CAPITOLO IV.

La madre riprese la sua comoda posizione, sopra il cuscino, mentre

il figlio prese posto sul divano, appoggiandole il capo sul grembo.

Entrambi, guardando fuori attraverso la finestra, potevano vedere

un mare di tetti più bassi: più lontano, verso occidente, le cime

nereggianti dei monti, e il cielo, brulicante di stelle. La città era

tranquilla. Non si udiva che il fruscìo del vento.

— «Amrah mi dice che t'è successo qualche cosa di grave» — essa

cominciò, accarezzando le sue guancie. — «Quando il mio Giuda era

bambino, io lasciava che piccole cose lo infastidissero, ma ora egli è

un uomo. Egli non deve dimenticare» — la sua voce si fece molto dolce —

«che un giorno egli dovrà essere il mio eroe.» —

Essa parlava un idioma quasi caduto in disuso nel paese, ma che alcuni

pochi, ricchi di cuore come di beni, conservavano nella sua purezza

per distinguersi ancora meglio dai Pagani, — l'idioma in cui Rebecca e

Rachele cantarono a Beniamino.

Queste parole sembrarono render il giovane pensieroso, ma, dopo qualche

istante, egli prese la mano con cui essa gli faceva vento, e disse

— «Oggi, o madre, ho dovuto riflettere su molte cose che prima non

avevano rattristata la mia mente. Dimmi, anzitutto, che cosa dovrò

diventare un giorno?» —

— «Non te l'ho già detto? Devi diventare il mio eroe.» —

Egli non poteva scorgere il volto di lei, ma sapeva che essa scherzava.

Divenne ancora più serio.

— «Tu sei molto buona, molto cara, o madre. Nessuno ti amerà più di

me.» —

Le baciò e ribaciò più volte la mano.

— «Io credo di intendere perchè cerchi di evitare la mia domanda,» —

continuò. — «Fin'ora la mia vita ti ha appartenuto. Come dolce, come

soave è stato il tuo impero su di me! Io vorrei che durasse in eterno.

Ma ciò non deve essere. È volontà del Signore che un giorno io divenga

padrone di me stesso; sarà un giorno di separazione, e quindi un giorno

crudele per te. Siamo serî e coraggiosi. Io sarò il tuo eroe, ma tu

devi indicarmi il cammino per divenirlo. Tu conosci la legge: — «Ogni

figlio di Israele deve avere una occupazione.» — Io non sono esente

dalla legge, e domando ora: Devo occuparmi degli armenti, o coltivare

i campi, o segar legna, o diventare dottore od avvocato? Che cosa devo

essere? Cara, buona mamma, aiutami a rispondere.» —

— «Gamaliele ti ha forse tenuto un discorso,» — essa osservò,

pensierosa.

— «Se è così, io non lo intesi.» —

— «Allora sei andato a passeggio con Simeone, il quale, mi dicono,

eredita l'ingegno della sua famiglia.» —

— «No, io non l'ho veduto. Io sono stato sul Mercato e non nel Tempio.

Ho fatto visita al giovane Messala.» —

Un certo cambiamento nella sua voce, attirò l'attenzione della madre.

Un presentimento affrettò i battiti del suo cuore; il ventaglio si

arrestò di nuovo.

— «Messala? E che cosa potè egli dirti per turbarti così?» —

— «Egli è molto mutato.» —

— «Vuoi dire che è ritornato Romano.» —

— «Sì.» —

— «Romano!» — essa continuò, quasi fra sè. — «Per tutto il mondo,

questo significa tiranno! Quanto tempo è rimasto assente?» —

— «Cinque anni.» —

Essa alzò il capo e guardò lontano, nella notte.

— «I costumi della Via Sacra vanno bene nella strade dell'Egiziano e

in Babilonia; ma in Gerusalemme, nella nostra Gerusalemme, impera il

Patto.» —

E assorta in questo pensiero, ricadde indietro sui cuscini. Egli fu il

primo a parlare.

