UN ATTO DI SUBLIME SACRIFICIO.

_2 ottobre._

Abbiamo visto Gorizia dalla vetta del Corada, che si erge quasi di

fronte a Plava. Contro alla luce del sole già alto, le montagne ai cui

piedi la città si distende parevano fatte d'ombra azzurra, glauche come

onde. La più alta, il Monte Santo, si acuminava nel campanile del suo

santuario, antica mèta di pellegrinaggi. La tortuosa strada che vi sale

da Gorizia sull'altro versante, e che noi non potevamo scorgere, ha una

cappella votiva ad ogni svolta, una chiesuola ad ogni giro, una croce

ad ogni passo, e da quattro mesi non vede salire che cannoni austriaci.

Quel monte della preghiera è diventato la più formidabile delle

fortezze, tutta vita di artiglierie introvabili che il bosco nasconde.

La schiena del Sabotino, vicino a lei, si allungava e si sollevava

di scorcio come la groppa di un cavallo che s'impenni, coperta da

un finimento di trincee: verso il collo le austriache, sulle reni le

nostre. In un lungo scintillìo, in una voluta di luce che si spegneva

subitamente nell'ombra di una gola, l'Isonzo, passata Plava, andava

verso il sud a perdersi fra il Monte Santo e il Sabotino, fra questi

due solenni pilastri che formano una specie di porta al fiume, oltre la

quale comincia la calma magnificenza della pianura friulana. Gorizia è

sulla soglia.

Ne vedevamo confusamente le case, i campanili, le torri, tutta vaga e

incerta nel contrasto della luce, con delle trasparenze da miraggio.

Ci appariva oltre la spalla del Sabotino, fra il fianco destro del

monte ed un profilo oblungo ed oscuro di collina denudata, il profilo

del Podgora. Era pallida, indefinita, immersa in una bruma celestina,

in un vapore di serenità, e nel centro dell'abitato la piccola altura

della sua vecchia fortezza era come fatta di nebbia. La città lontana

pareva aperta, accessibile, in attesa. Sembrava di dovervi poter

giungere tranquillamente scendendo per la strada di Plava. Le barriere

umane erano troppo poca cosa, e lo sguardo scorreva sull'unità del

piano come sopra un mare, passava sulla grande eguaglianza della terra,

sulle ondulazioni facili dei declivî, cercando l'ostacolo che ferma

un esercito, cercando la muraglia di ferro, e non riconoscendola in

qualche minuto, infimo, lieve e sottile ombreggiamento da siepe, appena

visibile, senza rilievo, confuso nel colore dei campi: quello che è una

trincea nell'immensità di un paesaggio.

Abbiamo rivisto Gorizia più vicina, dalla cima del Monte Quarino,

presso a Cormòns; poi anche dalla vetta del Monte Medea, che è simile

a un'isola sulla verde e calma distesa della pianura, il monte dal

quale Attila contemplò con germanica gioia l'incendio che divorava

Aquileja. E tutte le volte la città, avanti alla quale l'uragano

della guerra da quattro mesi imperversava, ci ha dato la illusione

di una aspettativa tranquilla in fondo alla vallata dischiusa, senza

vigilanze visibili. Parevano assai più possenti le antiche fortezze dai

bastioni quadrati, larghi, che trasformavano la fisionomia dei monti, e

disegnavano una minaccia sulle vette, che non i muricciuoli ineguali,

primitivi, minuscoli, nascosti, della guerra moderna, cementati col

sangue. La fronte di una resistenza appare evidente sulle creste dei

massicci alpini, allacciata alle rocche della creazione, identificata

nei castelli immani della roccia. Ma sul digradare dei colli, sulle

ondulazioni verdi delle ultime pendici, sulla pianura unita, essa

sfugge. Pare che non ci sia più nulla di insormontabile da varcare, che

il paese sia tutto una strada, che il suo aspetto accolga e conduca.

