LA CONQUISTA DELLA CONCA DI PLEZZO.

_24 settembre._

Dall'alto della cresta di Colovrat avevamo sentito il cannoneggiare

di Plezzo. Veniva da settentrione e passava sulla calma momentanea

delle pendici del Monte Nero, come quegli echi remoti di tempesta

che arrivano da oltre l'orizzonte in certe giornate estive, serene e

ardenti.

Sulla piazza di Caporetto, che pare così vasta fra le casette ad

un solo piano, piccole e bianche, incappucciate da nordici tetti

scoscesi, abbiamo trovato quel movimento ordinato e denso di carreggi

che hanno le ultime tappe nella vicinanza d'una battaglia. Degli

ufficiali ci parlavano dell'azione in corso, mentre dalla strada di

Ternova vedevamo sbucare nel villaggio in lunga carovana un armento di

prigionieri austriaci, quasi tutti giovani, forti, ben vestiti, ben

calzati, col cappotto arrotolato a bandoliera, il gran berrettone di

croata memoria sulle teste rapate e biondastre, sereni, sorridenti,

con l'aria di chi è ben soddisfatto della sua sorte. Intorno a loro

cavalcavano carabinieri grigi, che facevano caracollare e sgropponare

i cavalli per tenere indietro la folla dei soldati accorsi a vedere,

una folla composta, contenta e senza rancori. Tutte queste cose ci

facevano presentire lo spettacolo grandioso di una battaglia nella

conca di Plezzo. Ma avvicinandoci alla chiusa di Saga, lungo la strada

che risale la valle dell'Isonzo verso Plezzo e verso Predil, entravamo

invece in una zona di silenzio.

La bufera ha le sue soste e la guerra i suoi riposi. Dopo giornate di

violento bombardamento, all'improvviso si fa la quiete, dei cannoni

giganteschi si spostano, altri si avvolgono in un mantello di tela

quasi per dormire nel loro nascondiglio, e gli eserciti avversari

rilasciano la stretta come due lottatori dopo uno sforzo, quando si

studiano e si palpeggiano preparando un nuovo scatto dei muscoli. Siamo

arrivati in vista di Plezzo durante una di queste sospensioni piene di

un senso indicibile di aspettativa e di minaccia.

Le fanterie sole mantenevano lungo trinceramenti invisibili un fuoco

di fucileria lento e irregolare, il tiro rado e sparpagliato che

scoppietta sempre sulla fronte d'un esercito anche se nessuno si muove.

Lo udivamo appena, a seconda del vento, mentre da lontano, inerpicati

sulle alture di Saga, rintracciavamo nel panorama le linee dell'azione,

tanto intricate e difficili al primo sguardo.

La conca di Plezzo è, per dir così, un convegno di valli in mezzo

ad una aspra, maestosa confusione di montagne dalle vette dirupate

e nude. Essa appare come un ondulato lago di verdure e di vita, con

un fosco bordo di selve, in un anfiteatro selvaggio di pendici e

di balze. Vedevamo la conca da ponente; ci affacciavamo su di essa

dalla soglia di una delle sue quattro porte. Sono infatti quattro

gole intorno. Quella dell'alto Isonzo a levante, quella del Predil al

nord-est, quella del basso Isonzo a ponente (allo sbocco della quale

noi eravamo), quella dello Slatenik al sud, risalente verso le cime

del Monte Nero. Fra una valle e l'altra, un massiccio montuoso, un

profilarsi formidabile di declivî scoscesi, fra i quali le valli pare

si restringano simili a fenditure tenebrose.

Ma ogni valle è una strada, e tante strade facevano della conca di

Plezzo un luogo di concentrazione e di distribuzione della forza

austriaca. Plezzo ci minacciava, costituiva per noi un pericolo,

era una delle basi preparate per l'invasione. Le strade austriache

del Fella e del Predil, quelle magnifiche vie che da Pontafel,

per Malborghetto, Tarvis e il passo del Predil, scendono a Plezzo

possentemente fortificate, allacciate alle grandi arterie del Gail e

della Drava, cingevano di una formidabile tenaglia il nostro estremo

saliente della frontiera. Battendo Malborghetto e battendo Plezzo noi

abbiamo spuntato le pinze della tenaglia, che s'impernia a Tarvis, e

contro la quale non avevamo potuto costruire nè strade nè forti.

