CAPITOLO VIII[36]

La prima stella con l’impio Marte[37]

Move per tempo tempestati troni,

De fin che l’un contrario l’altro parte;

Lo foco messo dal Marte crudele

Verso le fredde nube unde i soni [L. c. 9 t.]

Resultano con le ’nfocate vele.

Trono non è altro che de fuoco spenta

In elli corpi de le nube frede,

Che l’una qualità da l’altra è venta.

In le verdi frondi prendi exemplo

Che fanno scoppi se fuoco le lede:

Or ’scolta l’accidenti ch’io contemplo.

Inseme è ’l trono e l’enfocate orme,

Avegna che la luce è nanti ’l scoppo,

Parono in doi tempi divisate forme.

E ciò fa ’l viso ch’è nancti l’audito,

Che l’anim’ha li occhi da presso troppo;

Pe lo nostro veder ch’è molto ardito.

E ciò se mostra in remoto colpo,

Che in un tempo è ’l sono e el facto,

E ven sì tardo che l’audito incolpo;

Che già non segue lo veder presente [C. c. 9]

Anti _che_ percote anche l’altro tracto,

Che ’l primo sono vegna ne la mente.

Po esser trono senza foco ardente,

Dico al nostro viso, ma non invero,

E questo si advene per accidente.

Quando obscura e l’aire è ben spessa,

Movese ’l vento infocato, se vero

Trono fa grande; non rumpendo; cessa.

Et allustrare senza trono vene,

Perchè non trova qualità nimica,

Sì como nel seren si vede bene.

Ma quando sono dense queste nube,

Allora el foco forte le nimica,

Facendo soni cum l’accese tube.

Se sono rare e de basse note

Lo sono, perchè non han contraria faccia:

Non resistendo, poco le percote.

Ciò che resiste, duramente offende,

Como vedemo che lo ferro faccia [L. c. 10]

Et soa coverta soa salute ostende.

E queste nube e queste impressioni

Oltra una lenta[38] e anche otto staggi

Non son più erte; ciò nel cor te poni.

Sono montagne sopra le quali stando,

De sotto plove e neva, e tu li raggi

Vidi de sopra nel seren guardando.

La sottile flamma in onne cosa rara

Poco l’offende; però noi vedemo

Per accidente che devenne a Sara:

Portando sopra lo capo le molt’ove,

Essendo lesa del fuoco supremo,

Erano sane come fosser nove;

Ma dentro senza fructo e plen de vento

Forno trovate, chè da l’una fronte

Intrò la fiamma e strusse lor contento.

Petra descende con l’aire infocata, [C. c. 9 t.]

Como sagitta che non have ponde,[39]

Per gran potenzia del foco creata.

Non tanto petre, ma corpi de ferro

Sono descinti dal focato celo

In Alamagna; e de ciò non erro;

Però le spade de todesche genti

Fanno tremare addosso ciascun pelo,

Mirando in altrui lor colpi possenti.

Onn’elemento se move e corrompe,

Secundo che li celi sono diversi;

Così de novitate fanno pompe.

Trema la terra per l’inclusi flati,

Fan l’aire e l’acqua lor moti perversi,

Ne’ tempi che li cercli son mutati.

L’inclusi venti, che non possono uscire

For de la terra, moti dal Saturno,

Fanno li terremoti a noi sentire.

Nel grande fredo e nel tempo caldo

Se celano li venti e non vann’intorno, [L. c. 10 t.]

Però la terra sta quieta e in saldo:

Non dico che non possano venire

Li terremoti e d’estate e de verno;

Ma quando mostran ’l caldo e ’l fredo l’ire

Durano poco, chè li flati strutti

De lor valor non fanno governo,

Che queste qualità li fanno assutti.

Ma ven nel dolce tempo el gran tremore

E non se cessa, fin che non è corrotta

La dura terra per cotal valore.

Questo non sempre devene, chè el vento,

Movendose con ira li de sotta,

La soa potenzia perde po’ ch’è vento.

Sì che li monti li colli e l’abissi

Sono formati da li inclusi venti,

Che spirano sotto terra dur’e spissi.

Et anche le acque sott’a noi celate [C. c. 10]

Fanno questi acti, se tu ti rammenti,

Le parti del mundo concavate.

Le gran montagne hanno lo gran piano

Che, l’acque sotto sopra sumergendo,

Lassano l’Alpi nel terren toscano;

Basso facendo lo sito lombardo,

Romagna con Toscana allor cadendo.

Or prendi questo exemplo, ch’io guardo:

Molte montagne in esser de petra

Sono converse, se guardi le ripe,

Chè de la terra natura s’arretra.

Potenzia natural correge e compone,

E fa de terra petre dure e stipe;

E ciò se mostra per blanca rasone.

De fronde iusta però vidi impressa

Nel duro marmo, che quando se strense,

Nel mezzo de le parti stette compressa.

Nel molle tempo, come cira al segno,

Mostra nel duro sì como depense [L. c. 11]

Natura, che de forma non ha desdegno.

Or pur m’ascolta in cose divine,

Che arte non vale, se non se procaccia.

Cosa perfecta non è senza fine;

Principio d’onne bene è cognoscenza.

Prima si bono, nanti c’abii faccia;

Entendi e vidi con la mente accensa.

Che mai l’eterna beata natura,

Senza rasone, non fe’ creatura.

L'Acerba · 第 35 / 144 题