DELLA PSICHE DI GIACOMO LEOPARDI.

Le idee estetiche del Leopardi non sono sistematicamente ordinate, non

formano un corpo di dottrina compiuto e coerente; ma sono, nulladimeno,

in armonia fra di loro; governano, entro certi limiti, il sentimento e

il pensiero di lui, e, sino ad un certo segno, ne spiegano l'arte. Il

poeta nè si arroga di risolvere, nè a dir vero si propone il problema

estetico; non istituisce indagini particolari; non tenta analisi

sottili; ma pone alcuni principii, enunzia alcune opinioni, ch'egli non

troppo si cura di conciliare con la rimanente sua credenza filosofica,

e non sono forse con essa troppo conciliabili. Il poeta, ch'è sensista

e materialista in tutto il rimanente di quella sua credenza, ci

si scopre idealista in estetica. Il poeta che in tutt'altro è un

pessimista, riesce quasi in estetica un ottimista.

Prima di esporre le idee estetiche del Leopardi, prima di ricercare

la qualità e la estensione del suo sentimento estetico, sarà opportuno

che noi ci formiamo un concetto sommario della costituzione psichica di

lui, senza rinunziare però a far di essa quel più particolare e minuto

studio che a volta a volta potrà essere richiesto dall'argomento.

Ricordo, sebbene possa parere superfluo, che le credenze e le

dottrine di ciascun uomo, e le stesse mutazioni di quelle, sono sempre

determinate e condizionate dalla struttura e dall'atteggiamento della

psiche, e che la psiche, di cui ci è ignoto il principio e l'essenza,

opera, per dirla col linguaggio dei matematici, _in funzione_

dell'organismo corporeo, dell'_ambiente_ fisico e morale, dei casi e

delle esperienze della vita.

Non si dà tipo psichico puro, coeguale in tutto all'uno o

all'altro di quegli schemi che la psicologia immagina per comodità

di classificazione e di studio. Il Leopardi è manifestamente

un _intellettuale_; ma non un intellettuale schietto: bensì un

intellettuale appassionato. Intellettuale egli è perchè vive moltissimo

nel pensiero e poco o punto nell'azione, e il pensiero esercita per

sè stesso, senza assoggettarlo a un fine pratico qualsiasi; ma poichè

soffre, si lamenta, si ribella troppo più di quanto s'addica a un

intellettuale risoluto, egli, sott'altro aspetto, si dà a conoscere

quale un _sensitivo_. E sensitivo è; di quella delicatissima,

esagerata, morbosa sensitività che di ogni più lieve tocco si offende,

e d'onde si genera nella psiche uno stato di _sentimentalità_ abituale,

intendendo con tal nome certa mescolanza e fluidità di sentimenti

vaghi, teneri, dolorosi, immaginosi, che non si appuntano in nessun

oggetto particolarmente determinato e chiaramente percepito, ma si

rigirano in sè medesimi e in sè medesimi si consumano.

Lo spirito del Leopardi non si può veramente dire uno spirito

unificato. Le tendenze divergenti e contrastanti sono in esso assai

numerose, e se l'arte ci guadagna, la ragione ci perde. L'intelletto

è nel poeta, sino ad un certo segno, sistematizzato ed autonomo;

ma sistematizzato ed autonomo è pure in lui il sentimento; e i due

sistemi e le due autonomie non troppo si accordano fra di loro. Così,

mentre l'intelletto si chiude affatto e per sempre al sogno della

felicità, il cuore, a più riprese, si riapre a quel medesimo sogno;

mentre l'intelletto appetisce il vero, il cuore lo rifiuta; mentire

l'intelletto predica la rassegnazione, il cuore la sdegna. Senza quella

troppa e troppo indocile sensitività, il Leopardi sarebbe stato uno

spirito essenzialmente logico: così come la natura e la vita l'han

fatto, egli è uno spirito in cui la contraddizione abbonda, anzi è

abituale ed organica. Di ciò ognuno si può persuadere agevolmente

considerando quanto diversi, anzi contrarii, sieno certi giudizii suoi

concernenti gli uomini in genere, le donne in ispecie, le cause della

umana infelicità, la natura, ecc., nei molti casi in cui, per ragion

di tempo, quella diversità e quella contrarietà non possono imputarsi

a un moto generale dello spirito, a un rivolgimento profondo delle

dottrine. Ma la contraddizione per noi più notabile è quella in cui

egli si viene ripetutamente avviluppando nel far giudizio del vero e

della scienza: giacchè, ora detesta il vero, come quello che distrugge

con la _face consumatrice_ i _sogni leggiadri_; e dice la notizia di

esso _contrarissima alla felicità_; e lo chiama _fonte o di noncuranza

e infingardaggine, o di bassezza d'animo, iniquità e disonestà di

azioni, e perversità di costumi_; e biasima gli uomini d'averlo voluto,

_colla curiosità incessabile e smisurata_, penetrare e conoscere; e

vitupera la ragione, dicendola _carnefice del genere umano_; mentre per

contro celebra ed esalta l'_ameno errore_, i _fantasmi consolatori_,

gl'_inganni fortunatissimi_, gli _errori antichi necessari al buono

stato delle nazioni civili_: ora, invece, riconosce che il vero _ha

suoi diletti, ancor che triste_; e compiange l'uomo dei campi, perchè

_ignaro d'ogni virtù che da saper deriva_; e dice che, dopo il bello,

il vero _è da preferire ad ogni altra cosa_; e afferma di non cercare

_altro più fuorchè il vero_; e deride i sogni vani e le antiche fole

insieme con le speranze di futura felicità e le _magnifiche sorti

e progressive_, che pur dovrebbero essere, anche per lui, anzi più

per lui che per altri, ameni errori, fantasmi consolatori, inganni

fortunatissimi; e rinfaccia al secolo d'avere sentito dispiacere del

vero, e d'avere abbandonato vilmente il _risorto pensiero_, solo per

cui fu vinta in parte la barbarie,

e per cui solo

Si cresce in civiltà, che sola in meglio

Guida i pubblici fati.