Ora, tutta la conca di Plezzo è nostra.

Abbiamo già descritto l'inizio dell'investimento, il lento, metodico

restringersi di un semicerchio di conquista, dal Monte Nero alla Sella

Prevala. Fin dalla metà di giugno la nostra azione cominciò a tendersi

verso Plezzo, da cui salivano per il vallone dello Slatenik quasi tutti

i contrattacchi austriaci contro le nostre posizioni del Monte Nero; ma

è nell'ultimo mese che l'offensiva italiana ha assunto in questa zona

una energia risolutiva. Fu il 13 di agosto che la grossa artiglieria

cominciò a battere le opere nemiche nella conca.

Non si trattava ancora del bombardamento dei forti, che sono oltre

Plezzo, nella gola del Koritnica, sulla strada del Predil. Si tirava

sulle fortificazioni più recenti erette dal lavoro senza soste di

masse di prigionieri, moltitudini di schiavi, sulle pendici dello

Svinjak — che si erge a levante della conca, isolato fra la strada

del Predil e quella dell'alto Isonzo. È lo Svinjak per il nemico

il monte più sicuro; forma una specie di fortezza a cavallo dei due

sbocchi maggiori, una fortezza immane che avanza a sperone ed ha per

fossato l'Isonzo ed il Koritnica. Sui suoi due fianchi, al di qua dei

fiumi, questa fortezza naturale che resiste ancora formidabilmente,

ha come due sentinelle, due monti, lo Javorcek alla sua sinistra, il

Rombon alla sua destra, le cui alte vette fortificate costituiscono

due poderose posizioni di appoggio, alle quali il nemico si aggrampa

disperatamente.

Al di là della conca di Plezzo conquistata, noi fronteggiamo dunque

tre montagne. Il nostro attacco sale verso le cime di quelle laterali e

batte alle falde dell'altura centrale, che è un po' più indietro delle

altre. Leggendo i loro nomi sui bollettini, si abbia la visione di

questa triade imponente, del Rombon alla nostra sinistra, dello Svinjak

nel mezzo, dello Javorcek alla nostra destra, e il senso della lotta

apparirà nella piena evidenza.

Sopra un fronte di una diecina di chilometri abbiamo qui guerra

d'alta montagna e guerra di pianura, difficoltà di rocce e difficoltà

di acque, strade nuove tagliate nelle più aspre balze, ponti nuovi

lanciati sui fiumi veloci, truppe che scalano, truppe che guadano.

Al di là della piana di Plezzo, nella gran luce del limpido meriggio,

lo Svinjak ci mostrava la sua gran mole truce. Sembra creato per una

difesa a oltranza.

Attraversato il letto pietroso e largo del Koritnica, che gira ai

piedi del monte, le truppe assalitrici si trovano avanti ad un lungo

declivio dolce ed erboso. È il primo spalto, bisogna salirlo allo

scoperto, non v'è un albero, non v'è un sasso. Delle barriere di

reticolati lo percorrono. Improvvisamente esso si fa ripido, si denuda,

si scoscende in una specie di ripa, e la montagna sorge. Essa forma

un primo ripiano, sul bordo del quale si allinea tutto un giallastro

sommovimento di terra e di pietre che indica un trinceramento blindato,

il fuoco del quale spazza il declivio inferiore. Più indietro, sullo

stesso ripiano, altri solchi, altri scavi, tutto un colore di frana

recente formato dai detriti rigettati dal lavoro; sono linee successive

di difesa, appostamenti di piccole artiglierie, ridotti. Più in alto

comincia il bosco, che s'infoltisce nel ripiego dei canaloni, che veste

la montagna di una scura pelliccia, per diradare verso la cresta nelle

nudità della roccia. Questa selva nasconde delle caverne, e le caverne

nascondono dei cannoni. La vetta è l'osservatorio.

