II.

[Illustrazione: Pag. 15.]

RACCONTI

PER

GIOVINETTI

SCRITTI

DA PIETRO THOUAR

18ª EDIZIONE

approvata dal Consiglio Scolastico.

FIRENZE

R. BEMPORAD & FIGLIO

CESSIONARI DELLA LIBRERIA EDITRICE FELICE PAGGI

_Via del Proconsolo._

ROMA, L. Roux e C. — Enr. Trevisini — G. B. Paravia e C.

NAPOLI, Cav. Ant. Morano — L. Roux e C. — MESSINA, C. De Stefano.

TORINO, G. B. Paravia e C. — Grato Scioldo — G. B. Petrini.

PALERMO, R. Sandron — C. Clausen — GENOVA, Tip. Sordo-Muti.

MILANO, Enr. Trevisini — G. B. Paravia e C. — A. Rivolta.

1890

PROPRIETÀ LETTERARIA

degli Editori R. Bemporad & Figlio.

Tipografia Moder, Via del Presto, 4.

_Proseguendo la nostra collezione delle cose del Thouar, in

tanto favore che hanno ricevuto e che ricevono, sarebbe superfluo

raccomandare questo volumetto di_ =Racconti per Giovinetti=. _Ci

corre obbligo però di notare che a questa edizione de' _Racconti_

manca quello che s'intitola _Un amico del Parini_, comecchè sembrasse

giovevole porlo nella raccolta dei_ =Racconti Storici=, _che fa parte

della collezione._

La presunzione di sapere.

_Amico_,

Ti lagni tu forse del mio silenzio? Hai ragione, ma eccoti alfine una

lettera, anzi una bazzoffia che non finisce mai. Così puoi vedere che,

anche in mezzo agli svaghi della villeggiatura, io mi rammento della

scambievole promessa di darci contezza delle cose più notabili che ci

accadono ora che siamo separati.

Per alcuni giorni è stato nostro ospite un valente professore di

Botanica[1], amico intrinseco del babbo. Oltre al desiderio di vederlo,

egli venne quassù per erborare[2] nelle vicinanze; ed io lo accompagnai

in tutte le sue gite. Ecco perchè fin qui non ho avuto tempo di

scriverti.

Ora ti narrerò ciò che m'intravvenne nella prima di queste gite

scientifiche.

Ma innanzi è bene che tu sappia che il nostro botanico è uomo d'età

avanzata, di aspetto autorevole e di temperamento robusto; ha modi

cortesi, disinvolti e gioviali, e tanta modestia con molto sapere, che

sebbene egli abbia viaggiato lungo tempo e fatto parecchi lavori di

grande utilità per l'avanzamento delle scienze, tuttavia non parla mai

di se stesso: e quando entra in discorso di Storia naturale, procede

con la medesima cautela di un novizio negli studi. «Per dubitar meno

di ciò che asseriamo intorno alla botanica» diceva egli «bisognerebbe

studiare ed osservare di continuo senza mai concedere al corpo o alla

mente il necessario riposo; tanti sono i progressi che ogni giorno fa

questa scienza e le rettificazioni che occorrono nell'ordinamento e

nella nomenclatura[3] delle piante, soprattutto ora che molti uomini

distinti, in ogni parte del globo, la studiano con ardore e viaggiano

dovunque, e moltiplicano miglioramenti e scoperte! Linneo sarà sempre,

per così dire, l'Omero della botanica; ma dal tempo in cui fiorì sino

ai nostri giorni, si è fatto in essa un così gran numero di variazioni

fondamentali, che la sola cognizione degli scritti di quel grand'uomo

non potrebbe bastare per istruire un botanico...»

