Piú interessanti sono quei racconti, che fanno vedere il gra

GASTON PARIS

LA LEGGENDA DI SALADINO

TRADUZIONE

DI

MARIO MENGHINI

IN FIRENZE

G. C. SANSONI, EDITORE

1896

PROPRIETÀ LETTERARIA

Firenze — Tip. G. Carnesecchi e Figli.

LA LEGGENDA DI SALADINO

Il giovine erudito italiano, che ha pubblicato il breve studio del

quale abbiamo letto il titolo,[1] non considera il suo se non come un

saggio provvisorio e preparatorio; avrebbe in animo di riprenderlo piú

tardi per allargarlo e domanda che sia aiutato per compierlo e renderlo

piú esatto. Corrispondo a questo suo desiderio comunicando qui alcune

note prese, almeno in parte, da molto tempo, su quella che si è potuta

chiamare la leggenda di Saladino, occupandomi specialmente della parte

francese del soggetto, sul quale il Fioravanti confessa di avere in

ispecial modo poche notizie.[2]

Sono ben lieto di venire in aiuto, per parte mia, ad un lavoratore

coscienzioso e modesto; d'altronde, l'oggetto delle sue ricerche

è per sé stesso, se non di capitale importanza, almeno abbastanza

curioso, perché piaccia di contribuire a farlo conoscer bene; infine,

facendo ciò, si toccano punti ancora poco chiari della nostra antica

storia letteraria, sui quali esso fornisce l'occasione di spendere

un po' di tempo. Presenterò queste note nell'ordine col quale

le avevo altra volta classificate, e che non è sempre quello del

Fioravanti; mi riferirò al suo lavoro per tutto ciò che vi si trova già

sufficientemente chiarito.

I

I racconti dei cristiani su quello, che fu il piú terribile loro

avversario e il distruttore del regno di Gerusalemme, gli sono, in

generale, in tutto favorevoli; dirò piú tardi qualcosa intorno alle

cause di questo fenomeno, in apparenza abbastanza sorprendente. Però

bisogna notare che alcuni di questi racconti, e precisamente il piú

antico, hanno al contrario uno spiccato carattere di malevolenza

che apparisce, in modo naturalissimo, dal dispetto e la umiliazione

che le strepitose vittorie del sultano kurdo cagionarono ai vinti, e

soprattutto ai cristiani stabiliti in Siria, e da lui cacciati dai loro

possessi. Infatti, presso di loro si formò indubbiamente una leggenda

ostile, relativa ai suoi primi anni, che noi vediamo diffondersi in

Occidente al momento stesso dei suoi piú splendidi successi. Dapprima

essa, sotto la forma piú virulenta, ci appare in un curioso poema

latino, sin qui inedito e appena segnalato,[3] che non è giunto intero

sino a noi, e che deve essere stato composto nel 1187, poco prima della

presa di Gerusalemme.

Saladino, di condizione servile, s'introduce nella corte di Norandino,

diviene l'amante della moglie, per mezzo della quale ottiene il favore

del sultano. A Babilonia (cioè al Cairo) uccide perfidamente un giudice

integerrimo alla stessa tavola alla quale colui l'aveva ammesso;

penetra con l'astuzia, non potendo entrare con la forza, nella città

dove risiede l'_amulanus_,[4] l'assassina, e s'impadronisce dei suoi

tesori che distribuisce tra i complici. In seguito, fa avvelenare

Norandino e pone a morte l'unico suo figlio, dopo di che sposa la

vedova, riuscendo cosí a diventar padrone di sette reami: è allora

che ha l'audacia di combattere i cristiani. Questo quadro con tinte

cosí fosche è stato tracciato in Occidente sopra racconti venuti

dall'Oriente; le linee vi sono singolarmente esagerate. L'assassinio

del giudice del Cairo e quello dell'_amulanus_ corrispondono

all'esecuzione del vizir Chaver e all'omicidio del califfo d'Egitto

El-Aded, che non senza ragione sembra imputato a Saladino.[5] Il

matrimonio di Saladino con la vedova di Norandino è narrato da storici

serî, ma il nostro poema è il solo a dire che anteriormente esistessero

tra loro relazioni di adulterio. Saladino spodestò il figlio di

Norandino, ma non lo mise a morte, e non è mai stato accusato d'avere

avvelenato il sultano stesso. Egli non era di condizione servile,

dacché era nipote di Siracon o Chirkon, generalissimo di Norandino, e

suo padre Ayoub occupava presso quest'ultimo un alto posto.

Minori infrazioni alla verità troviamo nel passo, senza dubbio

d'origine palestiniana, che Riccardo, canonico della Santa Trinità di

Londra, inserí, circa l'anno 1200, nell'introduzione aggiunta alla sua

traduzione del poema francese d'Ambrogio sulla terza crociata.[6] Qui

Saladino è di nascita equivoca, ma ha per zio Siracon, il comandante

dell'armata che s'impadronisce dell'Egitto per conto di Norandino:

uccide a tradimento _Savarius_ (Chaver) e il _mulanus_, poi, essendo

morto Norandino, ne sposa la vedova e caccia via i figli. La favola

non si riannoda qui che ai primi atti del futuro sultano, il quale,

innalzato ad alte cariche da Norandino, non avrebbe tuttavia esercitate

prima altre funzioni da quelle di padrone delle cortigiane di Damasco;

distribuisce agli «istrioni» il danaro che ricava da loro, rendendosi

cosí popolare, ciò che dà occasione a Riccardo di abbandonarsi ad

enfatiche proteste contro i capricci della fortuna, la quale mette un

_leno_ sul trono dei re.[7]

A fronte di questi riassunti trova posto un racconto piú

particolareggiato, che risale certamente anche ai detti dei cristiani

di Siria, e che si trova tanto nell'ultimo rifacimento della canzone di

_Jérusalem_, (ms. B. N. fr. 12659) quanto nella compilazione conosciuta

col nome di _Chronique d'Ernoul_, della quale però una piccola parte

può risalire a Ernoul, scudiere di Balian d'Ibelin. Il Pigeonneau[8]

crede che questo racconto sia passato al poema dalla cronaca, ma

esso varia troppo dall'una all'altra, perché si possa ammettere

questa opinione. Nella cronaca (p. 35 e seg.), Saladino è il nipote

di un ricco _prevosto_ di Damasco (evidentemente Chirkou); avendo

guerreggiato in Egitto contro _la mulaine_ e il suo alleato, il re

Amauri di Gerusalemme, è stato fatto prigioniero; suo zio, il sapiente

«largo e cortese», lo riscatta dopo la morte d'Amauri, e lo conduce

in Egitto, dove riprende la guerra contro _la mulaine_, che ben presto

assediano al Cairo. Lo zio muore e Saladino rimane capo dell'esercito;

