_18 settembre._
Prima di salire sulle posizioni, l'ufficiale che ci conduceva ha preso
la parola.
Con frasi chiare, pacate, brevi, come se parlasse delle cose più
naturali e semplici della terra, ha narrato lo svolgimento dell'azione
su quel settore del fronte, una storia magnifica di lotte incessanti,
di assalti e contrassalti senza fine fra vette quasi inaccessibili, una
storia di accanimenti e di furori. Stavamo per ascendere alla linea di
trincee del Pal Grande, del Freikofel, del Pal Piccolo, nelle quali il
combattimento non ha soste.
Quale indimenticabile lezione di tattica!
Eravamo in fondo alla valle di Montecroce in una di quelle mattine
fresche e purissime che mettono nell'aria luminosa qualche cosa di
inebbriante. Il Pizzo di Timau ci sovrastava con i suoi arditi castelli
basaltici, che lanciavano l'impeto delle loro torri grige verso
l'indefinito della distanza, nell'azzurro del cielo, a un chilometro e
mezzo sulle nostre teste. Dalle loro basi, fino al fondo della valle,
un digradare di macigni precipitati, vario e come pieno ancora del
tumulto dei crolli. Dall'altra parte della valle, le spalle boscose
del Monte di Tierz, la cui cresta terrosa e fulva conserva lembi di
prato che l'autunno dissecca. Fra il declivio dirupato e nudo del Timau
e la costa selvosa del Tierz, come fra due quinte, tutto uno sfondo
di imponenti vette rocciose: il Pizzo Collina, il Monte Cogliàns,
lo Zellonkofel più vicino, una maestà di masse scoscese e chiare,
rigate qua e là da un candore di nevi. Mentre l'ufficiale parlava, le
montagne si rimandavano l'una all'altra echi fragorosi e senza fine di
cannonate.
La cima del Tierz si coronava di nubi bianche e nembi di terriccio, ed
udivamo passare sul Timau un canto profondo e fuggitivo di granate in
viaggio. Lunghi rimbombi di esplosioni scendevano per la valle, nella
quale vedevamo sorgere e dileguarsi cirri di fumo.
Il cannone faceva un formidabile commento alle parole dell'ufficiale —
uno degli eroi del Freikofel, promosso per merito di guerra e proposto
per tre medaglie al valore — le illuminava di verità precisa, delineava
l'immagine esatta dei fatti. Noi le vedevamo le nostre meravigliose
truppe sotto a bombardamenti di giorni e di settimane, impavide, pronte
all'attacco: l'artiglieria spiegava.
Un soffio di terrore pareva avesse spazzato la valle. Eravamo adunati
presso ad una vecchia chiesuola solitaria, e vedevamo poco lontano
le case del villaggio di Timau, vuote, chiuse, silenziose. Poco dopo
il paesello di Muse incomincia la zona del fuoco e la vita normale
agonizza. Più oltre, sulla strada polverosa non si scorge che qualche
portatrice frettolosa, con una gran gerla sulle spalle curve; ancora
qualche capraia sui prati, immobile presso al suo piccolo armento, e
poi niente altro che soldati, e muli in lenta sequela, salmerie che
salgono verso quella tempesta che romba. Erano le otto del mattino
quando ci siamo incamminati anche noi, in lunga processione.
Il Pal Piccolo, il Freikofel, il Pal Grande, sono vette in fila di una
stessa catena lungo la quale passa la frontiera, diretta da oriente ad
occidente. Questa catena si allunga fra due valloni, per un gran tratto
paralleli: quello dell'Anger al nord, in terra austriaca, e quello di
Montecroce al sud, in terra italiana. Due allineamenti di montagne
assai più alte formano gli altri opposti versanti dei due valloni.
Insomma, per avere una visione chiara del terreno, necessaria alla
visione chiara dei fatti, bisogna immaginare, uno di fronte all'altro
— uno sulla nostra terra e uno sulla terra austriaca — due maestosi
schieramenti di monti, due grandi spalti le cui creste ondulate e
prative, che passano i duemila metri, si guardano da sette od otto
chilometri di distanza, e fra loro, più in basso, la catena rocciosa
del Pal Piccolo, del Freikofel e del Pal Grande, la quale finisce per
attaccarsi al Pizzo di Timau.
Queste alture famose, con i loro cocuzzoli nudi, frastagliati,
precipitosi, messi in rango, sorretti e legati da balze tormentate e
scoscese, formano una strana convulsione di pietra in mezzo ad un calmo
e solenne anfiteatro di montagne verdi: le montagne di Tierz, di Cimon,
di Crostis, dalla parte nostra; quelle di Köderhohe, di Lancheck, di
Polenick (la sola che si culmini in una dirupata nudità pietrosa),
dalla parte austriaca.
Avevamo già contemplato la truce regione del Freikofel dall'alto del
Crostis, durante una delle ultime escursioni. Avevamo visto sotto a
noi una confusione di giganteschi macigni, variegata di sterpi, e solo
dopo una lunga osservazione ci era stato possibile individuare le cime,
distinguerle l'una dall'altra, e sorprendervi a poco a poco la nascosta
vita della guerra. Gl'incamminamenti coperti, le paurose scalinate
scavate nel sasso entro l'ombra di canaloni, i rifugi arrampicati
miracolosamente nei greti, i baraccamenti annidati ai piedi delle
pareti rocciose, e qua e là le trincee, tutto minuscolo, strano, fatto
di solchi, di celle, di tane, fra sparpagliamenti di tronchi trascinati
lassù, simili a festuche di paglia, pareva dovuto ad un lavoro
d'insetti infaticabili e industriosi. Il cannone taceva, e nel silenzio
freddo delle vette risuonavano continuamente dei colpi di fucile, cupi,
lunghi, con quel rumore caratteristico delle tavole gettate a terra, un
rimbombo da legname scaricato.
La lotta si accanisce in questa aspra regione perchè c'è il Passo
di Montecroce. La valle austriaca dell'Anger e quella italiana di
Montecroce sono in comunicazione. La catena rocciosa del Freikofel
ha un taglio profondo nel quale una buona strada si snoda. Per questa
strada si può scendere dal Gail al Tagliamento. Padroni del Passo di
Montecroce, gli austriaci potrebbero premere verso gli sbocchi che
conducono, per le valli del But, del Degano e del Tagliamento, alle
retrovie del nostro esercito operante sull'Isonzo. Non andrebbero
lontani, ma farebbero sentire una pesante minaccia sul nostro fianco.
Per aprirsi la via di Montecroce non hanno risparmiato sforzi. Avevano
preparato numerose strade militari, avevano creato nella zona del Passo
un vero campo trincerato, e fin dall'inizio della guerra, concentrate
truppe e artiglierie in quantità preponderanti, hanno tentato di
forzare il varco. L'azione su questo settore ha avuto tre periodi
distinti: offensiva austriaca e resistenza nostra; controffensiva
italiana e conquista delle vette; equilibrio. Noi non vogliamo
avanzare, siamo sulla frontiera naturale, non reclamiamo terre al
di là, e non vogliamo disperdere energie in obbiettivi strategici di
secondario valore.
