I.

In casa Trivulzio e in casa Visconti d'Aragona.

I primi anni di _Cristina Trivulzio_. — Aristocrazia e democrazia

all'alba del secolo XIX. — Alla Corte napoleonica di Milano. —

Il visconte di Chateaubriand a Milano. — Il processo del marchese

_Visconti d'Aragona_ come carbonaro. — Enrico Heine nel teatro alla

Scala.

A Milano, nel palazzo dei Trivulzio, nacque nel mattino del 28 giugno

1808 una bambina, destinata a riempire un giorno l'Italia e Parigi

del suo nome. Il palazzo è austero. Nell'atrio, a destra, giace una

tomba. Colla facciata a linee semplici e rigide, l'edificio guarda

sopra la piccola piazza di Sant'Alessandro, dove sorge la chiesa

barocca: e nello stesso giorno della nascita, là, in un'angusta, oscura

cappelletta di quella chiesa, la neonata ricevette il battesimo.

Le furono imposti dodici nomi: Maria, _Cristina_, Beatrice, Teresa,

Barbara, Leopolda, Clotilde, Melchiora, Camilla, Giulia, Margherita,

Laura: ma solo il secondo nome prevalse: fu chiamata sempre col

secondo.

Tanto lusso di nomi rispondeva alle tradizioni spagnuole, che, non

ostante mezzo secolo di dominio austriaco e le violente sovversioni

della Repubblica Cisalpina, perduravano in parecchie famiglie

dell'aristocrazia lombarda.

Nelle vene di quella bambina scorreva inclito sangue. Discendeva ella

dalla principesca famiglia dei Trivulzi, fondata nel secolo duodecimo,

e che avea dato alla storia il fulmineo Gian Giacomo Trivulzio,

maresciallo di Francia, conquistatore e crudel governatore di Milano

per re Luigi XII.

_Mens unica_ sta scritto sullo stemma dai tre volti dei Trivulzio;

motto superbo che quel superbo guerriero non meritava.

La piccola Cristina nacque tre anni dopo l'incoronazione di Napoleone I

nel Duomo; nacque in mezzo ai fugaci bagliori del primo Regno italico,

ella che dovea sorgere così accesa sostenitrice del secondo Regno.

Suo padre era il giovane erudito marchese Gerolamo Trivulzio, nominato

da Napoleone cavaliere della Corona Ferrea e ciambellano di Eugenio

Beauharnais, vicerè d'Italia. Sua madre era donna Vittoria Gherardini,

dama d'onore della virtuosa, soave viceregina Amalia Augusta di

Baviera, lodata da Ugo Foscolo nelle _Grazie_.

Padrino della neonata fu un altro cavaliere di quella Corona Ferrea, a

cui tanto teneva Napoleone: e fu un altro Trivulzio: don Giacomo.

Il curato di Sant'Alessandro, Antonio Orombelli, subito dopo d'aver

battezzata la figlia d'una delle più eccelse famiglie, immergeva,

secondo il rito ambrosiano, nell'acqua lustrale il capo d'una bambina

del popolo. Così, fin dai primi momenti della vita, colei che doveva

pensare con tanto fuoco alla rigenerazione del popolo italiano, si

trovava in contatto col popolo.

In casa Trivulzio, il sentimento dell'antica nobiltà durava profondo.

Rimase lungo tempo famosa pe' suoi sensi accanitamente aristocratici

una Trivulzio, donna Margherita, vissuta fino ai primi del secolo XIX,

zia di questa bambina. Al curato di Sant'Alessandro, che per temperare

l'orgoglio di lei con uno spruzzo d'umiltà cristiana le andava dicendo:

— Signora marchesa, infine siamo tutti vermi! — ella con uno scatto

rispondeva:

— Sì, sono un verme, ma Trivulzio!