Appena sparato un colpo, gli artiglieri austriaci ritirano il pezzo

nella sua tana, e si nascondono con esso nel buio. Non si vede

niente, la foresta non ha squarci, sembra impenetrata, impassibile.

Un'osservazione attenta scopre alle volte la vampa. La risposta

allora arriva immediata, esatta, ma bisogna che la granata imbocchi

esattamente l'apertura di una grotta per far danni. Ciò è avvenuto; una

batteria austriaca nascosta in una caverna è stata colpita in pieno.

Ma quando si sente cercata l'artiglieria nemica tace. Le difficoltà di

un attacco frontale di simili posizioni appaiono immense. Gli austriaci

dimostrano un'abilità singolare a trarre vantaggio da tutte le risorse

del terreno. Hanno il genio del nascondiglio.

L'azione è perciò più attiva e più mossa ai fianchi, contro alle

due montagne laterali. Verso lo Javorcek l'offensiva è avanzata dal

Monte Nero. Essa si mosse risolutamente il 14 di agosto, puntando

lungo il vallone dello Slatenik, che gli austriaci avevano sbarrato

con trinceramenti. Il 15 una prima trincea venne espugnata e vi

furono presi trecento prigionieri. Il combattimento non sostò. Il

16, nuove trincee fra la cresta del Vrsic e una località detta Dol

Planina, sul versante occidentale delle propaggini del Monte Nero,

erano conquistate. Il nemico contrattaccò, fu respinto, e il 17 agosto

facevamo un altro passo avanti dalla cresta di Vrsic in direzione dello

Javorcek, ricacciando dopo viva lotta gli austriaci da un'estesa linea

di trincee. Intanto dei reparti alpini, scesi dalla Valle Resia, scesi

per la Sella Prevala dalla Valle Raccolana, appoggiati da forze che

salivano da Saga, incominciavano i primi movimenti per investire il

Rombon, il baluardo di sinistra.

Dal nostro punto di osservazione vedevamo il Rombon quasi sopra di

noi, brullo, severo, smisurato. Ci pareva di essere sopra una delle

sue stesse balze. Solleva la sua vetta oltre i 2200 metri in un pallore

di altitudine. È scosceso, ampio, triste. Qualche piccola nube molle e

rosata si formava intorno alla sua cima, poi lentamente si sfrangiava,

si spostava, mutevole, leggera, trascinata via dal vento a fondersi

nella profondità azzurra del sereno. Quando quel velo si dissipava,

noi potevamo scorgere proprio sotto alla sommità le nostre trincee, una

linea vaga, lontana, minuscola, sbiadita.

L'attacco del Rombon cominciò il 28 agosto. Quel giorno, sulle ripide

balze meridionali del monte, furono conquistate le prime trincee

nemiche, e una piccola carovana di prigionieri scendeva alla sera per i

dirupi verso Saga. Altri reparti da montagna, che venivano da ponente,

tentavano l'assalto della vetta nell'alba del 27. Disposte in più

ordini, fortissime trincee austriache coprivano il cucuzzolo roccioso

del monte. La lotta fu accanita, qualche trincea fu presa, ma il

nemico rimase padrone dell'estrema punta. Intorno ad essa si stabilì un

fantastico assedio, che ancora dura.

I combattimenti sulla gelida cima del Rombon non somigliano a

nessun altro, hanno aspetti favolosi. Gli ufficiali che nel mattino

del 27 osservavano da Saga l'attacco, hanno scorto più volte come

uno scendere di frane, un piombare vertiginoso di massi lungo le

pendici scoscese. Non erano mine che scoppiavano, non erano granate

che spezzavano la roccia. Erano blocchi lanciati sull'assalto. Gli

austriaci avevano preparato un'arma primordiale e terribile. Avevano

disposto orizzontalmente sul pendìo delle travi, tenute da corde alle

estremità, e appoggiate alle travi avevano ammassate enormi pietre.

Quando vedevano che il fuoco dei fucili e il lancio delle granate a

mano non fermava la furia dell'attacco, lasciavano andare una delle

corde, la trave cadeva, e tutto l'ammassamento delle pietre, mancando

il sostegno, precipitava tumultuosamente, rotolava lungo la costa

rombando, rimbalzava. Era un contrattacco di macigni.