Ma la lotta non si acquieta. Gli austriaci tornano e ritornano
all'attacco, tentano e ritentano, costone per costone, vetta per vetta,
cercano di smuovere la stupenda barriera di eroismo contro la quale
ogni assalto si sfascia e si abbatte nel sangue. Alle volte lasciano
trascorrere qualche settimana nell'inerzia, poi, impetuosamente,
sferrano un colpo di sorpresa. Sperano di trovarci indeboliti,
immaginano forse che, ingannati dalla quiete d'una falsa rinuncia, i
difensori abbiano assottigliato le loro schiere.
La nostra difensiva non va intesa come una immobilità. La nostra azione
svolge spesso una offensiva tattica, sospinge, assalta, sorprende,
striscia, strappa al nemico ora una trincea, ora un ridotto, migliora
le posizioni, si abbarbica, approfondisce le radici della resistenza.
Le fanterie nemiche sono a quaranta o cinquanta metri l'una dall'altra.
Gli avamposti sono a quindici metri. Quando gli austriaci bombardano,
spesso debbono fare arretrare la loro fanteria nella seconda linea di
trincee per non colpirla.
Il Passo, una spaccatura piena d'ombra, folta di abeti, sta fra due
cime massicce e rocciose, due immani pilastri: quello a sinistra è
lo Zellonkofel, quello a destra è il Pal Piccolo. A destra del Pal
Piccolo, un'altra mole di sasso: il Freikofel. A destra del Freikofel,
simile per l'aspetto ma più ampio, il Pal Grande. Ancora più in là, le
guglie del Timau. Dopo il Timau, ma non più in rango, simile al capo di
una schiera di vette, l'alto Pizzo Avostanis avanza al nord e chiude la
valle dell'Anger.
Il possesso di questo Pizzo sollevò anni or sono una questione
diplomatica che somiglia a quella della Cima Dodici. L'Austria lo
reclamava, ma le sue ragioni erano troppo quelle del lupo. Il Pizzo
restò nostro. La lunga premeditazione austriaca ora si rivela nella
sua pienezza. Non era il povero possesso di una sterile sommità che
si discuteva: era il dominio di un valico, il punto di appoggio di
un'azione. Il Pizzo Avostanis è il sostegno del nostro fronte. Se non
l'avessimo, forse la difesa non potrebbe esser lì.
La lotta cominciò al Passo. Subito, all'inizio della guerra, il nemico
avanzò all'occupazione dello Zellonkofel a sinistra del Passo, e
del Pal Piccolo a destra. Sul Pal Piccolo avevamo un plotone. Benchè
risolute e tenaci, le nostre forze nella zona erano in quei giorni
piccole. Il plotone si trovò di fronte una compagnia austriaca. Dovette
ripiegare, ma alla notte stessa i nostri assaltarono il monte. Lo
presero, lo tennero. Però, profittando di un cambio di guarnigione
che aveva portato sul Pal Piccolo una truppa nuova alla località, gli
austriaci attaccarono e rioccuparono la vetta. Vi rimasero poco. Gli
stessi soldati che avevano già una volta conquistato il monte, salirono
nuovamente all'assalto e lo riconquistarono. E vi sono ancora.
Ma gli austriaci avevano lo Zellonkofel, avevano il Freikofel, avevano
una delle due punte del Pal Grande; le posizioni nostre e le loro
s'incastravano, s'intersecavano, si allacciavano sopra una stessa
linea. Aggrampati sullo scoglio, dove non si scavano trincee, dietro
a frettolosi ripari di pietre ammonticchiate e di sacchi di terra
faticosamente trascinati lassù, i nostri avevano il nemico di fronte e
sui fianchi. Gli approcci erano scoperti, la fucileria grandinava sulle
retrovie, mancavano sentieri, il rancio doveva esser portato da lontano
con due ore di ascensione sotto al fuoco, e l'artiglieria tempestava.
Gli attacchi del nemico erano continui e violenti.
Il Pal Piccolo fu assalito cinque volte consecutive in un solo
giorno da un battaglione e mezzo di austriaci muniti di numerose
mitragliatrici. Cinque volte il nemico venne ricacciato. Si preparava
a salire ancora all'attacco, si sentiva troppo superiore di forze per
rassegnarsi, quando nella giornata grigia la nebbia scese dalle vette e
una pioggia dirotta cominciò a scrosciare sulle pietre. Allora i nostri
si slanciarono fuori dalle posizioni, la baionetta bassa, urlando, e
per quel giorno spezzarono definitivamente l'offensiva nemica. Era il
30 maggio.
Intanto il coro dei cannoni aumentava tutto intorno. Mentre le fanterie
si battevano, spesso a corpo a corpo, sulla catena rocciosa che il
Passo fende, da dietro le creste dell'ampio anfiteatro di monti le
batterie preparavano gli assalti o si cercavano fra loro, folgorandosi
al di sopra della mischia, e da vetta a vetta filava l'ululante
parabola delle granate. I nostri medî calibri entrarono in azione
il 28 maggio, e i loro primi rimbombi furono salutati da una lunga
acclamazione, giù dalle trincee italiane. Il 3 giugno una batteria
austriaca veniva smontata dalle nostre cannonate. Era il momento in cui
si preparava la conquista del Freikofel.
Fu annunciata al paese il 9 giugno, quando potè dirsi definitiva.
Perchè il Freikofel fu preso, perso, ripreso, riperso, ripreso.
Quando si è visto il Freikofel si ha di questi assalti l'impressione
fantastica di un volo. Immaginate una specie di alta cupola di basalto,
irregolare, con dei fianchi quasi a picco, tutta scogliere, tutta nodi,
spaccata da fenditure che ospitano grame sterpaglie, grigia, sinistra,
strana come quelle rocce inverosimili della pittura cinese che portano
sulla vetta i contorcimenti di un pino asiatico. Lo difendeva una
compagnia, ossia tanti soldati quanti era possibile mettervene. Fu
preso la prima volta da venticinque uomini.
In molte compagnie alpine si sono formati nuclei numerosi d'uomini
votati alla morte; sono detti le «anime perse», sempre pronti ad
ardimenti che hanno del sovrumano. Ricordano i _keshitai_ giapponesi,
gli assetati del pericolo, gli eroi dell'impossibile. L'attacco
del Freikofel pareva una follia, ma bisognava studiarlo, bisognava
tentarlo. Avanti le «anime perse»!
Sono tante le anime perse che si dovette fare una scelta. Occorrevano
venticinque soldati, e ve n'erano cinquecento che si offrivano.
