La Belgiojoso in Oriente e gli arem.
Perquisizioni austriache. — La scoperta d'un cadavere. — Funebri
leggende. — La Principessa in Grecia. — Malumori fra i Greci per
alcuni articoli della viaggiatrice. — A Costantinopoli e presso
Angora. — Negli arem. — Donne d'Oriente. — Nuovi viaggi della
Principessa e peripezie notturne. — Gerusalemme. — Un servo tenta
d'assassinare la Principessa. — Le ferite. — Lavori d'ago. —
Scritti della Principessa nella _Revue des Deux Mondes_. — Suoi
nuovi libri.
Cristina Belgiojoso, lasciata l'Italia, viaggiava verso l'Oriente per
fuggire le persecuzioni del Governo austriaco, inferocito contro i
patrizii milanesi che s'erano messi a capo della rivoluzione.
L'11 dicembre del 1848, il maresciallo Radetzky sottopose a
“contribuzione straordinaria„ tutti coloro che avean guidata la
rivoluzione di Milano o che vi aveano cooperato “con mezzi materiali
od intellettuali„. Gravi contribuzioni di denaro: l'Austria,
dissanguata dalla guerra, ne aveva, infatti, bisogno!... E, poichè
Cristina Belgiojoso non si trovava a Milano per contar sulle palme
degli esattori le somme volute, il Governo austriaco se ne rifece,
appropriandosi in larga misura le fortune di lei; vale a dire in
corrispondenza delle 800,000 lire inflittele quale tassa.
E cominciarono da parte della polizia accanite perquisizioni nei
palazzi, nelle case, nelle ville, nelle botteghe, persino nelle
chiese: si sospettava che vi fossero celate polveri ed armi. E la
polizia irruppe anche nella villa della principessa Belgiojoso a
Locate; villa ch'era custodita da un ottimo famiglio. I poliziotti
frugarono dappertutto, non trovando ciò che speravano: ma, nell'aprire
un armadio, ecco vedono là, dentro, il cadavere d'un uomo vestito di
nero....
Essi immaginano subito un delitto. Afferrano pei polsi il famiglio,
e lo tempestano di domande, supponendolo colpevole d'un assassinio.
Il poveretto è in preda a spavento indescrivibile: egli è mortalmente
atterrito vedendo quel cadavere, dinanzi al quale le guardie lo tengon
fermo perch'egli non insista nei dinieghi al cospetto della vittima
sua. Ma egli non ne sa nulla, proprio nulla: mai avrebbe sospettato che
là, dentro quell'armadio della villa, vi fosse un morto.... Come mai
egli sarebbe passato senza sgomento tante volte dinanzi quell'armadio
chiuso?...
Il poveretto giurava per tutti i santi del cielo, per tutti i troni e
le dominazioni, che nulla sapeva.... Ma i poliziotti non gli credevano.
Arrivò gente del borgo, e allora qualcuno esclamò meravigliato:
— Ma questo è il cadavere del signor Gaetano Stelzi, che veniva qui
qualche volta!...
— Sì! sì!... del signor Gaetano Stelzi! — borbottò l'arrestato,
grandemente sorpreso: — Ora lo riconosco! È lui!...
E altri:
— Come mai? Lo Stelzi?... Ma se lo abbiamo visto seppellire qui, nel
cimitero di Locate?...
Il povero servo fu tenuto, intanto, in arresto, e si ricorse al
parroco, don Giosuè Brambilla, sacerdote liberale, che godeva di tutta
la fiducia della Belgiojoso. Nei registri parrocchiali si leggeva (e
si legge ancora) che _Gaetano Stelzi, figlio di Gioachino e di Teresa
Regondi, morto a Milano, era stato seppellito nel cimitero di Locate il
19 giugno dell'anno 1848_.
— Eppure, quello è il cadavere del signor Stelzi! — ripetevano, sempre
più convinti, i terrazzani. — Non possiamo sbagliare!... È lui!
E altri ancora ansiosi e sempre più stupefatti:
— Ma, allora, chi è sepolto nel cimitero?...
Quel cadavere, d'un uomo altissimo, consunto dalla tisi, con piccoli
mustacchi biondi cascanti, era imbalsamato.
Le autorità si recarono al piccolo camposanto di Locate, insieme
col dottor Zuffi, e fecero disseppellire la bara, dove, secondo le
indicazioni del fossajuolo, doveva esser sepolto Gaetano Stelzi....
La bara vien tolta dalla fossa e portata all'aperto.... La curiosità
si dipinge vivissima sui volti degli astanti.... Il feretro viene
schiodato con ogni cura, e spalancato.... Ma, invece d'un cadavere, che
cosa mai si vede entro la cassa?... Un tronco d'albero!...
Ma come era avvenuto il seppellimento del tronco d'albero? E com'era
avvenuto il trasporto del cadavere imbalsamato di Gaetano Stelzi fino a
Locate?... Come era stato posto nell'armadio?... E da chi?... Il tronco
d'albero andò a finire su un camino, e la povera salma imbalsamata
venne seppellita, finalmente, nel posto del tronco!