E questa civiltà era stata da lui maledetta con i sentimenti stessi

del Rousseau, come un tradimento fatto alla Natura, come un errore

che non può andare _senza infinito accrescimento d'infelicità_ e senza

vergogna. E ad essa accennando aveva esclamato: _Che cosa è barbarie se

non quella condizione, dove la natura non ha più forza negli uomini?_

Noi qui vediamo l'intelletto e il sentimento alle prese fra di loro

a volta a volta, e quando l'uno quando l'altro, incalzare o recedere,

stringersi e sopraffarsi a vicenda. Il Pascal era riuscito a fermare

assai più e legare in unità il proprio spirito quando scriveva quelle

memorabili parole: «L'homme n'est qu'un roseau, le plus foible de la

nature, mais c'est un roseau pensant. Il ne faut pas que l'univers

entier s'arme pour l'écraser. Une vapeur, une goutte d'eau, suffit pour

le tuer. Mais quand l'univers l'écraiseroit, l'homme seroit encore plus

noble que ce qui le tue, parce qu'il sait qu'il meurt; et l'avantage

que l'univers a sur lui, l'univers n'en sait rien»[97].

Sappiamo dallo stesso Leopardi che in certi tempi, crescendogli

il male, anzi i mali ond'era travagliato, egli diveniva pressochè

incapace di attenzione, tanto da non poter tener dietro a chi leggesse,

nè scrivere cosa alcuna, nè _fissar la mente in nessun pensiero di

molto o poco rilievo_[98]. Ciò nondimeno, d'ordinario, egli dovette

essere in sommo grado capace, così di attenzione spontanea, come di

attenzion volontaria[99]; d'onde poi deriva attitudine spiccatissima ed

inclinazione allo astrarre. Dell'attenzione spontanea parmi facciano

testimonianza le ingegnose ed acute osservazioni e la molta maturità

di senno onde son piene le prime sue lettere, scritte quand'egli

non era per anche uscito di Recanati. Della volontaria fanno prova

irrefragabile la qualità e la estension degli studii, la perseveranza

e il discernimento adoperatovi, e più che tutto l'arte sua, dove non

è cosa mai che appaja abbandonata al solo istinto o alla fortuna. Se

son veri certi racconti, il Leopardi da giovane s'immergeva alle volte

sì fattamente ne' proprii pensieri da perdere affatto il sentimento

di quanto gli stava e gli avveniva dattorno[100]. Qualcuno, badando

alle più consuete preoccupazioni del poeta, e come il pensiero che

inspira e sorregge la sua poesia tenda quasi a ridursi in un _motivo_

unico, potrebbe facilmente congetturare in lui certa inclinazione

malsana al monoideismo, e cioè a fermar stabilmente l'attenzione

sopra un'unica idea; ma se non si può negare che quella inclinazione

ci sia stata, specie in certi tempi, non si può da altra banda non

riconoscere, considerando i moltissimi abbozzi ed accenni di opere dal

poeta divisate o ideate, che quella mente era usa di vagare per una

copiosissima varietà di obbietti e di temi, per tutto il creato e per

tutto lo scibile.

Non dovrebbe, parmi, negarsi che l'attenzione di lui non si fissi

talvolta in modo da arieggiare le forme morbose della fissità;

la qual cosa del resto facilmente interviene ai melanconici e più

agl'ipocondriaci; ma non si dovrebbe però dimenticare che in ciò, come

in altro, molti sono i gradi intermedii tra il normale e l'anormale,

e che una certa ossession dell'idea e del fantasma è abituale, anzi

necessaria, non meno allo scienziato che all'artista, e che senz'essa

non si darebbe nè scienza nè arte. La poesia intitolata _Il pensiero

dominante_ parrebbe a prima giunta rivelar nel Leopardi una vera e

propria idea fissa, da cui quella togliesse il nome e la contenenza.

Alcuni versi di essa descrivono veramente la condizione dell'uomo

di cui una sola idea imperiosa abbia occupata e soggiogata tutta la

psiche, votandola quasi d'ogni altro elemento, spogliandola d'ogni

altra forma:

Come solinga è fatta

La mente mia d'allora

Che tu quivi prendesti a far dimora!

Ratto d'intorno intorno al par del lampo

Gli altri pensieri miei

Tutti si dileguâr. Siccome torre

In solitario campo

Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei.

Ma questo pensiero dominante non è altro che il pensiero d'amore, il

quale, dove raggiunga un certo grado di vivezza e di forza, opera quasi

sempre a questo medesimo modo nell'animo degl'innamorati. Cercando nei

versi e nelle prose del Leopardi, e più specialmente nelle lettere, non

è difficile trovar segni e indizii di una qualche soverchia fissazion

della mente, più o meno durevole. Il 23 giugno 1823 egli scriveva da

Recanati al Jacopssen: «Pendant un certain temps j'ai senti le vide de

l'existence comme si ç'avait été une chose réelle qui pesât rudement

sur mon âme. Il m'était, toujours présent comme un fantôme affreux; je

ne voyais qu'un désert autour de moi, je ne concevais comment on peut

s'assujettir aux soins journaliers que la vie exige, en étant bien

sûr que ces soins n'aboutiront jamais à rien. Cette pensée m'occupait

tellement, que je croyais presque en perdre la raison»[101].