— «Ciò che disse Messala fu abbastanza mordace in sè; ma, se

aggiungi il modo in cui si espresse, alcuni dei suoi detti furono

intollerabili.» —

— «Credo di intenderti. Roma, i suoi poeti, i suoi oratori, i suoi

senatori, i suoi cortigiani, sono pazzi per l'affettazione di ciò che

essi chiamano satira...» —

— «Io suppongo che tutti i grandi popoli siano orgogliosi,» — egli

proseguì, senza badare all'interruzione; — «ma l'orgoglio di quel

popolo è diverso da ogni altro. In questi ultimi tempi è cresciuto a

tal misura che appena ne sfuggono gli Dei.» —

— «Gli Dei ne sfuggono!» — riprese la madre. — «Più d'un Romano

ha accettato l'adorazione dei suoi simili come un suo diritto

divino.» —

— «Messala ha sempre avute le sue qualità cattive. Quando era bambino

io l'ho visto schernire stranieri che persino Erode riceveva con

onori: ma almeno risparmiava la Giudea. Per la prima volta, quest'oggi,

scherzò sui nostri costumi e su Dio. Come tu mi avresti imposto, io mi

sono separato per sempre da lui. Ed ora, o mia cara madre, io vorrei

sapere con maggiore certezza se vi è qualche giusto fondamento nel

disprezzo del Romano. In che sono io il suo inferiore? Siamo forse un

popolo più vile? Perchè dovrei io, anche al cospetto di Cesare, provare

la paura dello schiavo? Dimmi specialmente perchè, se io ho un'anima, e

così credo, non posso andare alla conquista degli onori di questo mondo

ovunque essi siano? Perchè non posso brandire la spada e combattere in

guerra? Poeta, perchè non potrò cantare tutti i temi? Io potrò lavorare

il metallo, potrò essere guardiano di armenti, mercante, e perchè non

anche artista come i Greci? Dimmi, o mia madre, e questo è il riassunto

dei miei dolori, — perchè non potrà un figlio di Israele fare tutto ciò

che può un Romano?» —

Il lettore rintraccierà l'origine di queste domande al colloquio

sulla Piazza del Mercato; la madre, ascoltandolo con l'attenzione di

tutte le sue facoltà, da indizî che sarebbero sfuggiti ad un uditore

più indifferente, dalle connessioni del soggetto, dallo scopo delle

domande, forse dall'accento stesso e dal tono della sua voce, non fu

meno rapida nel balzare alla medesima illazione. Essa si alzò diritta e

con voce rapida e penetrante come quella del figlio, rispose:

— «Vedo, vedo! — Per le amicizie della sua infanzia Messala era quasi

un Ebreo; se fosse rimasto fra noi si sarebbe, forse, convertito,

tanto possono, su di noi, le influenze che maturan la nostra vita.

Ma gli anni passati in Roma hanno prevalso. Io non mi meraviglio del

mutamento: pure, — la sua voce si abbassò — avrebbe potuto trattare

più benignamente almeno te. È un indole dura e crudele quella che può

dimenticare i primi affetti di gioventù!» —

Con la mano gli sfiorò leggermente la fronte, le dita si impigliarono

nei capelli di lui, e indugiarono amorevolmente in essi, mentre

gli occhi fissavano le stelle più alte e più splendenti. Fra il suo

orgoglio e quello del figlio passava una corrente di perfetta simpatia.

Voleva rispondergli; nello stesso tempo non avrebbe voluto per nulla al

mondo che la risposta non lo accontentasse, nè fargli una confessione

di inferiorità che avrebbe potuto fiaccare il suo spirito per tutta la

vita. Esitò, temendo di affidarsi alle proprie forze.

— «Ciò che tu proponi, o mio Giuda, non è argomento che possa esser

trattato degnamente da una donna. Lascia che sospendiamo il discorso

sino a domani, e ci consiglieremo col saggio Simeone....» —

— «Non mandarmi dal Rabbino,» — egli disse seccamente.

— «Lo farò venire da noi.» —

— «No, io cerco qualche cosa di più di una semplice informazione. Egli

potrebbe darmela forse meglio di te, o madre, ma tu puoi darmi ciò che

egli non può — la risolutezza che è l'anima della nostra anima.» —

Mentre i suoi occhi vagavano pel firmamento, ella cercò di comprendere

tutto il significato di quelle domande.

— «Abbi coraggio, o mio figlio. Messala discende da una stirpe

illustre. La sua famiglia si distinse attraverso a molte generazioni.

