CLASSICISMO E ROMANTICISMO DEL LEOPARDI.

Questo titolo potrà sembrare un po' strano a coloro che giudicano

classicismo e romanticismo cose talmente nemiche e contraddittorie da

non potere, in un medesimo animo, l'una accompagnarsi con l'altra; e

a coloro che avendo sempre udito a parlare del Leopardi come di un

purissimo classico, non possono credere che siavi in lui alcun che

di non classico: ma nè il classicismo e il romanticismo sono così

esclusivi l'uno dell'altro come da molti si stima; nè il Leopardi è

propriamente quale da molti s'immagina.

Del classicismo del Leopardi s'è tanto parlato che qui se ne potrà far

giudizio senza troppo lungo discorso, e senza ripetere cose ripetute

assai volte, e note oramai universalmente. I primi studii del poeta

ebbero l'avviamento strettamente classico che gli studii dei giovani

solevano ancora avere a que' tempi; e la così detta conversione

letteraria di lui fu, più tardi, in massima parte, un ritorno spontaneo

alle pure fonti dell'eloquenza e dell'arte antica. Tutti sanno di

quegli scritti che lo fecero venire in fama di filologo valentissimo

in Italia e fuori d'Italia; tutti sanno delle versioni dal greco e

dal latino, e di quelle odi greche, e di quell'inno a Nettuno, che,

contraffatti da lui, furono scambiati per sinceri dagl'intendenti.

Critici diligenti e minuti notarono nei versi e nelle prose di lui

i moltissimi luoghi che a ragione o a torto (non sempre a ragione di

sicuro) si possono credere suggeriti o inspirati dalle due letterature

di Grecia e di Roma; e fu ne' suoi versi distinta una prima maniera,

che sarebbe latina, da una seconda, che sarebbe greca; e tutta greca

fu detta la prosa; e come il Manzoni fu salutato capo della scuola

romantica in Italia, così della classica fu salutato capo il Leopardi,

fatto dell'uno il contrapposto e la negazione dell'altro. Egli stesso,

il poeta, ebbe a dire, non una, ma più e più volte, che, a paragon

degli antichi, i moderni scrittori gli parevano o piccoli, o poveri, o

falsi.

Il sentimento che Dante, ponendo il piede sulla soglia dell'età nuova,

esprimeva nel verso

Lo secol primo quant'oro fu bello,

il Leopardi nutrì lungamente nell'animo, e con assai più desiderio e

fervore che non potess'essere nel maggior padre di nostra favella.

Innamoratissimo di bellezza, egli credette che della bellezza gli

antichi avessero avuto miglior senso di noi, e fattone più retto

giudizio. Innamoratissimo di virtù, credette gli antichi fossero stati

più virtuosi, e per questo, e per altro ancora, assai più felici;

onde all'età presente, pessima sott'ogni aspetto, non altro può

rimanere che il desiderio[365]. Nascevagli talvolta un dubbio, che

questo esaltare il passato a paragon del presente possa essere effetto

di mera illusione[366]; ma la illusione tenevasi cara e non sapeva

spogliarsene. Ricordando i _vetusti divini, a cui natura parlò senza

svelarsi_, egli prorompe in un grido di desiderio e di rimpianto:

Oh tempi, oh tempi avvolti

In sonno eterno![367]

e sciogliendo un inno ai patriarchi,

molto

Di noi men lacrimabili nell'alma

Luce prodotti,

egli, salutata in passando l'_erma terrena sede_ ove fu commessa

la prima colpa, assai più loda l'aurea età, la quale non fu sogno

d'antichi poeti, ma felicità vera, per troppo breve tempo conceduta ai

mortali[368]. Tanto ride agli occhi di questo innamorato di giovinezza

la giovinezza del mondo: tanto lo invaghisce il dolce lume della

bellezza!

E già lamentava (sin da quel tempo!) la decadenza degli studii

classici in Italia. Di Roma diceva che il latino vi si studiava

un po' più che nell'Italia alta, ma che il greco v'era quasi

sconosciuto, «e la filologia quasi interamente abbandonata in grazia

dell'archeologia»[369]. Ma in nessun'altra città d'Italia lo studio

delle lingue e delle lettere classiche vedeva così negletto come in

Milano, dove difficilmente, a quanto si afferma, si sarebbe potuta

trovare «una edizione di un classico greco o latino, posteriore al 5

o al 6 cento»[370]: e della causa dell'antichità facendo in certo qual

modo la propria, diceva non essere il suo nome in Firenze, in Torino,

in Bologna, in Napoli, «così profondamente disprezzato come nella dotta

e grassa Lombardia»[371]. V'è qualche esagerazione in questi giudizii;

ma è da por mente che in quegli anni appunto Milano era diventata come

la metropoli del romanticismo italiano. Di ciò non sembra s'avvedesse

allora il Leopardi, il quale badava a dire che in Milano non si

parlava d'altro che lingua e poi lingua, e che in ciò consisteva

tutta la letteratura milanese[372], e che in Lombardia non era quasi

altro studio che di pedanterie[373]. Egli aveva gli occhi e l'animo

così fissi nell'antichità che mal poteva discernere e peggio poteva

giudicare ciò che gli si moveva da presso e allo intorno; e se faceva

disegno di scrivere un romanzo storico, lo vagheggiava _sul gusto

della Ciropedia_; e se meditava di narrare le vite dei più eccellenti

capitani e cittadini italiani, si proponeva modelli Cornelio Nepote e

Plutarco[374]. Ciò nondimeno, quando la Grecia insorse, vendicandosi

in libertà, e, in grazia delle antiche memorie, l'ellenismo ribollì

in petto ai letterati di tutta Europa, non si sa che il Leopardi si

scaldasse molto; e anzi il modo ond'ei parlò della morte del Broglio,

in una lettera che ho già avuto occasione di ricordare, lascia credere

che si scaldasse pochissimo[375].

Il 20 di gennajo del 1821, il Giordani scriveva a Ferdinando

Grillenzoni: «Io sono del suo parere quanto a Leopardi: e l'animo e

le meditazioni e le letture di quel rarissimo e stupendissimo giovane

son troppo classiche: è impossibile che divenga romantico»[376].