Dipoi rammentati della mia ridicola arroganza scientifica. Tu sai

che avendo io scartabellato vari libercoletti dove si parla della

vegetazione e della coltivazione dei fiori; che imparando a mente

il sistema organico di Linneo dalla prima classe delle _Monandrie_

fino alla ventiquattresima delle _Crittogame_, e le distribuzioni

delle piante in famiglie, in generi, in specie e in varietà; ed

ora raccogliendo mostre per comporre l'erbario[4], ora facendo

dissezioni[5] e disegni di fiori e di frutti, m'era finalmente dato

a credere d'essere poco meno che un altro Linneo, o un Vallisnieri, e

o un Micheli od un Savi in erba; e che di questa presunzione m'aveva

rimproverato più volte mio padre, senza che mai fosse riuscito di

correggermi, stimando io sempre che l'imparare una scienza fosse quasi

la stessa cosa che intrattenerci dei nostri fanciulleschi balocchi.

«M'è a grado che tu sia preso da tanto amore (soleva dirmi) per

questa occupazione utile e dilettevole; ma tu ne meni troppo vanto,

e t'immagini d'aver imparato la botanica su quei compendiòli. E' ti

potranno somministrare alcune cognizioni elementari, e procacciarti una

ricreazione preferibile alle inezie infantili, e non altro. Sfuggi,

figliuolo mio, sfuggi il difetto oggimai troppo comune di dare tanto

valore alla dottrina acquistata in cotal modo. Gli elementi del sapere

sono cosa di molta importanza, ed è difficile esporli bene; e tuttavia

non bastano per conoscere a fondo una scienza. È anche vero che quanto

più è semplice l'insegnamento, tanto più s'accosta alla esattezza; ma

vi vuole anche la modestia; altrimenti la facilità dell'imparare fa sì

che le cose gravi passino per inezie, e all'opposto; ovvero la mente

crede essersi provvista d'idee, mentre non possiede altro che vane

parole.»

Ma queste savie ammonizioni io le credeva fatte per moderare la mia

grande inclinazione a quello studio, e non per liberarmi dalla vampa

dell'orgoglio.

Preparandoci adunque a visitare i nostri poggi, il professore, che non

v'era mai stato, chiese la compagnia di un contadino che fosse pratico

dei luoghi e conoscesse a modo dei campagnoli le piante silvestri che

vi germogliano. Io, che sfoderando tutto il mio sapere aveva già detto

d'aver girato ed erborato più volte nei medesimi poggi, mi tenni offeso

di questa ricerca, sebbene non ardissi di manifestarlo. — Come può egli

intendersi di botanica un contadino? — pensava tra me: — avrà notizia

delle piante ch'egli coltiva, e notizia grossolana e imperfetta;

degli studj dei quali dobbiamo occuparci _noi_ e' non ne può saper

nulla. — Intanto mio padre mandò con noi un certo Betto, figliuolo del

contadino, buon ragazzo, vispo, intelligente, e quasi dell'età mia.

Betto voleva togliere al professore l'impiccio dello scartafaccio da

riporvi le piante; ma questi postoselo ad armacollo ne lo ringraziò,

dicendo che era solito di portarlo se medesimo. Io non fui tanto

discreto; io mi lasciai servire; e la mia cartella era più voluminosa

e legata con più eleganza di quella del professore. Inoltre io aveva

meco un arnese fatto apposta per tagliare o sradicare le piante,

e un grazioso astuccio per fare le dissezioni dei fiori: egli un

semplice coltellino e un bastoncello... Insomma, vedendoci insieme, e

considerando la mia gravità, avresti detto ch'io tenessi il posto del

maestro, e il professore quello del discepolo.

Non istò a descriverti le belle vedute di cui godemmo, nè il diletto di

quella gita, nè le piante che furono raccolte dal professore: sarebbe

faccenda troppo lunga, e non è questo l'oggetto della mia lettera.

Io voglio solamente accennarti come rimanessi scorbacchiato della mia

presunzione, e (almeno lo spero) corretto.

