_22 giugno._
La preparazione austriaca, evidentemente iniziata da moltissimo tempo,
ha fatto tesoro delle esperienze della guerra delle nazioni. Le prime
trincee conquistate dai nostri, profonde, interamente protette, con
delle vegetazioni abilmente riportate sulla copertura, non hanno
resistito all'impeto dell'assalto. Più avanti abbiamo trovato dei
baluardi di cemento armato, delle scudature di acciaio, tutte le difese
della guerra di trincea, contro le quali bisogna passar dalla furia
alla pazienza.
Il terreno, avanti, è disseminato di tranelli, e in qualche posizione,
perchè il tiro dell'artiglieria non distrugga i reticolati, questi
sono abbattuti, giacciono molli al suolo, non si scorgono; ma quando
l'assalto arriva o è imminente, dall'interno delle trincee i difensori
tirano delle corde, e i reticolati sorgono impreveduti e intatti.
Talvolta le trincee austriache, quando forse il fuoco della grossa
artiglieria si precisa o quando occorre spostare delle truppe allo
scoperto, si nascondono in un fumo di sostanze resinose. I punti
più importanti, più vitali, sono così trasformati in fortezze. Agli
approcci diretti di Gorizia, sui declivi di Podgora e del Sabotino, si
sovrappongono in ranghi paralleli trincee blindate, dalle cui feritoie
minuscole scoppietta un fuoco accurato di miratori scelti.
Non era sufficiente l'asperità dei luoghi; non bastava la protezione
offerta dalla terra stessa, che oppone alla invasione i castelli delle
sue vette; bisognava, per mantenervisi contro di noi, moltiplicare
all'infinito le resistenze impassibili della meccanica guerresca,
ridurre al minimo il coefficiente del valore umano; era necessario dare
il còmpito massimo della difesa all'acciaio, al cemento, all'intreccio
di fili di ferro che si spande sui pendii come un'immensa tela di
ragno, alle mine: combattenti che non fuggono. Per quanto buone,
solide, disciplinate, agguerrite, abili, le truppe austriache non hanno
mai posizioni troppo forti per il nostro soldato, quando al valore
degli uomini più che all'automatismo delle cose è affidata la lotta.
Ed anche contro la muraglia di cemento, contro i reticolati a sorpresa,
sulle mine, l'assalto italiano si sarebbe egualmente gettato,
furibondo, eroico, se non fosse stato trattenuto. In breve tempo
la linea d'attacco è arrivata fino lì, in un balenìo di baionette.
Un'avanzata che sarebbe potuto costare i sacrifici di una lunga e lenta
progressione, e trasformarsi forse in guerra di scavo, è avvenuta
fulminea, irresistibile. Qualche reparto è così vicino alla linea
blindata che l'artiglieria ha dovuto sospendere il fuoco su quel
punto, e a portata di voce dagli austriaci fortificati i nostri soldati
lavorano a sistemare le trincee avanzate che hanno preso, nelle quali
raccolgono le armi abbandonate dal nemico.
Alcuni fucili austriaci, nuovissimi, portano impressa sulla canna
un'aquila, ma non bicipite. È un'aquila con una sola testa, e posata
sopra una foglia di cactus, le ali aperte, essa tiene fra gli artigli
e nel becco un serpente che si torce avvolgendola nelle sue volute; in
giro all'aquila le parole: «Republica Mexicana». Ancora i fucili di
Massimiliano? No, sono i _mausers_ preparati per il generale Huerta,
e rimasti «per conto», il destinatario essendo partito senza lasciare
indirizzo.
Di tanto in tanto, nel rombare delle cannonate, echeggia un boato più
possente e profondo degli altri, che domina il frastuono come un colpo
di grancassa in un concerto. È il famoso obice austriaco da 305.