I nostri, sorpresi ma non sgomentati, non hanno ceduto terreno, non

si sono ritirati. Nella loro pratica della montagna hanno subito

trovato la tattica necessaria a questa guerra da uomini delle caverne.

Sanno come ci si salva dalle pietre che si staccano nei canaloni

durante i disgeli. Tutto quello che cade segue le linee di massima

pendenza; i nostri soldati hanno cominciato ad attaccarsi ai costoni,

alle sporgenze, alle balze, formandovi dei ripari. Poi hanno creato

sbarramenti, difese, ed hanno allargato a poco a poco il loro fronte

di attacco. Intorno all'estrema vetta tendono a formare un cerchio

d'investimento. Non potendo assalire ancora, vogliono chiudere il

nemico. È l'assedio di una roccia.

Ai difensori non rimane più che una strada aperta. È un sentieruolo

verso levante, verso la valle del Predil. Non si lotta quasi, più che

per quello. I nostri lo occupano, e il cannone nemico lo riapre. È

difficile tenervisi sotto al fuoco di una quantità di batterie d'ogni

calibro. Anche di notte, anche con la nebbia, al minimo allarme, una

tempesta di granate arriva su quel punto. L'artiglieria nemica non può

più battere gli altri lati della montagna perchè, mentre si operava

contro il Rombon e contro lo Javorcek, una vigorosa avanzata centrale

aveva conquistato tutta la conca di Plezzo, arrivando a bloccare gli

sbocchi del Predil, dell'alto Isonzo e dello Slatenik, e paralizzando

così ogni movimento nemico. Le artiglierie austriache avevano

perciò un campo di tiro assai più limitato, ma bastavano a sostenere

energicamente la difesa. Era contro di esse che bisognava agire. Una

nuova fase delle operazioni nella zona di Plezzo si iniziava con un

bombardamento di grossi calibri.

Cominciò il primo giorno di settembre. Parlando dei cannoni colossali

che abbiamo visto oltre questi monti, percorrendo certe estreme

diramazioni orientali delle Alpi Carniche, di quei cannoni che avevano

annientato il forte Hensel a Malborghetto, dicemmo che essi stavano per

avere un nuovo còmpito. Il loro nuovo còmpito era la distruzione dei

forti di Plezzo. Allora si preparavano. Si spostavano misteriosamente

verso appostamenti segreti, in mezzo ad una attività che riempiva di

movimento e di vita selvagge vallate. Ognuno di quei mostri, come

un sovrano antico, viaggia con una corte numerosa, fra cavalcate e

convogli, in lunghi corteggi che nereggiano su chilometri e chilometri

di strada e che dilagano in vasti accampamenti. Da altre parti, per

diverse vie, altri cannoni giganti, trascinati da possenti motrici,

andavano con solenne lentezza allo stesso convegno. Si rafforzavano

ponti per il loro passaggio, e dove i ponti non avrebbero resistito al

peso delle loro masse di acciaio, si aprivano in poche ore sorprendenti

strade di guerra attraverso brughiere e letti di torrenti perchè i

giganti potessero passare a guado.

La prima grande granata scoppiò nella gola del forte Hermann, il quale

si rintana nella valle del Predil poco sopra allo sbocco. La seconda

granata colpì l'opera in pieno. Al quinto colpo il forte cominciò a

prendere un aspetto di rovina, a sformarsi in un rovesciamento di massi

e di terra. In quello stesso giorno una delle sue cupole di acciaio,

colpita, si rovesciava come una campana.

Ora il forte Hermann non esiste quasi più. Ma quelle sue artiglierie

che non erano nelle cupole, sono state portate fuori, e tirano ogni

tanto da appostamenti preparati dietro ai ripieghi della valle. Sparano

qualche colpo, spariscono, non osano rimanere un giorno nello stesso

punto, sempre cercate, sempre inseguite, sempre scacciate dal nostro

fuoco.

Persuasi che la perdita di Plezzo era definitiva, gli austriaci

hanno cominciato a tirare delle granate incendiarie sull'abitato.