Dall'attenzione dipende per molta parte la memoria. Il Leopardi

ebbe (la storia de' suoi studii e gli scritti ne fanno fede) memoria

potente, sicura, tenace, e da giovane parve anche per questo rispetto

sì fattamente meraviglioso, che l'abate Cancellieri ne fece espresso

ricordo nella _Dissertazione intorno agli uomini dotati di gran

memoria_. Si sa con quanta agevolezza egli imparasse le lingue; e se

errò il Puccinotti dicendolo versato anche nella tedesca[102] gli

è pur certo che tra antiche e moderne ne conobbe un buon numero,

e di parecchie fu mirabilmente padrone. Non però è da credere che

il Leopardi possedesse la memoria totale e universale, che non fu

posseduta mai da nessuno, e non è ente psichico, ma entità psicologica;

nè si dà propriamente la memoria in genere, ma bensì tante memorie

specificate e diverse quante sono le categorie del sensibile e del

pensabile. Il Leopardi ebbe vivissima memoria delle idee, e forse non

vi fu idea, da quella del numero a quella del fatto sociale e storico,

che mai la trovasse indocile o lenta. Ebbe vivissima pure la memoria

dei sentimenti; e volentieri inclinerei a credere che intervenisse a

lui, in maniera anche più risoluta, ciò che interviene a taluni, ne'

quali il sentimento ravvivato per virtù di memoria riesce più intenso

di quello spontaneo provato in origine. Sempre che il poeta ripensa

alla sua Silvia, morta nel fior degli anni, e si sovviene delle tradite

speranze, un affetto lo preme _acerbo e sconsolato_, ed egli si torna

a dolere di sua sventura[103]. Il più del tempo egli vive nel _dolce

rimembrare_, e soggiornando in Pisa, dà a certa via il nome di _Via

della rimembranza_. Un solo dolce ricordo sarebbe bastato a rendere

felice tutta la vita dell'infelicissimo Consalvo, e le _Ricordanze_

sono un canto e un pianto dell'anima che tutta si raccoglie

nell'appassionata contemplazione di un passato irrevocabile. Queste due

forme della memoria ben si convengono al nostro poeta, il quale abbiamo

riconosciuto essere un intellettuale e un sensitivo al tempo stesso.

La memoria delle sensazioni fu certamente in lui meno valida e meno

pronta; ma di ciò sarà a dire più innanzi. Qui resta a notarsi che la

memoria del poeta fu (nè potev'essere altro) scarsamente popolata di

quelle multiformi immagini cui solo può fornire la lunga, continuata e

varia esperienza di una vita operosa e il libero e vigoroso esercizio

di tutte le facoltà e potenze ond'è costituita la umana persona.

Come la memoria dipende dall'attenzione, così la fantasia dipende dalla

memoria; onde, quali le forme e i temperamenti della memoria, tali

pure le forme e i temperamenti della fantasia. Il Leopardi ebbe da

natura fantasia agile e viva; nè gliela poterono mortificare i lunghi e

pazienti studii di erudizione e il meditare ostinato; nè molto gliela

estenuarono i mali. Fanciullo ancora, sappiamo com'egli immaginasse

intricate favole di cavalieri, di battaglie e d'incantamenti e

intrattenesse per lunghi giorni i compagni de' suoi sollazzi. Tornato

la terza volta, nel novembre del 1828, al detestato soggiorno di

Recanati, egli risalutava quelle _vaghe stelle dell'Orsa_ che tante

immagini un tempo e tante fole gli avevano suscitate nella mente,

e accennando altri oggetti delle antiche sue contemplazioni, _che

pensieri immensi_, esclamava,

Che dolci sogni mi spirò la vista

Di quel lontano mar, quei monti azzurri,

Che di qua scopro e che varcare un giorno

Io mi pensava, arcani mondi, arcana

Felicità fingendo al viver mio![104]

Chi non sia dotato di viva e fervida fantasia, malamente può vivere

solitario; e il Leopardi, sebbene conoscesse la solitudine esser

dannosissima agli uomini del suo temperamento, che sempre «si bruciano

e si consumano da loro stessi»[105], della solitudine si piacque oltre

modo, facendone argomento di alcuni tra' suoi canti migliori; e sebbene

sin dal luglio del 1819, nella famosa lettera scritta al padre in

occasione della tentata fuga, parlasse dei _tormenti di nuovo genere_

che gli procacciava la _strana immaginazione_[106], pur nondimeno

sempre del _caro immaginare_ si dilettò grandemente, trovando in esso

una delle maggiori e più fide consolazioni della sua vita. Certo,

la fantasia non fu nel Leopardi così ricca, varia, lussureggiante,

colorita, come fu nel Byron, o nello Shelley, o nell'Hugo, o in altri

poeti molti che si potrebbero ricordare; ma una ragione di ciò fu

accennata parlando della memoria di lui, e richiamerà novamente la

nostra attenzione in luogo più acconcio.

Che il Leopardi non sia ciò che gli psicologi più recenti dicono un

_volitivo_, è manifesto ad ognuno; ma altro è riconoscere questo, altro

è asserire che il Leopardi patì di abulia dichiarata e congenita.

