SULLE VETTE DELL'ALTO AGORDINO.

_5 settembre._

Il sentiero ascende così ripido, che i muli scivolano ad ogni passo e

si portano avanti con un'andatura riflessiva, a gran colpi irregolari

di groppa, puntando le zampe posteriori sulle grosse pietre. E pure su

questi sentieri è salita l'artiglieria.

Ma dove mai non è salita la nostra artiglieria? Ci inerpichiamo

talvolta fino ad alti passi, sulle corone dei monti, e quando siamo lì

ci accorgiamo che il cannone è andato più in su, ad accovacciarsi in

qualche spaccatura, o in una cavità della roccia, o sopra a sporgenze

che lo contengono appena, ad occupare il nido di un'aquila.

Il sentiero ascende ripido lungo l'oscura valle che il nome descrive:

Valfredda. I villaggi, tutti di legno, che portano incise sulle porte

date secolari, sono rimasti indietro, giù agli sbocchi più tiepidi.

Ogni casa ha sulla vecchia facciata qualche immagine sacra in un

tabernacolo, ogni crocicchio ha la sua croce, antiche e rozze figure

del Redentore aprono le braccia avanti al viandante nelle solitudini

della montagna. Si sente negli abitanti taciturni una fede triste e

rassegnata, quell'istinto della preghiera di chi vive nel pericolo.

Il monte è un eterno nemico, che lancia valanghe e frane, che scatena

bufere e tormente, nelle quali l'uomo si sperde e rimane preso per

sempre. La montagna, come il mare, rende gravi e devoti.

Oggi essa è sinistra sotto al cielo coperto. Le vette rocciose non sono

che masse immani di tenebrore, volumi informi d'ombra violastra sui

quali corre il velo delle nebbie, sfondi oscuri e indefiniti che si

perdono nelle nubi. Di tanto in tanto, una macchia di sole accende un

prato alto, dà vita ad un bosco, passa, scivola, si estingue in frange

di vapori cinerei. Il cannone tuona lontano.

Andiamo verso delle posizioni gremite di soldati, ma si direbbe di

salire in regioni deserte. Non si vede nessuno. Le carovane e le

salmerie salgono ad ore fissate. Il movimento delle retrovie non si

sgrana in una continuità di animazione. Qualche piccolo posto, di tanto

in tanto, qualche guardia ai ponti rustici che scavalcano il torrente,

il fumo di un rancio che cuoce fra due pietre alla fiamma di legni

resinosi, un battere di scure vicino ad una _tabià_ abbandonata, il

biancheggiare di una tenda fra gli abeti; poi, per ore, più niente.

Abbiamo lasciato molto lontano, laggiù nelle grandi vallate percorse

dalle arterie migliori della viabilità, la interessante e fervente

operosità che segue e serve la guerra. Carri di tutte le forme, di

tutte le regioni, in lunghe file lente, scroscianti sulla ghiaia delle

strade maestre con un fragore che ricorda la fucileria lontana; mandrie

di buoi, docili e tardi, che bloccano il traffico impaziente delle

automobili, e che si fermano placidi a guardare, con una curiosità

umana nei grandi occhi umidi, la macchina palpitante che vuol passare,

verso la quale allungano il largo muso annusando perplessi; squadre

di grigi carri a motore che oscillano e rombano fuggendo fra nubi

di polvere; reparti di cavalleria in servizio di perlustrazione,

che rallegrano come l'evocazione più pittoresca delle vecchie guerre

nelle quali una valanga di cavalli e di uomini, luccicante di sciabole

roteate, decideva le sorti della battaglia; convogli di furgoni e di

cassoni, attaccati alla postigliona, che spandono un fragore metallico

e profondo, carichi di cartucce e di granate....

Tutto questo movimento, che incipria di polvere le siepi, sosta, si

addensa e dilaga rumorosamente in strane città di baraccamenti, di

tettoie, di _hangars_, sorte come per incantesimo, città di tappa e di

deposito biancheggianti di legname nuovo, punteggiate da uno sfarfallìo

di bandiere, gremite di soldati, piene di attività disciplinata.