La guerra moderna ha fatto scendere i forti dalle loro posizioni; li

ha per così dire sminuzzati, li ha sparsi per tutto, sui campi e sulle

balze; ha disseminato la fortificazione sopra ogni angolo di terra; non

ha lasciato un lembo di suolo senza il suo bastione; ha fatto d'ogni

fosso, d'ogni argine, d'ogni recinto, d'ogni ciglione, una formidabile

ridotta. L'offensiva è divenuta assedio, non ha altra manovra che

la zappa e l'assalto, deve spezzare delle cinture di fortezze,

deve vincere e rivincere ad ogni piccolo passo in avanti. Non è una

battaglia che si combatte di fronte e ai fianchi di Gorizia, è una

catena di battaglie. E subitamente lo spazio conquistato appare immenso

quando le terribili difficoltà superate si rivelano, quando si scorge

da dove il nemico è stato a viva forza scacciato, quando le nostre

posizioni si delineano dalle spalle del Sabotino alle pendici avanzate

del Carso.

Siamo nella zona più nota della guerra, sulla fronte più attiva e

tempestosa verso la quale l'animo della nazione si è teso con maggiore

fervore, presentendo fin dall'inizio che qui, in questa larga apertura

della frontiera per la quale il nemico si affacciava sulle nostre

pianure indifese, sarebbe avvenuto lo sforzo più intenso, il maggiore

impeto di masse. La critica e la cronaca della guerra hanno rese

familiari queste regioni, dalle quali arrivarono ai giornali le prime

visioni del conflitto e le descrizioni più ampie. Il lettore conosce

oramai la fisionomia della lotta, sa quale sistema di difesa il nemico

abbia adottato, ricorda l'aspetto generale del campo di battaglia.

L'Isonzo corre all'estremo limite della pianura: al di là del fiume

il terreno ridiviene montuoso. Il nemico aveva fatto di queste alture

oltre l'Isonzo un immenso spalto di fortezza, della quale il fiume

era il fossato. Avanti a Gorizia tutte e due le rive del fiume sono

montuose: di fronte il Monte Santo sulla sinistra, il Sabotino sulla

destra, vicino al Sabotino le brevi ondulazioni di Oslavia, vicino

ai colli di Oslavia il Podgora, ultimo sperone sulla pianura. Questo

gruppo di alture al di qua dell'Isonzo il nemico aveva conservato e

fortificato, costituendo una poderosa testa di ponte che difendeva il

passaggio e garantiva a lui il libero varco del fiume nella possibilità

di una offensiva. Questa era la situazione all'inizio del conflitto.

Ricordo gli ultimi giorni di maggio, quando, varcata d'un balzo la

frontiera, le nostre truppe iniziavano l'attacco della testa di ponte

di Gorizia. Le fanterie assalivano furiosamente le piccole trincee,

ai piedi delle alture, gettandosi contro ai reticolati senza ancora

conoscerne la forza, cercando di svellerli con le mani, di aprirsi un

varco come in una siepe. Attanagliati ai fili rimanevano dei morti, che

non parevano morti, tanto i loro volti conservavano una espressione di

volontà e di furia e i loro corpi eretti un gesto di vigore. Tuonavano

contro al Sabotino le nostre artiglierie da San Martino, da Quisca,

da Bigliana, le strade al nord di Cormòns erano affollate di cannoni,

di cassoni, di carri, artiglierie da posizione salivano lentamente

trascinate da lunghe file di buoi bianchi, e il Monte Santo, la vedetta

nemica, osservava freddamente tutto questo movimento, occhieggiando da

lontano al di sopra della spalla del Sabotino.

Gli austriaci hanno per tutto questo vantaggio: vedere. Il terreno

sale sempre di fronte a noi; al di là di una montagna ce n'è una più

alta. Non ci ha preoccupato l'ascesa, ma la vigilanza. Lo sguardo del

nemico scopriva tutto il nostro scacchiere, seguiva ogni mossa, poteva

guidare sopra ogni punto, con precisione, il fuoco di cannoni lontani.

In certi settori esso vigila ancora la rete delle nostre strade, scopre

la vampa d'ogni nostro colpo. Abbiamo dovuto preparare ardite battaglie

allo scoperto, senza segreti, e le nostre vittorie acquistano un valore

magnifico di audacia, una grandezza prodigiosa di nobiltà e di vigore,

per questa lealtà ineluttabile, per questa disperata sincerità che ci

faceva trovare il nemico sempre pronto, sempre in forze, cognito del

nostro piano.