Passi per le letture e le meditazioni; ma quanto all'animo, c'è a

ridire. Romantico il Leopardi non diventò; ma ben fu avvertito dal

Carducci che se il Manzoni «ridusse a mano a mano alla determinatezza

classica e alla più netta rappresentazione del reale il vaporoso

e divagante romanticismo», il Leopardi per contro «romantizzò, per

così dire, la purità del sentimento greco»[377]. Certo il Leopardi si

sarebbe sdegnato se a qualcuno fosse venuto in mente di chiamarlo un

romantico; ma ciò non prova ch'egli non avesse del romantico alcune

parti, senza ch'ei sel sapesse. Anche il Byron ebbe a sdegnare quel

nome. Nel marzo del 1818 il Leopardi mandò allo Stella la prima parte

di un _Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica, ovvero

intorno alle osservazioni del Cav. Ludovico di Breme sulla poesia

moderna_[378]; ma quella prima parte non fu mai stampata, e la seconda

non fu mai scritta; e dalla lettera con cui il poeta accompagnava

l'invio all'editor milanese si comprende soltanto ch'egli non la

pensava come l'autore delle _Osservazioni_[379]. In sul principio del

1810 il poeta volgeva in mente un trattato della condizione allora

presente delle lettere italiane, il quale avrebbe dovuto porgere «il

fondamento e la norma di qualunque cosa» gli fosse avvenuto di comporre

in séguito[380]; e a più riprese ne rivedeva ed allargava il disegno,

lasciandone memoria nelle sue carte e in parecchie lettere, come di

cosa che gli stesse molto a cuore; ma senza andar mai più in là che il

disegno. Ci doveva, tra l'altro, discorrere dell'andamento preso dalia

letteratura _verso il classico e l'antico_, giudicandolo buono, anzi

necessario, in generale ed entro certi limiti, «ma inutile e dannoso

senza l'unione della filosofia colla letteratura, senza l'applicazione

della maniera buona di scrivere ai soggetti importanti, nazionali e del

tempo, senza l'armonia delle belle cose e delle belle parole...». Ci

si doveva raccomandare lo studio delle letterature moderne, per sapere

dov'è che noi le possiamo imitare. Ci si doveva ancora dimostrare «la

necessità di adattarsi al gusto corrente», «la falsità di ciò che forse

si giudica, che il buon gusto non si possa trovare in libri nazionali

e da contemporanei, l'uso costante di tutti i grandi scrittori di

scrivere per il loro tempo e la loro nazione, o greca, o latina ecc....

la discordia tra le nostre opere e quelle degli antichi, che vogliono

imitare, quando queste erano pel tempo loro, e le nostre per il tempo

degli antenati, quando a volerli imitare doveano effettivamente essere

per il presente ecc.»[381]. Questi pensieri, maturati e messi in carta,

secondo si ha ragion di credere, dopo il 1823, sono probabilmente

alquanto disformi da quelli espressi nella prima parte del Discorso

testè citato; ma quanto disformi, non siamo in grado ora di dire.

Comunque sia, se si toglie l'approvazione data a quell'andamento della

letteratura _verso il classico e l'antico_, io quasi non iscorgo in

essi opinione o giudizio in cui i romantici d'allora non potessero e

non dovessero consentire: e quando il poeta ricorda in più particolar

modo che gli antichi scrissero pei tempi loro, e che i moderni,

volendoli imitare davvero, dovrebbero scrivere pei proprii, sembra

d'udire il discorso di quegli apostoli della nuova scuola i quali

dicevano i Greci e i Latini essere stati i romantici dell'antichità.

Chi giudicasse il Leopardi un romantico in veste classica esagererebbe

di certo; ma chi dicesse che il classicismo di lui fu più di forma che

di sostanza, e che egli non fu quell'antico che a primo aspetto può

parere altrui, direbbe cosa, a mio credere, che ha molte parti di vero.

Se non fu un romantico, il Leopardi ebbe in sè del romantico assai più

di quanto potesse egli immaginare, assai più di quanto fu giudicato da

altri.

A persuadersene gioverà esaminare: 1º, l'uso che il poeta nostro fece

della mitologia; 2º, certi sentimenti e abiti mentali di lui; 3º,

certe opinioni e inclinazioni, certi giudizii e propositi: 4º, certi

elementi e caratteri d'arte. Da sì fatto esame si parrà, fra l'altro,

la gran forza di penetrazione di quelle idee madri del romanticismo, le

quali s'insinuarono più e meno anche in ispiriti che non parevan fatti

per doverle in alcun modo ricevere, e la gran forza di diffusione, e

direi quasi d'intossicazione ch'ebbero allora que' sentimenti. Al qual

proposito è pur da ricordare che, prima d'essere una dottrina e una

pratica d'arte, il romanticismo fu un'affezione degli animi, e, ancora,

che il romanticismo non fu di una sola maniera, ma di parecchie.

Cominciamo dall'uso della mitologia, dacchè fu la mitologia

(classica, s'intende) quella che diede modo alle due fazioni di meglio

distinguersi e contrapporsi, e che provocò le battaglie, non dirò più

importanti, ma più accanite e spettacolose. I classicisti vogliono

conservata all'arte la mitologia greca e latina, senza di cui credono

l'arte non possa sussistere: i romantici la vogliono affatto sbandita,

magari per sostituirgliene un'altra. Non dico già che l'amore o l'odio

alla mitologia basti a formare il classicista o il romantico; ma che

la mitologia e l'_antimitologia_ diventano per le due contrarie fazioni

quasi segnacolo in vessillo.

Ora, qual uso fa della mitologia il Leopardi? Un uso affatto diverso

da quello dei classicisti ortodossi. Il Foscolo e il Monti (non immuni,

del resto, nè l'uno nè l'altro, da romantica lue) trattano la mitologia

come cosa vera e presente; viva, non già solo nella memoria e, tutto il

più, nel sentimento, ma ancora nella credenza. Essi invocano gli dei

dell'Olimpo come se veramente fossero devoti alla lor religione, e ne

narrano i casi come se fossero avvenuti davvero. Il Leopardi considera

il mito come cosa irreparabilmente passata e perduta, e appunto

perciò lo rimpiange; rimpiange, cioè, le belle e dolci fantasie per

la cui virtù parve vivere la natura e conversare con l'uomo. Il canto

_Alla primavera o delle favole antiche_ è documento mirabile di quel

giudizio e di quel sentimento, a cui nessun romantico, che abbia fior

di ragione, può voler contrastare. Tale rimpianto ricorre con molta

frequenza nei poeti moderni; ma troppo avrebbe disdetto a classicisti

puri, i quali non potevano, senza strana contraddizione, deplorare la

morte di ciò che fingevano vivo e s'ingegnavano di tener vivo[382]. Ora

tra alcuni di quei moderni e il Leopardi è, per tale rispetto, questa

diversità, che essi, nel mito, lamentano piuttosto la perduta bellezza,

il Leopardi piuttosto la perduta illusione. Non volendo moltiplicare i

raffronti, mi contenterò di un pajo. Il Keats incomincia il suo poema

_Endymion_ con un saluto alla bellezza. Il Leconte de Lisle, come già

Alfredo De Musset, si rammarica di non essere nato in Grecia nel tempo

antico.

Iles, séjour des Dieux! Hellas, mère sacrée!

Oh! que ne suis-je né dans le saint Archipel

Aux siècles glorieux où la Terre inspirée

Voyait le ciel descendre à son premier appel![383]

Questo desiderio nasce in lui dall'amore e dall'entusiasmo della

_vittoriosa Bellezza_, innanzi al cui altare avrebbe voluto

prosternarsi adorando. Nel carme intitolato _Hypathie_, il poeta,

esaltando la paganità a fronte del cristianesimo, esclama:

l'impure laideur est la reine du monde,

Et nous avons perdu le chemin de Paros.

Les Dieux sont en poussière et la terre est muette:

Rien ne parlera plus dans ton ciel déserté.

Dors! mais vivante en lui, chante au cœur du poète

L'hymne mélodieux de la sainte Beauté.

Un'altra poesia, intitolata _La source_[384], finisce con questi versi:

Telle que la Naïade en ce bois écarté

Dormant sous l'onde diaphane,

Fuis toujours l'œil impur et la main du profane,

Lumière de l'âme, o Beauté!

