I salotti di Torino. — Alla vigilia della guerra del 1859.

Il salotto Rorà a Torino. — Il salotto Alfieri. — Il salotto della

baronessa Olimpia Savio. — Carattere della società torinese.

— Incontro della principessa Belgiojoso con Camillo Cavour

nel salotto di Giulia Rorà. — Cavour e l'arciduca Massimiliano

d'Austria. — I salotti di Clara Maffei e di don Carlo D'Adda a

Milano. — Giuseppe Mazzini viene incognito a Milano. — Sue mire.

— L'_Histoire de la Maison de Savoie_ scritta dalla Belgiojoso. —

La Principessa recita con Ippolito Nievo. — Una memoranda sera al

teatro alla Scala. Gli ufficiali austriaci.

Virginia Visconti d'Aragona, risplendente d'una bellezza serbatasi

sino agli ultimi suoi giorni, avea sposato il marchese Bonifazio Dal

Pozzo, un gentiluomo dell'antica razza piemontese; era sorellastra

di Cristina Belgiojoso e madre della gentil contessa Vittoria

Tornaforte e del marchese Claudio Dal Pozzo. Grande artista nell'anima,

raffinatissimo nei gusti, il marchese Claudio trasformò la propria

antica villa d'Oleggio Castello in una dimora regale, in mezzo a un

parco sterminato, che declina verso il Lago Maggiore; e aprì a favore

del pubblico una lunga via maestosa che conduce ad Oleggio Castello.

L'altra sorellastra di Cristina Belgiojoso, la più giovane, la più

bella, Giulia, sposò il marchese Emanuele de Rorà, capo d'un'antica

famiglia piemontese, il quale, alleatosi alle idee del conte di Cavour,

accettò il posto di governatore di Ravenna e, più tardi, quello di

sindaco di Torino. Il marchese de Rorà s'innamorò di Giulia, vedendola

una sera nel teatro alla Scala di Milano.

A Torino, il salotto della marchesa Alfieri e quello della marchesa

Rorà erano i centri più frequentati da uomini politici e diplomatici,

con Camillo Cavour a capo. La marchesa Alfieri, nipote del grande

ministro, ne portava con signorile onore l'inclito nome. Ragguardevole

era anche il salotto della baronessa Olimpia Savio (madre dei

due valorosi Emilio ed Alfredo Savio entrambi morti nelle guerre

dell'indipendenza e cantati sì mestamente da Elisabetta Browning nel

canto _Mother and Poet_, madre e poetessa): il salotto della Savio

era alquanto riservato, e non solo patriottico, ma anche letterario,

illuminato dalla gloria di Giovanni Prati, che lo frequentava. Olimpia

Savio, bella gentildonna dai ricchi riccioli pioventi, e che, vecchia,

vidi inondare di lagrime disperate un sasso, ch'ella serbava come santa

reliquia (sasso colorato del sangue prezioso d'uno de' suoi figli

caduto in battaglia) era gentil poetessa, degna madre dell'ardente,

soave e indimenticabile baronessa Adele, che inspirò sì gentile

passione al duca di Castromediano; il _bel duca bianco_, martire delle

galere borboniche, morto indegnamente negletto dalla patria, e del

quale parla anche Paolo Bourget nelle _Sensations d'Italie_.

La società aristocratica torinese serbava forme più rigide che quella

di Milano. Massimo D'Azeglio ritrae ne' _Miei Ricordi_ (con un'evidenza

degna del Molière e del Goldoni) un dialogo della società patrizia

torinese più severa: dialogo ch'è la biografia di quel vecchio mondo,

orribilmente scandalezzato all'annuncio che lui, un marchese d'Azeglio,

s'era messo a fare il pittore!...

La società torinese vivea divisa nel vecchio partito legittimista,

ostilissimo alle idee liberali di Camillo Cavour. La marchesa

d'Arvillars, la marchesa di Cortens, e la contessa di Robilant (madre

del mutilato di Novara, ministro del regno d'Italia) primeggiavano in

quella rocca feudale, che non mancava di certa grandezza. A Torino, si

notava anche un'aristocrazia nemica dei Lombardi; ma non era, forse,

la più intelligente. Il partito dominatore era quello degli uomini

politici e militari, direttori della pubblica cosa.