Quelle prime azioni non erano che una presa di contatto, non avevano

che una importanza di ricognizione. Ci aspettavamo una difesa ben

preparata, sapevamo che il nemico aveva da anni studiato minutamente

quella zona dal punto di vista militare, le informazioni ricevute

erano concordi nel riferirci che grandi lavori di protezione si

erano compiuti, ma gli ostacoli sui quali la nostra offensiva urtava

superavano in potenza quello che l'opinione comune potesse prevedere.

Per tutto erano ranghi numerosi di trinceramenti di calcestruzzo,

con blindature di acciaio, con reticolati alti e profondi sostenuti

da pali di ferro infissi nel cemento, erano batterie incavernate che

incrociavano i tiri, erano sviluppi immensi di reti telefoniche e

telegrafiche, innumerevoli osservatorî, zone minate. Nei primi giorni

del giugno la battaglia vera cominciò.

Ebbi la ventura di assistere all'inizio della lotta gigantesca. Il sei

si passava il basso Isonzo a Pieris, l'otto si occupava Monfalcone,

il nove si attaccava Plava, il dieci ci trinceravamo a Gradisca. Si

combatteva su tutta la fronte; Lucinico ardeva; Mossa ardeva; le alture

erano velate a tratti dal fumo delle esplosioni; sulla pianura si

sfioccavano le nubi degli _shrapnells_ austriaci; il nostro attacco

saliva le spalle del Sabotino e del Podgora, sulle cui vette intenibili

l'onda dell'assalto oscillava. Ora avvicinando il campo di battaglia

dalla parte di Cormòns, si rimane stupiti di non riconoscere più certi

luoghi.

Il Podgora in quei primi giorni della lotta era una collina tutta

coperta di bosco, verde, oscura, con quel profilo nuvoloso, a masse,

che hanno i declivî selvosi, sui quali l'intreccio ampio delle fronde

si sparge e si allarga con una morbidezza folta da pelliccia. A metà

della costa qualche vigna, una verdura più chiara e più minuta. Il

declivio si spegneva dolcemente fra le case di Lucinico. Adesso il

Podgora è nudo.

Pare più piccolo, così spogliato del suo spesso mantello d'alberi.

Nudo, sterile, rossastro, lacerato, bucato, ferito, non si somiglia

più. Ha ricevuto centinaia di migliaia di cannonate. Le granate hanno

tutto distrutto e tutto sepolto. Dopo aver bruciacchiato, sfrondato,

stroncato e abbattuto gli alberi, esse hanno rovesciato sui tronchi

atterrati eruzioni di zolle e di sassi. Non v'è più un filo d'erba;

ogni vita vi è estinta. Il Podgora è il sinistro cadavere d'un colle

cosparso di cadaveri d'uomini. Il nostro lavoro di zappa ha dovuto

qualche volta deviare perchè scavava sotto ad un carnaio di nemici.

Sulla groppa della collina, dove nessuno dei due avversari resiste,

rimane in piedi qualche decina di fusti nerastri, senza rami, un po'

inclinati qua e là, scossi dalle esplosioni come da una tempesta, e

sulla vetta principale, sconvolta, non ci sono che tre tronchi, tre

soli, equidistanti, che ricordano le croci del Golgota e che l'hanno

fatto battezzare Monte Calvario.

S'incontrano per la strada da Cormòns a Mossa degli uomini che tornano

dal Calvario o che ci vanno sereni e contenti, non trovando niente

di specialmente terribile in quella posizione, sulla quale si sono

scatenati assalti senza numero. Dei gruppi di volontari triestini vi

hanno compiuto prodigi di valore insieme alla truppa della più vecchia

Italia. Tutta la costa dell'altura era difesa da una successione di

trincee blindate, protette da reticolati e da mine, e sono state prese

ad una ad una, a colpi di zappa, a colpi di esplosivi, a colpi di

baionetta. Ogni possibilità offensiva del nemico è stroncata; la testa

di ponte è ancora un ostacolo ma non è più un pericolo; non sporge

più verso di noi la minaccia di una base di concentrazione, non ha più

sfogo.