disperando di prendere la città con la forza, ricorre all'astuzia:

fa dire a _la mulaine_ che verrà a chiedergli pace «comme asnes, la

somme sor le dos, por torser et por chargier sor lui quankes il lui

plairoit». Si presenta infatti e s'avanza su quattro zampe, un basto

sul dorso, sino al trono di _la mulaine_; però quando deve baciargli

il piede, cava fuori un coltello, che teneva nascosto, e colpisce _la

mulaine_ al cuore; la gente che l'accompagna fa altrettanto attorno a

sé e Saladino è padrone del castello. Alla porta di questo castello

c'erano sempre due cavalli sellati e brigliati che attendevano un

cavaliere; secondo un'antica profezia, doveva un giorno venire un

uomo «qui avroit nom Ali, et monteroit sor ces chevaus, et seroit

sire de tote paienie et d'une partie de crestienté»; Saladino «monta

sor les chevaus qui atendoient Ali, et aloit criant par la cité qu'il

estoit Ali, qui venus estoit a cheval». In tal modo s'impadronisce

dell'Egitto. Più tardi, essendo morto Norandino, Saladino ne sposa

la vedova e diventa padrone del suo impero.[9] La stessa storia

si rinviene, però con differenze abbastanza grandi, nel poema: qui

Saladino è l'erede legittimo del re d'Alessandria Eufradin; è stato

spogliato e bandito da suo zio Alfadin, ma piú tardi, con l'aiuto di

suo fratello Safadin, ricupera il reame e uccide lo zio. In seguito

uccide _la mulaine_ d'Egitto, presso a poco come nella cronaca, e monta

sul cavallo predestinato (qui non ve n'è che un solo), dopo averlo

stordito gridando _Alis_ (il rimatore non sembra comprendere il senso

di questo grido); in seguito conquista parecchi reami; di Norandino non

v'è cenno (ms. 12159, fol. 357).

Questo travestimento degli esordi del glorioso sultano, ricomparisce in

un'opera assai posteriore e della quale bisogna dire qualche parola,

perché nella storia letteraria non è stato ad essa dato il posto che

deve avere. Si tratta del romanzo di _Jean d'Avesnes_, che ci hanno

conservato due manoscritti, uno dell'Arsenale, scritto verso il 1460,

e di cui lo Chabaille ha pubblicato un'analisi e numerosi estratti

(Abbeville, verso il 1845, picc. in-8º), l'altro della Biblioteca

Nazionale (fr. 12572,) sino ad ora non indicato. Quest'opera si compone

di tre parti ben distinte. La prima parte (Chabaille, p. 17-46) è un

piccolo romanzo, che sembra appartenere tutto intero al secolo XV e

che a noi non interessa. La seconda (p. 46-63) è la storia piú antica

della figlia del conte di Pontieu, di cui parleremo piú tardi. La

terza (p. 63-89) è semplicemente il rifacimento in prosa di una parte,

perduta nella sua forma originale, d'un immenso poema del quale non si

sono conservati in versi che due frammenti, se tali possono chiamarsi

due brani, di cui il primo conta piú di 35,000 versi e il secondo piú

di 34,000. Questo poema, composto nel nord-est della Francia, senza

dubbio poco dopo il 1350,[10] doveva comprendere un'intera storia

delle crociate (in gran parte, ben inteso, romanzesca), cui sembra

essersi riannodato, bene o male, un racconto delle guerre di Filippo

il Bello contro i Fiamminghi. La prima parte è stata pubblicata dal

Reiffenberg e dal Borgnet, sotto il titolo di _Le chevalier au Cygne

et Godefroid de Bouillon_; s'arresta al punto in cui Baldovino di

Gerusalemme, fratello e successore di Goffredo, parte per una favolosa

spedizione contro la Mecca. Dopo una lacuna, della quale non conosciamo

l'estensione, comincia la seconda parte conservata, pubblicata dal

Boca e dallo Scheler sotto il titolo di _Baudouin de Sebourc_ e di

_Bastart de Bouillon_. Un altro «ramo» forma il terzo libro di _Jean

d'Avesnes_; un altro ancora costituisce il fondo del romanzo di

_Baudouin de Flandres_; essi non esistono che in prosa, salvo alcuni

versi dell'ultima, che per caso ci sono stati conservati.[11]

Ad un poema del secolo XIV dobbiamo dunque riferirci per il racconto

che _Jean d'Avesnes_ ci dà dei primi successi di Saladino. Questo

racconto è stato completamente omesso dallo Chabaille; si legge nei

fogli 164 e seguenti del ms. 12572; diciamo solamente che si riannoda

tanto a quello della _Chronique d'Ernoul_ quanto a quello della

_chanson_.[12] Vi si aggiunge un passo che io non ho rinvenuto altrove:

davanti la porta del palazzo di _la mulaine_ si trovava una «scalinata»

fatta d'un solo smeraldo; Saladino la fece fare in pezzi e distribuire

ai suoi compagni, e di là provengono tutti gli smeraldi oggidí sparsi

nel mondo.

II

Eccezion fatta di questi, la cui tendenza è visibilmente ostile,

tutti gli altri racconti leggendarî su Saladino gli sono favorevoli.

Alcuni si contentano di celebrare le sue virtú, altri si sforzano di

ravvicinarlo ai Cristiani, attribuendogli una disposizione, piú o meno

seguita in pratica, a riconoscere e a professare la fede de' Cristiani.

Questi due generi di racconti si trovano naturalmente assai spesso

mescolati, e noi parleremo ad un tempo tanto degli uni quanto degli

altri.

