[Ma qui son certo si moverá un dubbio, e dirá alcuno:—Tu hai

NOTE DEL TRASCRITTORE:

—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.

—Sono state estrapolate dallʼindice generale dei nomi le voci

riguardanti il presente volume; lʼindice completo (senza link) è stato

mantenuto nel terzo volume.

SCRITTORI DʼITALIA

G. BOCCACCIO

OPERE VOLGARI

XIII

GIOVANNI BOCCACCIO

IL COMENTO ALLA DIVINA COMMEDIA

E GLI ALTRI SCRITTI INTORNO A DANTE

A CURA DI

DOMENICO GUERRI

VOLUME SECONDO

BARI

GIUS. LATERZA & FIGLI

TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI

1918

PROPRIETÁ LETTERARIA

GIUGNO MCMXVIII—49327

III

CONTINUAZIONE

DEL

COMENTO ALLA "DIVINA COMMEDIA"

CANTO QUARTO

I

SENSO LETTERALE

[Nota: Lez. XI]

«Ruppemi lʼalto sonno nella testa», ecc. Nel principio del presente

canto, sí come usato è lʼautore, alle cose dette nella fine del

precedente si continua. Dissesi nella fine del precedente canto come un

vento balenò una luce vermiglia, la quale, toltogli ogni sentimento,

il fece cadere, come lʼuomo il quale è preso dal sonno; per che, nel

principio di questo, dimostra come questo suo sonno gli fosse rotto.

E dividesi questo canto in due parti: nella prima dimostra come rotto

gli fosse il sonno e come nello ʼnferno si ritrovasse; nella seconda,

procedendo dietro a Virgilio, racconta sé avere molti spiriti veduti,

pieni di gravi e cocenti sospiri, senza alcuna altra visibile pena. E

questa seconda comincia quivi: «Or discendiam quaggiú nel cieco mondo».

Dice adunque nella prima parte cosí: «Ruppemi». Questo vocabolo suona

violenza, volendo in ciò dimostrare che ogni atto, che in inferno si

fa, sia violento e non naturale. La qual cosa non è senza cagione,

la quale è questa: giusta cosa è che chi, peccando, fece violenza aʼ

comandamenti e aʼ piaceri di Dio in questa vita, violentemente sia daʼ

ministri della giustizia punito nellʼaltra.

«Lʼalto sonno». Il sonno, secondo che ad alcuno pare, è un

costrignimento del caldo interiore e una quiete diffusa per li membri

indeboliti dalla fatica; altri dicono il sonno essere un riposo delle

virtú animali, con una intensione delle virtú naturali. Del qual,

volendo i suoi effetti mostrare, scrive Ovidio cosí:

_Somne, quies rerum, placidissime somne deorum,

pax animi, quem cura fugit, qui corpora duris

fessa ministeriis mulces, reparasque labori, ecc._

E, appresso costui, assai piú pienamente ne scrive Seneca tragedo, _in

tragedia Herculis furentis_, dove dice:

_.....tuque o domitor,_

_somne, malorum, requies animi,

pars humanae melior vitae,

volucer, matris genus Astreae,

frater durae languidae Mortis,

veris miscens falsa, futuri

certus et idem pessimus auctor:

pater o rerum, portus vitae,

lucis requies noctisque comes,

qui par regi famuloque venis,

placidus, fessum lenisque fovens:

pavidum Leti genus humanum

cogis longam discere mortem, ecc._

Di costui ancora Ovidio nel suo maggior volume discrive la casa, la

camera e il letto e la sua famiglia, se quella per avventura alcun

disiderasse.

«Nella testa». La testa è alcuna volta posta per quella parte del viso,

la qual noi chiamiamo «fronte», e alcuna volta per tutto il capo;

e cosí in questo luogo intende lʼautore, percioché nel capo dimora

il sonno causato daʼ vapori surgenti dallo stomaco e saglienti per

lʼarterie al cerebro.

«Un greve tuono». È il tuono quel suono il quale nasce daʼ nuvoli,

quando sono per violenza rotti; e causasi il tuono da esalazioni

della terra fredde e umide e da esalazioni calde e secche, sí come

Aristotile mostra nel terzo libro della sua _Meteora_; percioché,

essendo lʼesalazioni calde e secche dalle fredde e umide circundate,

sforzandosi quelle dʼuscir fuori e queste di ritenerle, avviene che,

per lo violento moto delle calde e secche, elle sʼaccendono, e, per

quella virtú aumentata, assottiglian tanto la spessezza della umiditá,

chʼella si rompe, ed in quel rompere fa il suono, il qual noi udiamo.