Il Leopardi non usa del mito come di un tema di supposta credenza;

ma ne usa talvolta come di una parabola e di un simbolo, nel quale

infonde pensieri e sentimenti moderni; conscio, con lo Schelling,

della universa significazione e del perpetuo valore di esso; conscio

ancora della duttilità sua, la quale lo pone in grado di ricevere,

mutando i tempi e le civiltà, nuova forma e spirito nuovo. Con ciò il

Leopardi fa cosa interamente legittima, e praticata da molti poeti di

questo secolo, che certamente non furono classicisti. Basti ricordare

per tutti Vittore Hugo, del quale è noto il mirabile uso che del

mito antico, in più maniere variato, seppe fare nella _Légende des

siècles_ e altrove. Di sì fatto uso, del resto, il Leopardi non si

giova ne' versi, ma solo in taluna delle prose, quali la _Storia del

genere umano_, il _Dialogo di Ercole e di Atlante_, la _Scommessa di

Prometeo_; e non è possibile non avvertire la diversità grande che

per questo rispetto passa tra lui e alcuni poeti modernissimi, specie

inglesi, ne' cui versi il mito ellenico rifiorisce frequente a canto

alla leggenda arturiana o alla saga settentrionale.

Delle antiche immagini e dell'antico linguaggio mitologico alcune

tracce rimangono nel Leopardi, come per forza di tradizione e di

consuetudine. _Febo, titania lampa, ciprigna luce, offeso Olimpo,

Olimpo che piove a distesa, disperato Erebo, erinni, alto consiglio di

numi_, troviamo qua e là ne' suoi versi: ma sono _rari nantes_, formule

puramente verbali, che non possono far rivivere il mito, e quasi,

passate in una specie di comune linguaggio, più non lo suppongono.

Perciò aveva ragione Giuseppe Belloni, quando, proprio nella sua brutta

_Anti-mitologia_, ricordava con lode il nome del Leopardi, come di uno

che avesse intese le buone ragioni dei romantici, e s'opponesse alle

usanze assurde dei classicisti:

Leopardi,

Forte in alti pensieri, inni già intuona,

Che se fien gravi all'ammollito orecchio

Della plebe vivente, saran fiamma

Alla età che succede; e cammin nuovo

Segna a chiunque la virtude ha cara[385].

E non dimentichiamo che nella _Ginestra_ il poeta si ride della

illusione degli uomini che _favoleggiarono_ gli autori delle universe

cose discesi in terra per cagion loro, e schernisce i _rinovellati

sogni_; dove, se non manca una frecciata al cristianesimo, non ne manca

una nemmeno alla mitologia. E ricordiam di passata che nella _Scommessa

di Prometeo_ si parla con assai poca reverenza delle muse e degli altri

dei, e che di Prometeo si narra un'avventura troppo più realistica che

mitica.

Dopo quanto s'è veduto del sentimento della natura nel Leopardi,

parmi si possa legittimamente concludere che quel sentimento ha

del romantico assai più che del classico, o dobbiam lasciare di

distinguere fra sentimento classico e sentimento romantico della

natura. Romantica quella tenerezza accorata, che potrebb'essere una

variante del _délire champêtre_ del Rousseau; romantica, più tardi,

quella diffidenza angosciosa che il Leopardi manifesta a fronte

della natura; e sconosciute, così l'una, come l'altra, agli antichi,

sebbene per tutt'altra ragione che quella immaginata dallo Schiller.

I classicisti, sebbene si sciacquassero sempre la bocca con quel

loro canone dalla imitazione della natura, sentirono, generalmente

parlando, la natura assai poco. E qui vien forse opportuna un'altra

osservazione. Un uomo del settentrione e un uomo del mezzodì, un

germano e un latino, non gustano la natura alla stessa maniera.

Quegli sente in più particolar modo ciò che parla all'anima; questi

in più particolar modo ciò che parla ai sensi: per il primo la natura

è quasi un simbolo o un'allegoria; pel secondo è, sopratutto, una

festa e uno spettacolo. Il primo sogna di più; il secondo vede di

più. Il sentimento che il Leopardi ha della natura è, parmi, più

settentrionale che meridionale, più germanico che latino, e, per

ciò appunto, più romantico che classico: ed è curioso notare come in

quelle terzine dell'_Appressamento della morte_, che sono del 1816,

tendesse all'ossianico. Che quella quasi adorazione che per la luna

ebbe il Leopardi è cosa romanticissima sotto ogni aspetto, non fa

quasi bisogno di avvertire, bastando ricordare come le origini di

quel nuovo culto sieno legate ai nomi di Ossian, di Edoardo Young e di

Werther. Romantica finalmente è, in un certo senso, una delle ragioni

che muovono il Leopardi a cercar la natura; ed è quella stessa che già

aveva mosso il Rousseau, Werther, lo Chateaubriand, Obermann, ecc., e

cioè l'avversione all'umano consorzio e il disgusto della civiltà.

Fermiamoci a considerare un istante questo sentimento. La misantropia

non fu trovata certo dai moderni; anzi doveva già essere antica

nel mondo quando l'ateniese Timone ne diede un esempio rimasto

memorabile nelle storie. I cristiani, più tardi, trovarono modo di

conciliarla con l'amor del prossimo, e nei deserti e nei chiostri se

ne fecero strumento e via di salute. I sentimenti umani hanno tutti

uno svolgimento e una storia, ma è disagevole talvolta conoscerne le

variazioni e seguirne i trapassi. E così di questo sentimento della

misantropia. Direi che nel pagano antico esso dovesse nascere di regola

da esperienza di nocumento sofferto nella persona o negli averi,

o da timore di tal nocumento. Plutarco e Luciano ci rappresentano

Timone spinto alla misantropia dalla ingratitudine e malvagità degli

amici. Nel cristiano nasceva piuttosto da timore di seduzione e di

contaminazione. _Quoties inter homines fui, minor homo redii_, lasciò

scritto Seneca, che doveva, nella leggenda, diventare un amico di San

Paolo, e quasi un seguace della dottrina dell'Evangelo. Il cristiano,

certo, non odiò il proprio simile, ma lo temè, come quello che

poteva toglierlo a Dio, e s'allontanò volentieri dalla creatura per

meglio accostarsi al creatore; e son senza numero quegli asceti che

abbandonarono i genitori, il conjuge, i figliuoli per essere più sicuri

di ritrovarsi con loro nel regno dei cieli. L'uomo moderno, divenuto

troppo eccitabile e sensitivo, e diciam pure troppo soggettivo, pare

che de' proprii simili tema più che altro il rude e disaggradevole

contatto, e si offenda della disformità loro, e aborrisca da quella

conversazione che lo toglie a sè stesso e non lo lascia gustare tutto

quel godimento di sè, di cui posson farlo capace l'alta e squisita

cultura, la contemplazione e l'analisi. Facilmente ancora egli

s'immagina d'essere troppo superiore a quella condizione di civiltà e a

quelle istituzioni in mezzo alle quali la fortuna l'ha fatto nascere,

e prende a disamare un consorzio pel quale stima di non essere fatto,

immaginandone un altro più amabile e degno.

Dar giudizio della misantropia del Leopardi non è cosa facile, chè

anche per questa parte sono molte contraddizioni nel nostro poeta.