Dapprima si volle che Saladino, ammirando l'istituzione cristiana

della cavalleria, si fosse fatto egli stesso armare cavaliere. Già

Riccardo della Santa Trinità, in mezzo al racconto cosí poco benevolo

che ho riassunto piú innanzi, nota incidentalmente (I, 31): _Processu

temporis, cum jam aetas robustior officium militare deposceret,

ad Enfridum de Turone, illustrem Palaestinae principem, paludandus

accessit et Francorum ritu cingulum militare ab ipso suscepit._ Onofrio

di Toron, conestabile dei regno di Gerusalemme, era infatti uno dei

piú rinomati principi del suo tempo. Fu signore di Crac di Montréal

dal 1169 al 1172, ed è assai probabile che anche a lui si riferisca

il racconto della _Chronique d'Ernoul_, secondo il quale Saladino,

prigioniero in quel castello e riscattato da suo zio (v. piú sopra),

domandò «an seigneur dou castel que il le fesist chevalier a la

françoise, et il si fist» (_Chr. d'Ernoul_, p. 36). Questa coincidenza

dei due racconti, d'altra parte indipendenti, non ci esime dal farci

credere che possano contenere qualche fondo di verità, e che Saladino

si facesse, se non armare cavaliere, almeno istruire nelle cerimonie

e negli obblighi della cavalleria da Onofrio di Toron. Tuttavia non

ad Onofrio di Toron, ma ad Ugo di Tabaria, principe di Galilea, la

tradizione volgare attribuí piú tardi l'onore di aver conferito la

cavalleria a Saladino, non quando egli era appena un oscuro emiro, ma

quando si trovava all'apogeo della potenza e della gloria.[13] Ugo di

Tabarie, uno dei primi personaggi del regno di Gerusalemme, fu fatto

prigioniero nel 1178 da Saladino, e piú tardi posto in libertà;[14]

nel 1187, la disastrosa battaglia di Hattin o di Tabarie ebbe luogo

quasi sul suo territorio, ma egli fuggí insieme con i tre suoi

fratelli; si segnalò piú d'una volta nelle guerre degli anni seguenti,

e morí dopo il 1204. Alla battaglia del 1178, in cui era stato fatto

prigioniero, si riannoda la leggenda che gli diè la parte da prima

attribuita ad Onofrio di Toron. Questa leggenda cosí fissata sul suo

nome ci è pervenuta: 1º in un piccolo poema del XIII secolo piú volte

pubblicato;[15] 2º in una redazione in prosa che offre qualche variante

e che è stampata incompletamente;[16] 3º da questa redazione in

prosa, nella terza parte di _Jean d'Avesnes_;[17] 4º in una redazione

italiana che fa parte delle _Cento novelle antiche_;[18] 5º in una

versione neerlandese;[19] 6º in una imitazione inserita nel secolo

XIV da Bosone da Gubbio nel suo romanzo _l'Avventuroso Ciciliano_, in

cui la storiella è attribuita a un soldano di Babilonia anonimo e a un

cavaliere chiamato messer Ulivo di Fontana.[20] Nel poema si è voluto

vedere, in modo assai strano, l'opera dello stesso Ugo di Tabaria:[21]

è detto sin dal principio che si tratta di un re saraceno che viveva

«jadis». L'_Ordre de chevalerie_ ha del resto per iscopo principale di

esaltare la cavalleria e di insegnare le virtú che devono segnalarla;

l'aneddoto dell'armar cavaliere Saladino non serve che di pretesto

per la narrazione dell'autore. Costui aveva attinto a una tradizione

popolare preesistente,[22] da cui ha altresí tolto a prestito il

racconto della generosità di Saladino verso lo stesso Ugo di Tabaria:

gli accorda la libertà di dieci prigionieri cristiani a sua scelta,

ma gl'impone una tassa di centomila bisanti, obbligandolo a fare,

per riunire questa somma enorme, una colletta tra i «prud'hommes»,

lasciandogli, sulla parola, un anno di libertà condizionale. Ugo non

ne ha bisogno: prende il sultano in parola, e ne ottiene cinquantamila

bisanti, e gli emiri, ai quali si rivolge in seguito, glie ne

promettono tredicimila piú di quanti gli bisognano. Saladino gli

anticipa questi tredicimila bisanti, dando cosí una prova meravigliosa

della sua «largesse».

La generosità era, come è noto, considerata nel Medio Evo, almeno

tra i poeti e per motivi facili a comprendersi, come la virtú per

eccellenza dei principi,[23] infatti, quella che si attribuisce, e non

senza ragione, a Saladino, lo rese celebre quasi come, per la stessa

ragione, era Alessandro.[24] Dante esclama nel _Convivio_ (IV, 11): «E

chi non ha ancora nel cuore Alessandro per li suoi reali beneficii? Chi

non ha ancora il buon re di Castella, o il Saladino...?». Ed è assai

probabile che per questa considerazione, egli, nel Limbo, in mezzo agli

eroi dell'antichità risparmiati dal vero inferno, abbia dato posto a

Saladino, il solo dei mussulmani.

E _solo_ in parte vidi il Saladino.

(_Inf._, IV, 129).

Questa «largesse» di Saladino è argomento di piú d'un racconto.

Abbiamo già veduta la storia del «perron» di smeraldo e quella

del riscatto di Ugo di Tabaria; ve ne sono anche altre. Secondo il

_Ménestrel de Reims_, egli rimanda assai liberalmente il re Guido di

Lusignano, fatto prigioniero in quella grande battaglia di Tabaria,

da cui fu prodotta la rovina del regno di Gerusalemme.[25] A un

altro prigioniero francese, cui aveva posto affezione e che vedeva

rimpiangere la sua famiglia e il suo paese, aveva accordato, secondo

una delle _Novelle antiche_,[26] un dono di 200 marchi. Il tesoriere

incaricato di stendere l'ordine di pagamento scrisse per errore 300;

volle correggere, ma Saladino guardandolo: «Metti 400, gli disse, non

sarà detto che la tua penna sarà stata piú liberale di me».[27] Un

aneddoto simile è riferito, come si sa, a un signore d'Anglure. Secondo

Jean le Long, cronista del sec. XIV, il sultano vicino a morire fece

venire questo signore, che era suo prigioniero, e gli chiese come un

onore di portare le sue armi (_insignia_) e di adottare il suo grido

di guerra (_Damasc!_), mediante le quali cose lo libererebbe con altri

prigionieri; il cavaliere accettò, ricevette la libertà, e mantenne la

parola.[28] Secondo un altro racconto, il signore d'Anglure, posto in

libertà provvisoria per raccogliere il prezzo del suo riscatto, sarebbe

ritornato a costituirsi prigioniero, non avendo potuto riuscirvi, e

Saladino, commosso per la sua magnanimità, l'avrebbe reso libero alle

stesse condizioni; è perciò che i signori d'Anglure si chiamarono piú

tardi _Saladin_, e adottarono il grido e le armi del sultano.[29]

Questa generosità spicca altresí in un grazioso aneddoto che il

_Ménestrel de Reims_ pone in bocca ad un prigioniero saraceno che

sarebbe stato lo stesso zio del sultano. Saladino aveva inteso vantare

assai la carità dell'ospedale di S. Giovanni d'Acri. Giammai si diceva,

un malato si è visto rifiutare ciò che desiderava. Per assicurarsene

si travestí da pellegrino e si fece ricevere come malato nel celebre

ospedale. Per tre giorni rifiuta ogni nutrimento; per le preghiere

del «maître des malades», dapprima dichiara che non mangerà a meno

che possa ottenere una cosa che non può avere, «que ce est forsenerie

a penser et a vouloir». Infine, dopo che gli è stato assicurato che

«onques malades qui çaienz fu ne failli a son désir, se on le pot avoir

pour or ne pour argent», egli confessa la sua cupidigia: «Je demant le

pié destre devant de Morel le bon cheval au grant maistre de çaienz, et

vuel que je li voie couper devant moi presentment, ou se ce non ja mais

ne mangerai». Il «grand maître», saputa questa fantasia, ne è assai

turbato, ma del resto: «Mieuz vaut, dice, que mes chevaus muire que

uns hons, et d'autre part il nous seroit reprouvé a touz jourz mais».