Si sapeva all'inizio della guerra che c'erano dei 305. Qualche profugo
li aveva visti passare, trascinati da file di buoi e scortati, pare,
da artiglieri tedeschi. Ma, efficaci nella demolizione di fortezze, i
305 sembravano inutili in una difesa a campo aperto dove il loro colpo,
costosissimo, lanciato sopra un bersaglio vago, non poteva produrre
molti più danni d'un altro qualsiasi colpo di grosso cannone. Perciò,
ad onta delle informazioni, si dubitava della loro presenza sul nostro
fronte. Questi colossi dell'artiglieria hanno gli svantaggi di una
mobilità faticosa. Sono i pachidermi della guerra.
Forse gli austriaci contavano sull'effetto morale. Il successo doveva
scaturire sopra tutto dal rumore. L'obbiettivo iniziale del mostro fu
la stazione di Cormons.
Alla prima detonazione formidabile, che fece sobbalzare gli edifici,
nella stazione si credette che fosse scoppiata una cassa di munizioni.
Fu un correre curioso di soldati, d'impiegati, che si domandavano: —
Com'è successo? Dove? — e la folla si precipitò a vedere. In un punto,
sulla campagna, c'era un gran fumo. E tutti via, verso il fumo.
Dissipatasi la nube, si vide a terra una buca larga cinque o sei metri,
profonda tre o quattro. Si facevano le più svariate ipotesi. In quel
momento, nell'aria s'avvicinò un rombo che si spense in un soffio
possente, e subito dopo un'altra nube di fumo, un'altra detonazione
profonda, dalla parte opposta della stazione. «Ah, ma sono cannonate!»
dissero allora tutti come tranquillizzati. Il mistero era perfettamente
chiarito. La cosa diventava naturalissima. Diamine, cannonate in tempo
di guerra, niente di più logico. E il lavoro fu ripreso, quietamente,
serenamente.
Ognuno tornò al suo posto, con qualche fierezza di sentirsi al fuoco,
e la stazione di Cormons continuò a funzionare con perfetta regolarità,
come se niente fosse. Nemmeno gli abitanti della città si spaventarono.
L'effetto morale fu veramente straordinario.
È anche vero che le granate da 305 non toccarono nessuno.
Dove tirano ora i famosi obici? È difficile indovinarlo. Non hanno
molti colpi da sprecare. La loro vita è breve. Ogni ora, ogni due
ore, un rimbombo, che pare lo scoppio d'una polveriera. Non vediamo
nè il bersaglio nè il cannone. Forse è al di là delle colline che i
proiettili cadono, a nord di Podgora. Chi sa? Quello che si vede di una
battaglia moderna è così poco!
Essa si delinea vagamente, e ogni dettaglio sfugge. Non vorrei nutrire
nel lettore l'illusione che io sia testimonio oculare di tutti i
particolari che racconto. Tuoni e fumo, ecco quel che sento e quel che
scorgo, e la linea del combattimento invisibile si rivela lentamente
nell'immobilità solenne del paesaggio, da campanile a campanile,
da costa a costa. Ma da ogni parte, laconiche ed eloquenti, delle
notizie arrivano, parole che cadono al passaggio di staffette veloci,
informazioni sommarie che scaturiscono dall'allacciamento dei servizi,
voci che la battaglia propaga dalle trincee sui nervi delle retrovie:
«Il nostro battaglione è andato alla baionetta». — «Siamo ora sulle
seconde linee». — «La tale posizione è presa». — «Abbiamo fatto dei
prigionieri». — «Tutto va bene, evviva!»
Le località indicate sono in una bruma pallida, ma non sembrano più
impassibili al nostro sguardo dopo quello che sappiamo di loro;
esse assumono una espressione indicibile; ci pare di conoscerle
profondamente; le sentiamo amiche o nemiche, sottomesse o pugnaci, a
seconda che accolgono o trattengono la nostra avanzata.
Tutto si anima, tutto vive, tutto palpita, vi è una torva ostinazione
sul profilo di Podgora, e il Sabotino alto e fosco vigila come una
spia. Dietro alle sue spalle si sporge il Monte Santo, che solleva
ipocritamente sul vertice il puro biancore di un santuario e nasconde
artiglierie austriache in tutte le pieghe delle sue pendici. Il
Sabotino indica, il Monte Santo spara. E più in basso spara il colle
Santa Caterina, che non si lascia scorgere, in agguato, irto di cannoni
anche lui.