Alcune dame francesi avean fissata dimora a Torino per le nozze

contratte. La baronessa di Villanova nata de Coriolis, la contessa

Berton de Sambuy nata de Chabrol, brillavano nella prima schiera. La

marchesa Ternengo era “la plus charmante et la plus blonde des veuves„

ricorda un diplomatico francese; il quale racconta che la marchesa

d'Aglié, nata Boyl, e le contesse Mestiatis e de Cardenas allestivano

rappresentazioni da _salon_, delle quali i proverbii di Alfredo de

Musset facevan le spese.[143]

Nel salotto della marchesa de Rorà, potevano penetrare soltanto le

signore d'una nobiltà autentica: ma vi andavano anche signori non nati

nobili, purchè celebri per valore militare o per ingegno.

La principessa Cristina Belgiojoso alloggiava più volte presso la

brillante sorella Giulia e si trovava con Camillo Cavour, col generale

Lamarmora, con tutta una corona di grandi, ai quali dobbiamo, in

buona parte, la nostra indipendenza. E fu là, al raggio di Camillo

Cavour (ch'ella avea conosciuto e ricevuto nel proprio celebre salotto

di Parigi), fu là, nelle sale della sorella Giulia, che Cristina

Belgiojoso s'accese di nuove simpatie per Casa Savoja. L'infelice

Carlo Alberto era tristemente sparito dalla scena d'Europa, in esilio,

lasciando il trono a Vittorio Emanuele II; leale figura di soldato,

di re, e accortissimo diplomatico, circondato da uomini di singolar

valore, saldissime tempre, maschie figure devote al dovere, al

sacrificio.

La principessa Cristina non bramava altro che la libertà,

l'indipendenza d'Italia, poco o nulla importandole che si conseguisse

(finalmente!) con questo o con quel partito, con questi uomini o con

quelli. Era stata mazziniana, quando tutt'i liberali della prim'ora

confidavano nel Mazzini: divenne monarchica e sabauda, quando molti

con lei fidavano in Carlo Alberto; ridivenne mazziniana quando vide

Carlo Alberto debole e irresoluto, e il Mazzini a capo d'una repubblica

romana bene o male costituita; e tornò ad abbandonare il Mazzini

quando scorse il nuovo funesto errore della tentata insurrezione del 6

febbrajo 1853 a Milano, per tornare di nuovo monarchica e sabauda, al

cospetto di un gran re, Vittorio Emanuele II, e d'un grande ministro,

Camillo Cavour. Monarchica, sabauda; ma _italiana_ sempre!

La principessa Cristina teneva frequenti colloquii con Camillo Cavour

sulle condizioni politiche della Lombardia, che, specialmente dopo

il 1853 impegnavano quasi tutto il pensiero e l'attività dell'insigne

ministro. Li teneva, nelle prime ore del mattino in casa Rorà, o nella

villa di Campiglione presso Pinerolo, villa sontuosa dei Rorà. Camillo

Cavour voleva essere informato di tutto; e nulla gli sfuggiva.

La Lombardia passava, allora, un momento assai pericoloso. Dopo

il tragico tafferuglio mazziniano del 6 febbrajo, eran successe le

vendette austriache. Il più stretto e più insensato stato d'assedio

venne inflitto alla città, con obblighi odiosi e stolti imposti a

intere classi della cittadinanza, come quello fatto ai proprietarii

di tenere accesi tutta la notte i lumi alle finestre delle loro case,

temendo che, in una nuova insurrezione, venissero dagl'insorti spenti

i fanali per lavorare di coltello con più agio nelle tenebre....

E impiccagioni, senza processi, nel castello; e, poichè vennero

a mancare le corde, fucilazioni, e anche d'innocenti! Sequestrati

tutt'i beni dei profughi; e i nefandi processi di Mantova; e là altre

forche! Rigurgitavano d'intemerati patrioti le carceri e le fortezze

dell'impero. Spie dappertutto: agguati, sospetti, spade, fucili,

polveri, cannoni, odii, vendette dappertutto: il regno del terrore.

E, dopo, d'improvviso, gran mutamento di scena. Amnistia, perdoni;

tolti i sequestri; promesse di miglioramenti nelle amministrazioni; e

mani austriache tese per stringere quelle degli italiani. Ma le destre

degl'italiani stringevano invece il fucile per combattere un'altra

guerra, la decisiva guerra dell'indipendenza.