Partì all'alba del 6 giugno la spedizione prodigiosa, condotta da un
sergente pratico dei luoghi. Erano tutti alpigiani: guide, cacciatori
di camosci, portatori, gente che si sente sicura sopra un abisso finchè
trova lo spazio per incastrare la punta d'un piede e i polpastrelli di
una mano.
Si vede da dove sono saliti, ma non si capisce come siano saliti.
Portavano il fucile, con la baionetta già inastata, le giberne, il
tascapane pieno di viveri, erano carichi di peso. S'inerpicavano
con piedi fasciati di pezze, per far meglio presa sulla roccia, e
certi tratti di parete liscia, dove non era possibile salire, li
superavano fissando alle sporgenze superiori delle lunghe corde alle
quali si arrampicavano. Gli austriaci, che vigilavano le due spalle
più accessibili del monte, non udirono niente. L'ascesa, lenta e
silenziosa, era durata un'ora e mezzo.
Toccata la vetta, fra le asperità cineree dei dirupi gli assalitori
concertarono rapidamente il loro piano. «Battaglione, alla baionetta!»
— urlò il sergente. «Compagnia, alla baionetta!» — urlò un caporale. E
tutti e venticinque, gridando per mille, si buttarono avanti, saltando
da masso a masso: Savoia! Dalle posizioni vicine si udì il clamore. Poi
le voci si spensero. Dopo qualche minuto il silenzio tornò profondo sul
Freikofel. Che era avvenuto? Tutti gli sguardi scrutavano ansiosamente
la vetta. Improvvisamente un'acclamazione immensa echeggiò dal Pal
Piccolo all'Avostanis. Sulla cima del Freikofel sventolava la bandiera
italiana.
Gli austriaci non si erano difesi. Sorpresi, erano fuggiti in terrore.
Erano già depressi per un intenso bombardamento di medî calibri durato
tutta la notte. Cinquantaquattro di loro si arresero subito. Molti
altri, sparpagliatisi intorno nelle anfrattuosità delle rocce, venivano
fuori alle reiterate intimazioni di resa, le mani levate. Il nemico
non tentò subito di riprendere la vetta di assalto: la bombardò.
Tutte le batterie austriache, grandi, piccole, di medio calibro, vi
concentrarono un fuoco infernale, prima che i nostri potessero compiere
il più piccolo lavoro di fortificazione. La sommità dovette essere
sgombrata, ma tenevamo l'accesso. Aggrampate Dio sa come, le nostre
truppe erano là, pronte, al riparo, entro i greti e nei canaloni.
Dei venticinque assalitori uno solo era caduto. Fu visto
all'inseguimento, avanti a tutti, scendere a salti di camoscio e
piombare colpito da una fucilata a bruciapelo, tirata da qualche
nascondiglio. Non era stato nominato per quell'impresa. Aveva
protestato perchè non l'avevano incluso nella lista. «_Sior capitano,
mi go più dirito dei altri!_» — aveva detto alla sera, tutto commosso
come sotto ad un'ingiuria. — «_Me speta!_».
Era un soldato straordinario. Quando vedeva il suo capitano partire
solo in ricognizione, borbottava: «_Eco sto mato che busca de farse
copar!_» — E gli dava dei consigli: «_No se fida de mi? Perchè no me
manda mi a guardar, che se lo copan a el, che femo nualtri?_» — Il
capitano fingeva di non udire, e allora il bravo alpino pigliava il
fucile, si affibbiava le giberne, e dopo aver mormorato un affettuoso
e irriverente «_andemoghe drio, el xè mato da legar!_», lo seguiva per
tutto, passo passo, come un cane, devotamente, pronto a fargli scudo
del suo corpo ad ogni frusciare di fronde. L'ufficiale lo ha pianto.
Per tre giorni sul Freikofel è stata una alternativa di bombardamenti
e di mischie alla baionetta. Quando il nemico credeva di aver spazzato
la vetta a colpi di cannone, avanzava la sua fanteria. Improvvisamente
era fra le pietre un brulichìo di grigio, un lungo urlo possente, i
nostri balzavano su, rioccupavano la cima, facevano dei prigionieri,
rigettavano l'assalto. Il bombardamento ricominciava. Si resisteva
un'ora, due, tre, poi bisognava cedere, ritirarsi. Dal giorno 7
al giorno 9, il nemico lasciò duecento cadaveri sul Freikofel,
quattrocento feriti, duecentoventi prigionieri. Ma il 9 la nostra
occupazione della sommità era consolidata. Il cannone non ci scacciava
più.
Gli attacchi austriaci sono però continuati. Con la nebbia, con la
pioggia, di notte, all'alba, alla sera, il tentativo di riprenderci
il Freikofel è stato rinnovato con un'accanita costanza. Specialmente
con la nebbia. Quando le nubi scendono e le montagne vi si immergono a
poco a poco, quando tutto sparisce in un grigio tenebrore, si può esser
quasi sicuri che nello spessore opaco e freddo dei vapori i nemici
rampano.
La loro tattica consiste nell'avvicinarsi a gruppi di cinquanta o
sessanta, cautamente, carponi, e, arrivati a pochi passi dalla trincea
italiana, aprire un fuoco intenso e breve di fucileria. Non osano
slanciarsi all'assalto subito; vogliono prima saggiare la difesa.
Il fuoco di risposta rivela le condizioni dei difensori. Ne dice il
numero, ne dice il morale. Se la trincea si sveglia con una fucileria
furibonda, lunga, disordinata, l'attacco può proseguire. Vuol dire che
la gente trincerata è poca e vuol parere molta, o è molta ma sorpresa
e agitata. Se invece soltanto una diecina di colpi risponde, e poi si
rifà il silenzio, la cosa è grave: c'è nella trincea un'aspettativa
calma e sicura. In questo caso, che è il più sovente, l'attacco è
sospeso. Allora, dopo la scarica, i nostri non sentono più nulla. Il
nemico si ritira quatto quatto nelle sue tane.
Tali spedizioni austriache non sono mai condotte da ufficiali; dei
sergenti le guidano. Gli ufficiali rimangono dietro, nelle trincee.
Si sono avuti, per lunghi periodi, tutte le notti di questi tentativi
di attacco. Talvolta l'offensiva austriaca ha un ben maggiore sviluppo,
si sferra in forze compatte dopo violenti bombardamenti, si estende
contemporaneamente a tutte le posizioni del Passo di Montecroce, assale
il Freikofel, assale il Pal Piccolo, assale il Pal Grande, assale
l'Avostanis.
Non si contano più queste battaglie furibonde, nelle quali si calcola
siano caduti più di seimila austriaci. Il nemico si dibatte sulla
linea incrollabile delle nostre posizioni, non vuol persuadersi che
non si passa. Il 14 giugno, bombardamento e attacco dell'Avostanis. Il
giorno dopo, attacco generale. Il 20 giugno, alla notte, attacco del
Freikofel. Il 22, attacco generale. Dopo ogni insuccesso parziale, gli
austriaci allargano il combattimento, come chi non potendo scuotere
una porta sferri pugni su tutti i muri intorno. Il 23, attacco dal
Pal Piccolo al Pal Grande. Così il 24, nella notte. La notte del 25,
attacco del Freikofel. Le rocce si coprivano di cadaveri. Intanto noi,
sistematicamente, continuavamo a completare il nostro fronte con nuove
conquiste.