Questa patrizia volle rimaner nubile per non contaminare lo splendore

del sangue. Nessun nobile, secondo lei, poteva competere coi

discendenti del maresciallo, il quale dormiva il sonno eterno nei

sepolcri di San Nazaro sotto la bell'epigrafe: _Qui numquam quievit

quiescit_. Di mezzana statura, d'aspetto accigliato, donna Margherita

si facea trascinare per le vie di Milano nella “bastardella„, il

veicolo di quel tempo, in uso presso i ricchi. I domestici doveano

stare in piedi, quasi arrampicati, dietro il veicolo; ma della

interminabile passeggiata della nobile fiera padrona si consolavano,

filosoficamente mangiucchiando castagne. Le accentuate sopracciglia,

color del tabacco, di donna Margherita eran note a tutta Milano. Un

gran poeta meneghino, Carlo Porta, prese da lei il tipo di donna Fabia

Fabron de Fabrian, la vecchia dama della _Preghiera_, comica pittura

di quel tempo in cui le albagie nobilesche tentavano di lottare contro

le beffe giacobine?... No; ma il tipo era identico. Donna Fabia così

ringrazia il buon Gesù:

Mio caro e buon Gesù, che per decreto

Dell'infallibil vostra volontà

M'avete fatta nascere nel ceto

Distinto della prima nobiltà,

Mentre poteva, a un minim cenno vostro,

Nascer plebea, un verme vile, un mostro,

Io vi ringrazio che d'un sì gran bene

Abbiev ricolma l'umil mia persona....

Tale linguaggio parlava donna Fabia del Porta: lo stesso linguaggio

spropositato di donna Quinzia, in una commedia milanese di Carlo Maria

Maggi, vissuto un secolo prima.

V'erano bensì alcuni nobili, i quali per ingraziarsi i democratici

spadroneggianti sprezzavano, o fingevano di sprezzare, le corone avite;

ma quanti altri le tenevan più care, più strette nel loro pugno! Un

conte Gaetano Porro (ch'ebbe fine infelice) guidò nei torbidi giorni

della Repubblica Cisalpina una turba di furibondi a far saltare sotto i

colpi dei martelli i fregi gentilizii delle tombe nella chiesa di San

Marco. Altri nobili, invece, la pensavano al pari del conte Vittorio

Alfieri, che nelle _Satire_ tuonava:

Vano è il vanto degli avi. In zero il nulla

Torni; e sia grande chi alte cose ha fatte,

Non chi succhiò gli ozj arroganti in culla.

Ma, se prod'uom, di prodi figlio, intatte

Le avite glorie, anzi accresciute manda

Ai figli suoi; questo è splendor che abbatte

L'oscuro vulgo, e tacito comanda

Ch'altri dia loco al doppio merto, e ceda....

Giuseppe Parini, troppo ammirato forse come uomo, mai abbastanza

ammirato qual poeta, deride “nel lungo amaro carme„ il “giovin signore„

— ma nella Milano del Parini, quali patrizii d'ingegno alto e d'idee

moderne fiorivano! Bastino i Verri e Cesare Beccaria.

Parte della nobiltà lombarda si gettò ben presto alle cospirazioni

per il trionfo di idee liberali che doveano scemare, almeno, se non

distruggere, il suo secolare prestigio. E così avvenne di parte dei

patrizii piemontesi, e d'altre regioni d'Italia; onde il principe

di Metternich, l'austriaco diplomatico, rassomigliante al poeta lord

Byron nella testa bellissima quasi femminea, e al Richelieu nel volere,

scriveva nel 1850, quando era caduto dal soglio, queste acerbe parole:

Parmi les symptômes de la maladie de l'époque, il faut compter

la position tout à fait fausse que _la noblesse_ ne prend que

trop fréquemment. Presque partout c'est _elle_ qui a favorisé les

troubles dans leur période préparatoire, et elle s'est effacée

lorsqu'ils ont éclaté.[2]

Tipi come donna Margherita, anzi ancor più strani, nelle classi alte

non eran rari. Coi tempi nuovi, che cercano di livellare, d'uniformare,

di scolorire, scomparvero certi caratteri bizzarri, i quali rendevano

almen più varia la vita. In gran parte, quei caratteri rappresentavano

le anomalie fisiologiche, che si palesano in alcuni individui d'antiche

famiglie esauste. Il marchese Magenta riceveva gli amici dentro il

veicolo da passeggio, la “bastardella„ suddetta, posta in una sala

a pian terreno della sua casa. Egli se ne stava rinchiuso dentro,

infagottato nel tabarro, colle mani su un caldano di terracotta. I

visitatori aprivano la porticciuola, entravano, sedevano di fronte

a lui pigiati, e conversavano. Il medico Pietro Moscati, uno dei

membri del Direttorio della Cisalpina, poi conte e senatore del Regno

Italico, membro dell'Istituto Italiano di scienze e lettere, sosteneva

che l'uomo è creato per camminare come i cani.... Neanche il padre di

Cristina Trivulzio andava privo di qualche stranezza. E ciò va notato

per ispiegare fenomeni d'atavismo, che durante la vita di Cristina si

manifestaron col carattere di certe eccentricità che levarono clamore

infinito.