Il governo di Vienna ebbe un'idea abilissima. Mandò nel regno

Lombardo-Veneto il giovane arciduca Massimiliano per conciliare gli

animi. E il seducente principe d'Absburgo, entrato in Milano colla

giovane, bella sposa, Carlotta del Belgio, si gettò subito a una

vasta opera di pacificazione, di concordia, di affetto tardivo....

ahimè quanto tardivo!... Si desidera sapere fino a qual punto arrivò

l'intelligente e geniale generosità dell'arciduca Massimiliano, che

doveva finire poi così lugubremente sotto il piombo messicano?... Nella

loggia del Palazzo ducale a Venezia, si stavano collocando i busti dei

veneziani più illustri; e Massimiliano d'Austria fece erigervi il busto

del doge Andrea Gritti, che avea tanto combattuto un altro Massimiliano

d'Austria, l'imperatore Massimiliano I, promotore della famosa Lega

di Cambrai contro la Repubblica di Venezia! Il busto del doge Andrea

Gritti (opera dello scultore Luigi Borro), reca quest'epigrafe dettata

dallo stesso arciduca Massimiliano: “ANDREA GRITTI — PROVVEDITORE

POI DOGE — SCIOLSE LE SPIRE DELLA LEGA MACCHINATA IN CAMBRAI.

— MASSIMILIANO I RESPINSE — E DA UN DISCENDENTE DELL'OSTEGGIATO

MONARCA — EBBE QUI ONORE D'IMMAGINE — NATO NEL 1454, MORTO NEL 1538

— DALL'ARCIDUCA FERDINANDO MASSIMILIANO D'AUSTRIA.„ — Si poteva

immaginare tratto più cavalleresco e più simpatico?... Come resistere

a omaggi tanto amabili resi ai nostri grandi?... Eppure, tranne rare

eccezioni di alcuni, che troppo amaramente scontarono le proprie

illusioni, i Lombardi e i Veneti (gloria a loro!) seppero resistere.

Camillo Cavour aveva ben ragione di temere di quest'uomo, che, come

Alessandro Manzoni diceva di Massimo d'Azeglio, era “nato seducente.„

Tanto più ne temeva, poichè allora, proprio allora, il grande ministro

apriva trattative con Napoleone III per un ajuto delle armi francesi

alle armi del Piemonte, affine di espellere una buona volta, e per

sempre, gli stranieri dalla terra lombarda e dalla Venezia.

Da Torino, Camillo Cavour mandava consigli, ch'eran ordini, a Milano,

perchè i Lombardo-Veneti non solo resistessero a tutte le belle

lusinghe arciducali, ma rispondessero con atti ostili ai sorrisi di

benevolenza e d'amicizia. Egli voleva a tutt'i costi infrangere il

sogno, che l'arciduca Massimiliano idoleggiava: quello di fondare un

regno lombardo-veneto, protetto dalle ali dell'aquila d'Absburgo,

ma autonomo, con ministri proprii, con amministrazione propria,

circoscritta nei confini della Lombardia e del Veneto. Il conte di

Cavour cominciò col mandare da Torino a Milano, Emilio Dandolo, il

fratello d'Enrico, morto ventenne all'assedio di Roma, e anch'esso

combattente in quella lotta sanguinosa. Camillo Cavour parlò a Emilio

Dandolo così: “Dite ai vostri amici che facciano mettere di nuovo

Milano in stato d'assedio! Tirate delle sassate alle sentinelle,

scrivete su tutt'i muri: _Viva l'Italia!_„ E, subito dopo, il conte di

Cavour inviò a Milano un altro patriota, il conte Cesare Giulini Della

Porta, uomo di forte senno politico, e ascoltatissimo, collo stesso

mandato: “Fate mettere Milano in stato d'assedio!„ Lo scopo del Cavour

era semplicissimo: far vedere all'Europa che l'Austria era un elemento

di disordine in Italia, e che doveva perciò esserne espulsa.

Quello fu un momento storico, vitalissimo per l'Italia; e il salotto

della contessa Clara Maffei, guidato dall'imperturbabile Carlo Tenca,

direttore del _Crepuscolo_, illustrato da Emilio Visconti-Venosta, da

Cesare Giulini, da Tullo Massarani, da Antonio Lazzati, da Giuseppe

Finzi.... quel salotto, focolare d'agitazione, oppose all'arciduca

d'Austria la resistenza più tenace, più inesorabile: diffondeva la

“parola d'ordine„ nella città, nella provincia, e, mercè Giovanni

Visconti-Venosta (fratello d'Emilio) e d'altri animosi, organizzava

con audacie incredibili l'emigrazione dei giovani delle città e

delle campagne; — incessante, grandiosa emigrazione nel Piemonte;

avvenimento, voluto anche questo da Camillo Cavour; il quale sperava

di porgere nuovo incentivo all'Austria perchè essa, per la prima,

dichiarasse guerra al Piemonte, sembrando così, agli occhi dell'Europa,

la vera provocatrice.[144]