Nel generale scompiglio del 1848, tutto era possibile. Le verificazioni
ufficiali, le vigilanze.... tutto era in balìa degli eventi, del caso.
Quel Gaetano Stelzi era un povero giovane milanese, che lavorava
colla Belgiojoso al _Crociato_: era dottore in leggi, colto, gentile
di modi e d'ingegno. Consunto da tisi, l'infelice, a soli ventisette
anni, spirò a Milano il 16 giugno del '48: spirò d'improvviso, per uno
sbocco di sangue, nella casa in via Borgonuovo n. 1531 (ora n. 20),
davanti all'esterrefatta principessa, la quale, non volendo che la
morte distruggesse rapidamente quel volto, ordinò a un operatore che ne
arrestasse per il momento la decomposizione, finchè il cadavere potesse
essere sepolto; e quell'operatore, illudendosi di eseguir cosa ancor
più gradita alla principessa, lo imbalsamò addirittura!... L'operatore
non fu Paolo Gorini di Lodi, come si disse. Povero Paolo Gorini, che
mi raccontava un giorno commosso quanta gratitudine egli serbasse
alla Belgiojoso, perchè ella lo avea fatto andare a Parigi e ajutato
con denaro per le ricerche ch'egli tentava sulle imbalsamazioni, per
il suo forno crematorio, per la sua teoria dei vulcani!... Povero e
buon Gorini! Emunto, pallido alchimista del medio evo, slanciato dalla
capricciosa Natura in pieno secolo decimonono!... Egli era proprio
innocente dell'imbalsamazione del dottor Gaetano Stelzi!...
Sul fatto, non è possibile fissare alcuna affermazione, perchè mancano
precisi documenti. La storia ci racconta di Giovanna la pazza, che
viaggiava col feretro dell'adorato marito, Filippo il Bello; ma la
sventurata era demente!... La principessa, benchè scossa da terribile
affezione nervosa, acuita in quella sua febbril vita d'agitazioni
politiche, non era certo una demente. Si aggiunga ch'ella aveva orrore
della morte; aveva terrore degli spettri; i racconti di fantasmi le
mettevano i brividi; per paura che le comparissero le ombre dei morti,
dormiva sempre con molti lumi accesi nella camera, o meglio, di notte,
non dormiva, potendo far proprio il verso del Leopardi:
Per assidui terrori io vigilava.
È quindi inverosimile ch'ella si tenesse per più settimane il cadavere
imbalsamato del misero Stelzi in casa (come si disse); e che, partendo
ella da Milano, lo facesse clandestinamente trasportare a Locate, nella
propria villa, coll'ordine che fosse chiuso a chiave in un armadio,
per poterlo ritrovare a tutto agio al suo ritorno dall'Oriente; è
inverosimile ch'ella stessa abbia ordinato di seppellire un tronco
d'albero in luogo della salma dell'infelice degno di tanta pietà;
perchè ricorrere a sì lugubre e turpe commedia, a tal profanazione
d'un luogo sacro, ella che abborriva dagl'ignobili sotterfugi? ella
che nutriva nell'animo sentimenti religiosi?... Certo, il funebre fatto
pareva un macabro racconto del- l'Hoffmann, del Poe, della Radcliffe; e
le fantasie si sbizzarrirono a ricamarvi su le più truci variazioni, ad
aggiungervi frangie.... non di seta.
La principessa parti per l'Oriente colla gentile figliuola Maria, che
le era nata il 23 dicembre del 1838 a Parigi. L'accompagnavano pure
alcuni clienti, i quali le formavano intorno una specie di guardia
del corpo; ma, a poco a poco, si sbandarono per via, e soltanto pochi
ebbero la lena di seguirla fino nell'Asia.