No, non si vedono più gli uomini nella guerra d'oggi, sono divenuti
troppo piccoli nella vastità, nella imponenza, nella possanza della
loro azione; ma entro la solitudine apparente della battaglia i luoghi
stessi, con le varie fisionomie del paesaggio, sembrano divenuti i veri
protagonisti della lotta, combattenti favolosi pieni di corruccio,
di sdegno, di forza; e da montagna a montagna, fra le vette ferite,
s'accanisce un duello titanico a colpi di fulmine.
Alle spalle della battaglia, le strade non sono tutte deserte. Una vita
strana vi serpeggia, appena visibile, che più lontano dal fronte di
combattimento si allarga sicura e viene ad innestarsi nella popolosa
e attiva normalità degli accampamenti e dei bivacchi, dei parchi di
rifornimento e dei depositi, delle ultime stazioni di carreggio, e
arriva fra gli affollamenti gai e vocianti delle riserve, incuranti del
cannone, dal quale salgono canti spensierati.
L'artiglieria austriaca batte ad intervalli le strade, senza vederle.
Vi mette delle barriere di fuoco anche quando non passa nessuno. Cerca
di indovinare le arterie di rifornimento. Si assiste palpitando alle
avventure di piccoli convogli che vanno lentamente verso il fuoco,
di batterie che si spostano al passo con una solennità sdegnosa
chiamate su altre parti del fronte, di squadroni, di staffette, mentre
percorrono le strade bombardate. «Si fermano? Sono colpiti?... No,
vanno avanti. Ma fate presto che Dio vi benedica!». — E attraverso
sinistri spiumacciamenti di fumo quel piccolo movimento di cavalli
e di uomini, ai quali s'afferra tutta la nostra passione, procede
impassibile, superbo.
Mossa è bombardato, San Lorenzo è bombardato, la strada che li
unisce è sotto al fuoco, si vedono gli scoppi indicarne col fumo il
tracciato. Della gente che viene di là arriva con una imperturbabilità
sbalorditiva. Un'unità di cavalleria ha un'aria di contentezza
emergendo dalla zona battuta, verso Medea. «Anche un colpo da 305
ci hanno tirato!» — annunziano i soldati per affermare fieramente
la loro importanza, e fanno piede a terra. Fra loro due soli
colpiti, leggermente, che sono rimasti in arcione ed hanno avuto le
congratulazioni dei compagni vicini.
I due privilegiati si fanno medicare e tornano al loro cavallo che
aspetta con la briglia attorta all'asta della lancia piantata nel
suolo. Da quando è cominciata la guerra, in tutta una divisione di
cavalleria avviene questo fenomeno: che non c'è più malati. I soldati
che non si sentono bene, si curano da loro per paura d'essere mandati
all'ospedale.
Sereni ma stanchi, quelli che arrivano da più lontano portano un'eco
di assalti. Sono descrizioni rozze, concise, vive, palpitanti. Esse
ci fanno vedere i nostri soldati furibondi degli ostacoli, appiattati
avanti agli inattaccabili baluardi di calcestruzzo, che soltanto
una valanga di esplosivi può schiacciare, gridando ingenuamente agli
austriaci: «Venite fuori dal buco, attaccateci se avete fegato!».
Sembra strano, ma sono quelli che vengono dal fuoco che sono più
avidi di notizie. Non hanno visto che un punto, un angolo, un episodio
della battaglia. Essi domandano a coloro che sono lontani, e questi si
precipitano sull'estraneo che arriva dal di là delle zone di guerra,
dalla quiete operosa della nazione. L'esercito, isolato, non conosce
nemmeno i bollettini ufficiali.
In Francia e nel Belgio è stato creato il Giornale degli eserciti, per
informare le truppe. Si sono riconosciuti i pericoli dell'oscurità.