Quel ragazzo che a parer mio non doveva essere altro che il nostro

somarino, diventò, sto per dire, il nostro oracolo. Il professore

interrogava prima me intorno al tempo della fioritura d'una tal

pianta, alla qualità del terreno dove germoglia, al nome volgare,

ed a varie altre notizie, ma io non sapeva che cosa rispondergli; e

allora volgendosi a Betto, questi lo soddisfaceva a puntino di ogni sua

richiesta. Io m'affaticava a indicargli or una pianta ora un'altra,

già sembratemi cose rare, ma non erano quelle che al professore

importasse gran fatto conoscere; io voleva descriverne alcune, ma

Betto garbatamente mi correggeva ad ogni parola; mi rimase per ultimo

refugio l'astuccio, ed incominciai a contar petali, a tagliare stami

e pistilli, a spaccare ovarj[6] e che so io; ma il professore, dopo

un'occhiata, diceva parergli che quei fiori appartenessero al tale

ordine o alla tale famiglia, e tutto ciò che gli pareva era poi

esattamente vero; volli provarmi a proferire i nomi scientifici,

e di rado ne azzeccai qualcuno, e spesso il professore dicevami: —

Un tempo fu nominata così quella pianta: ora s'è conosciuto che non

appartiene alla stessa famiglia, e conviene appellarla così e così...

— in conclusione tutta la mia dottrina se n'andò in fumo: e intanto il

professore stava attento alle parole di Betto, le notava nel taccuino,

e confessò poi che dalla semplice esperienza di quel garzoncello

aveva ricavato argomento per utili osservazioni, e sopra tutto per un

lavoro che aveva intrapreso intorno alla nomenclatura volgare ed alla

fisiologia[7] di parecchie piante. Da me, senza ch'ei lo dicesse, ma

pur troppo io stesso me n'ero accorto, da me non aveva ricavato altro

che strambottoli e passi inutili.

Tu già ti avvedi che il mio orgoglio fu rintuzzato pel dì delle feste.

Tornai a casa tutto sgomento; e chiusomi nella mia cameretta, sotto

colore di riposarmi dalla stanchezza di lunga gita, mi posi mestamente

a deplorare la mia disgrazia: — Un ragazzo che non sa neanche leggere,

soverchiar me che ho raccolto ed esaminato tante piante, che ho libri

ed erbari, e stampe ed arnesi, che studio da lungo tempo, e coltivo

e disegno fiori? Dunque tutto quello che fin qui ho fatto è inutile!

un visibilio di cose che ho imparato, non mi valgono a nulla! Eh via!

smettiamo quest'occupazione, leviamoci di torno tutti questi ninnoli!

— E con sì bel proposito andai a tavola.

Ogni parola che fu fatta intorno alla nostra gita era puntura al

mio amor proprio. Non già che il professore avesse in animo di

mortificarmi, chè anzi si contenne da uomo indulgente, non adulò nè

biasimò; e parlando di Betto sfuggì qualunque confronto che mi potesse

umiliare. Ma io, prima della gita, era già persuaso di dover fare

a tavola una bella figura, di dover raccogliere il frutto dei miei

sudori... Eccomi tornato con le trombe nel sacco!

Sebbene mostrassi disinvoltura, mio padre conobbe lo stato del mio

animo, e il giorno dopo, quasi avesse indovinato anche il proposito

ch'io aveva fatto di non impicciarmi più di botanica, chiamatomi a sè,

mi disse da solo a solo con affettuose parole:

«Figliuolo mio, vedo bene che tu sei stato poco sodisfatto della tua

gita scientifica; ed è avvenuto a te ciò che avviene a tutti coloro

i quali credono di aver imparato molte cose con poca fatica. Bada di

non incolpare i libri nè gli uomini, e nemmeno te medesimo, se non in

quanto la tua immaginazione e la tua vanità abbiano potuto trarti in

inganno. Io t'ho ammonito più volte a non credere che un'occupazione

ricreativa intorno ad una scienza possa tener luogo di studio fatto di

proposito; ma il nome e le parole t'hanno sedotto. Volli compiacerti

concedendoti tempo e modi per conoscere i principj di questa parte

della Storia naturale, poichè ho avuto sempre più caro di vederti

occupato in essa che nei passatempi puerili; e finchè tu voglia essere

naturalista per riposarti dagli altri studj, tanto il professore che io

confessiamo che tu hai saputo adoperar bene le ore della ricreazione.