Quando la madre di lei, Vittoria Gherardini, nel fiore de' sedici

anni, andò sposa al marchese Gerolamo, compì il primo viaggio di nozze

da Milano a Locate (terra dei Trivulzi) attraverso le ampie monotone

praterie, lungo i fossati interminabili.... Il viaggio, come quasi

tutti i viaggi di nozze, fu muto. La sposa, timida, sbigottita, a

un certo momento si fa coraggio e osa avanzare un'umile domanda allo

sposo. Ma questi risponde brusco e stranamente. Era il principio d'una

vita conjugale non seminata di fiori, e che dovea chiudersi colla

morte, quattro anni dopo la nascita della primogenita e unica figlia,

Cristina.

Nemmeno a Corte, la madre di Cristina gioì ore serene. Pranzò un giorno

accanto a Napoleone che la spaventò co' suoi modi villani:

— Che fa vostro marito? — le chiese fissandola. — Alleva i

cagnolini?... E voi? perchè non vi mettete sul viso il belletto?

L'opposto di ciò che a Ofelia dice Amleto nella tragedia dello

Shakespeare.

Vedo il ritratto di lei nelle stanze dove scrivo queste pagine, qui ad

Oleggio Castello, in terra viscontea; qui dov'ella veniva nei giorni

migliori. L'espressione del suo viso ovale è dolce. Quegli occhi

piccoli sotto le sopracciglia leggermente arcuate non doveano balenar

lampi imperiosi; quella bocca piccolissima, da bimba, non poteva

mormorare che graziose parole. Il naso è lungo, affilato; fino è il

collo; il seno, nel libero costume d'allora, balza fiorente; ondulati i

capelli; la pettinatura liscia, semplice.

Ben presto, ella deve vestire il lutto. Il marito s'ammala a Varese.

Le aure di quei colli ameni non valgono ad arrestare la malattia, che

precipita e lo spegne, il 17 settembre del 1812, a soli trentadue anni.

Due giorni dopo, la salma viene trasportata a Milano nei sepolcri

di famiglia; due settimane dopo, sono celebrate nella chiesa di

Sant'Alessandro pompose, clamorose esequie con ricco catafalco, con

musica, e gran folla di sacerdoti. Suo padre, Giorgio Teodoro, l'avea

preceduto da più tempo nella tomba; la genitrice, contessa Cristina

Cicogna, era morta anch'essa lasciando il proprio nome nella piccola

nipote. La sposa rimanea dunque vedova e sola, nel fiore dei vent'anni.

E qui cambia la scena, e assistiamo a un altro svolgimento della

società di Milano.

In fondo alla via Brera, dove era nato Cesare Beccaria, dov'era

vissuto Alessandro Volta, dov'era morto Giuseppe Parini, sorgeva

fino a trent'anni fa un vetusto palazzo, che poi venne distrutto per

fabbricarvi un casamento moderno. Gian Giacomo de' Medici, il famoso

pirata del lago di Como, fratello di papa Pio IV e zio di san Carlo,

l'aveva fatto erigere. Si vuole fosse stata in quel posto la dimora di

Cicco Simonetta, il ministro onnipotente di Francesco Sforza, colui che

la duchessa Bona di Savoja sacrificò agl'intrighi del proprio cameriere

Tassini, e che finì decapitato nel castello di Pavia dopo atroci

torture sopportate con animo d'eroe.

Quel palazzo rimase opera incompiuta dell'architetto Seregno. Era

maestoso, a un solo piano, con colonne all'esterno, parte erette, parte

appena cominciate. Il portone d'ingresso, grandioso, non compiuto

nemmen quello. Il tempo aveva steso su tutte le pietre massiccie il

suo color fosco, accrescendo austerità all'edificio, il cui interno

s'apriva del pari solenne e severo. Un ampio scalone conduceva a una

lunga, vastissima galleria di quadri antichi, di bronzi, di stoffe,

di porcellane, di lacche, tutte antiche, e tutte in gran quantità,

ammonticchiate, confuse.