Il 22 giugno, proprio durante gli assalti austriaci, occupavamo la
cresta fra il Pizzo Collina e lo Zellonkofel, il monte che, simmetrico
al Pal Piccolo, sta a ponente del Passo di Montecroce. Zellonkofel e
Pal Piccolo sono come due gigantesche sentinelle, una da una parte e
una dall'altra del Passo. Il 25, la cima stessa dello Zellonkofel fu
presa da noi. La soglia di Montecroce era definitivamente chiusa al
nemico.
Gli austriaci tentarono il giorno dopo di sloggiarci. Respinti,
impiegarono il giorno 27 a spostare artiglierie; il 28 bombardarono lo
Zellonkofel con tutti i calibri, poi lo assalirono ancora. Respinti, si
volsero di nuovo, all'altro pilastro del Passo, al Pal Piccolo. Nella
notte del 30, alla luce dei proiettori e dei razzi illuminanti l'ondata
dell'assalto si abbattè sulle nostre trincee, con granate a mano e
bombe asfissianti. L'onda s'infranse e ricadde.
Noi ci eravamo anche impadroniti del Passo di Volaia e del Passo
di Valentina, che si trovano a ponente del Montecroce. Il nostro
allineamento si estendeva e si piantava solidamente sulle posizioni
più forti. Il 1.º luglio facevamo ancora un piccolo passo avanti
dalla cima del Pal Grande; scendendo sul declivio scacciammo il
nemico dalla trincea avanzata. Gli austriaci fecero sforzi disperati
per riprenderla. Tentarono l'assalto nella notte stessa; poi alla
mattina seguente; poi, con più truppe, il giorno 3, dopo un serrato
cannoneggiamento; poi il giorno 5. Abbandonarono 250 morti sul
terreno. Respinti sempre, volsero l'attacco al vicino Pizzo Avostanis.
Furono lasciati avvicinare a brevissima distanza dalle trincee,
contrattaccati, rovesciati nella valle. Il giorno appresso, assalivano
ancora il Pal Grande.
Vi è qualche cosa di cieco e di feroce in questa tattica da ariete,
una forsennata negazione dell'evidenza. E l'evidenza è che la fanteria
austriaca, dai celebri _Kaiserjägern_ ai bosniaci, non può reggere
in combattimento aperto contro la nostra truppa, quando l'uomo è
contro l'uomo. La forza degli austriaci è nell'ausilio ampio, bene
organizzato, sapiente, di tutta la meccanica offensiva, di tutti gli
atroci sostituti scientifici del valore umano: è nell'uso studiato e
largo di tutti quei moderni mezzi di lotta che permettono di colpire
senza esporsi, che affidano la maggior parte del combattimento al
cieco automatismo degli esplosivi; è nell'abilità del nascondiglio, nel
soccorso delle difese inanimate. Sono artiglierie numerose, varie, ben
celate, pronte a scomparire; sono bombe asfissianti; sono granate che
delle macchine lanciano, perchè ci si espone troppo a lanciarle a mano;
sono mine, reticolati, scudi di acciaio; sono trinceramenti blindati
con feritoie a sportello nei quali la fanteria è invulnerabile. Ma il
momento arriva in cui bisogna che avanzino allo scoperto se vogliono
tentare una conquista.
Possono bombardare quanto vogliono, aumentare in proporzioni
esorbitanti la loro avanguardia di esplodenti, l'ora suona in cui i
rifugi debbono essere lasciati per farsi avanti. È l'ora che i nostri
aspettano silenziosamente. È l'ora del cuore. Non sempre ci si difende
col fuoco dall'assalto che inerpica. Le baionette si inastano, poi
con un grido selvaggio i nostri balzano sulle trincee e si gettano
giù, a valanga. Il nemico precipita indietro, lascia i suoi morti,
i suoi feriti, i suoi fucili, e da dietro i macigni spuntano mani
levate di gente che si rende. E questo non una volta, non due; quando
leggete nella nobile sobrietà della prosa di Cadorna che avvenne «il
consueto attacco» al Freikofel, al Pal Grande, al Pal Piccolo, dovete
immaginarvi queste scene sugli orridi costoni di Montecroce, grandiose
e tenibili come la penna non potrà mai dire, tumultuanti nel pallore di
un'alba, o in una notte di tempesta illuminata dalla luce fantastica di
bengala librati nell'aria dai razzi.
Poi si combatte per i morti.
I nostri alpini, specialmente, hanno per il cadavere una reverenza
eroica, un culto antico e solenne che fa della sepoltura un dovere
sacro. Compiono follìe di valore per raccogliere piamente i loro
caduti. Dicono che il morto vuole riposo, e reclamano dai superiori
il diritto di uscire dalle trincee. Si concertano, partono in cinque,
in sei, armati, di notte. Spesso sono scorti o sono uditi dal nemico,
la fucileria si desta, le bombe esplodono divampando fragorosamente,
i proiettori si accendono e frugano la roccia. Qualche volta la
scaramuccia si allarga, e non sono più cinque o sei che avanzano, sono
cinquanta, sono cento, lanciati fuori da un'indignazione generosa, e la
spedizione arriva sulla trincea nemica tornandone carica di trofei.
Sul Pal Grande, un giorno, uno dei nostri morti era rimasto a tre
passi dai parapetti austriaci. Era un graduato che tutti adoravano.
L'ufficiale in comando offrì una somma di denaro ai volontari che
fossero andati a prenderlo. Gli alpini, gravi, studiarono a lungo dalle
feritoie, poi scossero la testa e tacquero. L'ufficiale, un valoroso,
un dio per i suoi uomini, lasciò la trincea con un gesto di sdegno.
Bastò più della somma.
Era appena giunto al rifugio, quando l'ufficiale udì un tumulto di
fucilate e di gridi. Si disponeva, perplesso e sorpreso, a tornare
indietro, ma il tumulto diminuiva, cessava. E verso di lui, per i
camminamenti coperti, scendeva un affollamento solenne di soldati.
Era il funerale magnifico di un eroe. I primi portavano il cadavere, e
dietro a loro ondeggiavano sulle spalle fasci di fucili e grigi scudi
di acciaio, armi prese al nemico. Per riprendere il morto, la trincea
austriaca era stata attaccata, conquistata, spogliata.
Perchè gli austriaci tirano sui raccoglitori di feriti e di cadaveri?