Una volta, il soldato la battaglia la vedeva. Ora essa è per lui un
grande mistero, la decifrazione del quale non è prudente sia lasciata
ai «si dice», sempre eccessivi, che si trasformano propagandosi, e si
esagerano. Avvengono sul fronte fatti così meravigliosi di fulgido
eroismo, che la loro conoscenza fornirebbe alle truppe infiniti
argomenti di orgoglio.
Quando l'Italia dichiarò la guerra, l'annuncio fu dato istantaneamente
su tutto l'immenso fronte francese, inglese, belga, e l'entusiasmo
scoppiò in canti formidabili, per trasformarsi poco dopo in furibondi
e fortunati assalti. Vi sono notizie preziose per il morale delle
truppe. Le vittorie, gli ardimenti, le ragioni di ogni decorazione,
le citazioni all'ordine del giorno, le manifestazioni patriottiche del
paese, lo slancio nazionale per provvedere all'avvenire delle famiglie
dei soldati, sono cose che, potendolo, dovrebbero essere portate
formalmente a conoscenza dell'esercito. Il suo ardore non potrebbe
essere più grande, la sua fede non potrebbe essere più ferma, ma le
virtù che sono in lui avrebbero conforto ed alimento.
Tutti ricordano come, nei primi giorni della nostra guerra, in ogni
città d'Italia delle voci, la cui origine è chiaramente austriaca,
volevano far credere alla distruzione di un reggimento che variava da
città a città, che era romano a Roma, fiorentino a Firenze, milanese
a Milano. Ebbene, ho trovato degli ufficiali e dei soldati di un
reggimento meridionale angosciati perchè qualcuno ha detto loro che al
paese le loro famiglie li credono tutti morti e li ha assicurati che la
notizia del loro massacro era comparsa sui giornali.
«Non è vero! — ho protestato con indignazione — chi è venuto a
inventarvi queste indegnità?» «Un borghese che era da queste parti»
— mi hanno risposto. Il borghese che era da quelle parti lavorava
apparentemente, povero untorello, a spargere anche fra le truppe il suo
inutile veleno. Ma non abbandoniamole alle voci, noi non sappiamo fino
a dove l'agente nemico può penetrare, fissiamo il pensiero dei soldati
sui fatti, così belli, che avvengono in magnifica dovizia dove si
combatte e dove si aspetta, e che essi in tanta parte ignorano.
Sopra una delle alture da cui si domina la vallata dell'Isonzo, c'è
come una piccola terrazza naturale, ombreggiata di acacie. Durante le
fasi più attive dell'azione, dei generali sono saliti lassù. Il Re vi è
comparso due volte. Il suo arrivo è stato annunziato da un'acclamazione
clamorosa. Tutto un accampamento di riserve, che allinea fra i filari
di vite le sue tende grigie, ha salutato il Sovrano con un urlo, che
pareva la voce d'un assalto.
I soldati sono accorsi da ogni parte, è stata una confusione da alveare
negli attendamenti pavesati da biancherie che asciugano. «Viva il Re!»
— gridavano anche i soldati lontani, quelli che non vedevano niente, e
che correvano a perdifiato attraverso i campi. Arrivando sulla strada,
ansimanti, felici, i soldati si pigiavano in rango, rigidamente, duri
alle spinte della massa che sopraggiungeva dopo, e che faceva da popolo
dietro il cordone della prima fila.
Sceso dall'automobile, il Re passa avanti a quella siepe d'entusiasmo,
e saluta, la mano al berretto, un lieve sorriso sulle labbra, facendo
scorrere sui volti quel suo sguardo profondo e osservatore che lascia
in ognuno la sensazione di esser visto e notato. Lo sguardo del Re è
penetrante e valutatore.
