CAPITOLO I.

È necessario che il lettore si porti innanzi venticinque anni, al

principio dell'amministrazione di Valerio Grato, quarto governatore

imperiale della Giudea. — Un periodo notevole per le agitazioni

politiche che angustiarono Gerusalemme, prodromi del conflitto finale

fra i Romani e gli Ebrei.

Nell'intervallo erano avvenuti parecchi cambiamenti, specie d'ordine

politico. Erode il grande era morto un anno dopo la nascita del Bambino

e morto così miseramente da giustificare l'opinione che correva nel

mondo cristiano, che egli fosse cioè stato colpito dall'ira divina.

Come tutti i grandi reggitori di popoli che dedicano tutta la loro

vita a rafforzare la potenza che hanno creato, egli aveva sognato

di tramandare il trono e la corona, di diventare il fondatore di una

dinastia. Con questo intento, nel suo testamento, spartì le terre fra

i suoi tre figli Antipate, Filippo ed Archelao, e, a quest'ultimo,

diede la dignità regia. Il testamento fu necessariamente sottoposto ad

Augusto imperatore, il quale ne ratificò tutte le disposizioni, tranne

una sola: rifiutò ad Archelao il titolo di Re finchè non avesse dato

prova di capacità e fedeltà.

Lo creò invece Etnarca, e come tale lo lasciò governare nove anni, a

capo dei quali, essendosi egli dimostrato impari all'alto ufficio e

inabile a frenare gli elementi turbolenti che si agitavano intorno a

lui, lo mandò in esilio nelle Gallie.

Cesare non si accontentò di deporre Archelao. Colpì il popolo di

Gerusalemme in un modo che ferì nel vivo l'orgoglio dei superbi custodi

del Tempio. Ridusse la Giudea in provincia Romana e la aggiunse alla

prefettura di Siria.

Di modo che, in vece di un principe governante regalmente nel palazzo

che Erode aveva costruito sul monte Sion, la città cadde nelle mani

di un ufficiale subordinato, di un impiegato chiamato Procuratore, il

quale comunicava con la corte di Roma per via del Legato di Siria,

residente in Antiochia. — Per rendere più dolorosa la ferita, al

Procuratore non fu permesso di stabilirsi a Gerusalemme; questo onore

fu invece concesso a Cesarea. Ma la maggior umiliazione di tutte,

la più irritante, la più voluta, fu l'annessione della Samaria, —

la disprezzata Samaria, unita alla Giudea come parte della stessa

provincia! Quale dolore per i bigotti separatisti o Farisei il vedersi

sospinti e derisi alla presenza del Procuratore in Cesarea, dai devoti

di Gerizim!

Fra tante lagrime una consolazione sola rimaneva al popolo caduto: Il

Pontefice occupava il palazzo di Erode sulla Piazza del Mercato e vi

teneva la sembianza d'una corte. Quale fosse in realtà la sua autorità

si può facilmente comprendere.

Il Procuratore si riserbava il diritto di vita e di morte. La giustizia

era amministrata in suo nome e secondo i decreti di Roma.

Sintomo ancora più significante: il palazzo reale era

contemporaneamente occupato dagli ufficiali delle imposte imperiali con

tutto il suo corpo di assistenti, registratori, collettori, informatori

e spie. Ciò non di meno agli ostinati sognatori di una libertà futura,

era di una certa soddisfazione il pensare che il principale personaggio

nel palazzo era un Ebreo. La sua sola presenza in esso, giorno per

giorno, rammentava loro i patti e le promesse dei profeti e i tempi in

cui Jeova reggeva le tribù per mano dei figli d'Aronne: era per essi un

segno visibile che Egli non li aveva abbandonati; così le loro speranze

li tenevan desti e li abituavano a sopportare pazientemente la servitù,

mentre aspettavano sempre l'avvento del figlio di Giuda che doveva

regnare in Israele.