E intanto avveniva un fatto glorioso, che la storia della civiltà

scrive a caratteri d'oro: Camillo Cavour e Napoleone III fondavano,

d'accordo, un nuovo diritto pubblico d'Europa: il diritto della

nazionalità. Fin dal 16 novembre del 1848, lo statista piemontese

lanciava sul _Risorgimento_, l'animoso giornale di Torino, sacrosante

parole che fanno pensare ai bei versi dell'Aleardi:

Iddio con immortali

Caratteri di monti e di marine

Ha segnate le patrie.

“La natura (scriveva il Cavour) ha voluto che le nazioni conservino

le loro autorità speciali, che rispettino a vicenda i confini, le

abitudini, le lingue, che si amino e non si fondano, che vivano

ciascuna da sè e non sieno violentemente accozzate e asservite.

Napoleone, il gran maestro di mezzi energici, credette che con

eguale facilità si potesse vincere una battaglia sul ponte di Lodi e

cancellare una legge della natura. Tutto gli arride un momento, e tutto

si piega davanti a lui. Distrugge i troni nemici e dispensa novelle

corone, calpesta le masse, ride de' sapienti, forza a suo modo fino il

commercio e l'industria; ma nel momento in cui pare vicino a stringere

nel suo pugno la monarchia universale, una manovra sbagliata sul campo

di Waterloo sopravviene a scoprire che tante fortune non erano se non

lo splendore di una meteora, trascorsa la quale doveva apparire la

verità semplice e nuda quanto l'isola di Sant'Elena.„

Ma non solo il salotto Maffei: un altro salotto milanese, quello di

don Carlo d'Adda, l'incrollabile sabaudo, spiegava la politica della

resistenza.

Il padre di Carlo d'Adda era uno dei tanti figli di Febo d'Adda,

al quale Giuseppe Parini consacrò l'ode _Alla Musa_. Devotissimo

all'Austria, avea sposata la figlia d'un eccelso personaggio austriaco.

Ma, non ostante l'educazione imperiale, Carlo d'Adda seguì le

tradizioni del patriziato liberale lombardo, onorato da un Federico

Confalonieri e dagli altri patrizii del _Conciliatore_. Alto, magro,

come Massimo d'Azeglio, risoluto come l'autore d'_Ettore Fieramosca_,

Carlo d'Adda diceva ciò che avea nel cuore: pensava ad alta voce.

In Carlo Alberto, egli tenne fede, anche allora che questo “Amleto

dell'indipendenza„ come per primo lo definì il Mazzini, ondeggiava

in un nuovo cupo monologo d'“essere o non essere„. Immaginarsi con

quanto ardore Carlo d'Adda si pose all'opera allorchè dal figlio di

Carlo Alberto e da Camillo Cavour trasse sicuri affidamenti per la

liberazione d'Italia! Come nel salotto Maffei, si raccoglieva l'alta

borghesia e parte dell'aristocrazia lombarda intorno al Tenca e alla

contessa Clara; così, nel salotto d'Adda, in via del Giardino (ora

via Alessandro Manzoni) si raccoglieva quasi la stessa società,

intorno a don Carlo d'Adda e a donna Mariquita d'Adda, figlia del

principe Pio Falcò, spagnuola di nascita, rara bellezza, dai bruni

capelli opulenti. Il salotto d'Adda non contava i martiri del salotto

Maffei; ma era quello che respingeva inesorabile gl'inviti alle feste

di Corte che, con grazia, inviava a quei cavalieri e a quelle dame

l'arciduca Massimiliano. Nel salotto Maffei, si cospirava più pensosi

che ridenti: nel salotto d'Adda, si cospirava fra le celie di buon

genere. Nei bellissimi occhi della piccola, esile contessa Clara

Maffei, lampeggiava il fuoco del patriottismo a tutta prova; ma quegli

sguardi si velavano anche spesso di lacrime al pensiero dei cari amici

incarcerati nelle fortezze dell'Impero austriaco: ella sentiva tutt'i

dolori degli altri, e soffriva ancor più se non poteva consolarli.