Si conduce quindi il cavallo davanti al pellegrino: vien legato, e

già un valletto alza l'ascia per tagliargli il piede, quando Saladino

esclama: «Tien coi! ma voulentez est assevie, et mes desiriers tornez

en autre viande: je vueil mangier char de mouton». In ricompensa, manda

piú tardi all'ospedale d'Acri una carta nella quale fa dono di mille

bisanti l'anno tolti sulle sue «rentes de Babiloine», e «d'enqui en

avant furent paié le mil besant chascun an au jour de la Saint Jehan».

Qui la munificenza saracena è vinta dalla carità cristiana.[30]

Questa storiella ci indica una di quelle visite presso i Cristiani che

si attribuirono assai per tempo a Saladino e che sono specialmente

destinate a mettere in confronto le due religioni. Se ne trova un

esempio piú antico in uno dei rifacimenti del poema di _Jérusalem_.[31]

Durante una tregua con i Cristiani, Saladino viene a Gerusalemme,

ancora posseduta da costoro, e assiste alle cerimonie del loro culto:

le giudica tutte molto belle, salvo una, che gli sembra abusiva e

ridicola, il costume dell'offerta fatta dai fedeli al clero. Qui

non vi è se non una malizia abbastanza inoffensiva, ma sembra che si

sia divulgata assai per tempo una storiella di carattere piú grave,

secondo la quale Saladino, disposto ad abbracciare la vera religione,

ne sarebbe stato distolto dallo spettacolo dei costumi dei preti,

e particolarmente dei prelati, quando gli fosse stato prescritto di

osservarli. Lo racconta almeno Gilles de Corbeil nel suo poema ancora

inedito e intitolato _Jerapigra ad purgandos prelatos_, composto verso

l'anno 1215.

Ecco l'intero passo che V. Le Clerc ha in parte citato secondo il

manoscritto:[32]

Catholice fidei leges et dogmata Christi

Legit et audivit Saladinus, rex Orientis,

Doctoresque suos, quos lex gentilis habebat

Precipuos, tante jus[s]it decreta sophie

Chaldeis mandare notis, ut pabula sancta

Crebra recenseret illi recitatio vite.

Sed fidei celebris adeo reverentia movit

Concussitque virum, tanta admiratio mentem

Impulit, ut nostre se vellet subdere legi.

Seque catholicis cuperet nodare cathenis.

Rex ergo cepit studio explorare fideli

Que prelatorum foret observatio morum,

Qualis religio populi, que vita ministros

Ecclesie regeret; que postquam singula novit.

Spurcitiam, mores pravos, vitam[que] palustrem,

Luxuriam, fraudem, invidiam, scelus atque rapinam,

Et fraternum odium, cupidi quoque pectoris estum,

Membrorum et capitis tantum discrimen haberi,

Flexit in oppositam mentis vestigia partem,

Et profugus retro vertit iter; cultum reprobavit

Et meritum fidei vitio cultoris iniqui.

Proh! summum facinus, quod, tanto rege repulso

Labe sacerdotii nequam populique maligni.

Artatum Christi imperium, quod crescere supra

Posset in immensum dilatarique valeret

Ex tanti virtute viri! Sed prava malorum

Vita ministrorum summe perterruit illum,

Extinxitque bone conceptum mentis in ipso. (fol. 39 v).

Conforme a questo tipo, ma generalmente con minore asprezza, i racconti

delle visite di Saladino ai Cristiani divengono cosí una specie di

«lettres persanes», in cui, anche esaltando la religione cristiana, si

fanno criticare da Saladino alcuni abusi cui essa dà luogo o alcune

negligenze cagionate da coloro, che dovrebbero praticarla meglio

di tutti. Talvolta la critica sembra andare anche piú in là, sino

agl'insegnamenti della religione stessa. Nel poema indicato poco fa,

il quale ha servito di base alla terza parte di _Jean d'Avesnes,_ la

confessione e l'adorazione del papa per opera dei cavalieri cristiani,

di cui è stato testimonio a Roma, fanno sdegnare l'orgoglioso soldano.

«Vouz aourez, dice, un homme comme moy ou un aultre; qu'il ait

puissance de pardonner ce que avés meffet a aultruy, ce ne croiray

je de ma vie; et par la foy que je doy a tous les dieux que homme

puisse aourer,[33] se ore le tenoye en Surie, je le feroye detraire a

chevaux».[34] Qui la satira sembra mettersi al di sopra degli elementi

stessi della fede cristiana, ma essa non ha alcun risultato, trovandosi

in un'opera in cui regna da un capo all'altro, a fianco della piú

credula devozione, un brio borghese e grossolano, che si ride di tutto

e che non dà nessuna importanza alle barzellette che prodiga.

Spesso è anche il modo di comportarsi dei Cristiani che distoglie

Saladino dall'abbracciare la loro religione, per quanto egli sembri

preferirla alle altre. Una celebre storia che gli si attribuisce,[35]

è in realtà molto anteriore a lui: Pier Damiano, nel sec. XI, la

riferisce a un re pagano contemporaneo di Carlo Magno, il falso Turpino

al re saraceno Agolante, l'autore d'_Anseïs de Carthage_ a Marsilio,

quello delle _Enfances Godefroi_ al re di Gerusalemme Cornumarant:

tutti questi infedeli, per quanto disposti a convertirsi, sono sdegnati

a vedere che i Cristiani, i quali dichiarano che i poveri sono «les

messagers de Dieu»,[36] li trattano in modo cosí poco onorevole che

ai banchetti, cui li ammettono, li fanno sedere in terra e non dànno

loro che i rifiuti del pasto.[37] Una storiella narrata nelle _Cento

novelle antiche_ è piú puerile: Saladino, durante una tregua, invita a

un pasto i Cristiani, e dà loro, per sedersi, dei magnifici tappeti,

sui quali ha fatto ricamare ovunque croci d'oro; i Cristiani, senza

porvi attenzione, calpestano le croci coi piedi e vi sputano sopra,

donde Saladino conclude che solo a parole amano la loro religione.[38]