In questo museo d'arte, si viveva una vita d'arte. Proprietario e

abitatore del palazzo era il conte Cesare Castelbarco, marito della

contessa Maria Freganeschi, ultima d'antica e ricchissima famiglia

cremonese. Il conte, insieme co' suoi due figli, faceva le accoglienze

più festose a letterati e ad artisti di grido. Aveva imparato da sua

madre a onorarli: sua madre era la contessa Maria Castelbarco nata

Litta per le cui bellezze tremò il vecchio cuore del Parini che scrisse

per lei _Il messaggio_. Il conte Castelbarco eseguiva musica di sua

composizione, e recitava sue poesie; poetavano anche i figli. Un

burlone non risparmiò per questo il padre e i figli, cantando:

Fa sonetti a migliaja il conte padre,

Fa sonetti a migliaja il conte figlio....

La contessa Maria Castelbarco Freganeschi era _grande maîtresse_

della Corte vicereale; perciò, ogni giorno, allo scoccar delle due, il

carrozzone co' servi in livrea di lusso stava ad aspettare a piè dello

scalone per condurre la contessa a palazzo; e da una finestra, una

vaghissima fanciulla dai grandi occhi, Cristina Trivulzio, colla madre,

sogguardava intanto sulla via l'uscita fragorosa della carrozza con la

signora.

La marchesa Vittoria s'era sposata ben presto in seconde nozze al

giovane marchese Alessandro Visconti d'Aragona, ed era andata ad

abitare col secondo marito e coll'unica figlia del primo, in un'ala di

quel palazzo. E fu là che Cristina, la futura principessa Belgiojoso,

sviluppò la viva intelligenza; specialmente l'intelligenza musicale.

La madre, innamorata dell'arte de' suoni, ne trasfuse nella figlia il

sentimento; e in lei lo accrebbero poscia la Malibran, la Pasta e il

maestro Nicola Vaccaj, che visitavano la madre, eseguendo in quelle

sale musiche appassionate e gentili, onde tutta l'aria d'Italia allora

vibrava.

Alessandro Visconti d'Aragona, uscito da una grande, storica famiglia,

accresceva lustro al proprio nome. La madre di lui, contessa Virginia

Ottolini, occupava un'alta carica nella Corte vicereale. Il padre,

marchese Serafino Alberto, era uno di quei tipi strani di cui

parlavamo. Stava in campagna tutto l'anno a Castelletto sul Ticino

e ad Ornavasso, con una folla di gatti: passava l'intera notte fino

all'alba a recitare col cameriere i salmi e il rosario: all'alba, si

coricava tranquillo per rifare nella notte l'ascetica vita di prima. Il

dormire di giorno e il vegliare la notte fu, d'altra parte, la vita di

molti nobili sulla fine del Settecento e sul principio del secolo XIX;

e Ippolito Pindemonte, innamorato della vita campestre, nelle fluide,

lucide ottave del suo _Mattino_, punge quel controsenso e l'usanza

malsana.

Simpatico l'aspetto del Visconti d'Aragona: faccia rotonda che emerge

dai solini e da un cravattone enorme: begli occhi, bella la fronte

spaziosa, resa più spaziosa dai radi capelli. Entusiasta del Rousseau,

inclina al sentimentalismo sospiroso; nello stesso tempo si occupa

d'agricoltura con dottrina non comune. Facile agli slanci d'ammirazione

e, nello stesso tempo, ombroso, sospettoso. Quanti possono competere

con lui nelle cognizioni botaniche? Egli non si arresta solo a studiare

le piante; le coltiva con sapienza per abbellire giardini; e disegna

giardini. Le bellezze dell'arte lo esaltano; ma ama ancor più la

patria, a cui vuol donare liberali istituzioni; e quest'amore lo spinge

al pericolo, alla soglia dello Spielberg.