Sul fiume, Podgora, come il Sabotino, scende con un declivio

precipitoso e breve, e su quel pendìo ripido gli austriaci sono

ridotti, ad onta dell'appoggio delle batterie d'ogni calibro nascoste

sul Monte Santo, sul monte di San Gabriele, sulle colline di San Marco,

al di là di Gorizia. Vi si tengono arrampicati in trincee massicce,

sotto blindature di acciaio, in mezzo a un dedalo di cunicoli,

di gallerie, di tane. Sopra la vetta sgombra, battuta dai cannoni

delle due parti, passano di qua e di là bombe lanciate da apparecchi

speciali, e la notte essa è vividamente illuminata da un vigilante

incrocio di proiettori, percossa da granate.

Verso la linea estrema della nostra occupazione, per gl'incamminamenti

coperti, si ode spesso un lieto abbaiamento di cani, come se una caccia

si svolgesse nel dedalo delle trincee, e per i sentieri scavati nella

terra vanno e vengono strani equipaggi che ricordano certe carrettelle

dei contadini fiamminghi. Sono piccoli veicoli che dei cani robusti,

volonterosi, di quei cani da gregge e da pagliaio, bastardi, grossi e

vellosi, trascinano ansimando, la lingua penzoloni, con una vivacità

consapevole nello sguardo dolce, come se comprendessero l'importanza

e l'urgenza del loro lavoro. Un conducente accompagna due o tre cani

alla volta, li incoraggia, li chiama per nome, li aiuta nei passi

difficili. Giunte alla trincea le brave bestie si accucciano fra le

stanghe dei loro carrettini, col petto affannato e arruffato sotto al

finimento di cuoio, e guardano il soldato che le guida, attente, il

muso di traverso, le orecchie sollevate, la coda agitata, aspettando la

carezza. In qualche settimana gl'intelligenti animali hanno imparato,

conoscono la strada; il frastuono del combattimento non li spaventa più

e vanno al fuoco come veterani.

Mentre osservavamo il Podgora, gli austriaci ci bombardavano Capriva,

un villaggio fra Gorizia e Cormòns. Da alcune settimane devastano ora

l'uno ora l'altro dei paesi sul piano. Credono forse di demolire i

nostri quartieri d'inverno. Un fumo denso e scuro passava sui tetti.

Bombardavano anche Villanova, ai piedi del Monte Fortin, lieve altura

sulla riva destra dell'Isonzo. Lontano, una grande colonna di fumo

bianco: un deposito nemico ardeva, incendiato da una granata nostra,

nel sobborgo goriziano di San Pietro. Spesso un rumore di battaglia

scendeva dal cielo.

Era un tempestare rapido di esplosioni altissime nell'azzurro. Il fuoco

dei cannoni antiaerei inseguiva aeroplani nemici. La caccia ci fermava

attenti, pieni di crudeli speranze. Le nuvole degli _shrapnells_ si

seguivano in fila; creavano una lunga, strana punteggiatura bianca

sul sereno, cancellata con lentezza dal vento fino a formare una

scìa pallida e confusa, una specie di via lattea striata e diafana.

Minuscolo, chiaro, lontano, veloce l'aeroplano filava avanti ai colpi,

più in alto.

Appena lasciato con gli occhi era perduto nella luce. Nuove nuvolette

ce lo indicavano, più in là. Pareva una corsa fra il volo e i colpi

di cannone. La macchina alata fuggiva dai tiri di una batteria e

incontrava i tiri di un'altra. A intervalli il bombardamento del cielo

cessava, per ricominciare più remoto. In un certo momento, quattro

aeroplani austriaci volteggiavano sulla zona di Cormòns.

Si difendevano sollevandosi. È ben raro che il tiro dei cannoni

possa abbattere un aeroplano da guerra, che solca lo spazio a cento o

centoventi chilometri all'ora, ma lo costringe a fuggire in elevazione,

a cercare la salvezza nelle altezze gelate dell'atmosfera da dove la

visione della terra si confonde e l'osservazione perde accuratezza.