Nei giorni della Roma repubblicana — quanti anni fa non so — i suoi

antenati erano famosi per virtù civili e militari.

Io mi ricordo di un solo console di quel nome; ma la sua famiglia

era fra quelle dei senatori e la protezione ne era ricercata come

quella di uomini influenti e ricchi. Ma se oggi il tuo amico si

vantò dei suoi avi, avresti potuto ridurlo al silenzio enumerando i

tuoi. Se egli parlò delle età attraverso le quali si possono seguire

il suo lignaggio, le gesta, la potenza, la ricchezza, della sua

famiglia, — e queste allusioni, tranne nel caso che grandi ragioni lo

richieggano, sono indizî d'un'anima piccina — avresti potuto sfidarlo

al paragone.» —

Dopo una breve pausa, in cui raccolse i pensieri, la madre proseguì:

— «Una delle idee prevalenti in questa età è l'importanza data alla

nobiltà delle stirpi e delle famiglie. Un Romano che vanti per questo

la sua superiorità sopra un figlio di Israele sarà sempre sconfitto.

La sua origine data dalla fondazione di Roma; i più illustri fra di

essi non possono ripeterla ad un tempo più remoto; alcuni pretendono di

farlo ma non possono convalidare il loro asserto con altre prove, che

col riferirsi alla tradizione. Messala in ogni modo non lo potrebbe.

Veniamo a noi. Noi lo potremmo?» —

Se un poco più di luce vi fosse stata nella stanza si sarebbe visto

l'orgoglio imporporare le gote della donna e scintillarle negli occhi.

— «Immaginiamo che il Romano ci sfidasse, io potrei rispondergli senza

millanteria e senza paura.» —

La sua voce esitò; una mesta ricordanza mutò la forma del suo discorso.

— «Tuo padre, o mio Giuda, dorme in pace coi padri suoi; ma io mi

rammento, come se fosse jeri, il giorno in cui, lui ed io, accompagnati

da molti amici festanti, ci recammo al Tempio, alla presenza del

Signore. Sacrificammo le colombe, e, al sacerdote, diedi il tuo nome

che egli scrisse davanti a me: «Giuda, figlio di Iamar, della Casa dei

Hur.» Questo nome fu poi ricopiato nel registro messo a parte per gli

atti della santa famiglia.[1]

[1] In questi giorni fu scoperta presso Babilonia un'iscrizione

ebraica col nome di _Ur_, compagno di Giosuè. (_N. d. T._)

Io non so quando ebbe principio questa costumanza della registrazione.

So che era già in uso prima della fuga dall'Egitto. Hillele afferma

che Abramo fece fare questi annali per proprio conto col suo nome e i

nomi de' suoi figli, mosso dalla promessa del Signore che separò lui

e la sua stirpe da tutte le altre razze, e la creò la prima, la più

grande, l'eletta della terra. Il patto con Giacobbe, diceva la stessa

cosa. «Nella tua semenza tutte le nazioni del mondo saranno benedette».

Così disse l'Angelo ad Abramo: «E la terra su cui giaci, io la dono

a te ed alla tua semenza.» Così parlò il Signore istesso a Giacobbe

addormentato a Bethel sulla strada di Haran. Più tardi uomini saggi

cominciarono a pensare ad una giusta partizione della terra promessa,

e, affinchè fosse conosciuto chi in quel giorno avesse diritto ad una

porzione, fu iniziato il Libro delle Generazioni. — Il beneficato

avrebbe potuto essere il più umile della famiglia eletta, perchè

il Signore Iddio non conosce distinzioni di rango e di ricchezza.

Così, affinchè la verità apparisse chiara agli uomini che dovevano

esser testimoni al grande avvenimento, ed essi potessero attribuirne

la gloria a chi spettava, si richiese la tenuta degli annali con

scrupolosa esattezza. Furono così tenuti?» —

Il ventaglio si agitò in silenzio qualche minuto, finchè egli

impazientito, ripetè la domanda della madre: — «Gli annali sono

perfettamente esatti?» —

— «Hillele disse che lo sono, e di quanti si occuparono dell'argomento

egli è il meglio edotto. Il nostro popolo fu spesso negligente di

alcune parti della legge, ma mai di questa. Il buon Rabbino ha egli

stesso studiato il Libro delle Generazioni attraverso tre periodi,

dalla promessa sino all'apertura del Tempio, sino alla cattività e sino

ai giorni nostri. Solo una volta furono interrotti gli annali, e questo

avvenne verso la fine del secondo periodo. Ma quando la nazione ritornò

dal lungo esiglio, quale primo dovere verso Dio, Zerubbabele ristaurò

i Libri, permettendoci nuovamente di seguire la discendenza delle

famiglie Ebree per duemil'anni. Ed ora....» —

Si arrestò un istante, come per agevolare al suo ascoltatore la

comprensione di quanto aveva detto.