Il quale è tanto maggiore e piú ponderoso, quanto la materia della

esalazione umida si truova esser piú spessa quando si rompe. La qual

cosa intervenir non può in quello luogo dove lʼautore disegna che

era, percioché in quello non possono esalazioni surgere che possano

tuono causare: per che assai chiaro puote apparere lʼautore per questo

«tuono» intendere altro che quello che la lettera suona, sí come giá è

stato mostrato nellʼallegoria del precedente canto.

«Sí, chʼio mi riscossi, Come persona chʼè per forza desta». E in queste

parole mostra ancor lʼautore gli atti infernali tutti essere violenti.

«E lʼocchio riposato». Dice «riposato» percioché prima invano si

faticherebbe di guardare chi è desto per forza, se prima alquanto non

fosse lo stupore dello essere stato desto, cessato; conciosiacosaché

non solamente lʼocchio, ma ciascun altro senso nʼè incerto di sé

divenuto. «Intorno mossi, Dritto levato»: in questo dimostra lʼautore

il suo reducere i sensi nelli loro debiti ufici; «e fiso riguardai», le

parti circustanti: ed a questo segue la cagione perché ciò fece, cioè

«Per conoscer lo loco, dovʼio fossi», percioché quello non gli pareva

dove il sonno lʼavea preso.

«Vero è»: qui dimostra dʼaver conosciuto il luogo nel quale era,

e dimostra qual fosse, dicendo «che in sulla proda io mi trovai»,

cosí desto, «Della valle dʼabisso dolorosa», sopra la quale come

esso pervenisse è nella fine del senso allegorico del precedente

canto mostrato: «Che tuono accoglie dʼinfiniti guai», cioè un romore

tumultuoso ed orribile simile a un tuono. «Oscura», allʼapparenza,

«profonda era», allʼesistenza, «e nebulosa», per la qual cosa, oltre

allʼoscuritá, era noiosa agli occhi; «Tanto che per ficcare», cioè

agutamente mandare, «il viso», cioè il senso visivo, «a fondo», cioè

verso il fondo, «Io non vi discerneva alcuna cosa». Pur dunque alcuna

cosa vi vedea, ma quello che fosse non discerneva, per la grossezza

delle tenebre e della nebbia.

—«Or discendiam quaggiú nel cieco mondo». In questa seconda parte

del presente canto dimostra lʼautore per una medesima colpa, cioè per

non avere avuto battesimo, tre maniere di genti essere dannate; e

questa si divide in due parti: nella prima dichiara delle due maniere

deʼ predetti; nella seconda scrive della terza. E comincia la seconda

quivi: «Non lasciavam lʼandar», ecc. Nella prima parte lʼautore fa

due cose: primieramente discrive la pena delle tre maniere di genti

di sopra dette, e pone delle due, delle quali lʼuna dice essere stati

infanti, cioè piccioli fanciulli, lʼaltra dice essere stati uomini e

femmine. Nella seconda muove un dubbio a Virgilio, il quale Virgilio

gli solve. E comincia questa seconda quivi:—«Dimmi maestro mio», ecc.

Dice adunque cosí:—«Or discendiam», percioché in quel luogo sempre

infino al centro si diclina; «quaggiú nel cieco mondo»,—cioè in

inferno, il qual pertanto dice esser «cieco», percioché alcuna natural

luce non vʼè: «Cominciò il maestro», cioè Virgilio, «tutto smorto»,

cioè pallido oltre lʼusato. È il vero che lʼuomo impallidisce per lʼuna

delle tre cagioni, o per infermitá di corpo (nella quale intervengono

le diminuzioni del sangue, le diete e lʼaltre evacuazioni, le quali

vanno a tôrre il vivido colore), o per paura, o per compassione. E

qui, come appresso si dirá, Virgilio, discendendo giú, impallidí

per compassione.—«Io sarò primo», cioè andrò avanti, «e tu sarai

secondo»,—cioè mi seguirai; volendo, per questo ordine dellʼandare,

renderlo piú sicuro, in quanto colui, che va davanti, trova prima ogni

ostacolo, il quale lʼandare impedisce, e quello rimuove, se egli è

buono e valoroso duca.