È il loro sistema. Quando non possono più tenere, distruggono. Le

granate incendiarie sono il segno di una speranza perduta. La piccola

città muore, casa per casa, sempre un po' più ogni giorno. Le fiamme

si levano ora qua, ora là, e nessuno può spegnerle. Da tempo la

popolazione è fuggita, e Plezzo agonizza in una sinistra solitudine.

Ci apparivano al di sopra di grandi ciuffi d'albero le sue case senza

tetto, alcune coronate da un nero scheletro di travature; vedevamo

delle muraglie diroccate e il campanile bianco e mozzo. Su quel

campanile, quando Plezzo, alla fine d'agosto, non era ancora occupata

dai nostri, osò salire un nostro osservatore.

Il paese si distende sopra una lieve e pittoresca collinetta; noi

eravamo arrivati quasi a ridosso della piccola altura, che dalla parte

nostra scende a scarpata, formando come un gradino scosceso e brullo, e

avevamo bisogno di spingere lo sguardo avanti, di esaminare da vicino

le difese austriache sull'altro versante della conca. Il campanile,

alto, dominante, quasi nel centro della vallata, offriva un posto di

osservazione meraviglioso. Ma era in pieno territorio nemico. Un ardito

ufficiale partì in esplorazione.

Pare un episodio delle vecchie guerre. L'ufficiale era di cavalleria,

innamorato della sua arma. Pensò che la rapidità può valere in certi

casi più della invisibilità, e partì a cavallo, attraverso dei vigneti

e dei frutteti, seguito dalla sua fedele ordinanza. Trovò Plezzo

già quasi abbandonata dalla popolazione; lo scalpitìo degli zoccoli

risuonava fra case deserte. Ad ogni angolo di strada, l'ufficiale

rallentava il passo e si sporgeva sul collo del cavallo, per scrutare

avanti. Niente, una via dopo l'altra si aprivano vuote e silenziose.

Giunse sulla piazza, affidò le cavalcature al soldato e si diresse

alla chiesa. Una specie di sacrestano, spaurito, gli aprì la porta del

campanile.

Erano le prime ore di una mattinata purissima. Dalla cella delle

campane, alla quale salì per vecchie scalette di legno, si vedevano i

trinceramenti austriaci, così vicini e netti che pareva si potessero

toccare stendendo il braccio. Il binocolo in una mano, un lapis

nell'altra, l'ufficiale guardava e scriveva. Tracciava sulla carta

topografica appunti e segni. Scorgeva le posizioni dello Svinjak,

scorgeva le posizioni dello Javorcek, spingeva le sue ricerche nel cavo

delle valli intermedie, calcolava, telemetrava, senza accorgersi dello

scorrere del tempo. Intanto degli austriaci entravano in perlustrazione

a Plezzo.

Una pattuglia nemica, arrivata dalla parte di Koritnica, percorreva

tranquillamente la via principale, senza preoccupazioni, con la

serenità di chi si sente sicuro in casa sua. Improvvisamente, ad uno

svolto udirono vicinissimo il trotto di due cavalli. Era l'ufficiale

italiano e la sua ordinanza che tornavano al campo. Gli austriaci

non ebbero il tempo di pensare, fu un attimo, i cavalieri sboccavano

sulla via, erano ad un passo da loro. L'ufficiale tirò sulle redini,

squadrando quegli uomini con l'occhio feroce dei momenti critici, il

cavallo ebbe un movimento d'impennata. Gli austriaci, sbalorditi, si

attaccarono al muro, senza osare un gesto. E sotto a quello sguardo,

istintivamente, portarono la mano alla visiera, salutando....

Immaginavano forse un seguito di truppa nella strada attigua, e si

sentivano perduti. L'ufficiale passò, l'ordinanza passò. Appena

passati si curvarono sulle selle, speronando; impetuosamente i

cavalli balzarono al galoppo. Era tempo. Dietro a loro la fucileria

si svegliava; stormi di pallottole rimbalzavano sibilando intorno. Gli

austriaci, riavutisi dalla sorpresa, sparavano freneticamente. Ma per

fortuna inutilmente. La straordinaria missione era compiuta.