Piú imprudenti sono i monaci, i quali, venuti per convertir Saladino,

si lasciano ubriacare e indurre a un peccato piú grave ancora,

abbandonando cosí la loro religione e le loro persone al disprezzo del

sultano.[39]

Piú interessanti sono quei racconti, che fanno vedere il gran sultano

titubante fra le tre religioni che si dividevano il mondo allora

conosciuto. Il piú celebre e il piú bello è quello in cui un ebreo, che

egli vuol confondere domandandogli qual sia la migliore religione, gli

narra la parabola dei tre anelli;[40] tuttavia Saladino vi rappresenta

una parte passiva che in origine non gli era stata attribuita. Una

novella che nel secolo XIII raccolse il rimatore austriaco Jans Enenkel

o Enikel mette il sultano piú direttamente in scena: «Quando fu vicino

a morte, chiese lungamente a se stesso a qual Dio rimettere la sorte

dell'anima sua, a quello dei giudei, dei mussulmani o dei cristiani:

quale era il piú potente? Nel dubbio, volle conciliarseli tutti e tre.

Possedendo egli una tavola fatta d'un enorme zaffiro, la fece spezzare

in tre pezzi,[41] e ne fece portare uno alla principale sinagoga, uno

alla chiesa e uno alla moschea di Gerusalemme, dopo di che morí».[42]

Tutto compreso, noi abbiamo qui una speculazione abbastanza grossolana,

come se ne attribuiscono a piú d'un sedicente barbaro convertito al

cristianesimo;[43] però la novella è ancora imparziale, come quella

dei tre anelli nella sua forma primitiva. I narratori cristiani non

dovevano naturalmente limitarsi a ciò; già nella _Chronique d'outre

mer_, compilazione del sec. XIII, della quale indicherò piú in là i

diversi elementi, la bilancia pende dal lato della religione cristiana:

«Ançois que il morust, manda il le califfe de Baudas et le patriarche

de Jerusalem et des plus sages juïs c'om pot trover en la tiere de

Jerusalem; car il voloit savoir por voir la quele lois estoit la

meillors. Assés desputerent ensamble, et soustenoit cascuns la soie

loi por la meillor. Li juï disoient qu'il ne pooit estre que Diex

nasquist sans conception de pere et de mere et sans engendrement, et

tout autretel dist li califfes; encontre tout çou fu li patriarces, et

moult monstra de biaus examples et de bieles paroles. Quant Salehadins

ot oïes les paroles de cascun, il dist que il ne se savoit a la quele

tenir; dont fist trois parties de l'avoir que il avoit conquesté, si

dona as crestiiens la meillour, et l'autre as Sarrasins et la tierce

as jüïs, et si delivra tous ceus qu'il avoit en ses prisons».[44]

Ma la forma di questo aneddoto, ad un tempo il piú ingegnoso e il

piú favorevole al cristianesimo, si trova in una raccolta latina del

secolo XIII, che ci è stata conservata in un prezioso manoscritto

di Tours, e di cui noi dobbiamo la conoscenza a Leopoldo Delisle. Vi

si racconta, come nelle precedenti versioni, che Saladino, prima di

morire, fece venire l'ebreo, il cristiano e il saraceno, reputati tra

i piú saggi di Gerusalemme, e domandò a ciascuno di essi qual'era la

miglior _loi_: «La mia, disse l'ebreo, e se l'abbandonassi abbraccerei

la legge cristiana, che ne discende. — La mia, disse il saraceno, e

se l'abbandonassi abbraccerei la legge cristiana, da cui discende.

— La mia, disse il cristiano, e a nessun costo l'abbandonerei per

un'altra». Allora egli disse: «Quei due, abbandonando la loro legge,

s'accorderebbero ad accettar questa; costui non accetterebbe altro che

la sua: io la giudico la migliore e la scelgo».[45]

Le due tendenze che abbiamo osservate, una che fa di Saladino il

portavoce di alcune satire contro la Chiesa, l'altra che lo mostra

inclinato verso il cristianesimo, si riuniscono in un racconto di

Bosone da Gubbio, che si riferisce ai viaggi del sultano in Europa:

vedendo la cupidigia dei preti, specialmente del papa e dei cardinali,

esclama che la religione cristiana è visibilmente la migliore di tutte,

dacché il Signore dei Cristiani è abbastanza paziente e misericordioso

per sopportare simili offese, ciò che non farebbe certamente il Signore

delle altre leggi.[46] Qui abbiamo il primo abbozzo, assai goffamente

tracciato, dell'ammirabile e mordace novella del giudeo Abramo nel

Boccaccio, e della sua impreveduta conversione dopo il viaggio di

Roma.[47]

Sia come si voglia, per un motivo o per l'altro, si credette

volentieri che Saladino fosse stato internamente persuaso della

verità del cristianesimo e che avesse altresí ricevuto il battesimo.

Il manoscritto latino che è stato citato poco fa, lo riferisce,

aggiungendo _ut dicitur_, come conclusione del suo consulto _in

extremis_.[48] D'altronde bastò immaginare che avesse dovuto, per la

presenza dei suoi, limitarsi ad una specie di simulacro, la cui virtú

non sarebbe forse sembrata sufficiente a un teologo: «Une chose fist

a la mort, dice il preteso zio di Saladino nei _Récits du ménestrel

de Reims_, qui mout nous ennuia; car quant il fu si apressez qu'il

vit bien que mourir le convenoit, si demanda plein bacin d'iaue. Et

maintenant li courut uns varlez aporter en un bacin d'argent, et li

mist a la main senestre. Et Salehadins se fist drecier en son seant, et

fist de sa main destre croiz par deseure l'iaue, et toucha en quatre

lieus sour le bacin, et dist: _Autant a de ci jusques ci comme de ci

jusques ci_. Ce dist il pour qu'on ne se perceüst. Et puis reversa

l'iaue sour son chief et sour son cors, et dist entre denz trois moz en

françois que nous n'entendimes pas, mais bien sembla, autant comme j'en

vi, qu'il se bautizast.[49]