Egli è amico di casa Manzoni, e il sommo scrittore lombardo gli mostra

benevolenza. Frequenta il liberal conte Luigi Porro Lambertenghi, e,

nella casa del conte, trova Silvio Pellico; trova Giovanni Berchet,

Pietro Borsieri, il Romagnosi, Melchiorre Gioja, il medico Rasori,

tutti scrittori di un nuovo giornale, _Il Conciliatore_, che vuole

infrangere i vecchi stampi di convenzione su cui il classicismo

si modella e bandisce una poesia popolare, una poesia sentita, una

letteratura che viva in accordo col movimento dei tempi. Il marchese

Visconti d'Aragona s'incontra, in casa Porro, con un altiero uomo:

Federico Confalonieri. E col Confalonieri, e con altri, il marchese

Alessandro Visconti d'Aragona fa costruire il primo battello a vapore

sul Po, caldeggia il mutuo insegnamento, vuol diffondere la scienza:

tutti nobili sforzi, germi di sano progresso che i migliori opponevano

al letargo servile imposto allora alle contrade italiane dall'Austria:

dall'Austria che, abbattuto il napoleonico colosso dai piedi di creta,

era ritornata padrona ed arbitra.

“I grandi uomini sono come le meteore del cielo che si consumano per

illuminare la terra„; sembra abbia detto un giorno Napoleone; anche la

sua meteora — meteora di sangue — s'era consumata; e l'Austria amava le

tenebre. Nelle _Memorie d'Oltretomba_ del visconte di Chateaubriand, si

legge una pagina verissima sul sonno che l'Austria avea diffuso su una

terra appena risvegliata, appena in ascolto della propria coscienza. Lo

Chateaubriand era venuto a Milano al tempo della fragorosa occupazione

francese, con una lettera di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone,

per il maestoso Murat; e parla d'allora, parla del poi: è una pagina

ammirabile:

A mon passage à Milan, un grand peuple réveillé ouvrait un moment

les yeux. L'Italie sortait de son sommeil, et se souvenait de

son génie comme d'un rêve divin: utile à notre pays renaissant,

elle apportait dans la mesquinerie de notre pauvreté la grandeur

de la nature transalpine, nourrie qu'elle était, cette Ausonie,

aux chefs-d'œuvre des arts et dans les hautes réminiscences d'une

patrie fameuse. L'Autriche est venue; elle a remis son manteau

de plomb sur les Italiens; elle les a forcés à regagner leur

cercueil. Rome est rentrée dans ses ruines, Venise dans sa mer.

Venise s'est affaissée en embellissant le ciel de son dernier

sourire; elle s'est couchée charmante dans ses flots, comme un

astre qui ne doit plus se lever.[3]

E contro questa morte imposta dall'Austria, lottarono i magnanimi

del 1821, lottò il padrigno di Cristina, lottò pertinace, invitta, la

stessa Cristina allorchè, più tardi, divenne principessa di Belgiojoso.

— Voglio sudditi devoti, non sapienti, — disse Francesco I allorchè

visitò l'Università di Pavia dove Ugo Foscolo avea fatto risuonare

la liberale sua voce. E il monarca austriaco non poteva dir frase

più adatta per ridestare tutto un movimento, una diffusione di mutuo

sapere.

Alla polizia austriaca di Milano, che vegliava sopratutto sugli

alti papaveri, non isfuggivano le inclinazioni del giovane Visconti

d'Aragona: e, quando scoperse la trama del Carbonari, lo ricercò per

arrestarlo. La moglie di lui è sul punto di salire in carrozza per

la solita passeggiata sul Corso, quando vengono ad avvertirla che la

polizia sta eseguendo perquisizioni nelle case degli amici del marito,

e che il conte Porro Lambertenghi è in carcere, e altri arresti sono

imminenti. Coraggiosa e tranquilla, ella ordina al cocchiere di volare

a galoppo ad Àffori, dove arriva immediatamente: penetra in una casa

che il marito ivi possiede: entra nella stanza che serve agli studii

di lui: brucia in fretta e in furia, nel camino, tutte le carte che le

càpitano sotto mano. Quando giungono i poliziotti col bieco Bolza alla

testa, il camino fuma ancora; ma le carie incriminabili sono distrutte.