La Belgiojoso visitò prima Malta, poi la Grecia. Visitò i luoghi
resi sacri dal mito e dalla storia ellenica; ma il suo spirito,
sbattuto dalle subite agitazioni politiche, non provò le emozioni
che si aspettava. Ella stessa lo dice nel grosso libro _Asie Mineure
et Syri_e.[132] Confessa che ad Atene e a Maratona provò, con suo
rammarico, l'identica delusione provata a Roma. Ella non s'accendeva
d'entusiasmi per le memorie grandiose; le vestigia del passato
glorioso la lasciavano fredda; eppure, anche agli spiriti angusti
quelle memorie, quelle vestigia parlano un'alta parola!... Quando
la principessa si trovò sul piano di Maratona, pensò forse che, in
greco, questo nome significa “campo di finocchi„ e oscurò così, col
nome ridicolo, la cosa sublime?... Certo non pensò alla gloria degli
Ateniesi e dei Plateesi trionfatori dei Persiani in una battaglia
immortale. Ella scrive:
“Je me souviens encore d'avoir envié dans la plaine de Marathon
l'émotion que le souvenir de Thémistocle éveilla chez un de mes
compagnons de voyage. Cet homme, lettré et intelligent, avait pourtant
l'esprit plus positif que poétique. Je vis une larme rouler sur ses
joues; et pour moi, je l'avoue à ma honte, tout ce que je pus noter en
visitant Marathon, c'est qu'il faisait bien chaud ce jour-là.„[133]
Dei Greci moderni, la principessa non riportò liete impressioni, e,
sincerissima qual'era fino al punto di manifestare la verità, tutta
la verità, anche se sapeva che altri eran pronti a punirla del suo
coraggio, mandò al _National_ di Parigi articoli che ai discendenti
di Temistocle e di Botzaris non parvero certo corone d'alloro. A lei
dispiaceva che quella Grecia, la quale avea dato, nel 1821, per la
prima l'esempio di una sollevazione generale contro la tirannide,
sostenendo per nove anni la più eroica resistenza, non avesse, nel
concorde sollevamento europeo del '48, offerto la propria spada o
espresso almeno efficaci simpatie per popoli che aspiravano a dignità,
a indipendenza. L'esule italiana ricordava quali umiliazioni, quali
amarezze i Greci aveano inflitto al nobile Santorre di Santarosa e ad
altri italiani, accorsi con lord Byron a difenderli: perciò, scrivendo,
non misurava i colpi e le parole. Ell'accusava anche gl'italiani di non
aver fatto di più, ben più, per la patria: biasimava i romani, perchè
erano rimasti a guardare tranquilli, indifferenti, i fratelli d'altre
provincie italiane che morivano per Roma.
Ne successe un pandemonio. I giornali d'Atene (specialmente il
_Courrier d'Athènes_) scagliarono sulla viaggiatrice italiana ogni
sorta di vituperii. Un Francesco Gherardi scriveva, il 18 ottobre
del 1850, al buon Pietro Vieusseux a Firenze una lettera in cui parla
appunto di quell'esasperazione:
“Non ho parole per esprimere l'esasperazione che hanno prodotto fra
i Greci quelle lettere della Belgiojoso al _National_ di Parigi; e di
tale esasperazione si risentono tutt'i greci, che hanno parlato della
Belgiojoso con molta vivacità; e non è stata risparmiata neppure dai
giornali più moderati. Vi spedisco uno di tali giornali, nel quale
troverete la protesta di questa emigrazione, tradotta in greco. Il
direttore di quel giornale era amico della principessa; nondimeno,
vi ha scritta una nota per essa poco lusinghiera; figuratevi cosa
hanno scritto quelli che non le erano amici! Col futuro corriere
ordinario, vi manderò altri giornali greci che trattano di questo
doloroso argomento. Gli amici della Belgiojoso devono consigliarla
a ritrattarsi; altrimenti, anche per le cose dette sui romani, è una
donna perduta nell'opinione di tutti.„[134]
Immaginarsi se una principessa Belgiojoso poteva turbarsi dinanzi a
una bufera! Immaginarsi se Pallade Minerva si sarebbe ritrattata! Ci
par di vederla freddamente sorridere, e continuare il suo viaggio verso
Costantinopoli....
E la principessa lascia colla figliuoletta Maria, anche la Grecia, per
l'Oriente asiatico, al quale si sente attratta da costumi diversi, ma
più da un bisogno di raccoglimento, dopo tante prove tumultuose. Ella
sbarca a Costantinopoli. Da Costantinopoli passa nell'Asia Minore, e
sceglie a propria fissa dimora la valle di Ciaq-Maq-Oglou, che vuol
dire “figlio della pietra da fucile„ lontana alcune giornate dalla
città d'Angora, sì famosa per le capre, pei conigli, pei gatti. Ed ivi
la principessa acquista subito un latifondo, un _ciflik_ (come dicono
là) collo scopo di trarne dovizie.
Ella spiega le sue proprie speculazioni in una lettera bella ed
espansiva alla marchesa Luigia Visconti d'Aragona, nata Monticelli;
la parente da lei sempre amata, sposa del fratellastro suo, marchese
Alberto. In quella lettera, Cristina sospira al lontano Oleggio
Castello, presso il suo maestoso, dolce Lago Maggiore; vi sospira, con
rimpianto d'esule....
“_Ciaq-Mag-Oglou. (Asia Minore)_
“_13 agosto 1851._
“_Cara Gigia,_
Mi tengo fortunata che Alberto possieda una compagna più di lui attiva
e dotata di più salda memoria; chè, altrimenti, dovrei rinunziare ad
avere sue e tue nuove. Ti ringrazio, dunque, e ben di cuore, per la tua
letterina.
“I particolari che mi dài delle tue gite ad Oleggio Castello mi hanno
fatto battere il cuore; e s'io potessi prendere ad imprestito le ali di
una delle rondinelle che annidano nella mia casa, non tarderei a farti
una visitina in quel delizioso e, per me, prediletto soggiorno.