Innanzi tutto, a riguardo di questa, come di ogni altra qualità del

nostro poeta, è sommamente necessario distinguere nella storia di

lui un prima e un dopo, senza di che si risica troppo di scambiare

l'avventizio per l'iniziale, e di confondere col principio la fine.

Se non v'è forse vita d'uomo esente da peripezia, non v'è forse

altra vita in cui la peripezia sia stata così profonda e molteplice

come fu nel Leopardi. Da fanciullo questi non difettò certamente di

volontà, chè anzi le memorie di quel primo tempo ce lo fanno conoscere

protervo, prepotente, soverchiatore. Molti versi della sua giovinezza

sono versi di eccitamento e di ribellione, e tra le opinioni da lui

più costantemente osservate, in verso e in prosa, in pubblico ed in

privato, è pur questa, che l'operare vince di gran lunga in nobiltà il

meditare e lo scrivere; onde in uno de' più tardi componimenti suoi,

quello che prende titolo dall'amore e dalla morte, celebrava l'amore,

che suscita o ridesta ne' petti il coraggio, e per la cui virtù

sapïente in opre,

Non in pensiero invan, siccome suole,

Divien l'umana prole.

Non nego che questa opinione gli possa essere stata suggerita in

parte dagli ammaestramenti e dagli esempii di quell'antichità in cui

gli era tanto dolce rivivere; ma è da credere che il suggerimento non

avrebbe operato nell'animo di lui, se l'animo, per certa sua propria

e naturale disposizione, non fosse stato inclinato a riceverlo. Il

fermato, e per poco non effettuato proposito della fuga, difficilmente

si potrà conciliare con una volontà debole e incerta, specie se si

considera che il giovane che vi si accinse non era uno sventato, anzi

conosceva benissimo e la forza, ancora assai grande, di quella paterna

autorità contro la quale insorgeva, e i pericoli d'ogni maniera e

le traversie che certamente avrebbe dovuto affrontare. E gioverà

ricordare che mentre i giovani di poco animo e d'indole remissiva sono

lieti d'aver nel padre chi spiani loro la via della vita e risparmii

le fatiche maggiori e i maggiori ardimenti, il Leopardi, stimando la

tutela paterna oppressiva di que' liberi spiriti che fanno atti gli

uomini alle cose nobili e grandi, ebbe in conto di fortunati (e osò

scriverlo) quei figliuoli che, perduto per tempo il padre, dovettero

fare, senz'altro ajuto, da sè. Quanto alla tentazion di suicidio, a

cui il poeta andò così lungamente soggetto, noi non siamo in grado

di dire con sicurezza se l'averla sempre patita senza mai soggiacervi

sia indizio di una volontà troppo debole che non riesce ad attuarsi,

o di una volontà ancor tanto forte da poter frenare l'impulso[107];

ma indipendentemente dalla maggiore o minore forza della volontà, gli

animi molto delicati, e di un sentire molto squisito, non possono non

rimanere turbati ed offesi dalla idea di quella violenza che sempre

e di necessità accompagna la volontaria soppression della vita, sia

quella d'altri o la propria: e chi può dire quanta forza l'orrore di

così fatta violenza possa avere avuto nell'animo del poeta che non

volle contemplare la morte se non sotto le sembianze della bellezza e

della pietà? Riconosciuto nel Leopardi un intellettuale, e ricordato

una volta per tutte che gl'intellettuali non sogliono essere uomini

d'azione, e, per ciò stesso, non uomini di volontà gagliarda, spiegata,

molteplice (sebbene la volontà non si eserciti nell'azione soltanto),

parmi si debba pur riconoscere che la volontà di lui fu in origine più

che mediocremente valida, ancorchè, secondo ebbe a confessare egli

stesso, mutabilissima[108]. Dopo di che s'ha da riconoscere ancora

che s'andò a poco a poco affievolendo e stemprando, sia pel crescere

lento e profondo di una pecca ereditaria, sia pel consecutivo insulto

di mali sopravvenuti, sia pel graduale consolidarsi e prevalere della

idea pessimistica. So che quest'ultima cagione non sarà accettata da

coloro che giudicano il pessimismo stesso essere tutto e sempre effetto

di depressione psichica e di detrimento organico, e quasi una denunzia,

comunque espressa, del mancamento della vita. Non è qui il luogo

d'entrare in una controversia assai disputata e sulla quale pende, e

penderà per lungo tempo ancora, il giudizio. Io mi contento di dire

che se quella che chiamano miseria o paupertà fisiologica predispone

naturalmente[109] l'animo a formarsi un concetto pessimistico della

vita, nol predispongono di certo a formarsene un concetto ottimistico

quelle dottrine della scienza che, sfatando l'antico errore, mostrano

l'uomo perduto in mezzo alle forze della natura, soggetto a quelle

stesse leggi a cui son soggette le creature inferiori e le infime,

spogliato infine d'ogni ragione di arroganza e di orgoglio; che c'è

una corrente di pessimismo la quale ha nella scienza le prime sue

scaturigini[110]; che si dànno esempii di pessimismo baldanzoso e

giocondo alla maniera del Nietzsche; che il pessimismo buddistico è

sereno, anzi giulivo; e che accanto al pessimismo dell'inerzia appare

il pessimismo dell'azione. Ciò avvertito a mo' di parentesi, non si può

non concedere che Giacomo Leopardi fu negli anni maturi uno di quegli

irresoluti e di quei timidi ond'è parola nei _Detti memorabili di

Filippo Ottonieri_[111]; sia pure che a produrre quella irresolutezza e

timidità concorressero efficacemente, com'egli stesso afferma, l'abito

dialettico e la riflession prolungata.