Parchi di automobili, parchi di cavalli, parchi di muli, formano

da lontano delle grandi striscie grige o nere che si prenderebbero

per ammassamenti regolari di truppe in rango. I rifornimenti si

accumulano a montagne in magazzini che sembrano quelli di un porto. I

vecchi paeselli vicini, i veri, non sembrano più che dei sobborghi in

muratura delle città di legno, sobborghi pieni anche loro di un grigio

affollamento di soldati e trasformati in sedi di uffici, di comandi, di

ospedaletti.

Queste zone sono il dominio della Territoriale. La milizia territoriale

è per tutto, fa di tutto, s'incontra nelle retrovie e qualche volta

anche sulle posizioni, ed ha preso alla guerra un'aria marziale di

Vecchia Guardia, rigida alla consegna. Ai ponti, a certi passi, c'è

sempre una fiera sentinella dai grandi baffi, con qualche capello

grigio sulle tempie, vestita spesso di quell'uniforme pelosa color

tabacco che la guerra ha fatto scaturire non si sa da dove, armata

di un fucilone che aumentato da una baionetta di quattro palmi

pare una lancia, una sentinella inappuntabile e grave, che ferma

inflessibilmente anche il generale e domanda il salvacondotto. Sono

dei territoriali che, a passo lento, muniti di pungolo, conducono le

mandrie dei buoi; e sono territoriali i carrettieri che vanno al sole

e all'acqua su tutte le strade maestre, seduti in cima ad un carico di

munizioni o di galletta, coperti talvolta del vecchio cappotto azzurro,

caro al nostro ricordo.

È forse per colpire qualche nostra stazione di rifornimento, qualche

centro di tappa, qualche grande convoglio in marcia, che gli austriaci

allungano i tiri indiretti dei loro medî calibri in cerca delle nostre

strade in fondo alle valli? Essi hanno il colpo facile. Tirano appena

vedono la più piccola cosa, e anche se non la vedono: basta che

la immaginino. Certo non mancano, all'apparenza, di munizioni. Non

proporzionano mai il costo della cannonata al valore del bersaglio.

Quando possono, tirano con l'artiglieria anche sopra un uomo solo e

sulle case abbandonate.

Dalla vetta del Col di Lana essi piombano lo sguardo nella valle

italiana del Cordevole, e ogni tanto, come anche il comunicato

ufficiale ha annunziato, vi fanno arrivare qualche grossa granata

dalle vicinanze di Cherz, cioè da una dozzina di chilometri, senza

una ragione evidente. I colpi passano su delle vette boscose, infilano

una gola, e vengono a cadere nelle vicinanze di Caprile, un paesello

sull'antica frontiera, alla confluenza del Fiorentina col Cordevole.

Vengono a cadere a piombo, con un gran frastuono di echi nella piccola

conca che si apre intorno al paese. In una balza, a mezza costa, in

alto sopra al villaggio, c'è un edificio bianco, che era un modesto

albergo «Belvedere», e che ora contiene un ospedale. Sono salito lassù

iersera per cercarvi un ufficiale amico che credevo ferito, ed ho

trovato tutto il personale medico fuori, sulla spianata, intento ad

osservare curiosamente in terra una gran buca profonda e slabbrata. Una

granata austriaca era arrivata poco prima; s'era affondata scoppiando

nel terriccio bagnato, e aveva lanciato zolle di fanghiglia a

butterare tutto il fianco destro dell'ospedale. I vetri delle finestre

erano infranti, una persiana pendeva. Due dame della Croce Rossa

tranquillamente s'affacciavano a guardare.

Il passo duro e robusto dei muli ci porta verso le pendici dell'Uomo,

sulle alture di San Pellegrino. Siamo sopra le ultime balze meridionali

del Marmolada, i cui ghiacciai vedevamo ieri dalla vetta dell'Averau

scintillare a ponente. Questa esclusione ci conduce a sudovest della

zona già vista; percorrendo il fronte facciamo un passo indietro per

vedere un altro aspetto della lotta sulla valle del San Pellegrino.

È una valle che corre da occidente ad oriente e offre un passaggio

che congiunge la valle italiana del Cordevole con la valle austriaca

di Fassa, presso a poco come il taglio di un A congiunge le due

gambe della maiuscola. Verso il vertice dell'A c'è il Marmolada, e la

frontiera scende serpeggiando dal vertice.

Si tratta di un passo secondario, di transito difficile perchè qui,

come in tante altre valli, per ragioni di difesa noi non avevamo

fatto giungere le nostre strade carrozzabili fino alla frontiera.