“Chi sa? Forse Dio mi tiene in serbo una vecchiaja più quieta e più
serena che nol fu la mia gioventù, e se le forze mi si mantengono,
se posso ridurre questo mio sito in modo che la mia presenza più non
sia necessaria onde fargli produrre i frutti promessi, non tarderò a
rivedere l'Europa, e il primo luogo ove pianterò per un poco la mia
tenda (se lo _statu quo_ d'Europa persiste) sarà Oleggio Castello.
Di' ad Alberto che reclamo dalla sua ospitalità un pajo di camerette
in cui io possa contemplare il Lago Maggiore. Ma non debbo fermarmi
su tali pensieri che mettono in pericolo la mia pazienza e la mia
rassegnazione. Di me e dei miei progetti non ti ho ancora parlato,
sebbene tu mi esprima il desiderio di conoscerli. Ti dirò, dunque,
che ridotta come sono a mal partito pecuniario, pei tanti sacrifizii,
per le multe, le imposizioni, tasse, ecc., ho creduto di dovere
approfittare di una circostanza, che mi offriva per l'avvenire, o
piuttosto offriva a Maria qualche probabilità di fortuna. Ho dunque
comperato per _cinquemila_ franchi una tenuta che in Europa sarebbe un
ducato. Buona terra fertilissima, parte in pianura, parte in colli, in
monti, irrigate da un fiume e da varii canali. Le compere dei bestiami,
degli strumenti di lavoro, la costruzione d'una casa, di stalle,
granaj, pagliaj, ecc., mi costarono un poco più che la terra stessa; ma
è quasi un anno ch'io sto qui, e fra gli acquisti, la mano d'opera e il
mantenimento d'una numerosa famiglia, non ho speso ancora 20 000
franchi. Vedi, adunque, che la spesa è minima. Quanto all'entrata
che spero trarre da questa possessione, non so perchè sarebbe molto
inferiore a quanto ne trarrei se situata in Europa; poichè da qui a
Costantinopoli le mercanzie sono trasportate con poca spesa in quattro
o cinque giorni, ed a Costantinopoli tutt'i generi si vendono come in
Europa. Ho, per esempio, delle vostre risaje; e il riso costa qui circa
come a Milano. Io non penso ora che a coltivare la valle; ma se, col
tempo, riesco a coprire di viti i miei colli, il profitto può essere
immenso.
“Per realizzare, però, queste belle speranze, conviene ch'io qui
rimanga almeno sino a che ho trovato una persona sicura da mettere
alla direzione di questi lavori. Ma come meglio impiegare gli anni
dell'esilio, che a preparare a mia figlia una fonte di futuro
benessere?... Io mi felicito, dunque, della risoluzione da me
abbracciata; e spero che i miei sacrifizii non rimarranno senza frutto.
“Maria, intanto, se la gode. Il vederla così robusta e così felice,
è per me di somma consolazione. Essa si ricorda di te con affetto, mi
chiede spesso tue nuove e di suo zio, e vuole esserti rammentata.
“Siccome il pensare alla felicità di chi amo forma uno dei principali
miei conforti, così vorrei sapere se le conseguenze delle passate
agitazioni sono svanite.... Ricorditi di me, dammi tue nuove il più
sovente che puoi, e credimi sempre tua
“aff.ma sorella CRISTINA.„[135]
Abbiamo detto che quel podere, laggiù, si chiamava _ciflik_. In
Turchia, come in Albania, _ciflik_ significa villaggio con un
latifondo. Chi lo possiede deve oggi pagare fior di tasse al governo
ottomano. E alcune, allora, ne furono inflitte alla principessa. Ella
veniva, però, a patti coi capi turchi, contrattava sulle imposizioni,
e arrivava a riduzioni notevoli, pagando peraltro, a quei signori dal
fez, laute mancie, prezzo della loro accondiscendenza.
I parenti tentarono più volte di mandar soccorsi di denaro alla
principessa; ma inutilmente! Il denaro si smarriva per via o finiva
nelle saccoccie turche!
Mentre la principessa attende a' proprii interessi agricoli nel nuovo
possedimento, pensa al paese che si estende al di là delle sue terre;
e imprende colla figlia Maria un viaggio pittoresco, ma non scevro di
pericoli.
È il gennajo del 1852. La principessa parte dall'Anatolia, e, con
marcie faticose, a cavallo, interrotte da fermate più penose ancora,
arriva a Gerusalemme nella primavera.
In Siria (che non le pare rassomigliante alla Siria dei libri) penetra
negli arem e li descrive.... Ma, prima, traccia la storia guerresca
della vallata, dove dimora, detta _Ciaq-Maq-Oglou_; e da quella
vallata, preceduta da una scorta a cavallo, esce per entrare nella vita
nomade. Il borgo più vicino alla sua casa si chiama _Verandcheir_, che
vuol dire “città distrutta„; e ricorda eventi luttuosi. La principessa
è accompagnata, nel viaggio, da un cavaliere indigeno d'aspetto fiero
e selvaggio, il cui ricco costume (turbante verde, mantello bianco di
lana tessuta in argento) contrasta colla sua miseria.