— «Ed ora che cosa diviene il superbo vanto del Romano? per questo

paragone i figli d'Israele che vegliano sugli armenti sul monte

Rephaim, laggiù, sono più nobili del più illustre dei Marcii.» —

— «Ed io, madre? che dicono i Libri di me?» —

— «Ciò che io ho detto sin'ora aveva relazione colla tua domanda. Io ti

risponderò. Se Messala fosse presente, egli potrebbe dire, come altri

han detto, che la traccia del tuo lignaggio si smarrisce quando gli

Assiri presero Gerusalemme, e distrussero il Tempio, con tutti i suoi

cimelii preziosi. Ma tu potresti opporgli il pio lavoro di Zerubbabele,

e rispondere, in verità, che la genealogia Romana terminò quando i

barbari d'occidente entrarono in Roma e si accamparono, sei mesi,

nelle sue vie desolate. Il Governo teneva forse gli annali gentilizî?

Se fu così che avvenne di essi in quei giorni funesti? No, no; la

verità parla, alla fondazione del Tempio, e indietro, fino, alla marcia

dall'Egitto, onde abbiamo l'assoluta certezza che tu discendi in linea

diretta da Hur, compagno di Giosuè. In quanto agli antenati, il tuo

onore non è dunque grande? Desideri di indagare più oltre? Prendi la

_Torah_ ed apri il Libro dei Numeri, e settantadue generazioni dopo

Adamo troverai il capostipite della tua casa.» —

Il silenzio regnò per qualche tempo, nella stanza sopra il tetto.

— «Io ti ringrazio, o madre» — disse Giuda stringendo le mani di lei

nelle sue — «io ti ringrazio di tutto cuore. Avevo ragione di non

chiamare il buon Rabbino; egli non avrebbe potuto soddisfarmi come tu

lo hai fatto. Ma, per nobilitare veramente una famiglia, basta il solo

tempo?» —

— «Ah, tu dimentichi, tu dimentichi! Le nostre pretese non poggiano

unicamente sul tempo; il favore del Signore è la nostra gloria

precipua.» —

— «Tu parli della razza, ed io, madre, della famiglia, della nostra

famiglia. Negli anni dopo Abramo che cosa ha operato, che cosa ha

conseguito? Quali sono le grandi gesta che la innalzano sopra il

livello de' suoi pari?» —

Essa esitò, pensando che forse si era tutto questo tempo ingannata

sul conto suo. I ragguagli che egli cercava potevano avere uno scopo

ulteriore, che non la soddisfazione dell'orgoglio offeso. La gioventù

non è che un guscio dipinto in cui risiede quella meraviglia che è lo

spirito dell'uomo il quale non aspetta che una certa età per far pompa

di sè, più precoce negli uni che negli altri. Essa tremava pensando che

questo poteva essere il momento decisivo della vita di Giuda; che, come

i bambini appena nati tendono le loro mani inesperte ad afferrare le

ombre e piangendo, così l'anima sua, ancora cieca, brancolava in cerca

del suo ignoto avvenire. Quelli a cui un giovane viene chiedendo: «Chi

sono io e che cosa devo essere?» hanno bisogno di usare di tutta la

loro prudenza. Ogni parola della loro risposta potrà essere, nella vita

futura, ciò che l'impronta delle dita dell'artefice è per la creta che

egli sta modellando.

— «Io provo il sentimento, o mio Giuda» — ella disse, accarezzandogli

il capo con la mano che egli aveva stretta fra le sue — «io provo il

sentimento di chi lotta contro un avversario ancora sconosciuto. Se

Messala è il tuo nemico, dimmi tutto quanto ti ha detto.» —

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 34 / 155 题