Poi dei grandi uccelli tricolori sono sopravvenuti. Alcuni tornavano

dalle ricognizioni e scendevano a motore spento come scivolando

vertiginosamente sopra un immenso invisibile pendìo; altri si levavano

allora con un roteare largo e solenne. Per un minuto il cielo è apparso

tutto solcato dai voli. Qualche boato profondo ha scosso l'aria, e

nembi densi e foschi si sono sollevati dalla terra. Il nemico lasciava

cadere delle bombe.

Voleva forse colpire dall'alto qualche convoglio che passava sulla

strada vicina. Le bombe scoppiavano sui campi. I conducenti guardavano

con indifferenza il fumo che scorreva sull'erba e fra i filari di

alberi; il convoglio proseguiva con lentezza il suo cammino. Ad uno

ad uno gli aeroplani sono scomparsi. Il cielo si è di nuovo fatto

silenzioso e limpido. Abbiamo allora udito brontolare il cannone in

fondo alla pianura, sulle lontananze azzurrognole del Carso.

Oltre Capriva, ai piedi del Podgora, vedevamo le case sventrate di

Lucinico. Il bombardamento e gl'incendî vi hanno tutto diroccato e

distrutto. Lucinico è così prossimo a Gorizia che, visto da lontano,

si confonde con la città. Ne è quasi un sobborgo, separato appena

da un chilometro di strada e da un ponte. A Lucinico la battaglia ha

infuriato.

Aprirsi un varco a Lucinico verso Gorizia voleva dire aggirare il

Podgora, far cadere la possente difesa delle alture, voleva dire

sfondare lo sbarramento frontale di Gorizia. Mentre il martellare degli

assalti percuoteva e sfasciava successivi trinceramenti sul pendìo

occidentale del Podgora, il nostro attacco, fiancheggiando a destra

questa azione, si sferrò su Lucinico.

Le prime difese all'entrata del villaggio furono spazzate via. Successe

un combattimento all'antica, da casa a casa, da angolo ad angolo, da

porta a porta, una battaglia da pittura di guerra. Appena il villaggio

fu nostro, cominciò il bombardamento austriaco, furibondo; tutto era

fuoco e fumo; si udiva lo scroscio dei crolli dopo ogni esplosione; le

macerie si sparpagliavano con una violenza da proiettili sollevando

opachi e persistenti nembi immani di polvere, e alla notte, sopra

a questo tumulto danzava il riflesso vivo e sanguigno degl'incendî.

L'attacco continuava.

Le grandi opere di trinceramento preparate dal nemico erano al di

là. Lavori in cemento, blindature in acciaio, linee successive di

posizioni e di ostacoli, tutto quello che la scienza e l'esperienza

hanno trovato di più formidabile per lo sbarramento di un piano, era

ammassato su quello sbocco. La difficoltà più grave all'assalto non

era l'invulnerabilità delle trincee nemiche, non era l'intensità del

loro fuoco, era il reticolato, quella cosa che appariva così lieve

nella distanza, così leggera e sfumata come una bruma azzurrastra.

Sulle trincee si arriva, contro al fuoco si avanza, ma nessuna volontà

e nessun eroismo potevano far valicare le sterminate barriere di fili

di acciaio intessute sopra uno spessore di cinquanta metri. Allora i

mezzi efficaci che abbiamo trovato per la distruzione dei reticolati

non esistevano. Le grosse forbici a tenaglia, che così bene avevano

servito ai giapponesi in Manciuria, si spezzavano. Per renderle inutili

il nemico aveva adoperato dei fili grossi come cordicelle. I reticolati

di Lucinico parevano inattaccabili. Si pensò al cannone.

Avvenne qualche cosa di gigantesco. Nella prima luce scialba, livida

di un'alba, l'ora dei silenzi anche sul campo di battaglia, si vide

un cannone uscire al galoppo dalle nostre posizioni. Si era dovuto

lavorare a spianare un tratto di trincea per aprirgli il passo. Pareva

che si lanciasse solo all'assalto.