Ma tu non potevi avere imparato la scienza. Questa presunzione t'ha

finalmente nociuto. Lo stesso accaderebbe a qualunque altro giovinetto,

e in qualsivoglia ramo del sapere umano. I tuoi studj presenti sono

rivolti alle belle lettere italiane e latine; e sai che i maestri sono

soddisfatti della tua buona riuscita. Or bene, t'è egli mai caduto in

animo di fare sfoggio di sapere letterario con essi? Credi tu che la

botanica richieda minori fatiche della letteratura per poter giungere

a saperla davvero? Ma non ti sconfortare, nè ti dispiaccia d'essere

rimasto umiliato nel paragone con Betto; anzi ciò ti porga occasione

a riflettere che un semplice campagnolo, con la comodità d'osservare

di continuo le produzioni della natura, conosce molte cose che lo

scienziato non può imparare studiando nella sua stanza. Il professore

non si vergognava d'apprendere da Betto ciò che avrebbe potuto sapere

anche da te, se tu dimorassi, come quel giovine, tutto l'anno in

campagna, e udissi di continuo i colloquj dei vecchi agricoltori. Ora

dunque noi ti confortiamo a non perdere l'amore per questa occupazione,

e ti promettiamo ogni aiuto per renderla più proficua; giacchè

moderando la tua presunzione, non puoi ricavarne altro che vantaggio

e decoro. E se l'inclinazione per la botanica t'indurrà a coltivarla

a preferenza di ogni altra cosa, io non m'opporrò alla tua volontà; ed

allora, a suo tempo, e dopo assidui studj, potrai diventare botanico e

scienziato.» Ciò detto mi lasciò, ringraziandolo io di così affettuose

parole e di così bella promessa, e sentendomi ritornare la quiete

nell'animo.

Infatti, dopo questi avvertimenti, il conversare intorno alla Storia

naturale col professore e col babbo mi riuscì più dilettevole e più

utile che per l'innanzi. Convinto di saper poco, senza che l'orgoglio

rintuzzato mi facesse sdegnare con me medesimo, allora acquistai

molte cognizioni che prima l'arroganza giovanile m'avrebbe reso più

difficili. Allora conobbi che la mente è più lucida quando siamo

disposti a confessare di buona voglia la nostra ignoranza, che quando

l'amor proprio ci domina tanto da minorare la nostra attenzione, e da

farci rimanere offesi delle altrui riprensioni. Il colloquio tornò a

cadere sopra Linneo e, fosse caso o accortezza del professore, egli

s'intrattenne molto nel descrivere le gravi difficoltà che il sommo

naturalista dovè superare, e le fatiche enormi che dovè intraprendere

prima di far palese il suo sapere e di trarne profitto per la scienza.

Era necessario aver grande ingegno ed infaticabile ardore per ordinare

i principj, quei medesimi principj che ad un giovinetto parranno

sì facil cosa a imparare; e nello stesso tempo bisognava cercare

scrupolosamente l'esattezza della verità, perchè le prime sue dottrine

non inducessero gli altri in errore. Un ingegno meno vigoroso si

sarebbe perduto d'animo: un naturalista meno diligente avrebbe forse

acquistato fama in quel tempo nel quale pochi si volgevano a siffatto

studio; ma il suo nome sarebbe rimasto oscuro ai posteri. Quanti studj,

quanti viaggi penosi, quante osservazioni ripetute e pazienti prima di

poter dire: Io so; — d'arrischiarsi ad ammaestrare gli altri!