Di ventun anno scriveva degli uomini: «Vorrei non conoscerli, così

scellerati come sono»[386]. Più tardi, per bocca di Tristano, giudicava

gli uomini «codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto»[387]: e,

rinnovando la sentenza dell'Hobbes, diceva la vita sociale una lotta

di ciascuno contro tutti e di tutti contro ciascuno[388]; e che la

natura ha inspirato negli animali l'odio de' proprii simili, e che

naturalmente l'animale odia il suo simile[389]. Il _Dialogo di Ercole

e di Atlante_ è tutto in disprezzo delle cose umane; la _Scommessa di

Prometeo_ vuol fare intendere che l'uomo è il più imperfetto, malvagio

e spregevole degli esseri creati. Il poeta chiama il proprio secolo

il secolo della morte[390], deride i trovati e le macchine[391], dice

il mondo presente essere nelle mani dei mediocri[392], anzi tenere

il campo la nullità[393], si burla della sapienza dei giornali, delle

masse, della perfettibilità infinita, delle scienze economiche, morali

e politiche e di tutte le altre belle creazioni di questo _secolo di

ragazzi_[394]. Definito «il mondo una lega di birbanti contro gli

uomini da bene e di vili contro i generosi[395],» voleva guerra ad

oltranza; e già sino dal giugno del 1821 aveva scritto al Brighenti:

«Ciascuno è nemico di ciascuno e dalla sua parte non ha altri che

sè stesso... Del resto, o vinto, o vincitore, non bisogna stancarsi

mai di combattere e lottare e insultare e calpestare chiunque vi

ceda anche per un momento... Il mondo è fatto al rovescio, come quei

dannati di Dante... E ben sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare,

che il contentarsi di stare a guardarlo e fischiarlo»[396]. E chi

sa quant'altro ci sarebbe da aggiungere se si conoscessero quelle

parecchie centurie di Pensieri che rimangono ancora inedite e occulte.

Ma a questi giudizii e a questi sfoghi altri se ne possono opporre

di carattere affatto contrario. Il 17 dicembre 1819 scriveva al

Giordani: «Era un tempo che la malvagità umana e le sciagure della

virtù mi movevano a sdegno, e il dolore nasceva dalla considerazione

della scelleraggine. Ma ora io piango l'infelicità degli schiavi e de'

tiranni, degli oppressi e degli oppressori, de' buoni e de' cattivi;

e nella mia tristezza non è più scintilla d'ira, e questa vita non mi

par più degna di esser contesa»[397]. Negli sciolti al Pepoli biasima

l'egoismo. Nel _Dialogo di Timandro e di Eleandro_ dice di non poter

odiare nessuno, nemmeno chi l'offende, anzi di essere «del tutto

inabile e impenetrabile all'odio»[398]. In una lettera al Brighenti

si legge: «Ma viviamo, giacchè dobbiamo vivere, e confortiamoci

scambievolmente, e amiamoci di cuore, chè forse è la miglior fortuna

di questo mondo. La freddezza e l'egoismo d'oggidì, l'ambizione,

l'interesse, la perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco

_un animale senza cuore_, sono cose che mi spaventano»[399]. E nel

XXXII dei _Pensieri_ si dice che chi ha più intelletto ed esperienza

meno disprezza; che sciocchi sono coloro i quali per troppa stima

di sè disprezzano gli altri; e che «l'uso del mondo insegna più a

pregiare che a dispregiare». Quale luogo l'idea umanitaria tenga

nella _Ginestra_ non è bisogno di ricordare: bensì parmi voglia essere

ricordato che pel Leopardi, come per lo Shelley, unico fondamento della

morale è la simpatia, che nasce dalla sensitività.

Contraddizioni in tutto simili a queste sono frequentissime nei

romantici, a cominciare da quel Gian Giacomo Rousseau che del

romanticismo dee dirsi il massimo institutore: e nel romanticismo

sono da distinguere come due correnti, che talvolta vanno disgiunte e

in direzioni contrarie, tal'altra in assai strano modo si confondono

insieme; una corrente che diremo filantropica, e una corrente che

diremo misantropica. Il _bel tenebroso_ fugge la compagnia de' proprii

simili; non parla di essi se non con amarezza e con disdegno; come

molti altri degli eroi di quel Byron che difficilmente si potrebbe dire

se fu più filantropo che misantropo, o più misantropo che filantropo.

René disse: _La foule, ce vaste désert d'hommes_. Saint-Preux aveva

detto: _J'entre avec une secrète horreur dans ce vaste désert du

monde_. E l'Adolphe del Constant soggiunse: «Je ne me trouvais à

mon aise que tout seul, et tel est, même à présent, l'effet de cette

disposition d'âme, que dans les circonstances les moins importantes,

quand je dois choisir entre deux partis, la figure humaine me trouble,

et mon mouvement naturel est de la fuir pour délibérer en paix»[400].

Il Leopardi chiama il mondo _formidabile deserto_[401]. Il nano

misterioso di Gualtiero Scott non può sopportare la vista de' proprii

simili: il Leopardi accusa la luna se umani aspetti scopre al suo

sguardo[402].

Di tale disposizione dell'animo lo stesso Leopardi ebbe a notare

alcuna cagione quando disse che gli antichi non considerarono mai «la

generalità degli uomini civili, che noi chiamiamo società o mondo»,

quale «nemica virtù», e «certa corruttrice d'ogni buona indole, e

d'ogni animo ben avviato»; e che la educazione presso gli antichi

era pubblica e comune; presso i moderni, per contro, segregata

e solitaria[403]; e ancora quando disse essersi la stirpe umana,

per gl'insegnamenti della verità, dissipata in tanti popoli quanti

uomini[404]; ov'è manifesto accenno al soverchiante individualismo.

Checchè sia di ciò, certo si è che quella disposizione dell'animo

fu propria di moltissimi romantici. Il Taine fa cenno di uno scritto

della _Edinburg Review_ dell'ottobre 1802, nel quale si attribuivano

comunemente ai romantici «les principes antisociaux et la sensibilité

maladive de Rousseau, bref un mécontentement stérile et mysanthropique

contre les institutions présentes de la société»[405].

Fu già notata da molti la somiglianza morale che il Leopardi ha con

Werther, con René, con Jacopo Ortis, con Obermann, persino con Rolla,

e con quanti sono i rappresentanti maggiori di quella modernissima

disposizione e temperie d'animo che nel presente secolo fu detta

appunto malattia del secolo. Gli è certo che il Leopardi ha comuni con

essi molti sentimenti, molti gusti e molte idee; e poichè essi sono,

con più o meno consapevolezza di chi gl'immaginò e descrisse, vere e

predilette creature del romanticismo, ne viene di conseguenza che anche

il Leopardi, se fosse personaggio immaginario anzichè reale, potrebbe

essere una creatura del romanticismo. Facciamo una rapida enumerazione

di questi altri comuni stati di animo. Trattandosi di cose che ogni

colto lettore ha presenti allo spirito, e che nulla hanno d'astruso e

di recondito, non sarà necessario d'indugiarsi troppo per via, nè di

far molti raffronti.

