El principio che move queste rote [L. c. 2 t.]
Sono inteligenzie separate:
Non stanno dal divin splendor remote,[16]
Non cessano l’acti de mover possenti,
Non posseno nostre menti star celate
A lor intellecti de vertù lucenti.
Movendo stelle e lor diverse spere,
Diverse genti con contrarii acti,
Forma la lor potenzia qual non pere.
Altri che sono de vertù esperti,[17]
Altri che sono dal subiecto estratti,
Altri che sono del fallir converti,
Altri che de l’arme prendon possa,
Altri che de viltà portano insegna,
Altri che danno nell’altrui percossa,
Altri che lor voce sempre chiama:
O tirannia, o cosa benegna,
Non curan de vertù posseder fama.
Ma l’anima bella del fattor simile, [C. c. 2 t.]
Per so valore, a queste po’ far ombra,
Se non s’enclina ’l so voler gentile.
Quando l’influenzia ven da quelle,
Se soa vertù per queste non se scombra,
Allora è donna sopra tutte stelle.[18]
Nove son questi qual movon li cerchi,
E l’altri sott’a questi pone altrui,
Qual spira l’anima de l’acti soverchi.
Inteligenzia del terrestro mundo[19]
Con la benignità conforma nui,
Prendendo l’anima in l’esser secundo.
E quest’è l’anima ch’è una in tucti,
Ch’è sott’al cerchio de la prima stella;
E d’altra vita semo privi e structi:
E questo pone lo falso Averoisse
Con soa sofista e penta novella,
Ma mo ha plù vertù che quando visse. [L. c. 3]
Poreste dubitare del primo celo,
Che ciò che sensibilità possede,
Loco circumscrive e li fa velo.
Se fosse contenuto d’altra spera,
Et ella contenuta rason vede
Sì ch’aver fino il cielo non è vera;
Dico, che chi per sè possede loco,
Conosce niente di che loco tegna,
Ponendo ’l cielo così del vero poco;
Che per accidenti il loco si mantene,
Avegna che per sè el mondo spegna,
Ond’ha la vita l’amoroso bene.
Oltra quel cielo non è qualitate,
Ne anche forma che move intellecto,
Ma nostra fede vole che pietate
Dimori sopra nel beato regno,
Al qual la spe ne mena a quello effecto.
De quella luce del fattor benegno.
De’ qua’ già ne trattò quel Fiorentino.[20]
Che lì lui se condusse Beatrice;
Tal corpo umano mai non fo divino,
Nè po’ sì come ’l perso essere blanco,
Perchè se renova sicomo fenice
In quel disio che li ponge el flanco.
Ne li altri regni ov’andò col duca,
Fondando li soi pedi en basso centro,
Là lo condusse la sua fede poca:
E so ch’a noi non fe’ mai retorno
Chè so disio sempre lui tenne dentro:
De lui mi dol per so parlar adorno.
La degna intelligenzia prima move [C. c. 3]
El primo celo che moto governa:
Ogne ora nel girar sono più nove;
L’altre che verde tegnon nostra palma,
E questa vole che null’ al moto sperna,
Sì che d’ogne vita viva l’alma; [L. c. 3 t]
E per queste ne la figura di morte
Molte anime d’accidenti sono scorte.