Toccando alcune più minute particolarità della vita di Linneo, disse

che gli pareva anche d'aver letto che per l'amor della scienza e' si

ridusse a vivere sì poveramente, che non potendo comprarsi tante scarpe

quante gliene occorrevano pei suoi viaggi, non isdegnava d'accettare

in dono quelle già logore dei suoi discepoli, e di ricucirle da se

medesimo, rattoppandole talora con la cartapecora dei suoi scartafacci

di studio. — La conclusione poi di questi ragionamenti fu che la

dottrina, in qualunque scienza, non consiste nelle cognizioni leggiere

acquistate a guisa di semplice trastullo, nè in una filastrocca di

parole imparate a mente. È vero che in generale ogn'insegnamento, e

soprattutto quello così dilettevole della Storia naturale, deve essere

agevolato dalla semplicità dei metodi[8]; ma non bisogna immaginarsi

di potere imparar bene alcuna cosa senza fatica. Aggiunsero ancora

che l'abilità e l'ingegno non hanno mai avuto bisogno di vanagloriose

apparenze per riuscire utili e per manifestarsi; e che gli uomini,

i quali giovarono più degli altri alla società facendo progredire

le scienze con l'ingegno e con la fatica, sdegnarono le superflue

agiatezze del vivere; e, sempre modesti, non usarono mai di quelle

artifiziose dimostrazioni che paiono fatte per incantare gl'idioti.

Allora sì che rivedendo il mio erbario legato con eleganza, il mio

astuccio botanico pieno di graziosi strumenti, e ricordandomi d'altro

lato delle scarpe rotte accettate dal sommo Linneo, ebbi ad arrossire

della mia presuntuosa vanità fanciullesca! — Io studierò la botanica,

perchè mi sento sempre inclinato a questa scienza, e perchè le savie

parole del professore e di mio padre me ne hanno fatto innamorare più

di prima. Essi conoscono questa mia volontà, e a te, mio amico, io non

poteva nasconderla; ma serba il segreto, il quale a niun altro sarà

palese, finchè non vedrò di poter fare sicuramente buona riuscita in

questo studio. — Addio.

II.

Fiducia nella Provvidenza.

Il bellissimo cielo che s'apre nel vasto orizzonte di Napoli, la marina

infinita, placida e sparsa di navi con le vele biancheggianti, il

Vesuvio, che spinge al cielo vortici immensi di fumo, la Baja con ampia

e maestosa curva coronata dalle selve d'aranci, i castelli antichi e

le torri merlate, le ville magnifiche, le ruine venerande, e il sole

splendidissimo che illumina tanta e sì maravigliosa copia d'oggetti,

parevano occupare la mente di un giovinetto, che sedeva immobile

meditando sopra una rupe lungo la costa di Margellina. Ai piedi aveva

una carta, e nella destra la matita.

I suoi sguardi vivaci erano immobilmente rivolti alle rovine della

tomba di Virgilio. La faccia aveva pallida e addolorata, la positura

come quella di chi è spossato da sfinimento, le vesti logore per

miseria. Presso di lui una fanciullina e un bambinello, coperti

di pochi stracci, talora si spassavano a coglier fiori, tal'altra

si fermavano piegando la testa sopra le spalle a contemplare il

fratello: e parevano presi dalla stessa malinconia: e i fiori già

colti cadevano loro di mano. Di lì a poco tempo comparve un uomo ben

vestito, che passeggiava deliziandosi nella bellezza del luogo. La

fanciulla ristette a considerarlo, guardò incerta prima il fratello,

poi lui; quindi movendosi risoluta col fratellino per mano, si ridusse

a' piedi di quel signore, e in atto supplichevole mostrandogli il

bambinello, stese la destra per l'elemosina. «No!» esclamò allora

con fuoco il giovinetto alzandosi prestamente, e slanciandosi in

mezzo ad essi. «No, Maria, non chiedere l'elemosina!» — «Ma, abbiamo

fame, rispose ella con l'accento della disperazione: e tu, ah! tu

sei più digiuno di noi!» — «La mamma è malata, gridava piangendo

il piccino.» Il signore impietosito poneva la mano in tasca; ma

Salvatore, rattenendogli il braccio con dignitosa risolutezza: «Io

posso lavorare » gli disse: «finchè sarò vivo io, non chiederemo

l'elemosina.» — «Ma quali assegnamenti hai tu oggi che è festa?» gli

rispose il signore. Salvatore additando il sepolcro di Virgilio e

mostrando la sua matita: «Fra due ore, disse, avrò finito un disegno.