Il Leopardi ebbe alto e forte il sentimento di sè, quello che

gl'Inglesi chiamano _self-feeling_. Fanciullo ancora, presentendo

la futura grandezza, l'annunziava nell'_Appressamento della morte_;

e molti sono i luoghi degli scritti suoi, e più specialmente delle

lettere, ove egli quel sentimento fa manifesto; sia con l'esprimere

orrore della mediocrità; sia col far conoscere un desiderio _forse

smoderato e insolente_ di gloria e il proposito di farsi _grande ed

eterno coll'ingegno e collo studio_; sia, infine, col risolvere _di non

inchinarsi mai a persona del mondo_, e di non curare il giudizio nè il

disprezzo altrui. La già citata lettera al padre, e l'altra al Broglio,

scritta in quella occasione medesima, sono per questo rispetto un

documento notabilissimo, anzi forse un documento unico, se si pensa che

colui che le scriveva era un giovane di poco più che vent'anni. A quel

medesimo sentimento è da ridur la baldanza (ove a torto taluno non vide

se non un espediente retorico) con cui il giovane poeta chiede l'armi

per combattere egli solo i nemici della patria; e l'orgoglio ancora

con cui si atteggia ad avversario indomabile di quel destino che in

modo affatto insolito (tale è la sua credenza) lo persegue e percuote:

e quello ancora che gli fa desiderare, dovendo essere infelice,

infelicità piena ed intera. Egli volle ritrar sè medesimo in quel prode

che la mano vincitrice del fato

Indomito scrollando si pompeggia,

Quando nell'alto lato

L'amaro ferro intride,

E maligno alle nere ombre sorride[112].

Nè contraddicono punto a quel sentimento, anzi per diverso modo ne

dànno a conoscere la persistente e tormentosa acutezza, le parole

ch'ogni tanto egli si lascia uscire di bocca, quando dice di cominciare

a disprezzare la gloria, di aver perduta ogni illusione sul proprio

valore, di accordarsi oramai con l'universale che lo disprezza. Parole

appunto di chi in troppo alto e geloso modo sente di sè! Angoscioso

sentimento di una psiche sempre presente a sè stessa e ammalata di

consapevolezza eccessiva! Certe forme di pessimismo non ne vanno mai

scompagnate.

Fu un genio il Leopardi? Molti lo affermano, qualcuno lo nega; e

non è questo uno di quei dissensi che si possano comporre recando in

mezzo prove ben definite e irrefragabili. Dalla intelligenza mezzana

e comune all'ingegno ed al genio si sale per gradi, starei per dire

infinitesimali, e non v'è strumento che segni il punto del preciso

trapasso dal primo al secondo, dal secondo al terzo. Quegli stessi

che per lunga tradizione e quasi universale sono giudicati genii

massimi, e di cui si suol dire che recano in fronte il marchio divino

ed indelebile, non poterono soggiogare in tutto la instabile fortuna

dei giudizii umani; e le vicende cui andò soggetta, col mutare dei

tempi e degli umori, la fama di un Omero e di un Aristotele, di un

Dante e di uno Shakespeare, lo provano, parmi, abbastanza. Non è

possibile dare del genio una definizione che non si smarrisca più o

meno in formole monche od incerte, e non si raccomandi, da ultimo,

assai più all'intuito che alla ragione. Abbiam dismesso il concetto

mitico o metafisico del genio; ma non gli abbiamo per anche sostituito

il naturalistico e positivo. Errore grave mi sembra esser quello di

taluni che solo criterio e sola misura del genio vogliono la utilità,

e sentenziano non meritare nome e fama di genii, se non coloro che

recarono agli uomini alcun insolito beneficio, strepitoso e grande:

e sembrami errore, non tanto perchè il giudizio della utilità è

incertissimo, e soggetto, nel corso della storia, a moltissime

mutazioni, quanto perchè il beneficio può assai volte, come c'insegna

la storia di molte invenzioni e scoperte, essere opera più del caso

che dell'intendimento. Le ragioni del genio vogliono esser cercate nel

soggetto da prima, nell'oggetto di poi; ma nel far giudizio e dell'uno

e dell'altro, è da guardare soltanto alla singolarità e alla grandezza,

e non alla utilità; dacchè ci sono genii benefici e genii malefici, e

tutte quasi le religioni credettero a un genio del male. Che il primo

Napoleone sia stato un genio benefico par difficile a dimostrare; ma

più difficile ancora che non fosse un genio. Io vorrei contentarmi di

dire: Genio è colui che addimostra una straordinaria potenza interiore,

operando cose che non erano preparate, o erano solo scarsamente

preparate dal precedente lavoro delle generazioni; che corona il

faticoso e lento edifizio della tradizione o lo abbatte; che in far

ciò dà a divedere un massimo di autonomia e un minimo di dipendenza;

che si trascina dietro un numero grande di spiriti comuni, i quali

lo acclamano maestro e rivelatore, e che riesce a far da solo, per

intrinseca e necessaria virtù di natura, ciò che i molti e gl'infiniti

insieme associati non potrebbero fare[113]. Vedo bene le deficienze e

le incertezze di questa che non oso chiamare una definizione; ma non

me ne soccorre altra che meglio mi appaghi, e questa, qual ch'essa sia,

può bastare al bisogno presente.

