CAPITOLO VII.

All'indomani una pattuglia di legionarii si avvicinò al palazzo

desolato. Dopo aver chiuse le porte, stuccò i lati con cera, e sul

tavolato inchiodò il seguente cartello in latino:

_Proprietà dell'Imperatore_

Il giorno susseguente, verso mezzodì, un decurione col suo seguito di

dieci cavalieri, si avvicinò a Nazareth da oriente, cioè in direzione

di Gerusalemme. La località era allora occupata da un piccolo villaggio

appollaiato sopra una collina, e così insignificante che la sua unica

via era appena battuta dagli zoccoli dei cavalli dei soldati, e dai

piedi dei pochi abitanti. La grande pianura di Esdraelon si stendeva

a sud, e dalle alture orientali si potevano scorgere le coste del

Mediterraneo e le regioni oltre il Giordano e il Hermon. La vallata

sottostante e la campagna tutto all'ingiro erano coltivate a giardini,

vigne, orti e prati. Gruppi di palme davano un colorito orientale al

paesaggio. Le case, irregolarmente disposte, erano povere d'apparenza,

quadrate, a un sol piano, inghirlandate da viti verdissime. La siccità

che aveva ridotto le colline della Giudea ad una tinta bruna, uniforme,

s'era arrestata ai confini della Galilea.

Lo squillo di una tromba, suonata all'appressarsi dei cavalieri, ebbe

un magico effetto sopra gli abitanti, che affollarono le porte e i

cancelli, curiosi e desiderosi di afferrare il significato di una

visita così nuova.

Dobbiamo ricordare che Nazareth, non solo si trovava lontano dalle vie

maestre, ma apparteneva al dominio di Giuda di Gamala; quindi possiamo

immaginare quali impressioni destò l'appressarsi dei legionari. Ma

quando furono più vicini, e il loro scopo divenne manifesto, la paura e

l'odio cedettero il posto alla curiosità, sotto l'impulso della quale,

il popolo sapendo che i loro ospiti si sarebbero fermati alla fonte

nella parte settentrionale della città, abbandonò la case e seguì i

soldati.

L'oggetto della loro curiosità era un prigioniero che camminava in

mezzo alla truppa, colla testa scoperta, mezzo nudo, le mani legate

sulla schiena. Una coreggia assicurata ai suoi polsi lo avvinceva alla

sella di uno dei cavalieri. La polvere che sollevavano i cavalli lo

avviluppava tratto tratto come una nube gialla.

Si trascinava a stento, penosamente. Sembrava molto giovane. Alla

fontana il decurione si fermò, e, insieme alla maggior parte dei

soldati, scese da cavallo. Il prigioniero si lasciò cadere sulla

polvere della strada, istupidito, senza chiedere nulla. Era affranto.

I popolani avvicinatisi e vedendo che egli era quasi un ragazzo

avrebbero voluto soccorrerlo, ma non osavano.

Mentre stavano dubbiosi, e mentre le anfore correvano di mano in mano

fra i soldati, fu visto venire un uomo per la strada di Sephoris. Al

vederlo una donna esclamò: — «Guardate! Ecco il falegname che viene;

ora sapremo qualche cosa!» —

La persona a cui si alludeva era un vecchio di venerabile aspetto.

Rari riccioli bianchi uscivano dal suo turbante e un'ampia barba ancor

più bianca gli fluiva sopra il petto e sopra la ruvida tunica grigia.

Procedeva lentamente, perchè, oltre al peso dei suoi anni portava

parecchi utensili, un'ascia, una sega, un coltello di rozza fattura, ed

evidentemente veniva da lontano. Si arrestò, osservando la folla.

— «O Rabbi, buon Rabbi Giuseppe!» — esclamò una donna, correndogli

incontro. — «Qui c'è un prigioniero; domandane conto ai soldati,

affinchè sappiamo ciò che ha commesso, e chi egli sia.» —

Il volto del Rabbi rimase impassibile; guardò il prigioniero e quindi

si avvicinò all'ufficiale.

— «La pace del Signore sia con te!» — disse con inflessibile gravità.

— «E quella degli Dei con voi» — rispose il decurione.

— «Venite da Gerusalemme?» —

— «Sì» —

— «Il vostro prigioniero è giovane.» —

— «D'anni, sì» —

— «Posso domandare ciò che egli ha commesso?» —

— «È un assassino» —

Il popolo ripetè la parola con stupore, ma Rabbi Giuseppe proseguì le

sue domande.

— «Egli è un Israelita?» —

— «È un Ebreo,» — ripetè il Romano seccamente.

La compassione degli spettatori riprese il sopravvento.

— «Io non so nulla delle vostre tribù, ma posso dirvi qualcosa della

sua famiglia. Avete sentito parlare di un principe di Gerusalemme, di

nome Hur? — Ben Hur lo chiamavano. Visse ai tempi di Erode.» —

— «Io l'ho veduto» — disse Giuseppe.

— «Questi è suo figlio.» —

Vi fu uno scoppio generale di esclamazioni, che il decurione si

affrettò a frenare.

— «Nelle strade di Gerusalemme, avant'ieri, egli cercò di assassinare

il nobile Grato, lanciandogli una tegola sul capo dal tetto di un

palazzo, — dal palazzo di suo padre, credo.» —

— «Lo uccise?» — domandò il Rabbi.

— «No» —

— «La sua condanna?» —

— «Le galere a vita.» —

— «Il Signore lo aiuti» — esclamò Giuseppe, scosso dalla sua

immobilità. Nel mentre, un giovane che aveva accompagnato Giuseppe,

ma che si era tenuto modestamente dietro di lui, depose la scure che

teneva in mano, e avvicinandosi alla fonte, ne tolse una ciotola piena

d'acqua. L'atto fu così tranquillo, che prima ancora che le guardie

intervenissero, o avessero voluto intervenire, egli si era già chinato

sopra il prigioniero, offrendogli un sorso d'acqua.

La mano leggermente posata sulla sua spalla destò il misero Giuda, che

alzando gli occhi vide un volto che non dimenticò mai più, il volto di

un ragazzo della sua età, incorniciato da riccioli castani con riflessi

biondi; un volto illuminato da due occhi azzurri, così dolci, così

traboccanti d'amore e di santità di propositi da posseder tutta la

potenza di un comando e d'una volontà. L'anima dell'Ebreo indurita da

giorni e notti di sofferenze, e così amareggiata da abbracciare tutto

il mondo nei suoi pensieri d'odio e vendetta, si intenerì sotto lo

sguardo dello straniero, e divenne timida come quella di un fanciullo.

Appressò il suo labbro alla ciotola e bevve a larghi sorsi. Nessuna

parola corse fra di loro.

Quando ebbe terminato, la mano che riposava sulla sua spalla si pose

sopra il suo capo e rimase fra i riccioli polverosi il tempo necessario

per impartirvi una benedizione; quindi lo straniero riaccostò la

ciotola alla pietra della fontana, e riprendendo la sua scure, ritornò

al fianco di Giuseppe. Tutti gli sguardi lo seguirono, quelli dei

popolani come quelli del decurione.

La scena pietosa ebbe termine. Quando gli uomini e i cavalli ebbero

bevuto, la marcia fu ripresa. Ma un mutamento era avvenuto nell'animo

del decurione; egli stesso sollevò il prigioniero dalla polvere e

lo aiutò a salire sopra il cavallo di uno dei soldati. I Nazareni

ritornarono alle loro dimore, e insieme ad essi Rabbi Giuseppe e il suo

discepolo.

Così avvenne il primo incontro di Giuda col figlio di Maria.

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 37 / 155 题