L'ospitalità nell'Oriente, com'è noto, è sacra. Un mussulmano non si
consolerà mai d'aver mancato alle leggi dell'ospitalità, perchè il
_muzafir_ (ospite) è un “inviato da Dio„. Ma.... c'è un _ma_, assai
poco consolante. Il padrone della casa vi colma di cortesie; _ma_ se
voi non gliele pagate venti volte almeno, egli aspetta che voi siate
fuori dalla sua casa e che, per conseguenza, deponiate il sacro titolo
di _muzafir_, e vi butta addosso delle pietre.
Così racconta la principessa, che riconosce, peraltro, come vi sieno
turchi dal cuore semplice, buono, e alieni dalle pietre. Un vecchio
_mufti_ di Tcherkess è del bel numer'uno. Ella ne è ospite. Così ella
può osservare ben davvicino l'arem di lui, pieno di donne, di tenebre,
di confusione, di miasmi, di fumo. Donne e ragazzi, inquieti come
scimmie, si mescolano sui divani distribuiti attorno; e le stesse serve
nere (una folla!), quando sono stanche dal lavoro, si lasciano cadere
vicino, se non addosso, alle padrone, sui sofà stracciati e bisunti. Il
vecchio mufti di Tcherkess, non ostante i suoi novant'anni venerabili
(e ne dimostra sessanta appena), possiede parecchie donne, la più
vecchia delle quali ha trent'anni; e ha figliuoli di tutte le età, dal
bamboccio di sei mesi al vecchio di sessant'anni suonati. Di chi sarà
quel bamboccio?
Gli specchi nell'arem sono oggetti rari; perciò le donne si acconciano
consigliandosi l'una coll'altra; ma poichè le gelosie e le rivalità
non possono mancare nello stesso gineceo, i reciproci consigli
riescono malignamente falsi; e le acconciature, le pitture dei volti
ne risentono, presentando gli spettacoli più grotteschi e più orribili.
Sì, pitture; perchè le recluse dell'arem si dipingono disperatamente il
viso; si stendono il rosso sulle labbra, sulle guancie, sul naso, sulla
fronte, sul mento; e il bianco dove tocca tocca, quale riempitivo; e
l'azzurro attorno agli occhi, e sotto il naso. E siccome credono che la
bellezza della donna consista nel grand'arco delle sopracciglia enormi,
se le dipingono di nero, cominciando dalla radice del naso e terminando
alle tempie.
Non vi sono specchi, e non vi sono vetri. Le finestre, in luogo di
vetri, hanno carta oliata; ma dove persino la carta è oggetto di lusso,
le finestre sono addirittura soppresse; la luce penetra nell'arem dal
camino, che non oltrepassa l'altezza del tetto, ed è molto largo, come
quelli delle nostre vecchie case di campagna.
Con questi lieti colori la principessa descrive gli arem, nel principio
del suo libro; così suscita l'interesse con arte d'abile autrice.
Ma non sempre ella riesce a interessare vivamente il lettore. Il suo
stile procede troppo misurato. Nelle sue frasi risplende di rado un
raggio della gran luce d'Oriente che avvolge la sua fantastica figura
a cavallo. Poich'ella è una cavalcatrice imperterrita, una domatrice di
cavalli.
Un'altra viaggiatrice della Siria, l'inglese lady Ester Stanhope (colei
che, per qualche tempo, lavorò quale segretaria di suo zio Guglielmo
Pitt e figurò ospite amabile e dignitosa nei ricevimenti politici di
lui, a Londra), era intrepida domatrice di cavalli, come l'Ettore
di Omero; ma superava ella la principessa lombarda, allevata fra
cavalcatori passionati ed eleganti?
La principessa ama il cavallo e lo studia. Nel capitolo _Les montagnes
du Giaour_, descrive il mare di Siria con un nitore di frase che ci
ricorda l'autore della _Vie de Jésus_; descrive i cavalli che trottano
giocondi lungo la spiaggia. È un quadro fresco e delizioso.
La Belgiojoso s'inoltra nell'Oriente, e lo ama; ma, portata dal
suo spirito pratico d'osservazione, considera nell'Oriente le cose
tangibili, non certo i sogni aerei. Così, ad Angora, ferma l'attenzione
sulle capre dal pelo di seta, sui bufali, che altrove irrompon
selvaggi, ed ivi dimoran miti al pari dei buoi; sugli sciacalli che
vengono a bere, come arcadi innamorati, il latte sotto la vostra
tenda.... La principessa cavalca e cavalca giornate intiere: viaggia
nel fango, qualche volta nella neve, fra montagne tagliate a picco.