III

L'ingegno di Saladino, i suoi successi, le sue grandi qualità

personali ispirarono una naturale ammirazione ai crociati di Francia

e d'Inghilterra, i quali, al seguito di Filippo e di Riccardo, erano

andati a combatterlo in Siria; la tolleranza di cui, in generale, fece

prova verso i Cristiani sottomessi al suo potere, l'umanità che spesso

mostrò verso coloro che avea vinti,[50] ispirarono nei suoi avversari

un rispetto ed anche una simpatia involontari. Per giustificare questi

sentimenti s'era pensato di attribuirgli per la religione cristiana

una inclinazione che era ben lungi dall'animo suo, ardentemente ed

esclusivamente mussulmano. La stessa tendenza ha fatto nascere una

favola piú singolare, secondo la quale il figlio d'Ayoub sarebbe stato,

almeno in parte, di razza cristiana e francese: ciò spiega la sua

pretesa simpatia per il cristianesimo e i suoi riguardi per i Franchi,

oltre di che ciò permetteva a costoro di rivendicare una certa parte

delle sue imprese e delle sue virtú. Questa favola sembra aver esistito

sotto due forme differenti, entrambe fantastiche, e che s'incontrano

solo nelle opere d'un carattere affatto romanzesco e popolare. Hanno

di comune questo, che riavvicinano l'illustre sultano alla famiglia

dei conti di Pontieu, intermediaria una donna, trasportata quasi

miracolosamente in un paese saraceno e data in moglie ad un saraceno;

differiscono in tutto il rimanente, ciò che ci fa credere ch'esse

sieno sorte indipendentemente su questo semplice indizio, del quale è

impossibile determinare l'origine. La meno conosciuta e la piú recente

si trova in quel gran poema del sec. XIV, del quale è stato parlato piú

innanzi. Secondo questo poema, una «dame de Pontieu», al momento in cui

andava sposa a un favoloso Esmeré, cugino di Goffredo di Bouillon, è

messa in mare in seguito ad una impresa disgraziata e trasportata dai

venti da _Nimaye_ (Nimègue) a Babilonia(!), dove il sultano Saladino

la accoglie, la sposa, e ne ha un figlio chiamato come lui, che è il

celebre conquistatore.[51] Piú tardi Giovanni di Pontieu, fratello

della sultana, essendo caduto nelle mani di Saladino, costui che sa

d'essere suo nipote, lo tratta con grandi riguardi, facendoselo amico;

nel corso del poema, la parentela di Saladino col conte di Pontieu è

spesso rammentata, e quando egli fa un viaggio in Francia, del quale

riparleremo, dà occasione a parecchi incidenti.[52] Il cronista Jean

le Long o Jean d'Ypres, abate di Saint-Bertin, il quale scriveva circa

il 1370, non teme d'aggiungere agl'indizi che raccolse pro e contro

Saladino questa singolare introduzione, tolta sia al nostro poema, sia

al racconto che gli aveva servito di fonte: _Saladinus Turchus, sed de

matre Gallica Pontiva_.[53]

In un'altra maniera, e molto piú lontana, l'origine francese di

Saladino è presentata nel piccolo romanzo in prosa del secolo XIII

conosciuto col titolo di _Voyage outre mer du comte de Pontieu_,

o, meno esattamente, di _La Comtesse de Pontieu_. Questo romanzo è

certamente esistito a parte, e ne abbiamo almeno una copia isolata;[54]

ma è stato assai presto interpolato in una composizione piú estesa,

che ho avuto già occasione di ricordare piú d'una volta, e che è

chiamata col nome di _Chronique d'outre mer_. È una compilazione

che non può farsi risalire oltre la metà del sec. XIII. Ci è stata

conservata in tre manoscritti della nostra grande biblioteca, i nn.

770 (ant. 7185^{3·3}), 12203 (ant. suppl. fr. 445) e 24210 (ant. Sorb.

397) dei manoscritti francesi.[55] Il fondo di questa compilazione è

formata dall'opera anteriore che si designa, secondo l'edizione che ne

ha data il de Mas Latrie, sotto il nome di _La Chronique d'Ernoul_,

e della quale sarebbe troppo lungo studiare qui gli elementi e le

relazioni con la grande opera composita, volgarmente considerata come

la continuazione di Guglielmo di Tiro, la quale occupa il secondo

volume della raccolta degli _Historiens occidentaux des croisades_.

La _Chronique d'outre mer_ dei nostri tre manoscritti riproduce

dapprima il testo d'«Ernoul» senza offrire molte piú varianti di

quelle dei manoscritti ordinari. A poco a poco la fedeltà nel testo

d'Ernoul diventa meno grande, senza cessare d'essere reale; ma ben

presto s'intercala una narrazione estranea, la cui fonte è difficile

a indovinare e il cui interesse è dei piú minimi, e che continua per

lungo tempo a intromettersi nella narrazione presa a Ernoul. Si tratta

d'una pretesa guerra di Saladino contro Galacienne «dame de Turquie»,

suo fratello Ranieri di Coine e i suoi alleati, il «calife de Baudas»

e il re Corlin di Nubia; in questa lunga narrazione di intonazione

storica, la quale non ha l'attrattiva del romanzo né il merito d'una

autenticità qualsiasi, noi vediamo figurare i due figli di Saladino e

alla loro testa Lycoredis, del quale l'autore ci dice espressamente:

«Che fu chil Lycoredis dont on parla tant au siecle, mais li crestien

l'apieloient Coradin».[56] Si tratta dunque di Malek-Moadam o Coradin

(Cheryf-Eddin), figlio di Malek-Adel o Saphadin, per conseguenza nipote

e non figlio di Saladino, e che certamente non era nato all'epoca in

cui il nostro autore gli attribuisce favolose imprese.[57] A partire da

questo momento però la _Chronique d'outre_ _mer_ s'allontana parecchio

dal testo d'Ernoul, di cui sembra un riassunto fatto a memoria;[58]

essa imbroglia nel modo piú inestricabile i fatti storici, soprattutto

quelli che si riferiscono all'Occidente, già assai sfigurati nel suo

modello, e ricorda all'incirca il tono del Ménestrel de Reims molto

piú di quello d'un cronista serio. Quantunque essa non termini alla

morte di Saladino, e prosegua sin verso l'anno 1228 il suo racconto

incoerente e talvolta incomprensibile, tuttavia è la storia di

Saladino quella che costituisce il pernio di tutta l'opera, come mostra

l'_explicit_ di due dei tre manoscritti (12203 e 24210): _Salhadins

fine chi_. Però non bisogna sperare di trovarvi utili contributi

per il soggetto che ora trattiamo: salvo la storia degli esordi del

sultano, tolta a Ernoul, e i due aneddoti, raccontati del resto assai

trivialmente, relativi alla sua morte, che abbiamo precedentemente

indicati,[59] in quest'opera non v'è nulla che possa interessare né

la storia reale, né la storia leggendaria o romanzesca. La versione

in prosa dell'_Ordre de chevalerie_, che uno dei manoscritti della

Cronaca (770) ha il merito di averci conservata, in origine non ne

faceva parte. La stessa cosa può dirsi del romanzo del _Voyage du comte

de Pontieu_, che si trova in due manoscritti (770 e 12203), ma che

manca nel terzo (24210), il piú recente, sebbene il piú fedele dei tre.