Il Visconti d'Aragona non arrivò in tempo di fuggire come Giovanni

Berchet, come il marchese Giuseppe Arconati-Visconti, come Giuseppe

Pecchio, Giovanni Arrivabene, Benigno Bossi e il conte Luigi Porro. Fu

arrestato, ad Àffori. La moglie svenne.

Il Visconti d'Aragona fu sottoposto a interrogatorii dalla Commissione

speciale di Milano per “delitto d'alto tradimento„.

Per ottenere la liberazione del marito, la moglie corse a Verona, nella

qual città erano radunati per il famoso congresso i sovrani della Santa

Alleanza. La bella marchesa si gettò ai piedi dell'imperatore Francesco

I, che le disse buone parole. Per fortuna, le “prove legali„ mancavano,

e il prigioniero fu dichiarato libero con la stessa sentenza che

condannava alla morte il conte Confalonieri e altri patrioti del 1821.

Il marchese Visconti d'Aragona si comportò assai nobilmente nel

processo. Lo rilevo da' suoi stessi interrogatorii, negli atti

originali de' processi del '21, custoditi negli archivii segreti di

Stato lombardi a Milano. Secondo l'iniqua procedura penale d'allora,

agli imputati non erano concessi avvocati. Dovevano difendersi da sè.

Gli inquisitori adoperavano ogni mezzo per istrappare la verità dalle

labbra degli accusati. Quasi tutti ignari delle leggi, affraliti dal

carcere, spesso dai digiuni, e sgomenti nell'incertezza, e fra oscure o

aperte minaccie, eran facile preda.

Il giovane Gaetano De Castiglia, ingenuo, dolcissimo spirito, che,

per suggerimento del conte Federico Confalonieri, s'era presentato

al piemontese generai San Marzano e al principe di Carignano, Carlo

Alberto, affine di determinarli a invadere colle armi la Lombardia,

scacciarne gli Austriaci, e fondarvi la Costituzione, raccontò (chi

sa con quali arti costretto) nel suo interrogatorio davanti alla

Commissione speciale presieduta dall'astuto criminalista Salvotti,

trentino, che gli pareva il marchese Visconti d'Aragona fosse uno dei

loro, uno dei _federati_!... Questo bastò perchè il Visconti d'Aragona

venisse arrestato e chiuso nella “Casa di Correzione„ a Porta Nuova,

dove non gli mancarono, per altro, riguardi, da parte di Alessandro

Pajna direttore di quel carcere, del cappellano Felice Maria Meloni

e dello stesso Salvotti; il quale, perfetto nelle forme, non si

presentava mai nel carcere degl'imputati politici senza levarsi il

cappello e tenerlo rispettosamente in mano durante la conversazione;

ma poi li condannava alla forca o allo Spielberg. Esecrabile,

esecratissimo.

I verbali politici dell'Austria contro i cospiratori italiani si

presentano con una regolarità di forme giuridiche impeccabili. Da una

parte del foglio, è scritta l'interrogazione all'imputato, precisa,

senza apparente suggestione: dall'altra parte, è scritta la risposta di

lui; sovente è dettata da lui stesso; sempre è da lui firmata.

Il marchese Visconti d'Aragona difese dignitosamente se stesso, e non

tradì alcuno. Disse solo che Silvio Pellico, alla mensa del conte Luigi

Porro (de' cui figliuoli era istitutore) pronunciava talvolta frasi

irreligiose. L'autore delle _Mie prigioni_ inclinava, allora, alle

beffe volteriane. Ma la sventura innalzò quell'animo alla fede: il

lungo martirio nello Spielberg tramutò il suo fremito in rassegnazione.

Poteva ben odiare ei che trascinava le catene per avere amata la

patria; poteva odiare, e compatì; poteva minacciare vendetta; e volle

perdonare ai proprii carnefici.

Rilasciato libero per “difetto di prove legali„ dopo tre anni di

carcere, il marchese Visconti d'Aragona tornò all'utile vita di prima:

soccorrere gl'infelici, ajutare nuovi tentativi d'industrie, conversare

coi migliori su alte cose. Il _Conciliatore_ era stato soppresso

dall'Austria; ma lo spirito del generoso giornale aleggiava invitto nel

cuore degli uomini come il Visconti d'Aragona.

Tale l'uomo, che la sorte diede padrigno a Cristina. Rimasta orfana del

padre a soli quattr'anni, ella crebbe in casa Visconti d'Aragona; e pei

Visconti alimentò gli affetti domestici.