Donna Mariquita d'Adda, al pari del marito Carlo, respingeva le

tristezze, e brillava per lo spirito caustico che passava la pelle:

una vera Clorinda delle facezie originali e pungenti, ch'ella lanciava,

come dardi, contro i nobili irresoluti, contro coloro che ondeggiavano

fra la volontà del Cavour e le lusinghe di Massimiliano. Nella sala

di casa d'Adda (sala rossa, il cui color fiammante si confondeva col

colore della perla) si riunivano anche parecchi eminenti patriotti

del salotto Maffei, Emilio e Giovanni Visconti-Venosta, Cesare

Giulini, Ruggero Bonghi, Emilio Dandolo; i quali si scambiavano la

parola d'ordine con Carlo d'Adda, col marchese Carlo Ermes Visconti.

— Alberto Visconti d'Aragona e i Trivulzio, i Trotti, i Litta, i

Somaglia, i Resta.... tessevano concordi con essi una vasta, fitta

rete di cospirazione, della quale ogni filo era pensato, coordinato,

diretto a uno scopo ben preciso. E quali somme si versavano per ajutare

l'emigrazione, che crebbe come le onde d'un torrente e divenne un

fiume! I giovani della miglior società diedero il buon esempio, e

partirono, pronti alla guerra.

Ma, anche in quest'opera abilmente politica e necessaria, Giuseppe

Mazzini intervenne per iscompigliare le fila di Camillo Cavour.

L'agitatore disapprovava l'emigrazione e voleva fermarla per non

privare (egli andava dicendo a Benedetto Cairoli e ad altri fidi) la

Lombardia di giovani braccia, atte a una nuova rivolta!... Non era

dunque ammaestrato abbastanza da tanti disgraziati, lagrimevoli suoi

tentativi?... Pur troppo, non s'accorgeva delle verità che gli andava

ricantando Gustavo Modena, così devoto a lui, ma così sincero!...

Volendo alludere a tutt'i tentativi infelici, a tutt'i funesti errori

mazziniani, il sommo attore definiva l'agitatore ligure con una delle

sue solite beffarde parole: lo chiamava _pesta-l'-acqua_.

Intanto il Mazzini volle penetrare, sotto mentite spoglie, a Milano

per impedire qui, sul posto, l'emigrazione in Piemonte di Casa Savoja.

La polizia austriaca seppe subito della venuta dell'agitatore; ma

non fu capace di scoprire dove ei si fosse annidato. E come potea,

essa, infatti, sognarsi che il temuto rivoluzionario se ne stava a

Milano, protetto da un impiegato della stessa polizia?... Il Mazzini

alloggiava, infatti, in via Lanzone, in casa del commissario di polizia

Zanetti, occulto amico dei nostri.

Quel grande, sventurato idealista, s'accorse alla fine che, contro

l'opera pratica di un Cavour, contro l'emigrazione crescente nulla

poteva; e disparve.

La principessa Cristina Belgiojoso, riacquistati gli averi, partecipò

largamente, come l'usato, al nuovo contributo patriotico. Tornata

a Milano, preferì d'abitare in mezzo a' suoi contadini di Locate,

operando anch'ella per raggiungere al più presto gli scopi di Camillo

Cavour. D'intesa col grande ministro (che il vecchio principe di

Metternich dal suo triste, silenzioso ritiro definiva il “solo

diplomatico d'Europa„) la principessa Belgiojoso cominciò a scrivere,

allora, in francese, una storia di Casa di Savoja, coll'intento di

rendere simpatica questa dinastia alla corte di Napoleone III e alla

Francia stessa, dove la causa italiana, tranne l'imperatore e pochi

altri, non risvegliava certo, allora, ardori eccessivi....

Il libro non potè uscire che nel 1860.[145] L'autrice dichiara

subito, nella prefazione, d'avere scritto questa storia collo scopo

di sostenere il proprio partito monarchico, e che non ebbe tempo

di cercare nuove fonti storiche, nuovi fatti, nuove circostanze: si

accontenta di riferire soltanto ciò che ha trovato in altri autori.

Nella Casa di Savoja, ella scorge una protetta del Cielo; una dinastia

prescelta dalla Provvidenza per compiere un supremo disegno di

giustizia.

Un critico italiano, che all'erudizione accoppiava la clemenza dei

giudizii e la genialità dello stile, Eugenio Camerini, profuse fiori di

lodi sull'_Histoire de la Maison de Savoie_ della Belgiojoso:

“La principessa si lascia andare alla corrente dei fatti, e così

i politici come i militari le vengono descritti con evidenza e

rara efficacia. Ai momenti solenni in cui l'italianità dei fini

di Casa Savoia emerge più chiara, ella li nota, tornando tosto

all'incanto delle sue narrazioni, che ci rinnovano una storia

cento volte detta. Un arguto scrittore, che tiene del Carlyle

(Carlyle un poco annacquato), ha preso lo stesso assunto che

la principessa, e si fece lodare poco in Inghilterra e nulla

in Italia. Egli non ha saputo vedere e rendere il drammatico

dei fatti, nè ha penetrato molto a fondo le loro ragioni.

