Alcuni correvano qua e là per la corte, mischiandosi arditamente ai
signori.
Era il tormento del Pisani quella banda di monelli scalzi e
scapigliati; ma non poteva liberarsene. La casa di campagna
rifabbricata da lui e decorata col nome di villa, sorgeva in mezzo a
un immenso cortile erboso, una specie di prato cinto da un muro assai
alto che formava un quadrato ad angoli retti. Tre cancelli si aprivano
nei tre lati del muro davanti alla casa: uno metteva nello stradale del
Borgo; l'altro conduceva ai campi; il terzo nell'orto, e di là a una
vigna e a un frutteto.
Dietro la casa, il cortile diventava rustico e terminava con la vecchia
cascina, rimasta tale e quale, abitata dalle famiglie dei contadini
addetti al podere.
Da tempo il Pisani pensava ad un'abitazione più appartata per quella
gente e ad un riordinamento di tutta la corte; ma quando si metteva
a fare i conti, trovava che i danari non gli bastavano, e doveva
rassegnarsi a tirare innanzi così. Talvolta egli si sfogava in potenti
sgridate, che distribuiva un po' alla cieca; ma poi si rilassava
com'era del suo carattere.
In quel dopo pranzo d'autunno, circondato dai suoi figli e dai suoi
scolari prediletti, egli non pensava a queste malinconie.
Pensava piuttosto che Argìa si sarebbe consolata finalmente e il suo
visino pallido avrebbe riacquistato lo splendore di una volta.
Egli era rimasto nella sala rossa, col suo amico don Paolo, condannato
dalla grama salute ad una infinità di riguardi.
Era ancora un bell'uomo il professor Pisani chirurgo abilissimo,
famoso conquistatore, e s'apprestava risolutamente ad attaccare la
cinquantina, certo di domarla.
Senza arricchirlo, la scienza gli dava una discreta agiatezza ed ei se
ne accontentava. In generale era un uomo contento: sopratutto contento
di sè.
La sua faccia prospera, dal sorriso leggermente fatuo, dai grandi occhi
salienti, lo diceva senza misteri.
Era nato in basso. Suo padre, semplice caposquadra nelle guardie
di finanza ai tempi dell'Austria, aveva avuto l'ambizione di farlo
studiare; ed egli aveva risposto magnificamente a quell'ambizione.
Nel cinquantanove appena dottore, si era messo a curare i feriti; e il
sessantasei, lo trovava alla direzione di un ospedale militare.
Nel frattempo aveva sposata una signorina pavese, di buona famiglia,
che gli morì presto.
Gli avversari del professore pretendevano ch'egli l'avesse fatta morire
a forza di rimproveri e di spaventi.
Lui invece era convinto di averla adorata; e, siccome rimaneva vedovo,
si vantava fedele oltre la tomba.
Don Paolo Giudici, abate e letterato, ricchissimo, settantenne e
gaudente, somigliava in fondo dell'anima all'amico suo, sebbene
all'esterno sembrasse l'opposto. Piccolino ed esile, mentre l'altro
era alto e robusto, Don Paolo conservava, insieme alla giovanilità
dell'animo una grande dolcezza di modi e una placidità inalterabile.
Era stato un bel prete, un prete galante, e ci teneva ad esserlo, od
almeno a sembrarlo ancora.
Nessun elegante sapeva portare l'abito di società con maggior
distinzione di quella con cui don Paolo portava la veste talare.
La fisonomia espressiva, gli occhietti vivi, le folte sopracciglia
nere e la chioma bianca abbondante; lunga e ricciuta, gli davano una
impronta pittoresca, un non so che di romantico. E romantico ei si
vantava per gusti letterari e per sentimenti.
Osservandolo meglio però, ci si accorgeva facilmente che l'intonaco
romantico aveva poca consistenza, e lo spirito del settecento con
la sua filosofia apparentemente superficiale e il giocondo egoismo,
sgusciava fuori audacemente. Qualche volta traspariva anche il prete,
come una di quelle macchie di vecchio unto indelebili su certe stoffe,
ma visibili soltanto in un dato punto di luce.
— Siamo stati fortunati! La vostra festicciuola mi è parsa più geniale
che mai! Tutto è con noi, la terra ed il cielo!...
Si interruppe sorridendo, e fiutò una presa di tabacco. Poi dandosi una
leggera fregatina di mani soggiunse, come parlando a sè stesso:
— Il cielo e l'amore!...