Passa la notte in poveri villaggi, sempre colla figliuola Maria.
Ed eccola in un villaggio _fellah_, e in un altro arem; ma, prima,
una torma di donne e di bambini viene a incontrarla sulla via per
presentarle omaggi come a una regina.
Un altro arem, adunque?... Diciamo pure: molti altri. Poichè v'è l'arem
del povero, quello della classe media, quello del riccone; l'arem della
provincia e l'arem della capitale; quello della campagna, e quello
della città; l'arem del giovane e del vecchio; del mussulmano pio che
rimpiange l'antico regime, e del mussulmano scettico, amante di riforme
e portante _redingote_. Ciascuno di questi arem ha il suo carattere, e
la principessa lo studia. È raro che il contadino sposi più donne. In
generale, sono poligami soltanto i contadini, i quali, nella loro prima
giovinezza, hanno sposato qualche vecchia che possedeva alcuni beni....
La principessa studia la famiglia turca, il cui scopo è d'avere il più
gran numero di figli, e stabilisce un confronto fra la donna georgiana
e la circassa: la prima è capace di tradire il suo signore, l'altra è
capace di farlo morire di noja; ma sono belle tutt'e due.
Non è agevole seguire l'ardita viaggiatrice in tutti i passi del
lungo suo viaggio; impossibile seguirla in tutte le considerazioni
intorno alle donne d'Oriente: convien leggere tutto il libro, che,
riguardo agli arem, è veramente prezioso, avendo potuto la principessa
vederli ben davvicino quei ginecei gelosamente custoditi; laddove
tanti viaggiatori ne parlano solo per averne udito discorrere come di
misteri, e inventano!
La Belgiojoso percorre lieta la valle d'Antiochia e s'inoltra
nell'Oriente arabo. Ed ecco Terra Santa: ecco le mura merlate di
Gerusalemme. E la credente si commove, piange.
“Au delà de ces murs, une ligne bleuâtre se confondant avec
l'horizon, indiquait la mer Galilée. Je donnai un moment à la
contemplation de ce grand spectacle, tumulte étrange se faisait
en moi: je sentais ma gorge se contracter et mes yeux se remplir
de larmes, comme si j'avais retrouvé une patrie plus ancienne
que celle d'où j'étais exilée. Chose étrange, cette sensation de
bien-être et de joie profonde ne me quitta pas pendant mon séjour
à Jerusalem. Cette arrivée dans une ville inconnue avait pour moi
tout le charme d'un retour„. (pag. 194.)
Verso Nazareth, la Belgiojoso viaggia ad alta notte, dopo accidenti
perigliosi. Giunta alle aride montagne della Galilea, i cavalli della
sua scorta sono infatti presi da una strana malattia. Non posson più
reggersi in piedi; l'occhio è smorto, la pelle fredda; le povere bestie
pajon vicine all'agonia. I cavallanti che li montano sono costretti
a condurli lentamente colle briglie; un malvagio tedesco del ducato
di Baden caccia avanti il suo, flagellandolo di bastonate. I cavalli
gemono; i cavallanti bestemmiano; così la principessa e la figlia Maria
procedono a stento, e, quando la notte cala tenebrosa, si trovano sole
col dragomanno e due servi: la scorta è rimasta indietro. E neanche
il dragomanno sa la strada. La principessa cade da cavallo, ma non
si fa alcun male. Fra i cavalli morti, vi è uno dei suoi favoriti; ed
ella dura fatica per istrappare il cadavere agli uccelli di rapina. La
pioggia scroscia furiosa nelle tenebre.
Giunta a Nazareth, la principessa, colla figlia, s'interna a cavallo in
una strada, e i suoi servi la fan fermare davanti a una casa d'aspetto
europeo. Un frate francescano sta sulla soglia con una fiaccola in
mano e porge alle viaggiatrici il ben venuto, in italiano, coll'accento
lombardo. Allora ella prova un moto di gioja nell'udir risuonare sotto
la vôlta d'un chiostro d'Oriente il saluto e le pie formule che sì
spesso aveva udite nelle campagne lombarde. Ella medesima confessa
ahimè! che Nazareth è per lei una “delusione„; che per quanto ella
evochi nell'intimo suo i grandi ricordi del Vangelo, rimane gelida:
“Rien ne réussissait à exciter en moi cet enthousiasme que tant d'âmes
d'élite avaient éprouvé en présence des mêmes lieux.„
Sono le atonie di spirito, che irrigidiscono talvolta chi è affetto da
sconvolgimenti nervosi; chi è sazio d'impressioni, d'emozioni febbrili,
di vicende esagitate. Ma le rive del Giordano, quelle acque che
passarono sul divin capo del Salvatore degli uomini, quella religiosa
solitudine toccano il cuore della viaggiatrice.