Stimo doversi dire un genio il Leopardi perchè la precocità e la

estensione de' suoi studii fanno manifesto uno straordinario vigor

d'intelletto; perchè il singolare _autodidascalismo_ rivela uno spirito

singolarmente autonomo; perchè la dottrina filosofica di lui, o buona

o cattiva ch'ella sia, è, per la più parte, frutto della sua mente,

senza veri precedenti in Italia, e con poche, e dal poeta ignorate,

attinenze fuori d'Italia[114]; perchè la poesia creata da lui è, a

dispetto d'ogni influsso e riverbero greco, latino, petrarchesco,

o d'altra maniera, che vi si scorga per entro, poesia nuova in

Italia e nel mondo, per quanto può esser nuova una poesia che vien

dopo altra poesia e insieme con altra poesia. Come nei cieli della

poesia inglese il Byron, così nei cieli della poesia italiana appare

subitaneo e inopinato il Leopardi, simile ad una di quelle comete

che scaturiscono improvvise dalla profondità dello spazio, e luminose

solcano il firmamento, fuori d'ogni tracciato e cognito cammino. Se

mai può dirsi d'uomo nato da altro uomo, e vivente nella società de'

suoi simili, ch'egli sia originale, del Leopardi si dovrà dire che fu

originalissimo. Egli rinunziò la fede in che era nato e cresciuto, e

nella quale perseverarono tutti, o quasi tutti, i suoi; e la rinunziò

giovanissimo; e non già, come fu sospettato dal padre e da altri, ad

istigazion del Giordani, ma per atto spontaneo e spontanea risoluzione

di ragione in cimento. Quella che fu detta sua conversione letteraria

avvenne, non per ammaestramento o consiglio altrui, ma per virtù di

meditazione e di esame e di una tutta propria resipiscenza[115]. Se

tanto non basta a far riconoscere il genio, non so che altro possa

bastare.

Per mia ventura io non ho da impelagarmi in una delle più vessate

questioni dei nostri giorni, quella delle relazioni e colleganze che

passano fra il genio, la degenerazione e la pazzia. Io non ho bisogno

di schierarmi (e in coscienza non potrei) nè con coloro che affermano

essere il genio una vera e propria psicosi, anzi una forma larvata

di epilessia, nè con coloro che di sì fatta affermazione molto si

stupiscono e più si adontano. A dir vero, le conclusioni mi pajono

tratte un po' a precipizio, così dall'una parte come dall'altra,

scambiate spesso le prime parvenze per prove, con definizioni

improprie, con criteri incerti, con metodo arrischiato, e spesso più

con desiderio di vincere l'avversario, che di accertare il vero. Il

problema è oscurissimo tra quanti se ne possono proporre alla umana

ragione. Veggo bene come assai volte il genio sia accompagnato dalle

stimate della degenerazione, dai turbamenti di una mutevole psicosi;

ma la ragione ultima e certa e la regola di quell'accompagnamento mi

rimangono occulte, e diffido non men di me che d'altrui, sapendo quanto

è difficile, e come spesso fallace, la investigazione delle cause, e

come pieno d'insidie il ragionamento. E forse noi non intendiamo ancora

i fatti della vita e della psiche in genere tanto che basti a lasciarci

penetrare la natura del genio.

Ma non occorre che il problema sia risoluto ne' suoi termini generali

per iscorgere nei singoli casi il certo e il vero dei fatti e delle

concomitanze e conseguenze loro. Il caso particolare del Leopardi

fu recentemente studiato con diligenza d'indagine, con acume di

raziocinio, e con circospezione, non dirò intera, ma rara nella più

parte dei cultori di questi studii, in un libro ch'ebbe biasimi e

lodi, e che io, sinceramente, credo più meritevole d'essere lodato

che biasimato[116]. Non tutte certo le opinioni e le prove e i

ragionamenti e i giudizii che vi sono prodotti mi pajono tali da

doversi accettare[117], chè a molti anzi credo si debba contraddire

risolutamente; e nelle pagine che precedono, fu già implicitamente

contraddetto a qualcuno, e in quelle che seguono sarà, implicitamente

o esplicitamente, contraddetto a qualche altro; ma la conclusione

generale cui da ultimo perviene l'autore, quando afferma di riconoscere

nel grande Recanatese le stimate della degenerazione e della

psicopatia, e i sintomi gravi di una nevrastenia cerebro-spinale, mi

sembra tratta legittimamente, necessaria, inoppugnabile.

E non intendo davvero perchè tanti se ne sieno risentiti come di una

ingiuria fatta al poeta, e abbiano gridato alla profanazione e al

sacrilegio. Similmente si gridò contro ai presunti profanatori della

memoria del Tasso, e i gridatori non ebber ragione, nè può essere

profanazione nel ricercare e dire la verità. Non è punto dimostrato che

la malattia sia condizione necessaria del genio; ma che il genio possa

meravigliosamente vivere e operare accanto e dentro alla malattia, e di

essa giovarsi, è provato da esempii senza numero. Lo stesso Leopardi,

se tornasse al mondo, non contrasterebbe troppo a certi giudizii

che di lui ora si fanno. Parlando della terribile melanconia che lo

perseguitava in Roma, come già lo aveva perseguitato in Recanati, e

doveva perseguitarlo anche altrove, egli scriveva, nel dicembre del

1822, al fratello Carlo: «Non nego però che questo non venga in gran

parte dalla mia particolare costituzione morale e fisica»[118]. Già sin

dall'aprile del 1817, se non prima, egli aveva imparato a conoscere la

melanconia _ostinata, nera, orrenda, barbara_, che lima e divora, _e

collo studio s'alimenta e senza studio s'accresce_, tanto diversa da

quella _che partorisce le belle cose, più dolce dell'allegria_[119],

melanconia da lui in altri tempi provata. Passati molti anni,

nell'aprile del 1829, egli si lagnava che la melanconia sua fosse

divenuta _oramai poco men che pazzia_[120]. Nel _Dialogo di Tristano e

di un amico_, Tristano, ch'è, come ben s'intende, lo stesso Leopardi,

dice di non sapere se i sentimenti suoi nascano, o meno, da malattia,

ma soggiunge che _il corpo è l'uomo_[121]; e già molt'anni innanzi, ne'