Nulla può indurli al rispetto della croce rossa. Uno dei nostri
cappellani, dopo un combattimento, uscì dalle trincee del Freikofel in
paramenti sacri, le braccia levate, per chiedere al nemico di lasciar
prendere i morti. Fu preso a fucilate anche lui. Fremendo di sdegno i
nostri hanno visto più volte gli austriaci massacrare a colpi di fucile
e di granata i loro stessi feriti, che strisciavano penosamente gemendo
verso le loro trincee. Non è forse ferocia; probabilmente è allarme.
Sono in uno stato di agitazione evidente, di ansia, di sospetto,
di timore. Non discernono, non capiscono, sono turbati, vedono in
ogni cosa un tranello, nel prete immaginano un lanciatore di bombe
travestito, nel rampare d'un ferito scorgono l'avvicinarsi subdolo di
un assalitore, l'angoscia di una aspettativa mortale non lascia posto
per altri sentimenti, tirano su tutto quello che si muove, sulle ombre,
sulle apparenze, e tirano anche sui morti, perchè non li ricordano più,
o perchè li credono finti morti e fissandoli par loro che si spostino,
lentamente, insensibilmente, nell'ombra.
Nessun attacco di queste truppe, anche contro forze che per un periodo
furono numericamente inferiori, è mai riuscito. Non li abbiamo
ricordati tutti questi attacchi, ostinati, sanguinosi e inutili.
L'8 luglio tentavano ancora la conquista dello Zellonkofel. Il 10 si
volgevano al Pal Grande, di notte. All'alba contrattaccavamo noi e
prendevamo un'altra trincea. Il giorno dopo avanzammo ancora un poco
verso l'Anger. Il 14 luglio, nuovo assalto generale austriaco di tutte
le posizioni. Era un giorno tenebroso, nebbioso, freddo, e per due
volte l'offensiva nemica salì sullo Zellonkofel, sul Pal Piccolo, sul
Freikofel, sul Pal Grande, sull'Avostanis, a infrangersi sulle nostre
baionette. Poi il 27 luglio, il 30 luglio, il 7 agosto, il 14 agosto,
giorni di battaglia. Di ogni attacco nemico noi abbiamo profittato;
la controffensiva ci ha permesso sempre di migliorare la linea di
resistenza; prendevamo una balza, una gola, un costone. E la lotta
prosegue, ora furibonda ed ora stanca, ad una distanza da sassate, con
lanci di bombe e d'ingiurie.
Questo è il fronte verso il quale salivamo lentamente dalla valle di
Montecroce.
Salivamo verso le posizioni dalla valle di Montecroce, sul cui fondo
venivano a cadere dei colpi destinati alle retrovie, i quali aprivano
sui prati, dall'altra parte del torrente, lacerazioni oscure.
Ogni quattordicesimo giorno del mese è, per ragioni misteriose, un
giorno di furore austriaco in quel settore. Assistevamo alla quarta
celebrazione di questa data. Il tempo limpidissimo favoriva l'azione
delle artiglierie. Dalle tre del mattino il bombardamento continuava,
senza la caratteristica tremenda intensità di una preparazione di
assalto, ma vasto, su tutti i punti, contro le trincee e contro gli
approcci, sulle vette e nelle gole.
Le grosse granate passavano in alto, alle volte due, tre di seguito, e
dalla calma, azzurra, profonda serenità del cielo scendeva quel loro
ronfiare cupo, lamentoso, soprannaturale, che per delle interferenze
bizzarre del suono ha come dei rallentamenti e delle pause, che pare
sosti e riprenda, con qualche cosa di faticoso, di affannato, di
pesante.
Veniva fatto di guardare in su, curiosamente, e di cercarle nella
luce le canore masse di acciaio. Dal suono si distinguevano i calibri.
Striduli, striscianti, con un rumore di lacerazione, delle granate e
degli _shrapnells_ di artiglierie da campagna e da montagna, tirati
troppo in alto, sorpassavano le posizioni e scendevano lungo la
china tracciando invisibili archi di sonorità e di ronzii. Il fragore
echeggiante delle esplosioni saliva dalla vallata come una impetuosa
marea di tuoni. Il fumo sorgeva filaccioso e diafano sulle cime degli
abeti.
Dal colore delle nubi di fumo i soldati classificano i proiettili.
C'è la bianca, la bianchina, la rossa, la grigia. Tutto prende un
soprannome al campo. Le varie batterie nostre sono conosciute con
nomignoli che rimarranno. Una batteria da montagna, inerpicata ad
un'inverosimile altezza, è la «pettegola». È sempre la prima ad
iniziare la discussione e vuole sempre l'ultima parola.
Incomincia con otto, dodici colpi di fila; allora, siccome i suoi tiri
arrivano bene, tutti i cannoni austriaci si mettono ad abbaiare contro
di lei; l'altura sulla quale la batteria è piazzata, è tempestata da un
imperversare di granate. L'inferno dura un'ora, due ore: la pettegola
tace. Il nemico la crede colpita, distrutta, sepolta, e sospende il
fuoco. Immediatamente si odono due colpi; è lei che dice: Sono qua!
Nuovo furore austriaco, ripresa del bombardamento a oltranza. Poi
silenzio. Questa volta è finita. No, due colpi, due soli: Sono ancora
qua! E per giorni intieri continua l'alterco dei cannoni, il quale
finisce invariabilmente, alla sera, con quei due colpi insolenti,
esasperanti, che l'artiglieria nemica si rassegna a lasciare senza
risposta.
Da un'altra parte c'è la «mitragliatrice». È una batteria da campagna
che si indigna quando la tormentano troppo. Per un po' sopporta, poi
perde la pazienza e sgrana giù, per un paio di minuti, un fuoco a
tiro rapido filato come i punti di una macchina da cucire. Ma bisogna
sentirne a parlare i soldati, di questi cannoni amici.
C'è un affetto, una passione, una riconoscenza, verso quelle batterie
protettrici, che non si possono ridire. La loro voce è riconosciuta e
sveglia sempre esclamazioni di saluto nelle trincee. Non le hanno mai
viste, non sanno nemmeno con precisione dove stiano, ma i soldati le
adorano, e non ce n'è uno che all'occorrenza non si farebbe ammazzare
per salvarne un pezzo. I tiri sono seguiti con un interesse espansivo.
Un bel colpo, che vada al segno, è commentato con espressioni di gioia.
I grossi alpini si battono allora fanciullescamente le coscie con le
palme, contenti, esclamando: — Bene! Bene! Bravi! — E ridono.
Ma ieri le nostre batterie disdegnavano il fuoco nemico. Rispondevano
appena, di tanto in tanto. Qualche grossa granata passava dal sud al
nord. «Ciao, cara!» — dicevano i conducenti alzando la testa: «Buon
lavoro!»