Le cospirazioni, le prigionie, le fughe, le condanne atroci de'

liberali, ecco i tristi spettacoli che sfilarono dinanzi alla sua mente

fanciulla. Le ansie, le lacrime della madre per il marito incarcerato,

la prigionia del padrigno non le suscitarono certamente affetto per

l'Austria.

Intorno a Cristina, crescevano quattro fratelli, nati dal Visconti

d'Aragona: Alberto, Teresa, Virginia e Giulia. Alberto, gentiluomo

aristocratico inflessibile, appassionato pei costumi dell'alta

società inglese, appassionato pei cavalli, amico di Massimo d'Azeglio,

nemico della Corte austriaca, era amato dalla sorella Cristina con

quell'affetto fraterno, confidente, che riempie tanti vuoti del cuore.

E la madre, sempre tutta grazie e sorriso, continuava intanto le belle

serate musicali.

Vincenzo Bellini, biondo, roseo, timido giovanetto, divenuto d'un

tratto celebre col _Pirata_ alla Scala, frequentava quella casa,

tentando d'eseguire sul cembalo le melodie soavi da lui create: dico

tentando, perchè la soggezione gli legava le mani. Vedendo l'impaccio

del giovane, la marchesa si metteva ella al cembalo, e interpretava a

prima vista la musica di quel genio gentile, che gioiva nell'udirla.

L'entusiasmo pei maestri e pei cantanti prorompeva allora con

impeti clamorosi; e gli uni e gli altri ben lo meritavano per la

loro eccellenza. Le difficili comunicazioni, i radi rapporti fra

stato e stato, fra provincia e provincia, persino fra città e

città, circoscrivevano la vita; ma la musica, lo spettacolo teatrale

allietavano quella cerchia ristretta, l'allargavano, quasi, colla luce

del genio. La musica parlava ai cuori un idioma comune, e li univa,

li affratellava in una calda affinità di nobili sentimenti; e ben

presto li accese di patriotiche speranze. Quanti cospiratori sfogarono

nell'entusiasmo musicale la febbre occulta di patria che li agitava!

E un infaticabile osservatore, un originalissimo poeta tedesco,

Enrico Heine, al teatro alla Scala di Milano li notò. L'autore dei

_Reisebilder_, venendo a Milano non ammira solo al chiaror di luna il

Duomo, che gli sembra capolavoro grandioso e gentile ad un tempo, un

incantevole “giocattolo pei bambini d'un gigante„, non solo ammira,

per le vie, in più d'una donna leggiadra “quel mento aguzzo che alla

signora della scuola lombarda dà un'aria sentimentale„, com'egli

narra appunto nei _Reisebilder_, così lampeggianti d'impressioni e

d'immagini; egli, anche, trova “pallidi visi italiani con la mestizia

nel bianco degli occhi e una dolorosa tenerezza sulle labbra„. E

racconta una scena del teatro alla Scala, passata fra un inglese e un

italiano:

Noi avevamo assistito alla rappresentazione d'un'opera nuova alla

Scala e al baccano infernale che si fa in simili occasioni. —

Voi altri Italiani, disse l'Inglese all'uomo pallido, sembrate

morti a ogni cosa, tranne per la musica, che sola ha ancor

la potenza di scuotervi. — Voi ci fate torto, rispose l'uomo

pallido, scrollando le spalle. Ahimè! (egli soggiunse con un

sospiro) l'Italia siede elegiacamente sognando sulle sue ruine,

e se talvolta si desta e balza con impeto alla melodia di qualche

canto, il suo entusiasmo non è per il canto in sè stesso, ma per

i ricordi e i sentimenti del passato, che quel canto ha evocati,

che l'Italia custodisce sempre nel suo cuore, e che allora

traboccano tumultuosamente. Ecco il significato del gran baccano

che avete sentito alla Scala.[4]

Un popolo che possedeva quelle melodie; un popolo che ardeva così

d'entusiasmo, non era morto: si preparava a risorgere. E Cristina

Trivulzio voleva essere l'angelo della rivoluzione, accanto al

bellissimo principe Emilio Belgiojoso, _le prince charmant_.

La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato · 第 7 / 75 题