“Que de souvenirs se réveillent d'ailleurs sur les bords du Jourdain!
que de scènes! que d'images sont évoquées par ce seul nom!„
Nel lasciare Gerusalemme, si fa triste; sembra che un palpito
accompagni l'addio ch'ella manda alla santa città; ma non sembra
profondo. Mai la morte di Gesù, mai lo strazio di Maria, le umiltà
degli apostoli, il grido dei profeti, mai sono evocati da questa
donna, ch'è pur credente!... E dire ch'ella è vissuta un mese intero
a Gerusalemme; ha visitato i santuarii della città e dei dintorni,
Betlemme, il Monte degli Ulivi.... tutto. Uno dei fenomeni di
quello spirito singolare! Fenomeno; poichè un giorno confessava che,
all'uscire dall'_Opéra Italien_ a Parigi dove Mario, il gran Mario
cantava nel _Poliuto_ del Donizetti, ella si sentiva così accesa
d'ardor religioso che si sarebbe lanciata contro le fiere in un circo,
al pari degli antichi cristiani.
Molti viaggiatori (fra i quali il Lamartine) descrivono il Mar Morto
come un lago nero, lugubre e pestifero, dove i pesci non vivono, e
sopra il quale uccello non passa; una solitudine paurosa d'acque morte
e d'asfalto. La principessa, invece, descrive il lago maledetto come
uno specchio limpido che riflette i sorrisi del cielo; un bel lago
dai pesci vivaci e coronato d'arbusti in fiore sui quali cantano gli
uccelli; un lago, che le fa pensare a' suoi bei laghi di Lombardia.
Nel ritorno, la principessa si ferma a Tarso, presso un signor Rossi,
console sardo, marito d'una schiava nera del vicerè d'Egitto; e, a due
giornate da Tarso, la nostra viaggiatrice intrepida si sprofonda fra
le gole del monte Tauro dirigendosi verso Konia, dove è ospite d'un
pascià, nel cui arem deve a tutt'i costi dormire colla figliuola.
“.... J'eusse pu concevoir quelques inquiétudes, sinon pour moi, pour
l'enfant qui m'accompagnait, à la pensée d'être logée par ordre dans
le harem d'un pacha; mais je connaissais trop bien à cette heure la
réserve exquise et le respect inné des Turcs envers les femmes, pour me
laisser gagner par de semblables paniques.„[136]
Questo aureo pascià si chiamava Haffyz-Mehemmed, detto il sapiente. Era
un uomo amabile e di spirito, quanto un europeo della buona società. Il
pascià di Koniah si mostrò gentile colla principessa; e più ancora si
mostrò gentile con lei la bella, espansiva Malekha, una turca vedova
e libera, che la principessa trovò in visita presso due sue amiche,
principali spose del pascià. Ella parlò di letteratura, di fedeltà
conjugale, di dignità della donna; e le amiche sue, povere schiave,
piangevano dirottamente nell'udire i consigli di lei che insegnava loro
di minacciare addirittura il pascià se non si mostrava fedelissimo.
— Oh, sì! — le rispondevan le amiche in un concorde duetto, col volto
inondato di lagrime. — Avete un bel dire voi, che siete libera!
La principessa, dopo altre peregrinazioni fra i Kurdi (che descrive),
ritorna colla figlia nella sua pacifica valle dell'Asia Minore, dond'è
partita; vi ritorna senza aver subito brutti affronti, e sana, non
ostante le pioggie e i torridi soli sofferti, non ostante le fatiche
e le privazioni, attraverso paesi sconosciuti, fra genti diverse.
Ella risaluta con gioja il verde della vallata, il modesto suo tetto.
Arrivata a casa, si chiude nella propria camera per rendere a Dio
ferventi azioni di grazie; ma, nell'emozione, ella non può pronunciare
che queste sole parole: “Grazie, mio Dio!„
Nelle sue memorie, la principessa Cristina tace che andava, a cavallo,
alla caccia della tigre; tace d'un attentato del quale fu vittima nel
_ciflik_; tace delle atroci memorie che Napoleone Bonaparte e il suo
degno esecutore, generale Berthier, lasciarono nella Siria. Non era
una bell'occasione per lei di isfogare un risentimento?... Perchè il
Berthier (ricordiamolo pure) era il padre della duchessa de Plaisance;
di colei ch'era fuggita col principe Belgiojoso da Parigi. Ma la
principessa non arrivava mai all'odio: si fermava al disprezzo.
Una sera dell'estate del 1853, ella s'era appena ritirata nella
propria camera, quando un suo agente le fu addosso, e dicendole: _Muori
perfida, muori scellerata!_ la colpì con uno stilo, al basso ventre, a
una coscia, a una mano, che ella aveva teso per difendersi, e al seno,
e alla schiena. Il malfattore, certo Albergoni di Bergamo, fu arrestato
dagli altri servi accorsi alle grida della principessa e fu tradotto
in catene a Costantinopoli, donde ella, per le vive raccomandazioni
del marchese Antinori, lo aveva fatto venire. La Belgiojoso lo aveva
minacciato di licenziamento per la pessima condotta: perchè sospetto
ladro, beone, violento; e lo scellerato volle vendicarsi.