versi alla sorella, il poeta aveva esclamato che in gracile petto non

si chiude anima pura. Contro l'opinion di coloro che stimano il genio

consistere in un temperamento e in un equilibrio di tutte le potenze

interiori, egli stimava difficilmente potersi far cose grandi dall'uomo

«in cui le qualità dello spirito sieno bilanciate e proporzionate fra

loro; se bene elle fossero o straordinarie o grandi oltre modo»[122]; e

però sembra credesse essere certa sproporzione, o eccesso, o deformità

che si voglia dire, se non la condizione essenziale del genio, una

delle condizioni sue più principali e necessarie.

Degno di lode mi sembra ancora il libro del Patrizi in quanto obbedisce

a _intendimenti naturalistici_, e oppone una critica informata a soli

principii scientifici (comunque erronea talvolta nella pratica) alla

critica sentimentale, ch'è la peggiore delle critiche, anzi la negazion

d'ogni critica; e non esito a dire che un utile avvertimento viene

da esso ai letterati di professione, i quali s'avrebbero a persuadere

oramai che la storia, la biografia e la critica letteraria non possono

d'ora in avanti far di meno dei lumi e degli ajuti della psicologia

normale e patologica, e, più in generale ancora, della biologia.

Dal Patrizi dissento in parte nella questione, ancor essa tanto

controversa, del pessimismo leopardiano. Ho detto già di non credere

che il pessimismo sia, tutto e sempre, una _suggestion metafisica

della impotenza fisica_, un puro fenomeno _psicastenico_; sebbene

riconosca assai volentieri _l'inevitabile riverbero delle condizioni

organiche sul colore della filosofia_[123]. Che tale sia stato in

parte e, se si vuole, in molta parte, il pessimismo del Leopardi,

consento, e in qualche modo fu consentito anche da lui; perchè non fu

egli così saldo in ribattere la opinion di coloro che prima cagione

d'ogni sua filosofia dicevano essere i proprii suoi mali, che una

consimile opinione non portasse alcuna volta egli stesso. Nel _Dialogo

di Plotino e di Porfirio_, questi, ch'è pur sempre, sott'altro nome,

il poeta, parla della propria _disposizione_, cioè dell'avere in

fastidio la vita, e del conoscere che tutto è menzogna, illusione e

vanità, come di cosa che a lui proviene, _in buona parte, da qualche

mal essere corporale_[124]. E al Giordani aveva scritto sino dal

giugno del 1820, durante un breve tempo, in cui gli era sembrato di

potersi pur riavere: «Ma se bene anche oggi io mi sento il cuore come

uno stecco o uno spino, contuttociò sono migliorato in questo ch'io

giudico risolutamente di poter guarire, e che il mio travaglio deriva

più dal sentimento dell'infelicità mia particolare, che dalla certezza

dell'infelicità universale e necessaria»[125].

Ma il pessimismo non è di una sola maniera, nè ha, checchè possa

dirsi in contrario, una origine sola: e se quello del Leopardi è

prodotto, per una parte assai rilevante, dalla stessa sua complessione

fisica e psichica, e per un'altra parte, certo non piccola, dai casi

della vita, è pur prodotto in qualche misura dall'intelletto e dalla

ragione. Ciò non dovrebbe, parmi, essere così recisamente negato da

quegli scienziati, che avendo fatto il possibile per provare che non

v'è intelligenza nelle origini e nella universa vita del mondo, hanno

per ciò stesso contribuito a far sì che il mondo appaja spregevole e

divenga intollerabile all'intelletto. Dall'affrontarsi del razionale e

dell'irrazionale nasce una forma di pessimismo immediata e necessaria,

perchè la ragione, che non può negare sè stessa, non può, nell'atto

in cui si afferma, non negare il suo contrario. Un mondo irrazionale,

o tale presunto, deve di necessità apparir cattivo alla ragione; come

deve apparir cattivo al sentimento un mondo spoglio di sensitività;

e cattivo, se non pessimo, a tutto l'uomo un mondo che contrasta

agl'istinti e alle aspirazioni proprie della umana natura. Questo

pessimismo prorompe immediatamente dalla coscienza, e non v'è mente

che, pervenuta a certo grado di elevatezza e di amplitudine, non ne

sia capace, e può accompagnarsi con un'indole naturalmente gioconda, e

durare in mezzo a condizioni di vita, per quanto è possibile, riposate

e felici. Quando lo Shakespeare definisce la vita un'ombra che cammina;

e l'assomiglia a un povero commediante, che si pavoneggia e struscia

sulla scena un momento, e poi più non s'ode; e la dice una favola

recitata da un idiota, tutta piena di frastuono e di furore, vuota di

senso e di ragione; e quando afferma che noi siam fatti di quello onde

son fatti i sogni, e che la nostra picciola vita è tutta fasciata di

sonno[126]; è egli proprio necessario ch'altri sia un paranoico, un

lipemaniaco, un ipocondriaco, un degenerato per intendere le parole di

lui e assentire al giudizio? Un certo pessimismo nasce spontaneamente

dall'intelletto fatto autonomo[127]; e se a questo pessimismo non

diamo, per distinguerlo da ogni altro, lirico, religioso, politico,

il nome di filosofico, che molti in fatti gli ricusano, non so davvero

con qual altro nome e' si possa ragionevolmente chiamare. Che si possa

anche questo ridurre, così senz'altro, alla malattia e all'impotenza,

non vedo e non credo[128].