La Giudea era stata provincia di Roma per oltre ottant'anni — periodo

di tempo più che sufficiente per far conoscere ai Cesari il carattere

del popolo, per fargli apprendere che l'Ebreo con tutto il suo

orgoglio, poteva essere governato quietamente purchè venisse rispettata

la sua religione. — Ispirandosi a questi concetti i predecessori di

Grato si erano costantemente guardati dall'ingerirsi nelle pratiche

religiose dei loro sudditi. Egli invece seguì un'indirizzo diverso; uno

dei suoi fatti fu quello di spogliare Hannas delle sue dignità di primo

Sacerdote, e di dare il suo posto ad Ismaele figlio di Fabo.

Sia che quest'atto fosse emanato da Augusto o procedesse da Grato

medesimo, la sua sconvenienza divenne ben presto apparente. Non

esporremo al lettore un capitolo di politica Ebrea, ma due parole

sopra questo argomento sono essenziali per la retta intelligenza del

racconto.

In questo tempo esistevano in Giudea due partiti: il partito dei

nobili, e il partito separatista o popolare. Alla morte di Erode,

i due partiti si collegarono contro Archelao: combattendolo nei

templi e nel palazzo, a Gerusalemme e a Roma, qualche volta con gli

intrighi, qualche volta con le armi, in aperta guerra. Più d'una

volta i tranquilli colonnati del Moriah risuonarono delle grida dei

combattenti. Finalmente riuscirono a cacciarlo in esilio.

Durante tutta questa lotta gli alleati miravano ai vari loro scopi: i

nobili odiavano Jvazar, il primo Sacerdote; mentre i Separatisti erano

suoi gelosi seguaci. Quando crollò l'edificio di Erode con Archelao,

Jvazar condivise la sua sorte. Hannas, figlio di Set, fu scelto dai

nobili a coprire l'alto ufficio. Questo produsse la scissura violenta

dei due partiti, che si fronteggiarono in fiera inimicizia.

Nel corso della loro lotta contro lo sfortunato Etnarca i nobili

avevano creduto opportuno di piegarsi dalla parte di Roma.

Prevedendo che, quando si fosse abbandonato l'attuale ordinamento,

sarebbe stato necessario un nuovo assetto politico, suggerirono

la conversione della Giudea in provincia. Questo fatto fornì ai

separatisti un nuovo pretesto ed una nuova arma; e quando la Samaria

fu incorporata nella provincia, i nobili decaddero ad una esigua

minoranza, con nessuno che li sorreggesse all'infuori della corte

imperiale, del prestigio della loro casta e della loro ricchezza. Ad

onta di tutto ciò per quindici anni, sino all'avvento di Valerio Grato,

riuscirono a mantenersi tanto nel palazzo quanto nel Tempio.

Hannas, l'idolo del suo partito, aveva usato fedelmente del suo potere

nell'interesse del suo imperiale patrono. Una guarnigione romana

occupava la torre di Antonia; una guardia romana presidiava le porte

del palazzo; un giudice romano amministrava la giustizia in materia

civile e penale; il sistema fiscale romano, applicato senza pietà,

gravava sulla città e sulla campagna.

Ogni giorno, ogni ora, in mille modi, il popolo era angariato ed

offeso, imparando a sue spese la differenza fra una vita indipendente

e una vita di servitù. Pure Hannas lo conteneva in una tranquillità

relativa. Roma non aveva amico più fedele, e la sua mancanza si fece

subito sentire. Dopo aver consegnato i suoi indumenti ad Ismaele, il

nuovo Sacerdote, egli passò difilato dai cortili del Tempio ai concilî

dei Separatisti, mettendosi alla testa di una nuova coalizione.

Grato, il Procuratore, privato così di ogni sostegno, vide i fuochi,

che in quindici anni si erano andati gradatamente spegnendo, divampare

improvvisamente. Dopo un mese da che Ismaele aveva assunta la nuova

carica, il Romano trovò necessario visitarlo in Gerusalemme. Quando,

dall'alto delle mura, accolta da un coro di fischi e di urli, gli Ebrei

videro la sua guardia entrare per la porta settentrionale della città

e marciare verso la torre di Antonia, compresero il vero scopo della

visita. — Una intiera coorte di legionari fu aggiunta alla guarnigione,

e il giogo poteva ora essere aggravato impunemente.

Se il Procuratore avesse stimato opportuno di dare un esempio, Dio solo

avrebbe potuto salvare la prima vittima!

Ben Hur: Una storia di Cristo · 第 31 / 155 题