C'inerpicavamo verso il Pal Grande su di una scoscesa spalla del monte
coperta da un folto bosco di abeti, girando e rigirando per le volute
del sentiero, ai piedi di immani pareti rocciose dai cui bordi lontani
sporgevano le tese braccia degli alberi, in oscuro intreccio. Poi
la dirupata, angusta, ombrosa cavità di un canalone ci ha presi; il
sentiero sempre più aspro è divenuto quasi una scala, una fantastica
scala a brevi zig-zag, fiancheggiata da abeti, serrata dagli speroni di
maestose muraglie basaltiche.
Un rombo lontano e sonoro, che si sarebbe preso in quel momento per il
rumore di un proiettile se non fosse stato persistente ed eguale, ci
ha fatto guardare nei lembi di cielo che s'incorniciavano luminosi e
profondi entro un frastagliamento nero di rami. Un aeroplano austriaco
passava.
Era chiaro, diafano come una cosa veduta attraverso l'acqua, pareva
lento, pareva incerto, volava verso il sud, librato sulle sue ali
immobili, poi ha virato verso l'est. La montagna, che sembrava deserta,
ha risuonato tutta di colpi di fucile. Si tirava da ogni parte sul
sinistro uccello pallido e grande che spiava. Le rocce prolungavano
stranamente il rumore dei colpi; l'eco faceva di ogni fucilata uno
scroscio. Scendeva su di noi come una portentosa cateratta di strepiti
violenti. L'aeroplano è scomparso, la fucileria ha taciuto. Qualche
grosso proiettile, passando più basso, faceva udire il rauco soffio
vorticoso della spoletta.
Il sentiero aveva i segni caratteristici delle zone battute lasciati
dal cannoneggiamento di mesi, schegge di roccia staccate dai colpi
e precipitate sul passaggio, frammenti di granate, pallottole di
_shrapnells_, buche scavate dagli scoppi. Qualche barella scendeva
lentamente e le cedevamo il passo, salutando il ferito che ci
guardava con lo sguardo lontano e assorto di chi ha appena lasciato il
combattimento e lo rivive.
Il frastuono delle esplosioni, di tanto in tanto, si faceva vicino
ma senza direzione, ingigantito dalle sonorità degli echi. Poi,
improvvisamente, uno schianto di folgore, un contraccolpo di vento, un
roteare lento in aria di tronchi d'albero sradicati dal ciglione d'una
roccia e lanciati in alto, un frullare di pietre tutto intorno a noi,
di schegge, di frammenti, con un picchiettare violento di sassaiuola
sulle piante e sul sentiero, e un fumo giallo, pesante, acre, si è
sparso a piccoli turbini e ci ha velati.
Bianca, gigantesca, precipitosa, una vetta ci appariva vicina, alla
fine del canalone, una rocca luminosa nello sfolgorìo del sole: il Pal
Grande.
Pochi minuti dopo, inerpicati sulle basi delle sue pareti,
contemplavamo la bellezza orrenda di questo grandioso e selvaggio
campo di battaglia. La via dalla quale eravamo saliti non era più che
una specie di spaccatura in basso, piena di ombra e di un arruffìo di
boscaglia, al quale ogni tanto s'invischiava la nube sinistra di una
granata. Il Pizzo di Timau vicinissimo, a levante, tutto in ombra,
azzurrastro, piombava le sue vertiginose pareti a picco quasi nei
ghiaioni del Pal Grande. A ponente la cupola scabrosa e tormentata
del Freikofel, lontana meno di un tiro di fucile. Più in là, le rocce
cineree del Pal Piccolo che sostengono un pianoro con vestigia di
verde. La spaccatura del Passo di Monte Croce appare così angusta che
lo Zellonkofel al di là del Passo, si direbbe unisca la base delle sue
due cuspidi a quella del Pal Piccolo.
Tutte queste vette, tutte queste rocce, nude, calcinate come ossami di
un mondo morto, tuonavano alle cannonate; ruggevano in echi prodigiosi,
avevano boati da valanga, frastuoni di crollo, facevano scendere dalle
più inaccessibili solitudini tumulti immani di battaglia; pareva che
ogni balza, ogni crosta, ogni dirupo sferrasse i suoi colpi, che le
montagne stesse si fulminassero confondendo in una continua tempesta lo
scrosciare esorbitante delle loro folgorazioni. E finivamo per sentire
confusamente una non so quale personalità favolosa in quelle montagne
combattenti, piene di un maestoso e immobile furore. Non è possibile
dare un'immagine del coro possente e favoloso delle vette intorno alla
lotta dei piccoli uomini invisibili, celati come insetti nei greti,
ridire quello che la montagna aggiunge alla guerra di pauroso, di
grande, di soprannaturale.
Eravamo da poco lì, quando da una piccola baracca, incastrata sopra
un gradino della roccia, è sceso un grido di evviva. «L'aeroplano è
caduto! — ha annunziato un ufficiale affacciandosi. — È caduto nella
valle dell'Anger! Abbiamo ricevuto adesso la telefonata!» La voce è
passata. Dei soldati, sull'alto della balza, si sporgevano dal ciglione
per sapere forse che cosa fosse successo, e salutavano festosamente.
Dietro a loro, più in alto, il cannoneggiamento batteva sempre. Si
udiva il miagolìo breve e rabbioso delle pallette di _shrapnell_. Una
scheggia di bomba è scesa frullando sul ridosso, ed ogni tanto un
ronzìo di pallottole austriache sperdute, rimbalzate sulle pietre,
passava intorno a noi, lontano, in direzioni imprecisabili, chi sa
dove.
Gli austriaci non hanno attaccato, non si sono mossi dalle loro
trincee. Bombardavano, e facevano un gran fuoco di mitragliatrice e
di fucile. Ma le nostre truppe accolgono con una indifferenza sublime
queste manifestazioni. Preparano le loro granate a mano e aspettano.
Perchè è con il lancio delle granate che iniziano i loro attacchi e
contrattacchi. C'è sul Pal Grande un famoso lanciatore di granate.
Ne mette cinque o sei nel tascapane, e parte dalla trincea, un mezzo
sigaro toscano acceso fra i denti. Egli preferisce le bombe lenticolari
a quelle sferiche per il suo sistema. Arriva bocconi presso la trincea
nemica, mette le bombe in fila davanti a sè, poi col toscano accende
le micce e getta i proiettili con la rapidità e la esattezza del
giocoliere che lancia i cappelli. E lanciando conta: Uno, due, tre,
quattro, cinque.... Le esplosioni si seguono serrate e la trincea si
vuota fra grida di terrore. Una volta preparò così un assalto, da solo.
Il fuoco dell'artiglieria non scuoteva le truppe di montagna nemmeno
all'inizio, quando non avevano ancora ripari sufficienti. Capitava
qualche volta che una granata prendesse in pieno la trincea e ne
demolisse un pezzo. Nessuno si muoveva. I soldati scansavano i morti e
i feriti e ricostruivano. Sul Freikofel una volta una granata austriaca
buttò giù un riparo e lanciò un caporale sulla tenda del comandante,
una ventina di metri più indietro. Ai fianchi del caporale erano due
soldati, rimasti miracolosamente illesi. Dissipato il fumo si videro
i due soldati già intenti ad ammassare i sassi crollati per rifare il
riparo. Non si erano neppure voltati per vedere dove fosse andato a
finire il caporale.