Ho già toccato della sentimentalità del Leopardi. Se accettiamo la

distinzione che lo Schiller fece della poesia ingenua e sentimentale,

quella attribuendo agli antichi, questa ai moderni; distinzione che può

dar luogo ad alcune obbiezioni, ma che non è nè arbitraria, nè vana;

non possiamo non riconoscere che la poesia del Leopardi appartiene

piuttosto alla seconda che alla prima specie: e se ricordiamo che

la sentimentalità fu sempre considerata come una delle più spiccate

qualità dei romantici e dell'arte loro, dovremo pur riconoscere che

il Leopardi, per la forma generale e, dirò così, diffusa e vaga del

sentimento, è assai più romantico che classico. Gli è vero che una

certa forma di sentimentalità fu nel secolo scorso (e pare strano a

dire) favorita dalla stessa filosofia della ragione, almeno in quanto

voleva essere filosofia umanitaria; ma è da notare altresì che la

filosofia del secolo scorso favorì in più maniere il romanticismo,

un pezzo prima che questo si stringesse in alleanza con l'idealismo

tedesco o col cristianesimo; del che si potrebbero recare le prove,

non fosse il rischio di andar troppo per le lunghe. Il Rousseau fu

un gran ragionatore, un gran sentimentale e, come s'è detto, uno

degl'institutori massimi del romanticismo; e Giuseppe Montani, che

fu uno dei romantici nostri più intelligenti e ferventi, fu pure un

grandissimo ammiratore del Leopardi, e, come il Leopardi, un discepolo

dei filosofi francesi.

Se da questo sentimento generale e diffuso passiamo ai sentimenti

specificati e definiti, ne troviamo nel Leopardi parecchi, che certo

non appartengono ai soli romantici, dacchè nessun sentimento può

tutto appartenere a un tempo solo, a una generazione sola; ma sono,

specialmente se contrassegnati da certi caratteri, assai più proprii

dei romantici che dei classici.

Della melanconia del Leopardi non dirò altro, avendone già detto a

sufficienza in altro luogo. Ricorderò solo che la _melanconia dolce_;

quella che già da oltre mezzo secolo i romantici levavano a cielo

con le lodi; quella che lo stesso Goethe gustò con delizia (_Wonne

der Wehmuth; Trost in Thränen_), fu detta dal Leopardi più _dolce

dell'allegria_[406].

Il rimpianto, quello che i francesi dicono _regret_, non fu molto

famigliare agli antichi, i quali, se poco vissero con la fantasia

nel futuro, meno ancora vissero nel passato. Ulisse si scioglie

in lacrime udendo dalla bocca di Demodoco la propria sua storia;

e così Enea, ricordando la patria; ma la loro è commozion viva e

passeggiera, che non aduggia l'animo, non lo svigora nel desiderio

vano dell'irrevocabile. Ovidio, dal Ponto, evoca senza fine il ricordo

di Roma e de' suoi gaudii; ma Ovidio fu detto un romantico del secolo

d'Augusto. L'animo del Leopardi si strugge nel rimpianto. Gli antichi

ebbero in pregio e in onore, più che ogni altra età della vita, la

virilità gagliarda e operosa: i romantici per contro, e con essi

il Leopardi, predilessero e celebrarono gli anni in cui più può la

illusione, e l'anima, non ancora allacciata e vinta dalla realtà, può

abbandonarsi liberamente nelle braccia del sogno. Lo Chateaubriand

adorò la propria giovinezza, e inconsolabilmente ne pianse la perdita.

Il Leopardi pianse la propria quando, _amara e deserta_, era ancora

presente; la pianse anche più quando fu dileguata; ma sopratutto pianse

la fanciullezza e colla fanciullezza disse finita la vita «per tutti

quelli che pensano e sentono»[407].

Il Leopardi che patì terribilmente la noja, disse nessuna cosa essere

della noja più ragionevole; e che «la noia non è se non di quelli in

cui lo spirito è qualche cosa»; e che «la noia è in qualche modo il più

sublime dei sentimenti umani»[408]. Opinione che avrebbe scandalizzato

un antico, ma non il Pascal[409], non i romantici. Non ci fu quasi

romantico che non volesse essere partecipe di questa sublimità. «Je

crois que je me suis ennuyé dès le ventre de ma mère», gemeva, non

senza compiacimento, lo Chateaubriand; e René: «je ne m'apercevais de

mon existence que par un profond sentiment d'ennui». Del tedio della

vita, che comincia, si può dire, a prender forma moderna nell'anima

di messer Francesco Petrarca, non accade discorrere. Il Leopardi

l'ebbe comune con tutta una schiera numerosissima di romantici; e

questo sentimento, quanto lo avvicina senza ch'egli se ne avvegga,

ai cristiani, tanto lo discosta dai pagani. Il Leopardi non espresse

per l'ascetismo cristiano l'ammirazione di cui lo stimò degno lo

Schopenhauer; ma giudicò degnissimi di lode i pensieri e le sentenze di

Cristo intorno al mondo, e in più particolar modo avvertì: «Il mondo

nemico del bene, è un concetto, quanto celebre nel Vangelo, e negli

scrittori moderni, tanto o poco meno sconosciuto agli antichi»[410]. E

all'ascetismo cristiano lo raccostano ancora l'avversione alla scienza,

ch'egli ha comune col Werther, e l'opinione che sia vana, e oziosa

veramente, ogni umana operazione.

Se alla sentimentalità vaga e diffusa, al particolar sentimento della

natura, al rimpianto abituale, aggiungiamo quel desiderio smanioso ed

acuto che il Leopardi ha dell'amore, considerato da lui, e dalla più

parte dei romantici, come unica o suprema fonte di felicità sopra la

terra, si vede che il Leopardi dà al _cuore_ una preminenza che gli

antichi non pensarono a concedergli, e che invece gli fu universalmente

conceduta dai romantici. Dai _tristi e cari moti del core_ riconosce il

poeta ogni dolcezza di vita;

Da te, mio cor, quest'ultimo

Spirto, e l'ardor natio,

Ogni conforto mio

Solo da te mi vien[411];

e quando gli sembra di non avere più nulla a sperare sopra la terra,

dice al proprio cuore:

Posa per sempre. Assai

Palpitasti. Non val cosa nessuna

I moti tuoi, nè di sospiri è degna

La terra[412].

Or chi non sa che per Werther, come pel Rousseau, il cuore è tutto? E

come Werther il Leopardi si diletta delle lacrime, e come il Rousseau

celebra il Leopardi la sensitività. Nel suo _cormentalismo_ il

Maroncelli stabilisce tra core e mente una certa eguaglianza o un certo

equilibrio: il Leopardi dà al cuore la primazia e il sopravvento.

Quel senso dell'indefinito e dell'infinito che noi troviam nel

Leopardi, com'è cosa assai più cristiana che pagana, così ancora è

cosa assai più romantica che classica. Rileggasi la breve poesia del

Leopardi intitolata appunto _L'Infinito_, e confrontisi con questo

passo di una nota lettera del Rousseau: «Bientôt de la surface de la

terre j'élevais mes idées à tous les êtres de la nature, au système

universel des choses, à l'être incompréhensible qui embrasse tout.

Alors l'esprit perdu dans cette immensité, je ne pensais pas, je

ne raisonnais pas, je ne philosophais pas; je me sentais, avec une

sorte de volupté, accablé du poids de cet univers, je me livrais

avec ravissement à la confusion de ces grandes idées, j'aimais à me

perdre en imagination dans l'espace; mon cœur resserré dans les bornes

des êtres s'y trouvait trop à l'étroit; j'étouffais dans l'univers;

j'aurais voulu m'élancer dans l'infini»[413]. A queste parole, e a

quelle del poeta italiano, molti riscontri si potrebbero trovare, per

una parte nel Pascal, per un'altra nello Chateaubriand e in numerosi

romantici d'ogni lingua.