— Ah! Don Paolo, avete ragione di gloriarvene; lo si deve a voi!...
— A me?... Ah! Ah! Bella cosa essere sacerdote d'amore a settantadue
anni!... Poichè oramai sono settantadue sapete?...
— Sì... Ma come li portate, don Paolo!
Felice di questo complimento poco sincero che l'autorità dell'uomo di
scienza rendeva prezioso, l'abate arrovesciò la testa sulla poltrona
e sfregando i suoi riccioli bianchi sulla morbidezza della felpa,
continuò a sorridere beatamente, mentre i suoi sguardi si fermavano sui
giovani nella corte.
— Come sono belli i nostri due colombi! La vostra Argìa pare una
dea.... Ma, posso dirlo senza iattanza, mio nipote è degno di lei.
Guardate: non ha punto l'aria di un giovine borghese di questa fine di
secolo!
— In verità, don Paolo, mi avete reso un padre felice con la vostra
domanda venuta così a proposito. Senza di voi non si concludeva
niente con quelli di Mantova. Argìa si credeva abbandonata... Ha
sofferto molto, povera figliola!... Io la incoraggiavo a distrarsi, a
dimenticare; ma inutilmente!... Tre partiti mi ha rifiutati, sapete?
L'abate sorrise.
— Ha fatto benissimo, dal momento che amava Fausto...
— Certo, certo! Ma poi, se Fausto sposava la contessina, eravamo
serviti!... Tutto a voi dobbiamo, tutto al vostro intervento, ripeto.
— ... E l'amore di Fausto?... E la bellezza di Argìa?... Dove li
lasciate, questi grandi fattori?... Guardate se non è divina col
fazzolettino rosso che quella birichina di Amelia le ha legato su gli
occhi!... Del resto, sapete la mia massima: non si deve mai disperare
dei giovani, nè dell'amore!
— In realtà io ho sempre avuto fede nella mia stella.
— Lo credo! Siete sempre stato fortunato.
— Sempre?... Sempre, è troppo! Ho avuto anch'io le mie delusioni.
Tuttavia posso dire che la vita è stata una buona madre per me. Mi ha
colpito di rado e mi ha colpito con dolcezza. Perfino il più grande,
il solo vero dispiacere della mia vita, la morte di mia moglie, mi è
capitato in un momento in cui l'ho sentito meno. Ero a letto con un
famoso tifo che per poco non mi ha portato via anche me. Non capii
nulla. Non m'avvidi di nulla.
«Poi, quando cominciai a risvegliarmi, le mie forze si trovarono
accaparrate da quella profonda sensazione di gaudio fisico che si prova
nella convalescenza di certe malattie. Non potevo intender la morte nel
momento in cui mi sentivo rinascere alla vita. E allorchè finalmente
compresi tutta la grandezza della mia disgrazia, il colpo era passato,
lontano...
Tacque di botto, e restò interdetto nella confusione di aver toccato
quell'argomento.
Don Paolo si era rannicchiato in fondo all'ampia poltrona. Il suo viso
scarno appariva sconvolto e le piccole pupille agonizzavano in fondo
alle occhiaie affossate.
— Ah! morire! — mormorò con un rantolo — Morire... È orribile!
Il medico trasalì. Che bestia! Avere dimenticato che Don Paolo non
poteva sostenere l'immagine della morte, e tenergli un discorso simile
nell'ora della digestione!
Si morse le labbra, cercando invano un'idea, una parola per distrarre
il suo ospite.
Le gaie risate dei giovani lo trassero d'impiccio.
— Benedetta gioventù! — mormorò il prete, riavendosi. — Cari
spensierati! Quando avrò quei due colombi innamorati sempre vicini, il
brutto incubo non mi tormenterà più!...
Sorrise, e un rossore gli passò tra carne, e pelle, come un ultimo
guizzo di fiamma morente; ma il sorriso finì in una smorfia e al
fuggittivo colorimento subentrò una mortale pallidezza. I lineamenti
affilati si stirarono; le pupille vitree scomparvero nelle orbite;
tutto il corpicciolo si ripiegò sul fianco destro, e la gola arsa emise
un suono rauco.
— Maledizione! — balbettò il professore battendosi la fronte.
Da lungo tempo egli prevedeva quell'attacco; e in un momento
d'irriflessione l'aveva forse provocato.