L'Austria ha spinto su tutti i confini ottime strade militari, e a noi,

in condizioni d'inferiorità, non conveniva allacciarle alle nostre

vie. Avremmo favorito l'invasione che vedevamo preparare. Così, su

moltissimi valichi le strade austriache e quelle italiane sono separate

da chilometri di montagna selvaggia. Ma la valle di San Pellegrino ha

qualche importanza strategica, perchè comunicando con la valle italiana

del Cordevole essa forma uno sbocco sulle nostre retrovie.

Noi la sbarriamo. Nel fondo, pieno di un'ombra verde e melanconica,

verdeggiano dei prati folti; si distendono, limitati da fossi e da

muricciuoli, piccoli campi da pascolo, disseminati di _tabià_ e di

casette, e ciuffi di alberi mettono qua e là la macchia scura delle

loro chiome. Ma poco lontano dal torrente, sui fianchi, i prati

ascendono subito, come tappeti distesi sopra una scala, e, precipitose,

le balze dei monti si levano, coperte di abeti e coronate di rocce.

Nel mezzo della valletta, sotto a noi, vediamo delle rovine calcinate.

Sono i resti del villaggio di San Pellegrino. C'era un albergo, c'era

una chiesuola, un gruppo di casupole intorno. Gli austriaci hanno

bruciato tutto ritirandosi, ed ora bombardano le macerie. Rimangono

dei muricciuoli bianchi a disegnare il basamento degli edifici, e uno

sgretolamento di pietre. Le fondamenta delle _tabià_ bruciate disegnano

sul velluto dell'erba tanti quadratini chiari, come dei minuscoli

recinti. Poco più lontano in un laghetto calmo dorme il riflesso verde

e profondo delle pendici.

A perdita d'occhio, nessuno. La valle abbandonata, solitaria, è di una

tristezza indicibile. È piena di una cupa desolazione. Osservandola

bene, si scoprono dei solchi sottili che la percorrono e la traversano,

serpeggiando neri fino alle pendici. La vita che resta nella valle

passa in quei solchi, invisibile. Sono sentieri affossati, passaggi

coperti, trincee d'incamminamento, labirinti scavati dalla guerra e che

fanno pensare all'opera di strani animali da tana. Di tanto in tanto,

due, tre colpi di cannone. Vengono dal basso, vengono dall'alto, da

artiglierie in agguato che si cercano. Qualche nuvoletta si forma, e il

rimbombo lungamente percorre la valle.

È anche qui il tiro a granata sull'uomo isolato, tiro inutile ma

perseverante. Al mattino gli austriaci hanno la luce in faccia, non

vedono niente e stanno zitti; ma verso mezzogiorno i loro osservatorî,

alti sui picchi, cominciano a cercare, e per un mulo bombardano. Quando

la nebbia benda le cime, si fa riposo.

Dal fondo della valle, per scoscesi costoni, la lotta sale subito

verso il Marmolada, e balza a tremila metri sulla Punta Tasca, che noi

vediamo vicina, affondata nelle nubi, dalle quali emergono magicamente

e scendono a picco, vertiginose, le prodigiose pareti grigiastre e

fosche, senza fine visibile, come favolosi pilastri del firmamento.

Lassù è la caccia delle pattuglie. Più in basso, lungo la cresta

rocciosa di Costabella, vediamo i posti avanzati del nemico, così

vicini che parrebbe di potersi fare udire da loro gridando. Ogni punta

della roccia ha il suo piccolo appostamento. L'ultimo nostro e il primo

loro si guardano da poche centinaia di metri come due torri di uno

stesso castello.

Si scorgono le difese ausiliarie del nemico. Avanti ad una minuscola

barricata di sassi, fra gl'interstizi della quale le vedette spiano,

si disegna contro al cielo, sul costone, la ragnatela dei reticolati,

e più avanti i così detti «cavalli di Frisia», che furono una difesa

romana, incrociano le loro sagome a cavalletto.