Ancora sente di romantico nel Leopardi la grande importanza e dignità

che, sia nella vita, sia nell'arte, egli riconosce alla fantasia,

giudicata facoltà superiore alla ragione; e il concetto quasi mitico

ch'egli si forma del genio; e quell'ardor d'entusiasmo, che fu, nel

romanticismo, una reazione contro il razionalismo freddo e tagliente.

Che se poi ricordiamo essere stato il romanticismo definito da alcuni

un eccesso di soggettivismo, e pensiamo quanta fu, e di che maniera,

la soggettività del Leopardi, non potremo non venire nella conclusione

che, anche per questo rispetto, il Leopardi fu assai men classico che

romantico. Quella soggettività permalosa si dà anche a conoscere, se

non erro, nel fatto che il poeta non esercitò, da quella di poeta e

di studioso in fuori, altra professione. Intendo bene che la ragion

prima e principale di ciò è da cercare nell'affranta salute; ma ce

ne fu probabilmente un'altra. Già il Petrarca ebbe a considerare la

professione, il cómpito determinato e tirannico, quale una menomazione

dell'uomo. Il Rousseau non potè mai assoggettarsi a un officio stabile.

Werther dice gli impieghi, occupazioni da cenciosi. René, Obermann, non

si sa che cosa facciano. Rolla non ha imparato a far nulla:

Il eut trouvé d'ailleurs tout travail impossible:

Un gagne-pain quelconque, un métier de valet,

Soulevait sur sa lèvre un rire inextinguible[414].

Il Leopardi s'ammazzò col lavoro, ma col lavoro libero[415]. Il suo

esagerato soggettivismo doveva ripugnare ad ogni altra maniera di

occupazione, e come quel soggettivismo è romantico, così ancora sono

romantici la perpetua preoccupazion di sè stesso e la particolar forma

di lirismo che ne derivano. Che più? Se ci abbisogna qualche indizio

di satanismo, nemmen questo manca. Tra le carte lasciate dal Ranieri si

trova l'appunto di una specie d'invocazione ad Arimane che comincia con

le parole: _Re delle cose, autor del mondo_, e dove il poeta si vanta

d'essere stato di Arimane il maggior predicatore e l'apostolo della sua

religione[416].

Se molto di romantico troviamo in certi sentimenti e abiti mentali del

Leopardi, molto ancora troviamo in certe sue inclinazioni e opinioni,

in alcuni giudizii e propositi che più direttamente riflettono la

letteratura e l'arte.

Sino dalla prima sua giovinezza egli si mostra risolutamente avverso

alla imitazione, e tiene la originalità in grandissimo conto. Ora,

che altro facevano i classicisti se non predicar del continuo che gli

antichi non potevano essere superati, e che perciò la più savia cosa

che i moderni potessero fare era d'imitarli? e che altro i romantici

se non gridare che la imitazione rovinava la poesia, e che non è vera

poesia dove non è originalità, cioè spontaneità, cioè inspirazione

propria e sincera? Il 10 dicembre del 1810 il Leopardi scriveva al

Giordani: «Dimmi se l'opera del Monti va innanzi, e il poema dell'Arici

se lo stimi da qualche cosa. Io non l'ho già veduto, eccetto alcuni

versi. Dico sinceramente che m'hanno confermato nella opinione ch'io

n'avea. In sostanza Omero, Virgilio, l'Ariosto, il Tasso hanno scritto

poemi eroici, e fatta una strada. Qualunque italiano si metta alla

stessa impresa, già non pensa neppure in sogno di correre un altro

sentiero. E non dico solamente un altro sentiero in grande, ma neanche

nelle minuzie. E quando l'Arici arrivasse anche a darci un altro Tasso,

non bastava quello che avevamo?.... In Italia è morta anche la facoltà

d'inventare e d'immaginare, che pareva e pare tuttavia così propria

della nostra nazione»[417]. Ricordiamoci a questo proposito che il

Keats diceva essere l'invenzione la stella polare della poesia, e che

lo Shelley definiva la poesia la espressione della immaginativa[418].

Allo stesso Giordani il Leopardi scriveva e riscriveva che tutto era

da rifare in Italia in materia di letteratura; la lirica, la quale gli

pareva non fosse anco nata tra noi; la tragedia, di cui l'Alfieri aveva

insegnata una forma sola; l'eloquenza poetica, letteraria e politica;

«la filosofia propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni genere

accomodata all'età nostra, fino a una lingua e a uno stile, ch'essendo

classico e antico, paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole

così al volgo come ai letterati». Voleva rifatto _il di fuori e il

di dentro della prosa_, e si doleva che la fortuna gli avesse tolto

ormai persino la «speranza di mostrare all'Italia qualche cosa ch'ella

presentemente non si sappia neanche sognare»[419]. Se ne togliamo

quello stile, ch'essendo classico e antico, paja anche moderno[420],

che cosa è qui che dovesse spiacere ai romantici? Non dicevano essi per

l'appunto che tutto era da rifare in letteratura? E bene o male, che

non è da discuterne ora, non rifecero essi, o, almeno, non tentarono di

rifare ogni cosa?

L'idea di una letteratura civile non è, di certo, propria de' soli

romantici, sebbene appartenga anche a loro; ma si può ben dire che sia

tutta loro nei tempi moderni l'idea di una letteratura popolare. Il

Leopardi, che giudicava dovere le lettere dipendere dalla filosofia, e

credeva non poter essere nazione dove non sia letteratura[421], volle

letteratura civile e volle letteratura popolare. Le sue proprie parole

tolgono ogni dubbio in proposito. Già in quelle prime sue lettere

al Giordani egli accennava ad una letteratura _non segregata dal

popolo_, e al Montani in quello stesso tempo scriveva: «per corona de'

nostri mali, dal seicento in poi s'è levato un muro fra i letterati

ed il popolo che sempre più s'alza, ed è cosa sconosciuta appresso

le altre nazioni. E mentre amiamo tanto i classici, non vogliamo

vedere che tutti i classici greci, tutti i classici latini, tutti

gl'italiani antichi hanno scritto pel tempo loro, e secondo i bisogni,

i desideri, i costumi e sopra tutto il sapere e l'intelligenza de'

loro compatriotti e contemporanei»[422]. Il poeta deve scrivere per

il volgo, e la letteratura dev'essere utile, ripeteva egli poco di

poi[423]; e nel già ricordato disegno di uno scritto sulla condizione

delle lettere italiane affermava novamente esser necessario «di render

qui, com'è già totalmente altrove, popolare la letteratura vera

italiana, adatta e cara alle donne e alle persone non letterate»,

e batteva sulla «necessità di libri italiani dilettevoli e utili

per tutta la nazione»[424]. Perciò parlava con disprezzo di quella

letteratura che tutta consisteva in far sonetti e versi latini[425]; e

vagheggiava di scrivere libri atti a muovere gl'italiani e rigenerare

la patria, vite del Kosciuszko e del Paoli, ecc. Forma molto acconcia

a tal fine parevagli quella del romanzo storico e della biografia;

e pensava l'autore di sì fatti libri dovere avere tutte le virtù

dello storico, senza però volere far opera storica propriamente,

ma esortativa, anche ajutandosi colla «possibile piacevolezza dei

racconti»[426]. Voleva letteratura dilettevole, parendogli che

«il privare gli uomini del dilettevole negli studi» fosse «un vero

malefizio al genere umano»[427]. Giunse persino a dissuadere dal far

versi, perchè esercizio frivolo e da servire ai tiranni[428]. Veggasi

ora se queste opinioni e questi propositi contrastino alla celebre

formola: _l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per

mezzo_[429].