Il Sovrano si ferma: «Bravo! — esclama rivolto ad un soldato. — Dove
hai guadagnato le tue medaglie?». L'interpellato ha il petto fregiato
da due nastri azzurri del valor militare e del nastro della campagna
libica. In un combattimento a Misurata strappò al nemico il corpo
del suo capitano caduto, e in Italia, in una camerata di caserma,
disarmò da solo un compagno impazzito che faceva fuoco su chiunque si
avvicinasse a lui. È un fiero caporale calabrese, biondo di baffi e
bruno di carne, un discendente di guerrieri normanni.
«Eccoti da fumare!» gli dice il Re porgendogli dei sigari dopo avere
ascoltato il suo conciso e imbarazzato racconto dialettale. Il soldato
li prende con profonda reverenza, come una cosa sacra, e quando il Re
è lontano la sua felicità esplode. Levando in alto il dono, egli danza
gridando: «_'U zigarru d'u Re! 'U zigarru d'u Re!_».
Qualche ora dopo, mentre il Sovrano ridiscende dal colle, lungo un
pittoresco sentiero tutto fresco di ombre verdi, tre fanciulle, tre
contadinelle del paese, dai piedi nudi negli zoccoletti, si fanno
avanti, timide, confuse, le mani piene di fiori colti allora nell'orto,
e li offrono inchinandosi con una grazia tutta campestre: «Maestà....
— mormora la più ardita divenendo rossa come le sue rose. — .... _I x'è
fiori d'Italia!_».
Quando il Re è tornato il giorno dopo, si è fermato allo sbocco del
sentiero, dove aveva incontrato le ragazze, e ha fatto chiedere di
loro. Una sola era là; essa è corsa a chiamare le amiche; un minuto
dopo arrivavano tutte e tre, trafelate e felici, e il Re, sorridendo
con una benevolenza paterna, ha porto ad ognuna una scatola di dolci,
adorna degli emblemi reali. Poi ha continuato la sua strada, seguìto
dal suo Stato Maggiore che riempiva l'angusto sentiero di un grigiore
d'uniformi e di un tintinnìo di sciabole.
Ma Vittorio Emanuele non può stare lungo tempo lontano dall'azione.
Sente il bisogno di esservi dentro. Quando ha avuto una visione
generale della situazione, sceglie il suo posto e parte. Ogni giorno
è in un punto ove si combatte. Dov'è andato oggi? Lasciata l'altura, è
risalito nella sua automobile, e qualche minuto dopo la vettura reale
filava laggiù, sulle strade battute dagli _shrapnells_ austriaci,
attraverso villaggi che il bombardamento sforacchia e demolisce,
diretta a qualche interessante settore del fronte.
Finchè si è potuta vedere, finchè la sua scìa polverosa ha indicato
il suo cammino sulla zona del fuoco, centinaia di sguardi l'hanno
seguìta in un silenzio commosso, pieno di una lieve angoscia, e mai
il motto solenne della lealtà britannica ha avuto una più intensa
significazione: Dio salvi il Re!
Alla notte la tempesta di artiglierie, durata due giorni, si è calmata.
La lotta si è sopita. Un temporale scendeva dal nord, con un tremolìo
di lampi, e pareva che il cielo a sua volta fosse in battaglia. Delle
vivide luci azzurre di segnale brillavano di tanto in tanto nel buio,
sulle posizioni austriache. In fondo alla pianura oscura, morta,
invisibile, l'incendio di Lucinico metteva un punteggiare di bragie.
I risultati di questi due giorni di combattimenti? Plava. Si lottava a
Gorizia per passare altrove. Bisognava impegnare tutto il fronte, per
forzare un punto. Il muro è così scavalcato in tre posti. Se la porta
resiste ancora, noi siamo già entrati. Abbiamo spezzato il baluardo;
però altri ed altri la montagna ne oppone al di là.
I nostri progressi, sicuri, solidi, non possono essere che lenti. Non
è osservando per qualche giorno il panorama della battaglia centrale
che può esser dato di scorgerli. Essi si rivelano all'improvviso, ora
in una zona, ora in un'altra, e spesso quello che si vede non è che
una preparazione, come il picchiare faticoso sopra una roccia è la
preparazione della mina che la farà crollare.