Conven ch’io canti de la sancta fede,
Lassando le potenzie sensitive,
Et dica ciò che l’alma mia ne crede.
Sopra l’ottava spera che nui vedemo,
Osanna che eternalmente vive,
Forno dui cieli, li qual nui chiamemo
Impirio et anco cristallino.
Qui non scintilla, nè lì è moto;
Sempre sta fermo per poder[208] divino.
Nel cielo cristallino son le guidate acque:
Laudate Dio, come se mustra noto
Per lo psalmista, che ciò scriver piacque.
Et Paulo che vide el gran secreto,
El qual se tace a la umana gente,
Ben po’ pensare perchè ciascun discreto,
De fin al terzo imperio fo rapto, [C. c. 77]
Lassando el corpo la levata mente,
Mirando el sancto regno come è facto.
Li è una natura e tre persone;
Lì è lu sommo [Bene] et l’alegrezza;
Lì non è pietà ma pur ragione.
Et l’angeli benigni senza corpi,
Cantando sempre el ciel pien d’alegrezza,
Non come alli omini gridando scorpi.
Da quisto cielo ven tucta la luce,
La qual per l’oniverso ognora splende;
Lì, Dio, creando, l’alme in noi conduce.
Ma ciò negava al mundo Averroisse,
Ma ben è certo poi ch’arde et incende.
Ascolta come è falso ciò che disse.[209]
Se tucto fosse un’alma o vero intellecto,
Seria la mia sentenzia dico in tucti,
Perchè è nell’alma come un suo subiecto.
El conseguent’è falso, dunqua el primo
Et quilli silogismi son distructi.
Anch’io con un’altra rascion li biastimo.
Se fosse uno intellecto nelli umani,
Uno in quanto già mai non se forma
D’acti diversi variati e strani
Dico in un tempo. Provo la menore:
Non intendi in lor diversa l’orma,[210]
Ascolta ch’io reprovo l’altro errore.
L’alma intellectiva è forma nostra
Substanzial, che dà l’essere ad nui,
Secundo che la mia ragion demostra;
O Averroisse, con la secta sciocca, [C. c. 77 t.]
Che verso el ben chiudisti l’occhi tui,
Questa rascione tuoi dicti sbrocca.[211]
Dalla substanzial forma procede
Omne operazion che è perfecta,
Secondo che ’l filosofo concede.
Lo proprio oprare e intendere l’omo
Da l’alma move la spezie intellecta;
Donqua, ella è forma, tu vidi ben como.
Questa creando in nui, Dio la spira;
Et omne umano per sè ha l’alma sua.
Et tu, che la ignoranzia te tira,
Contra del vero formando arguminti,
Reguarda el fine de la vita tua,
Chè, con la pena, vederai che minti.
Tu poni el cielo et anco el moto eterno,
Formando filosofice ragioni,
Le qual de l’alma farino mal governo.
Senza subiecto moto et transmutare
Non cridono le ceche opinioni
Che ’l mondo possa in tempo comenzare.
Io ciò confesso in lume de natura,
La qual comprende _creazione_,
Chè de rigotta non se fa figura
Ma, spiculando, la virtù possente,
Ad cui sol se conven creazione,
Li cieli el mundo fece de niente.
Ciò che comenza in tempo, in tempo more;
Passando et rinovandose li moti
Del mundo, pur s’appressa all’ultime ore.
Del quando sonno incerti li mortali, [C. c. 78]
Che li secreti divini non sonno noti,
Ma sonno celati li più speziali;
Ma quando tornarà l’anno magiure,
Che omne stella de l’ottava spera
Serà nel sito del primo splendure,
Considerando le passate etati
Et noi che semo nell’ultima schera,
Seranno l’acti umani terminati.
Qui coniectur[212] secundo el parer mio,
Et so che nostra conoscenza umana
È cosa stulta verso l’alto Dio.
Ma comenzando alla etade prima,
Da Adaam fine ad Noè se mustra piana,
Che pure[213] nui femo nell’ultima scrima.
Da Adaam fine ad Noè tornò lo Sole
Mille ducento quaranta doie volte
Ne le prime stelle, si come far sole;
Et da Noè fine ad l’Abraama lista
Fo novecento quaranta doie volte,
Et po’ Abraam, sorse el gran Iurista.
Ciò fo Moises con l’antica legge;
Da poi fo Cristo con l’ultimi iurni:
Lasso la fine a Lui che tucto regge.
Chè termenare el mundo è in suo volere,
Li moti naturali e li diurni.
De tucti ciel, secundo el mio vedere.
Ma qui resurge el dubitare umano,
Considerando le gente passate,
Che sopra lor el ciel non fo più sano.
Se ’l cielo impressioni peregrine [C. c. 78 t.]
Non ha, si come le cose create,
Donqua, perchè è de noi più breve ’l fine?
Perchè sì prodi? Perchè li giganti
Erano al tempo? Perchè s’è smarrita
Natura umana nell’acti cotanti?
Dico che ciò che è creato in tempo
In lui fo sempre la virtù finita;
Passando stato declina per tempo.
Li septe cieli con l’ottavi lumi,
Che hanno le potenzie terminate,
Sì come è scripto ne’ sacri volumi,
Quando in primo tempo fuor creati,
Ciascun facia gli effecti in summitate
Con li eleminti puri immaculati;
Ma per diversi et per antichi cursi,
Le quattro qualitate son corropte,
Però li gran difecti son discursi.
Guarda la terra rotonda creata,
Sì come le sue parte son diropte
Et come nel suo corpo è concavata.
Per più vedere prindi quisto exemplo,
Advenga che non sia come se pone,
Ma meglio senterai ciò ch’io contemplo.
Simel è el cielo de la nova sezza,
Che mustra nova più perfeczione
Et antiquando sua virtù se sprezza.
Non dico che non sia alto Saturno
Novanta[214] circhi quanto ch’è la Terra,
Sì come fo creato el primo giurno
Novantacinque dico ch’è più Iove, [C. c. 79]
Quanto è la Terra et Marte et poco sopra;
Secundo Ptolomeo son queste prove.
El Sole è più cento sexanta sei,
Et è de vinti septe parte l’una
Mercurio secundo gli occhi mei.
La terza stella è simele. En tanto[215]
Et della terna parte è la Luna[216]:
De ciò ch’io dico qui non te milanto.
Ma ’l cielo, in quanto è corpo ’n sua virtute
Determinato, conven che pur manche,
Et le nature sonno diminute.
Donqua te cessa, o loico tristo,
Con le sofiste tue ragioni bianche,
Chè senza fe’ del ben non se fa acquisto.
La fede non ha merto de salute
Ove l’umana vista vede el quia
Tacciase ’l quare de l’alte vedute
Fede e credenza con l’accesa spene
Demustrano de gloria la via,
La qual conduce nello eterno bene,
Sopra li cieli, nel beato regno,
Ove l’umano spirito è benegno.