Fu notato da un pezzo che il _Consalvo_, a cominciare dai nomi dei

personaggi (non importa sapere se presi in qualche luogo, e dove), è

cosa tutta romantica; e il Carducci scoperse un lembo di romanticismo

persino ne' versi alla sorella Paolina. E che diremo di quella _Storia

di un'anima_ che il Leopardi avrebbe voluto comporre? Sotto questo

titolo di sapore prettamente romantico, doveva venir fuori un «Romanzo

che avrebbe poche avventure estrinseche e queste sarebbero delle più

ordinarie; ma racconterebbe le vicende interne di un animo nato nobile

e tenero, dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte»[430].

Una specie di _Werther_, come si vede.

Nella questione della lingua certo non si può dire che il Leopardi

consentisse in tutto coi romantici, ma nemmeno si può dire che

dissentisse in tutto da loro. Giovanissimo, egli aveva giudicata

la lingua italiana _sovrana, immensa, onnipotente_, di gran lunga

superiore alla francese; ma già sentiva, contro la opinion del

Giordani, di dovere attingere alle fonti popolari[431]. Più tardi

gli entrava qualche dubbio circa l'assoluta superiorità della lingua

italiana; e contro la comune opinione dei puristi e dei classicisti,

s'avvedeva «che anche la notizia di più linghe conferisce mirabilmente

alla facilità, chiarezza e precisione del concepire»[432]; e pensava di

scrivere un libro intorno alle lingue meridionali, cioè greca, latina,

italiana, francese e spagnuola, e di farlo con criterii di filosofo

e non di cruscante. Gli era venuto a grandissima noja quell'eterno

battagliare che si faceva in Italia intorno alla lingua senza risolver

mai nulla, e si raccomandava allo Stella perchè non lasciasse sapere a

nessuno che gli compendiava il Cinonio, temendone infamia di pedante,

e d'esser posto dal pubblico «onninamente, e per viva forza, in quella

classe, dalla quale», con le parole e con gli scritti, aveva «tanto

cercato di separarsi»[433]. Sentiva, ciò nondimeno, il gran bisogno

che l'Italia avesse una lingua adatta ai tempi e alle necessità

della nazione; onde, mentre voleva che gli scrittori d'Italia fossero

italiani e non barbari, voleva pure si sciogliessero una buona volta

dai lacci di quel purismo che viveva, anzi languiva, segregato dal

mondo, e il Vocabolario avessero in conto di consigliere e d'ajutatore,

non di tiranno[434]. Del resto, sino dal novembre del 1820, diceva,

come avrebbe potuto dire un qualsiasi romantico, che gli studii suoi

_oramai cadevano, non sulle parole, ma sulle cose_[435].

I romantici furono grandi preconizzatori della prosa poetica. Il

Leopardi fu d'avviso che la bella prosa dovesse aver sempre del

poetico: diceva che nelle operette morali aveva voluto fare poesia in

prosa, e considerava come possibile una epopea in cui la prosa fosse

adoperata in luogo del verso[436].

Dopo tutto ciò parmi sia da credere che il Leopardi, sebbene scrivesse

alla sorella Paolina: «Il 25 luglio 1830 ho rovinata coll'Europa la

letteratura per un buon secolo»[437], non fosse poi tanto avverso ai

romanticismo; e che veramente non fosse è provato ancora dalle sue

relazioni con l'_Antologia_, e da certi giudizii suoi sopra alcuni dei

più grandi scrittori del tempo.

L'_Antologia_, sebbene desiderasse di conciliare le due scuole

contrarie, fu nello spirito e nell'indirizzo essenzialmente romantica,

e fece, con più temperanza, in Italia quello che il _Globe_ in Francia.

Il Vieusseux stimava, o (ch'è più probabile) diceva di stimare pura

questione di parole la questione dei classicisti e dei romantici; ma

nella Rassegna da lui diretta sostenevano strenuamente le ragioni

della nuova scuola il Montani, che il Lampredi chiamava l'Achille

e il Rinaldo dei romantici, il Tommaseo e altri parecchi; e sta di

fatto che i giornali letterarii d'allora più fidi alla causa del

classicismo, davano assai volentieri addosso all'_Antologia_, non

sempre per ragioni letterarie, a dir vero, ma, insomma, anche per

quelle. Sollecitato infinite volte dal Vieusseux a scrivervi come e

di che più gli piacesse, il Leopardi nell'_Antologia_ non istampò se

non un saggio delle _Operette morali_[438]; ma non è quasi lettera

sua al Vieusseux stesso ove non si leggano grandissime lodi di quello

ch'egli apertamente chiamava il miglior giornale d'Italia[439], mentre

non celava punto il proprio disprezzo per la _Biblioteca Italiana_,

con la quale ben presto si ruppe, e pel _Giornale arcadico_, entrambi

avversarii fierissimi del romanticismo. Dava ancora grandissime lodi al

Tommaseo, prima che si guastassero[440], e al Montani, senza aspettare

che questi abjurasse: e il Montani, levando a cielo i versi del

Leopardi, malmenati dagli arcadi[441], affermava di udire in essi «la

voce di un fratello di Werther»[442]. Il precetto che nell'_Antologia_

dava il Tommaseo, combattendo la mitologia: «scrivere come il cuore

li detta; e scrivere a giovamento dei più», non poteva non avere

l'assentimento di quel Leopardi di cui abbiamo riferite pur ora parole

in tutto consone a queste.

Notinsi ora alcuni giudizii del nostro poeta sopra scrittori

contemporanei. Il Goethe, che fu tanto benevolo ai romantici italiani,

gli piaceva poco. In una lettera al Puccinotti, del 5 giugno 1826,

leggiamo: «Le memorie del Goethe hanno molte cose nuove e proprie,

come tutte le opere di quell'autore, e gran parte delle altre scritture

tedesche; ma sono scritte con una così salvatica oscurità e confusione,

e mostrano certi sentimenti e certi principî così bizzarri, mistici

e da visionario, che, se ho da dirne il mio parere, non mi piacciono

veramente molto»[443]. Il Goethe un mistico e un visionario! Strano

troppo che al possibile autore della _Storia di un'anima_ non avesse

almeno a piacere il _Werther_; ma è da ricordare che il Leopardi non

seppe di tedesco.

Seppe d'inglese; e se nomina lo Scott senza dirne nè bene nè male[444],

parla invece con molta ammirazione del Byron, nel quale, com'è noto,

lo stesso Goethe vedeva armonizzate e fuse le due tendenze, classica

e romantica. Nella lettera al Puccinotti testè citata il Leopardi

scriveva: «Veramente questi è uno dei pochi poeti degni del secolo, e

delle anime sensitive e calde come la tua»[445]. Dell'Hugo, il quale,

dopo aver fatto tanto chiasso in Francia, cominciava a farne anche in

Italia, non una parola[446].