Sette ferite: per fortuna, non erano mortali. La principessa non si
smarrì di coraggio, e si curò da sè. Non ostante il sangue sparso, ella
(chi lo crederebbe?) si fece cavar sangue e coprir di mignatte....
Una delle ferite alla schiena, verso la nuca, la obbligò a tenere,
per tutto il resto de' suoi giorni, chinato il capo. Le altre ferite
all'addome rimarginarono presto; non così una al petto, che, da
allora, la fece respirare con fatica affannosa. Ma a poco a poco ella
si riebbe, e tornò ai lavori da' quali traeva la vita; poichè il suo
podere asiatico nulla le produceva, e la povertà molte privazioni le
faceva soffrire.... Si vide, allora, la ricchissima gentildonna dei bei
giorni ricorrere anche ai sussidii dell'ago per vivere colla figliuola
in pace. Colla figlia Maria eseguiva fini ricami, che poi vendeva ai
mercanti di Costantinopoli. Per trarre altri guadagni, scrisse molti
articoli sui giornali, sulle riviste inglesi e francesi: francesi
di Parigi; inglesi di Londra e di Nova-York. Narrava impressioni di
viaggi; componeva novelle; ricordava la rivoluzione, le sventure,
le speranze d'Italia. Oltre i _Souvenirs dans l'exil_, inviati nel
settembre e ottobre del 1850 al _National_ di Parigi (e che vennero
poi raccolti a Parigi dal librajo Prost in un opuscolo di cinque fogli,
oggi introvabile), Cristina scrisse sulla _Revue des Deux Mondes_ tutti
questi lavori:
_LA VIE INTIME ET LA VIE NOMADE EN ORIENT_, che comprende:
_Angora et Césarée, les Harems, les Patriarches et les Derviches_
(fascicolo del 1º febbrajo 1855).
_Les Montagnes du Giaour, le Harem de Mustuk-Bey et les femmes
turques_ (fascicolo del 1º marzo 1855).
_Le Touriste européen dans l'Orient arabe_ (1º aprile 1855).
_Les Européens à Jerusalem, la Turquie et le Koran_ (15 settembre
1855).
Questi scritti, raccolti e fusi, formarono poi il volume _Asie Mineure
et Syrie: souvenirs de voyage_, pubblicato a Parigi nel 1858, e che
fu tradotto in tedesco, in russo, e in olandese; e poi in italiano. È
l'opera più vitale della forte scrittrice.
La principessa scrisse anche nella _Revue des Deux Mondes_ tutta una
serie di scene, di commedie, di racconti:
_Emina_ (quaderno del 1º e 15 febbrajo 1856).
_Un prince kurde_ (15 marzo e 1º aprile 1856).
_Les deux femmes d'Ismail-Bey_ (1º e 15 luglio 1856).
_Le Pacha de l'ancien régime_, commedia (fascicolo del 15
settembre 1856).
_Un paysan turc_ (fascicoli del 1º e 15 novembre e 1º dicembre
1857).
_Zobeïdeh_ (1º e 15 aprile 1858).
_Rachel_, racconto lombardo del 1848 (15 maggio e 1º giugno
1859).
Fu tradotto in italiano _Un prince kurde_; pregevole per la pittura
del costume. Anche gli altri racconti orientali sono fotografie dal
vero; fotografie inalterabili: vi manca il colore. Per trarne lucro,
la principessa pubblicò nel 1850, in francese, a Parigi, un compendio
di storia ad uso dei fanciulli: _Notions d'histoire à l'usage des
enfants_.
Un'attività portentosa. La sua penna scorreva facilissima sulla carta
dove tracciava lettere grandi, chiare. Mai una cancellatura: mai un
pentimento! Invece, Ernesto Renan correggeva nove volte le bozze di
stampa de' proprii articoli per la _Revue des Deux Mondes_. Ma con
quel lavoro prezioso di lima, l'autore della _Vita di Gesù_ raggiunse
l'ammirabile perfezione di stile che lo colloca forse primo fra gli
stilisti aurei della Francia.
Victor Cousin e il prodigioso storiografo Ampère (che componeva i
suoi libri viaggiando) dicevano che pochi scrivevano bene il francese
come la principessa Belgiojoso; ma essi erano due amici della dea, due
adoratori del fuoco.... Lo stile francese della Belgiojoso è classico;
ma è opaco, senza l'agilità ch'è sì propria dei francesi.
Intanto ella lavorava; lavorava infaticabile.... Anche dal suo esilio
d'Oriente, insegnava alle donne italiane la nobiltà del lavoro.
Ma da suoi parenti, lasciati in Europa, arrivavano non infrequenti
consigli e preghiere di ritorno. S'aggiunga la nostalgia della vita
europea. Alla fine, la principessa decise di lasciare l'Asia per
sempre.