Più volte il nemico ha tentato di sloggiarci. Una notte un pattuglione

di trenta uomini, arrivando per il Passo Le Selle, assalì una nostra

posizione avanzata, sulla cima dell'Uomo, sotto alla Punta Tasca. La

posizione non aveva che nove difensori: un sottotenente, un caporale,

sette soldati. Arrivati di sorpresa, gli austriaci con la prima scarica

ferirono un soldato e ammazzarono l'ufficiale. Il plotone non pensò

a ritirarsi. Si difese con rabbioso accanimento, e quando sentì gli

austriaci vicini, balzò fuori alla baionetta. Non si resero conto

del numero dei nostri, i nemici; la resistenza li aveva ingannati.

Al contrassalto fuggirono; lasciando anche alcuni prigionieri. Questo

avvenne nella notte del 28 luglio.

Due giorni dopo tornarono in forze. Avevano persino appostate delle

artiglierie al Colle Ombert, i cui colpi passavano sulla cresta di

Costabella. Ma furono respinti.

Alle volte sono i nostri che immaginano qualche spedizione, che

architettano un colpo; tre o quattro soldati studiano il loro piano,

vanno ad esporlo all'ufficiale per l'approvazione, e felici se

ottengono il permesso di attuarlo partono al cadere del giorno.

Profittando della inaccessibilità di un punto, sotto alla Costabella,

al quale soltanto dal lato austriaco si poteva arrivare, una pattuglia

nemica vi si era appostata. Tre soldati nostri pensarono di andarvisi

a calare con delle corde da un ciglione soprastante. E alla notte

gli austriaci sbalorditi si videro comparire addosso un luccicore di

baionette, al quale ritennero prudente di presentare le mani levate e

inermi, col gesto tradizionale della resa.

Sono valorosi gli austriaci, ma non insistono. Hanno l'eroismo sobrio,

e qualche volta si prendono dei prigionieri che, poco pratici della

lingua italiana, hanno previdentemente preparato un biglietto sul

quale è scritto: «Mi rendo prigione, prego non uccidermi». Nell'istante

critico lasciano il fucile e porgono il documento. È una trovata che ha

un fondamento psicologico; la carta impone rispetto alla massa; anche

in un momento di furore, chi si vede presentare uno scritto, si calma e

lo legge.

L'azione delle pattuglie esploratrici è tutta fatta di trovate

personali. Anche ieri, quattro soldati si sono presentati al loro

capitano: «Abbiamo visto una vedetta austriaca — gli hanno detto —

e vorremmo andare a prenderla». — «Bene, accordato». E sono partiti

iersera, verso mète ignote, per passaggi che loro soli conoscono.

Non sono ancora tornati, ma non si è udita fucileria sulla montagna,

e forse in questo momento essi stanno alla posta rannicchiati in un

crepaccio o strisciano carponi lungo una cornice di roccia, sospesi su

mille metri di abisso.

Scrivendo, si prova un non so quale ritegno a insistere sull'ardore,

sull'entusiasmo, e sopra tutto sul buon umore dei nostri soldati, su

questa contentezza gagliarda che si espande in canti e in risa nei più

sinistri e mortali centri della lotta, sulla volontà di fare e di dare

con generosità smisurata di sè stessi, su questa freschezza d'animo che

non ha sospiri se non per la vittoria, sulla disciplina meravigliosa

che è fatta dall'unità del pensiero, dal tacito accordo delle volontà,

da una solidarietà fraterna. Si prova ritegno a dirne, perchè si ha

come un vago timore di essere accusati di esagerazione. La verità pura

può sembrare inverosimile nella sua bellezza a chi è lontano. Tutta

l'Italia palpita di entusiasmo e di fede, ma il fuoco più ardente è nel

cuore dell'esercito.

Avviene spesso che i soldati malati rifiutino di darsi malati. Debbono

gli ufficiali vigilare, informarsi, riconoscerli, andarli a togliere

da lavori faticosi: «Tu hai la febbre, ritirati, vai all'infermeria».

— «Signor no, non è niente, passerà!». Così i miracoli si compiono.

Non vi è sacrificio, non vi è difficoltà, non vi è ostacolo, avanti al

quale il nostro soldato si fermi.

Le più grandi difficoltà erano opposte dalla montagna, e in qualche

zona sono le fanterie che le superano. S'incontrano bersaglieri

romani e fucilieri fiorentini, che non avevano mai salito un

monte, operare alle altitudini del camoscio, lietamente, senza una

indecisione, facendo comparire strade e sentieri dietro ai loro passi,

verso l'inaccessibile. E sull'inaccessibile, l'alpino. Tutto ciò è

straordinario, ma è impossibile ridire invece l'aria di naturalezza e

di consuetudine che queste cose assumono quassù. Si compiono come se si

fossero fatte sempre.