Vorrei potere essere autorizzato a dire i nomi di alcuni di questi eroi
della calma. Vi sono episodi meravigliosi. Sul Freikofel un soldato era
in vedetta in una trincea che, per un caso forse, l'artiglieria nemica
si mise a colpire incessantemente. Arrivavano raffiche di quattro, di
otto, di dodici proiettili. La trincea era demolita. Il soldato era
rimasto interrato tre volte. Per tre volte si era dissepolto. Dalla
trincea principale il suo capitano avanzò per comandargli di ritirarsi:
«Vieni via! L'hanno con te! Vieni via!» — «Signor no!» — rispose
risoluto il soldato. E tutto annerito dal fumo, sporco di terra, balzò
su dal buco, e lì fuori, allo scoperto, feroce e fermo, spianò il
fucile e cominciò a sparare, a sparare, con una rabbia fredda, come per
sfida.
Un altro soldato diceva che non poteva stare in trincea. Spesso
chiedeva il permesso di lasciarla. Prendeva il fucile e andava quatto
quatto in piena zona nemica. Studiava i punti di passaggio, rimaneva
per giorni interi immobile in appostamento. Era il cacciatore di
uomini. Tornando annunziava i risultati della posta: «_Ghe n'ho tabacai
tre!_» Per lui colpire era «_tabacar_». Un giorno rientrò pallido e
muto nelle posizioni. «Cos'hai? Sei ferito? — gli chiesero. — Vuoi
che ti portiamo?» No, volle scendere da solo al posto di medicazione.
Incontrò il capitano. «_Sior capitano_ — gli disse — _i me gà tabacà
anca mi!_» Era stato passato da parte a parte da una palla.
Ci siamo diretti al Freikofel, contornando il rovescio del Pal Grande.
Dei colpi di fucile isolati risuonavano qua e là. Non vi sono punti
completamente coperti; le anfrattuosità delle rocce permettono a
qualche tiratore isolato di andarsi a rannicchiare sui fianchi delle
alture. Episodi di combattimento hanno disseminato il loro ricordo
da ogni angolo, fuori della battaglia. L'ufficiale che ci guidava
ci ha indicato sul viottolo un punto dove, passando alcune sere or
sono, si sentì chiamare: «Capitano, in nome di Dio, fermatevi, non
andate avanti, vi ammazzano!» Era un soldato ferito, caduto a terra.
L'ufficiale lo raccolse, lo caricò sulle spalle, e passò.
Per un'ora ci siamo arrampicati sulla spalla del Freikofel in una
specie di fenditura dove il lavoro dei soldati ha saputo creare un
fantastico sentiero, che la battaglia ha disseminato di frammenti di
bombe, di schegge di granate, di pallottole: detriti della guerra
arrivati di rimbalzo. Vi sono zone in cui tonnellate di metallo si
vanno accumulando. Ci siamo trovati inaspettatamente fra casupole di
pietra, che sembrano una sull'altra, quasi fossero costruite su gradini
colossali di una alta e angusta scalinata. Subito dopo eravamo in un
labirinto di scalette picconate nella roccia, di cunicoli, di tane: le
trincee.
Tutto era chiuso, tutto era oscuro, un po' di luce verdastra filtrava
appena dalle feritoie mascherate di fronde. Si esciva curvi all'aperto
per sentieri scavati nel sasso, si andava lungo barricamenti di sacchi
pieni di terra, si rientrava nel buio di ridottine e di posti di
vedetta. Nell'ombra, vicino alle feritoie, qualche alpino era seduto
in atteggiamento di riposo, immobile, sereno, statuario, il fucile
fra le gambe, un paio di granate a portata di mano, poste sopra una
mensoletta, come dei _bibelots_, e, vicino, una cassetta piena di uno
scintillìo di munizioni. Pallottole austriache schioccavano ogni tanto
sulle pietre, all'esterno. Si udivano i colpi dei fucili nemici così
vicini, che per qualche tempo abbiamo creduto che fossero i nostri a
sparare.
Dalle feritoie si scorgevano le trincee nemiche, a cinquanta passi.
Erano ammonticchiamenti di sassi, ammassamenti di sacchi a terra, e
qua e là un grigiore strano di corazzature, del colore plumbeo delle
navi da guerra. Gli austriaci hanno due tipi di scudatura di acciaio,
uno grande da trincea, uno più piccolo da assalto. Ricorda l'antico
schermo degli arcieri, questo scudo rettangolare che si posa al suolo,
appoggiato a due montanti, e dietro al quale il soldato si rannicchia,
spiando da uno sportellino che si apre e si chiude.
In continua azione di combattimento, le nostre trincee sono sorte e si
sono rafforzate, a poco a poco, quasi insensibilmente. Furono monticoli
di pietre, poi muricciuoli nascosti da verdura di pino, poi ebbero una
copertura di travi di abete — portati su faticosamente dalla foresta
— poi sulle travi si ammassarono blindamenti di terra e di sacchi. Il
nemico che spiava non ha nemmeno visto una mano. I sassi si spostavano
adagio adagio, si allineavano, si sovrapponevano, senza che il loro
moto potesse essere percepibile da lontano. Era come se pietre, sacchi,
travi, animati per magia, lentamente manovrassero. E il lavoro non
finisce mai; si migliora, si amplia, si rinforza, si progredisce,
si aprono nuove comunicazioni, talvolta si avanza pure, sempre per
pazienti trasformazioni, cercando che i profili delle opere di difesa
non si levino a mutare troppo la fisionomia selvaggia dei luoghi.
Si profitta di ogni macigno, di ogni sterpo, e si cerca, per analogia,
di quali macigni e di quali sterpi il nemico potrebbe profittare.
Ridotte, cunicoli di passaggio entro i quali si striscia, tenebrose
casamatte nelle quali la vigilanza si apposta, rifugi blindati, spiazzi
aperti e alti per il lancio delle bombe, seguono piani capricciosi
che rispondono alle necessità di una tattica minuscola, una tattica da
fiere rintanate.
Groppe di pietroni, sporgenze di massi macchiate di licheni, crepacci
profondi, arbusti, rovi, formano fra le trincee nostre e quelle nemiche
un terreno spezzato, confuso, fantastico, che solleva ferocemente
sul suo pietrame cinereo gruppi di cadaveri, avanguardie di morti,
drappeggi flaccidi di uniformi azzurrastre che conservano incerte forme
umane, e dai quali spuntano piedi distorti, mani disseccate. Segnano
i limiti sui quali gli assalti nemici furono fermati. Qui soltanto i
viventi sono sepolti.
Fra le schiere trincerate, tutto è funebre, tetro, immobile, morto.