Clorinda ha vinto Tancredi. Ma in questa donna si accoppiano con

mirabil tempre l'affetto, l'immaginazione e la perspicacia. La

Principessa ha il dono del raccontare. Ella, come la Gloricia

ariostesca, disegna in terra una nave, e la fa levare, nella più

splendida pompa e gloria a' suoi incanti.„[146]

E mentre di nuovo cospirava, mentre scrivea l'_Histoire de la Maison de

Savoie_, Cristina Belgiojoso, per rallegrare i mesti tempi, allestiva

nel teatrino della propria villa di Locate spettacoli di commedia,

ai quali invitava giovani dame e cavalieri della società milanese.

Recitava ella stessa, col poeta Ippolito Nievo!... L'autore di

racconti campestri ritratti dal vero, il più genuino dei manzoniani col

romanzo ciclico _Le Confessioni d'un ottuagenario_ portava riverente

ammirazione alla grande patriota; le era amico. Il Nievo s'arruolò

poi con Garibaldi e combattè coll'eroe sui colli lombardi; fu uno dei

Mille, e, a soli ventinove anni, sparì, naufrago, nelle profondità del

Tirreno. Burbero il suo aspetto, burbere le sue parole, burberi i suoi

modi; ma l'animo suo, sotto la rude scorza, chiudeva tesori di affetti

e di delicatezza. È curioso conoscere (non è vero?) un Ippolito Nievo

attore-dilettante alla vigilia della mitraglia, dell'olocausto!...

La principessa gli affidò la parte del protagonista nel _Sior Todaro

brontolon_, del Goldoni; parte che si adattava bene al Nievo; se non

che, questi, altissimo, toccava col capo il soffitto del teatrino di

Locate: un _brontolon_ lunghissimo; ma il solo che, come padovano,

pronunciasse a dovere il dialogo di papà Goldoni.

Oh, ma non commedie bensì tragedie, sanguinose tragedie erano ormai

imminenti sui campi lombardi!... Tutta l'aria fremeva di guerra.

L'arciduca Massimiliano partì colla sposa, richiamato a Vienna dalla

Corte, che, stretta ai vecchi diritti della corona, e gelosa, temeva

che Massimiliano raggiungesse il suo scopo, non più segreto, di

costituire un Regno Lombardo-Veneto, ponendosi egli a capo, egli re!...

E quello fu un bel momento d'esultanza per Camillo Cavour! Il grande

ministro del Piemonte diede una gran rifiatata; e rise ben di cuore al

nuovo errore grossolano, commesso dalla diplomazia di Vienna. Ritirare

un principe di generosi ideali, che avea già pensato a un ministero

d'italiani, a una _Gazzetta italiana_ e che, col tempo, avrebbe forse

vinto molte ostilità!... Quale sbaglio politico per l'Austria! e quale

fortuna per l'Italia! E il Cavour trascinava intanto Napoleone III alla

guerra dell'indipendenza italiana!...

Una memoranda sera avemmo nel teatro alla Scala. Si rappresentava

_Norma_ del Bellini. E _Guerra! Guerra!_ si canta nel magnifico coro

fremebondo. E _Guerra! Guerra!_ urlano tutt'i nostri nella platea,

nei palchi, alzando e agitando minacciose le braccia verso la loggia

di proscenio, a destra, dove sta seduto il generale austriaco Gyulai;

il qual Gyulai di scatto balza in piedi, e, pestando la sciabola

contro il pavimento, urla anch'esso, inferocito, _Guerra! guerra!_

— e tutti insieme scattano in piedi gli ufficiali austriaci dalle

bianche tuniche, che, per vecchio uso, occupano serrati le due prime

file di poltrone nella platea; e battono anch'essi furiosi le punte

delle sciabole contro il suolo, gridando unanimi _Guerra!_... Ed

è un fragore, un uragano di urli, di trombe, di colpi di tamburi,

un inferno; e _Guerra! Guerra!_ si ripete ancora da tutti. Sì:

_guerra!_... Ecco Magenta!

La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato · 第 28 / 75 题