Il pessimismo del Leopardi fu, in parte, pessimismo filosofico. La

contraddizione fra l'idea e la realtà, fra la ragione e la natura fu

da lui chiaramente espressa in una lettera al Giordani, con queste

notabili e testuali parole: «.... questa è la miserabile condizione

dell'uomo e il barbaro insegnamento della ragione, che, i piaceri e

i dolori umani essendo meri inganni, quel travaglio che deriva dalla

certezza della nullità delle cose sia sempre solamente giusto e vero.

E se bene, regolando tutta quanta la nostra vita secondo il sentimento

di questa nullità, finirebbe il mondo, e giustamente saremmo chiamati

pazzi, in ogni modo è formalmente certo che questa sarebbe una pazzia

ragionevole per ogni verso, anzi che a petto suo tutte le saviezze

sarebbero pazzie, giacchè tutto a questo mondo si fa per la semplice e

continua dimenticanza di quella verità universale, che tutto è nulla.

Queste considerazioni io vorrei che facessero arrossire quei poveri

filosofastri che si consolano dello smisurato accrescimento della

ragione, e pensano che la felicità umana sia riposta nella cognizione

del vero, quando non c'è altro vero che il nulla; e questo pensiero,

ed averlo continuamente nell'animo, come la ragione vorrebbe, ci dee

condurre «necessariamente e direttamente a questa disposizione che ho

detto; la quale sarebbe pazzia secondo la natura, e saviezza assoluta e

perfetta secondo la ragione»[129].

Perciò non mi pajono aver ragione nemmanco coloro i quali asseriscono

il pessimismo del Leopardi essere pessimismo lirico puro e semplice,

tutto formato cioè di quel sentimento, o di quella mescolanza di

sentimenti, che i Tedeschi dicono _Weltschmerz_, e da taluno in Italia

fu chiamato dolore universale. Il pessimismo del Leopardi è moltiforme:

lirico, empirico, civile, filosofico; e negli schemi d'inni cristiani

che il poeta tracciava negli anni dell'adolescenza sono segni patenti

di pessimismo religioso. Lirico è il pessimismo che il poeta esprime

in tanti suoi versi, e quando per bocca di un pastore errante dell'Asia

esclama:

Questo io conosco e sento,

Che degli eterni giri,

Che dell'esser mio frale,

Qualche bene o contento

Avrà fors'altri; a me la vita è male.

Ma civile era apparso il pessimismo dei primi canti; e il pessimismo

che si serba empirico finchè si contenta di affermare l'eccesso e

la universalità del male, diventa filosofico allorquando passa ad

affermare la necessità ineluttabile di esso e la impossibilità del

rimedio. Perciò mi pare avesse ragione il Caro quando diceva che il

Leopardi dà del problema della vita una soluzione da cui è cancellato,

per quanto è possibile, il sentimento prettamente individuale, e che

quella soluzione egli innalza ed allarga sin là dove incomincia la

filosofia; e conclude con questo giudizio: «Par ce trait, que nous

voulions mettre en lumière, il se distingue nettement de l'école

des lyriques et des désespérés, où l'on a prétendu le confondre; il

n'a qu'une parenté lointaine avec les Rolla qui l'ont réclamé pour

leur frère: il les dépasse par la hauteur du point de vue cosmique

auquel il s'élève; il a voulu être philosophe, il a mérité de l'être,

il l'est»[130]. Di questa stessa opinione doveva essere ancora lo

Schopenhauer, quando giudicava nessuno mai aver trattato il tema del

dolore e della nullità della vita così profondamente ed interamente

come fece il Leopardi[131]. Resterebbe a vedersi se il Leopardi,

il quale notò «che molte conclusioni cavate da ottimi discorsi

non reggono all'esperienza»[132]; e si fece beffe della filosofia

aprioristica[133]; e disse di non ignorare «che l'ultima conclusione

che si ricava dalla filosofia vera e perfetta si è, che non bisogna

filosofare»[134]; e non immaginò nessuna metafisica; e non iscrisse

nè il romanzo dell'io, nè quello dell'idea, nè quello della volontà; e

disse tutto essere arcano fuor che il nostro dolore; non sia più vero

e maggior filosofo di molti che tengono largo, e forse troppo largo,

posto nella storia della filosofia antica e moderna.

Se, togliendoci fuori dalle angustie e dalle intolleranze delle

scuole, noi teniamo essere filosofo colui che si affatica a formarsi un

concetto generale della vita e del mondo; colui che, avido di verità,

si sforza di conoscerla, senza riguardo alcuno al vantaggio proprio o

d'altrui, e che, conosciutala, ancorchè se ne senta offeso, ancorchè

se ne lagni, la manifesta e mantiene, sfidando biasimi, dileggi e

pericoli; se, dico, tale sia il nostro giudizio, dovremo dire che

il Leopardi, a dispetto di ogni mancamento o incertezza della sua

dottrina, fu un filosofo, e che non si può, senza ingiustizia, negargli

di filosofo il nome[135].

Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire · 第 30 / 72 题