Degli amatori hanno inserito tardivamente nelle copie della _Chronique

d'outre mer_ tanto questo racconto quanto il romanzo.

Il quale ultimo è interessante in se stesso, ma non ha con Saladino se

non una lontanissima relazione. Un cavaliere di nome Tibaldo, signore

di Domart in Pontieu e nipote di Saint-Pol, ha sposato la figlia del

conte di Pontieu (né il padre, né la figlia sono nominati). Dopo cinque

anni trascorsi in una unione felice, ma sterile, i due sposi risolvono

di andare in pellegrinaggio a San Iacopo per ottenere la posterità,

che essi bramano. Traversando una foresta dove si trovano separati

dal loro seguito, sono aggrediti da briganti che li depredano, legano

Tibaldo e violano la moglie sotto i suoi occhi. Partiti i briganti,

egli chiama la moglie per esser liberato. «La dame ala cele part ou

mesire Thiebaus gisoit, et vit une espee gesir ariere, qui fu a un des

larons qui ocis fu. Ele la prist, et vint envers son seigneur, plaine

de grant ire et de mauvaise voulenté qui li iert venne, car ele doutoit

mout qu'il ne l'en seüst mal gré de chou que il l'a voit ensi veüe,

et qu'il ne li reprouvast en aucun tans et li mesist devant chou que

avenu li estoit; si dist: _Sire, je vous deliverrai ja._ Lors haucha

l'espee et vint vers son seigneur et le cuida ferir par mi le cors;

et quant il vit le coup venir, si le douta mout.... si tressailli si

durement que les mains et li doi li furent desserré, et ele le feri

si que ele le blecha un poi et coupa les coroies de coi il estoit

loiiés. Et quant il senti les loiiens laskier, il sacha a lui et rompi

les coroies, et sailli sus en piés, et dist: _Dame, se Diu plaist,

vous ne m'ochirés meshui_! Et ele dist: _Chertes, sire, che poise

moi_!» Il conte compie il suo pellegrinaggio senza riparlar con sua

moglie di questa strana avventura, «et l'en mena en son païs a ausi

grant joie et a ausi grant honnour comme il l'en avoit amenee, fors

de gesir o li». Però si trova obbligato, malgrado la sua resistenza,

a raccontare l'accaduto al suocero, il conte di Pontieu, e la giovine

donna, interrogata, non solamente riconosce la verità tutta intera

del racconto, ma ripete: _«Encore me poise il que je ne l'ochis»_. Il

conte, meno indulgente di suo genero, infligge a sua figlia un crudele

castigo. Trovandosi un giorno a Rue, la conduce in mare, con suo

marito, in un battello, in cui egli ha fatto portare una botte, fuoco

e pece. In alto mare la fa entrare nella botte, la quale vien turata

e accuratamente spalmata di loto e la getta nel mare gridando: _«Je te

commant au vent et as ondes!»_ Alcuni mercanti fiamminghi che andavano

nel paese dei Saraceni, pescano la botte e non sono poco sorpresi nel

trovarvi una bella e giovine donna vicina a morire; la conducono a

Aumarie[60] e la regalano al soldano del luogo. Costui la sospetta di

alto lignaggio, quantunque essa nasconda ostinatamente il nome e la sua

origine, s'innamora di lei, le domanda di rinnegare il cristianesimo

e di divenire sua sposa. «Ele vit bien ke mius li venoit a faire par

amours ke par forche, si li manda ke ele le feroit voulentiers». Ella

dunque lo sposa, ne ha ben presto una figlia e piú tardi un figlio.

Intanto il conte di Pontieu, suo figlio e suo genero vivevano nel

dolore, e il primo si pentiva della sua crudeltà. Tutti e tre si fanno

crociati, e al ritorno della Terra Santa un naufragio li getta ad

Aumarie. Il soldano li fa mettere in prigione, e perché, in un giorno

di festa, i suoi arcieri, secondo l'uso, gli domandano un cristiano per

servir loro di bersaglio, egli fa estrarre dalla prigione il conte di

Pontieu. La moglie del soldano, quando lo vede, si sente commossa, e

altrettanto fa per il suo primo marito e per suo fratello. Un giorno li

scongiura di dire tutta la verità, e domanda loro che cosa è avvenuto

di colei ch'essi han detto essere stata la moglie dell'uno, la figlia

e la sorella degli altri. Il conte di Pontieu le narra tutta la storia

negli stessi termini coi quali l'autore l'ha già detta. Quando essa

ascolta la narrazione del delitto che ha voluto commettere la moglie

di Tibaldo, esclama, come se il suo sentimento di pudore femminile

bastasse a farle comprendere l'azione ispirata a un'altra donna da

questo sentimento: _«Ha! sire, bien sai por coi ele le vaut faire. —

Dame, por coi? — Chertes,_ fait ele, _por la grant honte que il avoit

veü que ele avait soferte et receüe devant lui._ Quant mesires Thiebaus

l'oï, si commenche a plourer mout tenrement et dit: _Halas! quel coupe

i avoit ele? Ja por chou piour semblant ne l'en eüsse fait, car che fu

mal gré sien. — Sire,_ fait la dame, _che ne cuidoit ele pas»_.[61]

D'altronde il conte di Pontieu e Tibaldo non dubitano che la loro

figlia e moglie non sia morta. «Ma, dice la sultana, sareste contenti

di sapere che vive ancora?» Entrambi assicurano che nulla potrebbe

recar loro gioia piú grande. «Quant la dame ot oïes lor paroles, si li

atendri li cuers, si loa Diu et en rendi graces a lui, et lor dist:

_Or gardés k'il n'i ait feintise en vos paroles._ Et il respondirent

et dirent: Dame, non a il. La dame commencha mout tenrement a

plourer, et lor dist: _Sire, or poés vous bien dire ke vous estes mes

peres, et je sui vostre fille, ichele dont vous presistes si cruel

justiche; et vous, messires Thiebaus, estes mes sires et mes barons;

et vous, sire vallès, estes mes freres»_. Questa scena non manca

certamente di patetico nell'estrema semplicità della forma; richiama

involontariamente il dialogo di Giuseppe con i fratelli in Egitto, e ha

valso in gran parte al nostro racconto l'interesse, che non ha cessato

di esercitare sin da quando è stato posto nuovamente in luce. — Qualche

tempo dopo, la donna trova il modo di evadere con i suoi conducendo

con sé il figlio che ha avuto dal sultano; si fa assolvere a Roma,

dove ritorna alla fede cristiana e rinnova il suo matrimonio, e tutti

ritornano nel Pontieu. Piú tardi il figlio del soldano d'Aumarie, che

è stato battezzato col nome di Guglielmo, sposa la figlia di Raul di

Préaux, potente barone normanno, e diventa signore di Préaux; il figlio

del conte di Pontieu muore giovane, e i due figli che Tibaldo ha avuto

da sua moglie dopo la loro riunione ereditano per conseguenza uno la

contea di Pontieu, l'altro quella di Saint-Pol. Intanto la figlia del

soldano era rimasta presso suo padre: «Elle crut en grant biauté et

mout devint sage, et fut apielee la Bele Caitive, por chou que sa mere

l'avoit laissiee ensi comme vous avès oï». Ella sposa «un Turc mout

vaillant», chiamato Malakin di Baudas, che la conduce nel suo paese e

«de chele dame ki fu apielee Bele Caitive fu nee la mere au courtois

Turc Salehadin, qui tant fu preus et sages et conquerans».[62]

La storia straordinaria della figlia del conte di Pontieu è uno dei

racconti medievali che sono stati piú presto esumati e ringiovaniti.

Nel 1679, il Citri de la Guette pubblicava sotto il titolo d'_Histoire

de la conquête du royaume de Jérusalem sur les chrétiens par Saladin_,

una traduzione in francese moderno, generalmente assai esatta, della

_Chronique d'outre mer_, con le due interpolazioni dell'_Ordre de

chevalerie_ e del nostro romanzo.[63] Da questo libro, con molta

probabilità, il comandante di Vignacourt prese l'idea almeno di una

parte importante dell'opera che pubblicò nel 1723 in due volumi: _Edèle

de Ponthieu, nouvelle historique._ Tuttavia egli conservò ben poca

cosa del vecchio racconto, e soppresse, per dire il vero, tutto ciò

che ne costituiva l'originalità e anche l'interesse.[64] La signora de

Gomez fu meglio ispirata nella sua _Princesse de Ponthieu_, che inserí

nelle due _Journées amusantes_:[65] salvo qualche lieve modificazione,

essa seguí l'antico racconto, che conosceva certamente per il libro

del Citri de la Guette. Non ne resta, al contrario, quasi nulla

nella tragedia del La Place, _Adèle, comtesse de Ponthieu_, debole

imitazione della _Zaïre_, rappresentata nel 1757;[66] quanto all'opera

del Saint-Marc, _Adèle de Ponthieu_, data nel 1776 e due volte posta

in musica, non ha assolutamente di comune con le due opere precedenti

altro che il nome dell'eroina.

Questo nome merita di fermarci un istante, perché ha indotto a

singolari conclusioni sul romanzo che esaminiamo. L'eroina del romanzo

è anonima nell'opera originale; tale è rimasta nel Citri de la Guette

e nella signora de Gomez, che ne ha fatto solamente una principessa.

A quanto pare, il comandante di Vignacourt ebbe per primo l'idea di

darle il nome di _Èdèle_, che il La Place ha imitato cangiandolo in

_Adèle_: questi due nomi non sono che la variante uno dell'altro,

ed entrambi erano poco in uso durante il sec. XVIII. Si trova nella

famiglia di Pontieu una _Adela_, figlia di Giovanni II e moglie di

Tommaso di Saint-Valeri alla fine del secolo XII: percorrendo qualche

genealogia, il Vignacourt avrà messo gli occhi sopra questo nome,

l'avrà trovato di suo gusto e l'avrà dato alla sua eroina, lasciando al

marito il cognome di Saint-Valeri, ma sostituendo al nome di Tommaso

quello piú decoroso d'Enguerrand. La tragedia del La Place, che ebbe

qualche successo, consacrò il nome d'_Adèle_ di Pontieu (sostituito da

lui a _Édèle_), e quando si riscontrò che effettivamente vi era stata

una Adela nella famiglia di Pontieu, si credette d'aver trovato la

prova che il vecchio romanzo non fosse senza fondamento storico, e,

seguendo il processo abituale in simili casi, si cercò di rinvenire

questo fondamento, eliminando dalla narrazione ciò che era troppo

evidentemente meraviglioso ed inverosimile. Il Louandre, nella sua

_Histoire d'Abbeville,_ dopo d'aver menzionato Adele, figlia di

Giovanni II di Pontieu e sposa di Tommaso di Saint-Valeri, aggiunge:

«Fu questa giovane e bella principessa che i briganti oltraggiarono

e che Giovanni fece precipitar nei flutti, credendo di cancellare in

questo modo l'affronto fatto al suo sangue.[67] Questa avventura,

cosí come la conosciamo, si è senza dubbio alterata e la finzione,

come nella tragica storia della dama di Coucy,[68] vi tiene posto piú

della realtà. Sia come si vuole, Adele è restata nel Ponthieu l'eroina

d'una tradizione celebre.[69] Il ricordo della sua sciagura, dopo aver

ispirato i trovieri del Medio Evo,[70] ha fornito il soggetto ad opere

in musica, a tragedie e a poemi per i verseggiatori moderni».[71] Il

Louandre avrebbe dovuto rammentarsi che il romanzo fa della figlia

del conte di Pontieu la bisavola di Saladino: essa avrebbe dovuto

dunque nascere verso il 1070,[72] mentre che Ale (è la vera forma

francese di _Adela_) di Pontieu nacque verso il 1160; del resto,

non si trova, beninteso nella: storia, alcuna traccia della tragica

avventura attribuita qui alla moglie di Tommaso di Saint-Valeri. Ciò

non ha impedito agli ultimi editori del romanzo del secolo XIII di

dire, citando il Louandre, che «nelle avventure della nostra eroina

non è tutto fittizio», e che essa ha esistito «sotto il nome di Adele

di Ponthieu, moglie di Tommaso di Saint-Valery e figlia di Giovanni I

di Ponthieu, durante la seconda metà del secolo XII».[73] Ahimè! anche

la sua esistenza, in quanto figlia unica d'un conte di Pontieu[74]

maritata a un Tibaldo di Domart,[75] non è reale piú delle sue

disgrazie, o dell'introduzione di tre figli nelle liste genealogiche

delle case di Pontieu, di Saint-Pol, e di Préaux: i valorosi Guglielmo,

Giovanni e Pietro di Préaux, questi fedeli compagni di Riccardo, che

combatterono cosí valorosamente contro Saladino, non sospettavano

affatto d'esser suoi cugini e d'avere avuto per avolo il figlio del

soldano d'Almeria!

La leggenda di Saladino · 第 1 / 5 段