Le piante stesse non hanno più vita, torcono moncherini di rami nudi,
cincischiati, neri, e le reti dei fili di ferro si stendono come
enormi ragnatele sopra un intreccio di pali incrociati. Non sono stati
costruiti sul posto i reticolati; gli austriaci hanno fabbricato dei
«cavalli di Frisia» complicati con attorcimenti di fili uncinati, e li
hanno gettati avanti alle loro trincee.
Se da una parte il tono d'una voce si eleva, dall'altra essa è udita.
Al minimo svegliarsi di conversazioni nei nostri posti, il nemico si
allarma, crede a dei movimenti in preparazione, e aumenta il fuoco
per scoraggiarli. Perciò si parla sottovoce, come nella camera di un
malato. Anche i divertimenti sono silenziosi. Nei momenti di calma
relativa compaiono delle scacchiere, sulle quali fiere teste pensose
si curvano a meditare marce e contromarce di pedine, che grosse dita
esitanti sospingono.
Dalle piccole porte dei rifugi si vedevano nell'interno piedi di
dormienti spuntare confusamente dal buio e come sospesi a tutte
le altezze. I giacigli sono sovrapposti; ricordano le cuccette a
bordo delle navi, e in quelle tenebrose cabine di pietra riposavano
beatamente le squadre notturne, indifferenti allo schioppettìo e alle
detonazioni.
Di tanto in tanto, un tonfo sordo, un frullare da trottola, e gli
uomini che si trovano nei punti non blindati si fermano a guardare
intensamente in aria. Aspettano la «bomba». Lanciata da qualche
apparecchio a pressione, essa è salita ad un centinaio di metri di
altezza e ridiscende, nera e oblunga, roteando come una bottiglia
gettata. Appena si avvicina, i soldati che erano rimasti immobili,
cominciano a fare dei gesti da giuocatore al pallone che si prepari
a menare il colpo; oscillano, si dispongono a balzare da un lato o
dall'altro; per sfuggire al proiettile svolgono la stessa mimica che
se volessero afferrarlo; studiano il punto di caduta, e poi, all'ultimo
momento, quando sono sicuri, saltano via o si rannicchiano.
Un istante dopo c'è il reflusso, tutti accorrono verso il luogo dello
scoppio, che fumiga. Si lavora, v'è qualche sasso da rimettere al
posto, qualche sacco sventrato da sostituire; ogni cosa è tinta di
giallo intorno. La pietra, la tela, le travi, la terra, per un raggio
di qualche metro sono color canario e mandano un puzzo irritante e
acre.
Gli austriaci hanno pure delle sottili e piccole bombe, che lanciano
per mezzo del fucile, meno potenti delle altre. Le armi che essi
tentano sono innumerevoli, e tutte intese ad evitare più che si può
la prova del coraggio aperto. Ricadono sibilando oltre le posizioni,
nelle gole e nelle valli, frammenti di insoliti proiettili, oltre
alle deformi pallottole rimbalzate; sono strani segmenti geometrici di
metallo, quadratini di acciaio, pallette rosse di minio, bossoletti da
fucile pieni di piombo, schegge di piccole granate da cannoni navali,
di quei cannoncini che armano la prua delle torpediniere.
Tutti questi detriti sibilanti che spruzzano via e si disperdono dalle
vette in battaglia, tutte queste molecole di violenza che irradiano
follemente dalle posizioni, fanno pensare alle faville lanciate da
un'incudine gigante percossa dal veemente maglio della guerra.
Quando ridiscendevamo dal Freikofel, sul quale la calma superba e
sicura dei nostri dà alla vita una così meravigliosa apparenza di
normalità, il cannoneggiamento non aveva più l'intensità di prima. Gli
austriaci se la prendevano nuovamente con le retrovie, che delle grosse
granate cercavano. Forse il nemico immaginava chi sa quale accorrere di
rinforzi.
In una radura del bosco, sotto alle rocce del Pal Piccolo, alcuni
soldati lavoravano di zappa; erano seppellitori. Intorno a loro
dei cadaveri aspettavano che la fossa fosse pronta, distesi nelle
barelle, una rozza croce di verdi ramoscelli di pino posata sul petto
insanguinato. Un soldato è caduto ferito poco lontano, ed è rimasto lì,
accoccolato, aspettando, senza un lamento.
Le esplosioni nella selva lasciavano un'agitazione di piante;
si vedevano lunghe rame di abeti squassarsi con una specie di
divincolamento lungo, fra le spire del fumo, come per un disperato
tentativo di fuga. I rari soldati che passavano nelle vicinanze non
allungavano il passo, non guardavano nemmeno, e il loro volto bronzato,
inselvaggito, guerriero, esprimeva la più serena indifferenza. Due di
loro si sono fermati a parlare e la buffata d'un colpo vicino non ha
interrotto il loro discorso.
In quello stesso giorno, sul Pal Piccolo cadeva ucciso Ruggero Fauro.
Abbiamo contornato le spalle del Pal Piccolo. Un minuscolo accampamento
era tutto intento alle sue faccende. Qualche _shrapnell_ è scoppiato
ancora, in alto, sul bordo della parete rocciosa, sferrando le sue
pallette con un lamento da frusta agitata. Poi i rombi e gli echi si
sono andati calmando. Un silenzio solenne si andava ricomponendo sui
monti. Mentre raggiungevamo la valle di Montecroce, ancora un colpo
ha tuonato, un'ultima granata è esplosa sulla cima del monte Tierz.
Ha avuto il rimbombo cupo di una grande porta, che si chiuda, di
una smisurata porta dal battente di bronzo, serrato con impeto sulle
risonanze profonde di un tempio favoloso.
Agli sbocchi delle valli verso i quali viaggiavamo, nel violaceo
declinare del giorno, gli antichi castelli che guardano da tanti
secoli le soglie d'Italia profilavano le loro torri merlate, al di
sopra delle vecchie cittadine guerriere, semplici, oscure, dalle cui
case medioevali sono uscite tante fiere generazioni di difensori della
Patria. Tolmezzo, Venzone, Gemona.... La loro storia è una storia
di continua lotta contro lo stesso nemico. Esse sono state sempre le
sentinelle avanzate d'Italia.
_Eran giunti al stretto passo_
_Nove millia o più Germani_
_Avevan preso il monte i cani;_
_Ma cazati foro al basso_
_Da quaranta di Venzone;_
_Su su su, Venzon Venzone._
Così canta una vecchia canzone dei luoghi, ricordando le gesta
leggendarie dei quaranta venzonesi di Bindernuccio che fermarono da
soli l'invasione di Massimiliano Primo e salvarono Venezia.
No, di qui non si passa! Il canto è ancora fresco, è ancora vero, è
ancora vivo:
_Su su su, Venzon Venzone:_
_Su fideli e bon Forlani,_
_Su legittimi Italiani,_
_Fate ch'el mondo risone._