Fra le due linee nemiche, in una fredda, pallida, tragica solitudine,

imperterrito, il cannone galoppava alla morte. Andava lungo la strada

bianca e diritta verso le trincee austriache. I suoi sei cavalli

si allungavano vigorosamente nella corsa, sferzati dai conducenti

saldi in sella, e il rombo metallico delle ruote si spandeva sulla

quiete. L'ufficiale cavalcava a fianco del pezzo. Vi fu un minuto di

sospensione, di sorpresa, di ansia, di ammirazione.

Pareva che il nemico stesso fosse tenuto immobile da un senso di

rispetto e di stupefazione. Forse non capiva, non si rendeva conto,

di quella sublime audacia. Ma subito dopo la fucileria austriaca

cominciò, intensa, scrosciante, allarmata, da tutti i punti, di fronte

e di fianco, dalla strada di Gorizia, dalla strada di Gradisca, dalle

pendici del Podgora.

Il cannone si fermò a centocinquanta metri dai reticolati. Si

potè scorgere qualche cavallo già ferito che si abbatteva agitando

convulsamente le zampe. Poco dopo, distaccati dal pezzo, gli altri

pure cadevano, tentavano di risollevarsi, ricadevano. Gli artiglieri

eseguirono la manovra della messa in posizione, presero i loro posti,

tuonò il primo colpo. Vi fu una pausa per regolare il tiro, poi il

fuoco riprese, rapido, regolare. La trincea battuta scomparve nel fumo,

ma si intravvide al di là una confusione di fuga, uno sparpagliamento

di gente in corsa verso i fianchi. Il nemico abbandonava la posizione.

La fucileria austriaca infuriava sempre dalle trincee laterali. Su

quell'affaccendamento di pochi uomini intorno ad un cannone, su quel

minuscolo gruppo vivente nell'immobilità grigia della zona scoperta,

era una grandine di piombo. Qualche servente di tanto in tanto si

accasciava colpito. Allora dalla trincea nostra partiva di corsa un

artigliere a sostituirlo. E il fuoco continuava.

L'artiglieria nemica si destò. Dei proiettili cominciarono a scoppiare

intorno, vicino, ad avvolgere il cannone in cumuli di fumo. Ma si udiva

sempre il suo tuono impetuoso, eguale, insistente, ostinato, furibondo.

Ad un certo momento una voce ingigantita dal megafono gridò da là,

dal fumo: «Granate! Portateci granate!». Un cassone con trentotto

granate uscì dalle posizioni e si slanciò al galoppo in quell'inferno.

Il fuoco del pezzo non aveva avuto che una breve sospensione. Con le

nuove munizioni il tiro ricominciò veloce. Il cannone affrettava la sua

opera quasi presentisse la brevità del tempo che gli restava a vivere.

Era circondato da un balenare di scoppi, da un fragore ininterrotto.

Un albero vicinissimo, sul margine della strada, cadeva schiantato.

Su quel punto convergeva il furore di batterie intere. Nell'uragano

delle esplosioni si distinguevano i colpi del cannone nostro, regolari,

serrati.

Poi il suo tiro a poco a poco rallentò. Si fece ineguale, ebbe

delle pause. Gli ultimi colpi erano separati da lunghi, angosciosi

intervalli. Ma il fuoco moribondo del pezzo, che si comprendeva

manovrato da qualche ferito, continuò finchè tutte le granate furono

scagliate contro l'ostacolo, tutte. Allora soltanto, definitivamente,

il cannone tacque. Imperversò ancora su di lui la tempesta del

bombardamento. Quando anche essa languì e il fumo si dissipò, sulla

strada deserta non c'erano più che delle cose informi.

Il cannone, colpito ad una ruota, con l'affusto sfasciato, era rotolato

nel fosso. Cominciò allora una lotta per non lasciar cadere quei

gloriosi rottami in mano al nemico.

L'eroico sacrificio di quel pezzo aveva costretto l'avversario a

rivelare tutte le sue posizioni. Una breccia era aperta sulla strada,

ma inoltrarsi era impossibile in mezzo ai fuochi incrociati di

fucileria e di artiglieria che convergevano da ogni parte, risvegliati

dall'allarme, provenienti da trincee delle quali soltanto allora

poteva valutarsi l'importanza e scoprirne la disposizione. Non potevamo

muoverci, nessun assalto sarebbe arrivato in quelle condizioni. Nuove

disposizioni si meditavano, la situazione poteva essere studiata nella

sua realtà. Nelle trincee i soldati non pensavano che al cannone che

bisognava riprendere.

