corso della nave, Arrio vide avvicinarsi il rematore.

— «Il capo ti chiama il nobile Arrio, e mi disse che tu hai chiesto di

me. Son venuto.» —

Arrio esaminò la figura, alta muscolosa, colorita dal sole e dal

sangue che tumultuava impetuoso nelle vene, la guardò con ammirazione,

pensando all'arena; ma il portamento e la voce non rimasero senza un

certo effetto. La voce rivelava una vita trascorsa in un ambiente

elevato e fine; gli occhi erano chiari ed aperti, più curiosi che

fieri, e allo sguardo sapiente, scrutatore, imperioso, del tribuno,

non's'abbassarono nè mostrarono alcun segno di vergogna, d'ira o di

minaccia. Come tacito riconoscimento dell impressione favorevole in lui

prodotta, il Romano parlò non come padrone a schiavo, ma come uomo più

vecchio ad uno più giovane.

— «L'hortator mi dice che tu sei il suo miglior rematore.» —

— «L'hortator è molto buono» — rispose il forzato.

— «Hai servito a lungo?» —

— «Quasi tre anni.» —

— «Ai remi?» —

— «Non mi rammento un giorno di interruzione.» —

— «La fatica è grande: pochi uomini la sopportano un anno senza

ammalarne, e tu... tu sei ancora un ragazzo!» —

— «Il nobile Arrio dimentica che lo spirito aggiunge tenacia al corpo.

Col suo aiuto talora il debole vive là dove un forte perirebbe.» —

— «Il tuo accento ti dice Ebreo.» —

— «I miei avi furono Ebrei prima che Roma esistesse.» —

— «L'ostinato orgoglio del tuo popolo non ti manca» — disse Arrio,

osservando un lampo nell'occhio del rematore.

— «L'orgoglio è più vivo quando è cinto di catene.» —

— «E quale ragione hai d'essere orgoglioso?» —

— «L'essere Ebreo.» —

Arrio sorrise.

— «Non fui mai a Gerusalemme» — disse; — «ma ho sentito parlare dei

suoi principi. Ho conosciuto uno di essi. Era mercante e veleggiava sui

mari. Era degno di essere un Re. Di qual condizione sei tu?» —

— «Devo risponderti dal banco della galera. Sono uno schiavo. Mio padre

era un principe di Gerusalemme, e quale mercante, veleggiava sui mari.

Era conosciuto e stimato nel palazzo del grande Augusto.» —

— «Il suo nome?» —

— «Ithamar, della casa di Hur.» —

Il tribuno alzò la mano in atto di stupore.

— «Un figlio di Hur, tu?» —

Dopo una pausa, domandò:

— «Qual delitto ti ha condotto qui?» —

Giuda lasciò cadere il capo sul petto che ansava come per schiantarsi.

Quando ebbe ripreso padronanza di sè, guardò in faccia il tribuno, e

rispose:

— «Fui accusato di aver voluto assassinare Valerio Grato,

Procuratore.» —

— «Tu! — «esclamò Arrio, ancor più stupito e facendo un passo indietro.

— «Tu quell'assassino! Tutta Roma parlò di quel fatto. La notizia

giunse alla mia nave sul fiume di Londra.» —

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 44 / 155 题