Se qualcuno lo comprerà...» — «Lo comprerò io: vediamo intanto cosa

tu hai fatto.» Salvatore esclamando: «Che siate benedetto!» corse a

raccor la sua carta che conteneva la veduta della tomba di Virgilio

abbozzata, e gliela mostrò: «Ma colui che fu _degli poeti onore e

lume_, disse con enfasi il giovinetto, meriterebbe un monumento più

splendido e la mano di Raffaello per disegnarlo.» Quel signore intanto

esaminava attentamente il disegno, e gli pareva maraviglioso per esser

fatto da quel povero ragazzotto. «Finiscilo, finiscilo,» gli disse

abbracciandolo con trasporto. «Lo compro io. Eccoti il prezzo» e gli

donò tutto il danaro che aveva in tasca. «Domani verrai a portarmelo

in via Toledo al numero 24; cerca di Giovanni Lanfranco!» — «Giovanni

Lanfranco!» esclama Salvatore; «voi forse quel pittore famoso?...» —

«Sì, io son pittore, e tu lo sei forse più di me. Come ti chiami?» —

«Salvator Rosa.» — «Scolaro del Francanzano?» — «Per l'appunto.» —

«Ne ho visti altri dei tuoi disegni, ma non davano da sperare come

questo. O perchè sei caduto in tanta miseria?» — «Mio padre morì,

e lasciò nove creature senza campamento. Io mi industrio con questi

disegni, perchè ora non ho modo di fare i quadri, e li vendo in piazza

per aver pane quando trovo chi li voglia comprare.» — «Ebbene! da qui

innanzi non sarai più tanto povero! Non aver paura. Non vi sarà più

pericolo che dobbiate andar mendicando. La Provvidenza ha assistito me,

ed io posso farti da padre. Va', corri a consolare la tua famiglia.»

Salvatore e i bambini gli caddero ai piedi abbracciandolo. Il pianto

della riconoscenza impediva le parole. Il pittore si affrettò ad andare

subito a levar d'angustia la madre.

Essi a fatica si staccarono dalle sue ginocchia; ma poi balzando dalla

gioia volarono in traccia della madre. Lanfranco ristette a guardarli,

considerando come i casi della fortuna sogliano travagliare i grandi

ingegni sul principio della loro carriera.

E Salvator Rosa fu davvero uno dei grandi ingegni non tanto nella

pittura quanto nella poesia. Con l'aiuto generoso del Lanfranco si fece

presto noto all'Italia ed al mondo intero, pe' suoi quadri di paese,

per le sue satire e pel suo bizzarro ingegno nell'arte comica. Nacque

il 1615 nell'ameno villaggio della Renella due miglia distante da

Napoli, e morì in Roma il 15 Marzo del 1673. Nella chiesa di S. Maria

degli Angioli alle Terme ha il sepolcro ornato di belle statuette di

marmo, col ritratto e la seguente iscrizione:

D. O. M.

SALVATOREM ROSAM NEAPOLITANUM

PICTOREM SUI TEMPORIS

NULLI SECUNDUM

POETARUM OMNIUM TEMPORUM

PRINCIPIBUS PAREM

AUGUSTINUS FILIUS

HIC MOERENS COMPOSUIT

SEXAGENARIO MINOR OBIT

ANNO SALUTIS MDCLXXIII

IDIBUS MARTII.

Questa iscrizione si crede composta dal celebre Padre Gio. Paolo Oliva.

Eccone la traduzione.

_A Dio Ottimo Massimo. Salvator Rosa Napoletano, non inferiore ad alcun

pittore de' tempi suoi, pari ai primi fra i poeti di tutte le età. Lo

pose qui, piangendo, il suo figliuolo Agostino. Morì in età di poco men

che sessant'anni, l'anno della salute 1673 agli idi di marzo_ (il dì

15).

Racconti per giovinetti · 第 1 / 28 题