Il nemico ha tentato più volte di liberare i suoi fianchi dalla stretta

che lo attanaglia. Per spezzare il nostro investimento del Rombon e

dello Javorcek ha replicatamente lanciato degli attacchi. Presentendo

forse il bombardamento imminente, poche ore prima che le nostre grosse

artiglierie iniziassero il fuoco contro ai forti, nella notte del

31 agosto, delle forze austriache salivano da levante le pendici del

Rombon, precedute da un intenso cannoneggiamento allo scopo di aggirare

le nostre posizioni. Fu un combattimento breve ma vivace. Respinti da

lì, due giorni dopo si volgevano contro le nostre posizioni alle spalle

dello Javorcek, nel vallone dello Slatenik. Si è tanto lottato in

quella gola che essa appare alla fantasia come un canale di battaglia.

Furono ancora ricacciati. Nello stesso giorno, essi lanciarono alla

deriva nell'Isonzo qualche mina galleggiante. Avevano sentore di

movimenti nostri, e speravano di potere far saltare dei ponti. La mina

fu pescata.

Intorno a Plezzo la lotta si andava facendo più viva, nuove forze

italiane premevano da ogni parte, e la preparazione delle artiglierie

si faceva di giorno in giorno più energica. Si presentiva l'azione

vasta di questa ultima settimana. Dopo l'attacco del 31 agosto,

dei drappelli nemici si erano rintanati qua e là nelle pendici del

Rombon, erano rimasti celati in nascondigli del monte, tendevano

a fare infiltrazione, creavano dei minuscoli punti di appoggio per

futuri tentativi di attacco. Il 5 settembre la montagna fu spazzata.

I drappelli furono scovati, assaliti, messi in fuga, si penetrarono i

loro nascondigli già pieni di armi, di munizioni, di viveri.

Per provocare una diversione, il giorno dopo delle forze rilevanti

austriache salite da Tolmino attaccavano le nostre posizioni sotto alla

vetta del Mrzli. Si voleva stornare l'azione da Plezzo riaccendendola

sulle propaggini meridionali del Monte Nero. Era una cinerea giornata

di nebbia lassù. Abbiamo descritto quelle posizioni come si vedono

dalle alture di Colovrat. Sulla cima del Mrzli, pianeggiante, una

formidabile trincea austriaca, il cui reticolato è intessuto intorno

ai tronchi bruciacchiati di un lembo di foresta che il cannone ha

distrutto: un poco più sotto, a poche decine di metri, il bosco

rinverdisce e rinfoltisce, e lì, fra gli alberi, i nostri. L'attacco

nemico è stato respinto, senza vederlo, nella nebbia densa.

Gli austriaci richiamavano rinforzi verso Plezzo. Un urto di masse

era imminente. Dai nostri osservatorî più alti si potevano scorgere

colonne di truppe e di carreggi che scendevano dal Predil. La nostra

grossa artiglieria, l'8 settembre, arrivava a fermare e disperdere due

di questi ammassamenti in marcia. Nella notte del 10 il nemico tentava

un ultimo attacco per liberare la sua sinistra, dove noi avevamo

cominciato a stabilirci sulle balze dello Javorcek. È ancora nel

vallone dello Slatenik che si combatte. I nostri ripetono la tattica

usata contro il battaglione ungherese sulla testata della stessa gola.

Aspettano l'assalto in silenzio, lo lasciano avvicinare senza tirare

un colpo. Del resto, l'oscurità profonda renderebbe inefficace il tiro;

non è a fucilate che l'assalto viene respinto. È a baionettate. Quando

il nemico è a pochi passi dalle trincee, i nostri si precipitano alla

mischia, lo scompigliano, lo disperdono. Al mattino dopo la battaglia

divampava furibonda e vasta su tutto il bordo orientale della conca di

Plezzo. Il nostro attacco in forze, lentamente preparato, si scatenava.