Si incontra un professore soldato che conduce il carretto con la

perizia di un vetturino, s'incontra un avvocato richiamato che taglia

alberi nella selva, e appaiono pienamente soddisfatti delle loro nuove

occupazioni. La guerra che ai lontani sembra piena soltanto di immagini

di morte, è invece una vita più intensa, una vita violenta, semplice,

antica.

Sulle pendici più verdi noi vediamo nelle vicinanze di San Pellegrino

dei soldati che falciano l'erba. Qualche volta una granata urla,

scoppia, e loro falciano l'erba. Poi tornano al campo, dietro agli

asinelli carichi di bel fieno fresco e olezzante portando la falce

sulla spalla, e canticchiando, il cappello di traverso, la pipa fra i

denti. Si accumulano foraggi per le mucche, che pascolano più in basso,

più al sicuro, guardate da un guerriero mandriano, e sembrano insetti

chiari e immobili sul velluto dell'erba.

Quando verrà l'inverno, che già si annunzia con le sue brezze gelate,

la neve si adagerà per uno spessore di sei, di sette metri, su tutte

queste balze, e gli accampamenti sepolti non avranno più per lunghi

mesi alcuna comunicazione col mondo. A questo sverno polare ci si

prepara; si abbattono alberi, delle segherie si impiantano al salto

dei burroni, delle _tabià_ ingegnose sorgono. Muratori, carpentieri,

falegnami, meccanici, lavorano intorno a grandi edifici, primitivi e

rozzi, odoranti di resina, ai quali si dànno nomi pittoreschi: la Nave,

il Palazzone....

Tutto ciò sparirà nella neve. Fra rifugio e rifugio si comunicherà

attraverso gallerie scavate nel candore azzurrastro del ghiaccio. Si

uscirà alla superficie gelata del monte come si esce da un pozzo, e

via sugli _sky_ leggeri che mandano scivolando uno stridore sommesso di

seta lacerata, via sul bianco vestiti di bianco.

Per allora si falcia l'erba, che nutrirà il bestiame nelle stalle

chiuse e piene di un caldo profumo di muschio. Per allora si ammassano

munizioni e viveri nelle capanne e nei ricoveri. E bisogna che per

allora le donne italiane si affrettino a far calze di lana, delle quali

più di ogni altra cosa c'è bisogno.

Dopo essere saliti per chilometri e chilometri nella solitudine della

montagna, sorprende e rallegra l'attività di questi campi, che lambono

le nevi eterne, e che si trasformano in bei paeselli popolosi. Saranno

le cittadine d'Italia più vicine al cielo.

I soldati vi hanno già creato una industria nuova. Con l'alluminio

delle spolette austriache fabbricano dei graziosi e singolari anelli

da dito, sui quali intagliano, con una perfezione proporzionata

alla perizia, date, sigle, fiori, aquile. Ed è interessante vedere

un atletico alpino, con delle dita da gigante, intento gravemente a

scolpire scintillanti minuzie.

L'imitazione ha allargato l'industria. Il campo dei paraggi di San

Pellegrino ha già una «Via degli Orefici». Ma i fabbricatori di anelli

sono tanti che la materia prima qualche volta fa difetto. Allora se la

fanno venire dall'Austria. Pigliano il fucile, vanno alla trincea, e

sparano otto o dieci colpi.

L'effetto è immediato. L'artiglieria austriaca allarmata apre il fuoco.

Gli _shrapnells_ arrivano fragorosamente. Gli orefici tengono d'occhio

i punti di scoppio, per potere andar poi a ritirare la merce in arrivo,

e contano le esplosioni: una, due, tre.... cinque, sei.... Se arrivano

ad otto la giornata è eccellente.

Così si occupano i momenti d'ozio. Intanto, dietro al suo riparo di

sassi, la vedetta austriaca che esplora, segna l'ora dell'avvenimento e

scrive nel suo rapporto: «L'attacco italiano è stato respinto».

Al fronte (maggio-ottobre 1915) · 第 17 / 34 题