Per tutto il giorno fu tenuto lontano il nemico. Gli artiglieri della

batteria erano in trincea con i fucilieri. E furono gli artiglieri che

alla fine vollero uscire, sotto al fuoco, inoltrando lungo gli argini

della strada. Essi riportarono indietro i cadaveri degli uomini e il

pezzo.

In ogni combattimento, sul tumulto oscuro di innumerevoli eroismi si

solleva gigantesca, solenne, possente, la bellezza terribile di qualche

fatto leggendario, come un monumento sulla folla. In nessuna guerra

come in questa il valore è arrivato a così sovrumane grandezze. Sugli

orizzonti della storia le generazioni da secoli vedono torreggiare

il ricordo di gesta che non arrivano alle altezze di episodî che si

svolgono ora, per tutto, senza incitamento di gloria, con la ineffabile

semplicità dell'impensato, dell'istintivo, dell'inconsapevole. Son

pochi i fatti che arrivano ad essere conosciuti, e nessun nome rimane

scolpito su queste vette dell'epopea. I protagonisti non sono più

degl'individui, hanno una personalità più grande, sono il popolo, sono

la razza.

Per questo gli episodî eroici acquistano qui un colore di naturalezza

e non meravigliano più. Per uno di essi che arriva alla nostra

conoscenza, cento restano ignorati, passano e scompaiono dalla

memoria come le onde di una tempesta, varie, imponenti, mosse tutte

dalla stessa forza, fatte tutte della stessa materia, che lasciano

l'impressione di una cosa sola: il mare in furia.

Oscuri e sublimi sacrifici volontari crearono il varco ad ogni

avanzata, e di avvenimenti che avrebbero gonfiato di orgoglio il cuore

della nazione, rimangono tre righe di rapporto richiamate da un numero

di archivio. Percorrendo la fronte si scopre che gli ardimenti più

grandi non sono isolati, che scaturiscono in ogni settore nelle stesse

circostanze. Il cannone eroico di Lucinico ha dei confratelli per

tutto, a Gradisca, a Sagrado, sul Carso....

A Lucinico dopo quella battaglia la nostra fronte sostò, mentre

varcava l'Isonzo a nord e a sud, a Plava e a Sagrado, e la conquista

si affermava sull'altra riva. Gorizia si vede vicina, pittoresca,

intatta dalle trincee di Lucinico. I suoi edifici più nuovi e più

bianchi, senza una ferita sulle loro facciate, avanzano verso il fiume,

lungo viali alberati, e alla sera tutti i suoi vetri si accendono dei

bagliori del tramonto, con un'apparenza di illuminazione e di festa.

I campanili delle chiese numerose si affacciano incontaminati dalla

guerra al di sopra dei tetti. Soltanto la stazione di San Pietro,

che serviva ai trasporti di materiale da guerra ed era circondata

di depositi, è stata danneggiata dalle nostre granate. Contro ad una

grande tettoia da locomotive il tiro fu sospeso perchè sorse il dubbio

che potessero esservi raccolti dei rifugiati.

I cannoni del nemico devastano, i nostri combattono soltanto. Non

colpiscono che i punti dei quali è accertata l'importanza militare. Non

fanno la guerra agli inermi, alle case, ai monumenti. Da una parte è

la rovina, un paesaggio da terremoto, dall'altra continua rispettata la

vita passiva e silenziosa delle città spopolate che aspettano.

Il nemico, che spesso finge di arrendersi e massacra, che alza bandiera

bianca e fa fuoco, che copre con la croce rossa convogli di munizioni,

che spara sulle ambulanze e sui portaferiti, che fa prigionieri dei

medici, che bombarda villaggi abitati, potrà trarre qualche beneficio

della nostra lealtà. Ma noi sentiamo in noi stessi l'immensa forza di

una superiorità morale, la coscienza di rappresentare la formidabile

nobiltà del diritto.

Al fronte (maggio-ottobre 1915) · 第 29 / 34 题