Più di sessanta cannoni tuonavano su quel ristretto fronte, e le

nostre magnifiche fanterie si impegnavano sullo spalto erboso dello

Svinjak, fra i boschi dello Javorcek, fra le rocce del Rombon, in un

maestoso semicerchio di furore. Alla sera le prime nostre trincee di

attacco avvicinavano i reticolati delle posizioni centrali. Proiettori

e razzi illuminanti inondavano la vallata di splendori soprannaturali,

e in vividi chiarori meteorici la battaglia proseguiva, terribile,

fantastica. Per tutto era un divampare di esplosioni, un lampeggio di

colpi, e il frastuono formava un solo, continuo boato. Si scorgevamo

talvolta degli strani, lunghi serpeggiamenti di luce azzurrastra come

uno strisciare, uno snodarsi di favolosi fuochi fatui: erano getti di

liquido infiammabile. Non vi sono mezzi sleali ed atroci di guerra

che il nemico non tenti. Certi reparti nostri dovevano combattere

con la maschera contro i gas asfissianti che delle granate a mano

sprigionavano.

Durante la notte dei reticolati erano stati distrutti; l'assalto era

penetrato qua e là nelle linee più interne; delle posizioni nemiche

erano conquistate. Ma dopo aver lottato per prendere, bisognava lottare

per conservare. Spesso anzi è più difficile mantenere una posizione che

espugnarla. Dopo ogni fase di attacco vi è una fase di consolidamento.

Bisogna resistere a tempeste di granate, e scavare, erigere, lavorare

difendendosi, crearsi le protezioni, le blindature, i refugi, lasciare

ogni tanto il piccone per la baionetta. In tali soste il valore del

soldato è più provato forse che nell'assalto. Occorre un valore freddo,

calcolatore, intelligente.

Alcuni giorni sono trascorsi in queste lotte di resistenza, durante le

quali l'artiglieria infuria, perchè è lei che sorregge, che protegge,

che attacca, che predomina.

Degli aeroplani nemici volavano per la prima volta sulla conca

di Plezzo in una affannosa ricerca di batterie. Il consolidamento

delle posizioni conquistate era completo il giorno 14, e una prima

calma si fece. All'alba del 17 settembre la battaglia ha ripreso, in

tutto il settore, ed è contro lo Javorcek, nella boscaglia, che il

nostro attacco si spinge con maggiore violenza. Dei reticolati sono

spezzati, l'assalto si slancia, due _blockhouses_, cioè due ridotte

blindate, vengono distrutte con tubi esplosivi, dei trinceramenti

sono conquistati alla baionetta. Agli sbocchi delle valli la nostra

occupazione si consolida, la conca di Plezzo si chiude definitivamente

al nemico. Due ufficiali austriaci e una cinquantina di soldati

prigionieri, scampati agli assalti sulle pendici dello Javorcek,

scendono alla sera del 17 verso Saga.

Sono quei prigionieri che abbiamo visto passare a Caporetto, scortati

dai carabinieri, fra due siepi di soldati curiosi e silenti.

Non riuscivamo, contemplando la valle, immaginarvi il tumulto che la

riempiva poche ore prima, e che forse tornerà a sollevarsi fra poco. Un

solo cannone sparava. Era uno dei giganti. Ogni quattro, cinque minuti

il suo boato percuoteva le montagne e si spezzava in mille rimbombi.

Vedevamo il fumo diafano e azzurro del colpo, in un folto d'alberi;

non potevamo scorgere dove battesse. Persisteva, regolare, ostinato,

come aspettando una risposta al suo possente ruggito. Non rispondevano

che gli echi, nella vallata calma, piena di quel pauroso senso di

solitudine e di stupefazione che pesa sui campi di battaglia quando la

lotta è sospesa.

Scendeva la sera, quietamente, e la prima oscurità saliva dal basso,

come una marea d'ombra. La notte sorgeva dalle profondità, mentre sulle

vette ardeva l'ultimo fuoco del tramonto. Lo Svinjak silenzioso, con

il suo nero bosco pieno di cannoni, di fronte a noi, si faceva livido,

truce, prendeva una non so quale espressione sinistra, si velava di un

colore di tempesta nel crepuscolo. E il cannone continuava a lanciare

ad intervalli la sua tuonante formidabile interrogazione.

Al fronte (maggio-ottobre 1915) · 第 24 / 34 题