Del Monti, nella poesia del quale il Tommaseo doveva andar poi

rintracciando le infiltrazioni romantiche[447], il Leopardi ebbe,

in tempi diversi, assai diverso concetto. In sul finire del 1818,

stampate in Roma le due canzoni _All'Italia e Sul monumento di Dante_,

il giovane poeta le dedicò entrambe con parole di somma reverenza a

colui che, con pochissimi altri, sosteneva l'_ultima gloria_ della

patria. Più tardi, senza che si possa con precisione dir quando, diede

del Monti un giudizio che discordava notabilmente da quello tutto

ammirativo dell'universale, lodandone sì le doti della immaginativa

e del verseggiare, ma soggiungendo poi subito che gli mancava

«tutto quello che spetta all'anima, all'affetto, all'impeto vero e

profondo, sia sublime, sia massimamente tenero»; dicendolo un poeta

dell'orecchio e non del cuore; biasimando sopratutto la «ributtante

freddezza e aridità» con cui andava «in traccia di luoghi di classici

greci e latini, di espressioni, di concetti, di movimenti classici,

per esprimerli elegantemente»; e accusandolo di non far quasi altro

che tradurre i classici[448]. Che cosa avrebbe potuto dire di più un

romantico?

La _divinizzazione_ che del Manzoni fece il Tommaseo nell'_Antologia_,

e propriamente nel fascicolo d'ottobre del 1827, parve eccessiva al

Leopardi[449]; ma non così le giuste, e pur grandi lodi che altri gli

davano; e fra i lodatori fu più volte egli stesso. Il 23 d'agosto del

1827, lette, anzi udite leggere solo poche pagine dei _Promessi Sposi_,

scriveva allo Stella che in Firenze le persone di gusto trovavano

il romanzo «molto inferiore all'aspettazione», mentre altri lo

lodavano[450]; ma pochi giorni dopo, agli 8 di settembre, allo stesso

Stella scriveva: «Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente

il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di

amabilità e degno della sua fama»[451]. Il Mamiani riferì un giudizio

del Leopardi sui _Promessi Sposi_, sfavorevole nei rispetti civili, ma

non in quelli dell'arte[452]; e ai 25 di febbrajo del 1828 lo stesso

poeta scriveva al Papadopoli: «Ho veduto il romanzo del Manzoni, il

quale, non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera

di un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi

colloqui che ho avuto seco a Firenze. È un uomo veramente amabile e

rispettabile»[453]. Nel giugno prometteva al fratello Pier Francesco,

ch'era, come il padre Monaldo, grande ammiratore del Manzoni, di

portare da Firenze a Recanati tutte le opere dello scrittore lombardo,

meno il romanzo che quei di casa già possedevano[454]; e in quello

stesso mese scriveva al padre: «Ho piacere che ella abbia veduto e

gustato il Romanzo cristiano di Manzoni. È veramente una bell'opera; e

Manzoni è un bellissimo animo e un caro uomo»[455].

Non ci sfugga un giudizio, non più sopra uomini, ma sopra una città, il

quale può avere anch'esso qualche importanza nel caso presente. Pisa

piaceva molto al poeta, che la giudicava «un misto di città grande

e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così

romantico» ch'egli non aveva mai veduto l'uguale[456]. Non sappiamo

quanto contribuisse a fargli piacere quel misto così romantico ciò

che di medievale conserva ancora l'antica città; ma gli è certo che il

poeta non addimostrò pel medio evo quella predilezione che fu comune

ai romantici; nè possono bastare a far fede del contrario i pochi versi

della canzone ad Angelo Mai dov'esso è ricordato con desiderio:

O torri, o celle,

O donne, o cavalieri,

O giardini, o palagi! a voi pensando,

In mille vane amenità si perde

La mente mia.

Ricordiamoci ch'erano i tempi in cui l'ammirazione per l'Ariosto era

divenuta in Inghilterra infatuazione bella e buona. Può ben darsi

che in quei pochi versi sia corso qualche influsso romantico; ma è da

notare in generale che la poesia storica, tanto cara ai romantici, la

poesia intesa a risuscitare il passato in forme colorite e svariate,

non ebbe l'amor del Leopardi, come non l'ebbe quello che chiamarono

_esotismo_[457]. Ma coi romantici s'accordava per un altro verso il

Leopardi, volendo che la poesia esprimesse di proposito il sentimento,

il cuore.

Nell'arte del Leopardi, intendendo ora più propriamente per arte

l'insieme dei mezzi atti a significare pensieri, sentimenti e fantasmi,

di romantico c'è invero ben poco. Come i romantici d'Italia e di fuori,

il Leopardi tende a sciogliersi dalle tradizionali pastoje ritmiche

e metriche: come quelli d'Italia e di Inghilterra ha in pregio lo

sciolto: come quelli d'Italia pare che non gusti molto il sonetto,

che in Inghilterra tornava in onore; ma certo non gli passò mai pel

capo di comporre nè una romanza nè una ballata all'uso romantico; nè

ebbe cara la rima così come l'ebbero cara i romantici; nè si piacque

del decasillabo e dell'ottonario, usati dai romantici a profusione;

e l'ottava non adoperò se non in componimento satirico. In più cose

discordò dai romantici affatto, specialmente dai francesi. Considerò

le parole innanzi tutto come segni d'idee, e non le cercò per sè

stesse, attribuendo loro qualità da poter essere gustate, in certo

qual modo, oltrechè con l'orecchio, anche con la vista e col tatto;

non corse dietro alle onomatopee; non esagerò l'arte di cromatizzare

i periodi; non credette che la virtù somma dello stile stesse nel

pittoresco[458]. Fu sobrio, come, del resto, il maggiore dei romantici

nostri; e se desiderava una «vera prosa bella italiana, inaffettata,

fluida, armoniosa, propria, ricca, efficace, evidente, pura», stimava

fosse «da cavarsi da' trecentisti, dagli altri scrittori italiani, da'

greci quanto a moltissime forme, da' latini quanto a moltissime così

forme come parole»[459]; e riuscì nelle prose sue terso, trasparente,

perspicuo, ma un po' freddo, e non tanto moderno di sicuro quanto

avrebbe voluto, e senza punto di quel disordine, di quegli ardimenti,

di quegli ardori di cui più si compiacevano i romantici. Ancora il

Leopardi cura la composizione quanto i romantici la trascurano, e

se quelli molte volte abbozzano, egli sempre finisce; e sa, non meno

nei versi che nelle prose, contemperare entrambi gli elementi della

inspirazione, il personale e l'impersonale, con senso della proporzione

e con aggiustatezza che da quelli non si conobbe.

Dopo di ciò possiamo concludere. Se è vero, com'è verissimo, che

il romanticismo non tanto consiste nella qualità dei tempi presi a

trattare, quanto nel modo di sentire e di concepire, e che si può, come

il Byron e l'Hugo, riuscire romantici anche trattando temi classici;

sarà altresì vero che il Leopardi, guardato nella psiche, è assai più

romantico che classico: e se è vero che l'arte classica, a paragone

della romantica, è fatta essenzialmente di misura, di compostezza, di

euritmia, di sobrietà, di chiarezza, sarà altresì vero che il Leopardi,

guardato nell'arte, è assai più classico che romantico.

Ma dell'arte del Leopardi mi accingo ora a dire più di proposito e più

distesamente.

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 48 / 72 题