«Ed io, che del color», pallido di Virgilio, «mi fui accorto»,

riguardandolo nel viso, «Dissi:—Come verrò», io appresso, «se tu», che

vai avanti ed haʼ mi fatto vedere di menarmi salvamente, «paventi»,

cioè hai paura, «Che suogli al mio dubbiare esser conforto»? sí come

nel primo canto appare, dove tu mi levasti dinanzi a quella lupa, e nel

secondo canto, dove tu dellʼanimo cacciasti la viltá sopravvenutavi.—

«Ed egli», cioè Virgilio, «a me», disse:—«Lʼangoscia delle genti»,

onorevoli e dʼalta fama, «Che son quaggiú», in questo primo cerchio

dello ʼnferno, «nel viso mi dipigne», cioè colora, «Quella pietá», cioè

compassione, «che tu per téma», cioè per paura, «senti», cioè estimi

che sia per paura. Altri vogliono che il senso di questa lettera sia

questo: percioché tu senti te pauroso, tu estimi da questo mio colore

che io similmente abbia paura; ma non è cosí: io son pallido per

compassione, ecc. La prima esposizione mi piace piú.

«Andiam», confortalo ad andare, e dimostragli la cagione dicendo: «ché

la via lunga ne sospigne»—a dover andare. «Cosí si mise», procedendo,

«e cosí mi feʼ entrare», seguendolo io, «Nel primo cerchio», cioè nel

limbo, «che lʼAbisso», cioè inferno, «cigne», cioè attornia.

«Quivi», in quel primo cerchio, «secondo che per ascoltare», potea

comprendere, «Non avea pianto mai», cioè dʼaltro, «che di sospiri». È

il sospiro una esalazione che muove dal cuore, da alcuna noia faticato,

il quale il detto cuore, per agevolamento di sé, manda fuori; e, se

cosí non facesse, potrebbe lʼangoscia, ritenuta dentro, tanto ampliarsi

e tanto gonfiare dʼintorno a lui, che ella potrebbe interchiuder sí

lo spirito vitale, che il cuore perirebbe; e, percioché la quantitá

dellʼangoscia di quelle anime, che eran laggiú, era molta, pare i

sospiri dovere essere molti, e con impeto mandati fuori. Per la qual

cosa convien che segua quello che appresso dice, cioè: «Che lʼaura

eterna», in quanto non si muta la qualitá di quella aura (ed è «aura»

un soave movimento dʼaere: per questa cagione non credo voglia dire il

testo «aura», percioché alcuna soavitá non ha in inferno, anzi vʼè ogni

moto impetuoso e noioso; e quinci credo voglia dire «aere eterno»),

«facevan», glʼimpeti deʼ sospiri, «tremare», cioè avere un movimento

non maggiore che il tremare.

«E ciò avvenía», cioè questo sospirare, «da duol senza martiri». Non

eran dunque quelle anime, che quivi erano, da alcuna pena estrinseca

stimolate, ma solamente da affanno intrinseco, il quale si causava

dal conoscimento della lor miseria, vedendosi private della presenza

di Dio, non per loro colpa o peccato commesso, ma per lo non avere

avuto battesimo, come appresso si dice. «Che avean le turbe», cioè

moltitudini, «chʼeran grandi, Dʼinfanti», cioè di pargoli, li quali

«infanti» si chiamano, percioché ancora non eran venuti ad etá che

perfettamente potesson parlare (e questa è lʼuna delle due maniere di

genti, delle quali dissi che lʼautor trattava in questa parte), «e di

femmine e di viri», cioè dʼuomini (e questa è lʼaltra maniera, in tanto

dalla prima differenti, in quanto i primi morirono infanti, come detto

è, e questi secondi morirono non battezzati in etá perfetta). [Li quali

una medesima cosa direi loro essere e glʼinfanti, se quella copula,

la quale vi pone quando dice: «Dʼinfanti e di femmine e di viri», non

mi togliesse da questa opinione. E la ragion che mi moverebbe sarebbe

questa; percioché io non estimo che da creder sia, quantunque nella

presente vita glʼinfanti in tenerissima etá morissono, che essi sieno,

al supplicio, in quella etá, cioè in quello poco o nullo conoscimento;

anzi credo sia da credere loro essere in quello intero conoscimento che

è qualunque degli altri, che piú attempati morirono: la qual perfezione

del conoscimento credo sia lor data in tormento e in noia, e non in

alcuna consolazione, come a noi mortali, quando bene usare il vogliamo,

è conceduto.]

«Lo buon maestro», cioè Virgilio (il quale in questa parte, per

ammaestrarlo che domandar dovesse quando alcuna cosa vedesse nuova e da

doverne meritamente addomandare, o forse per assicurarlo al domandare;

percioché nel precedente canto, perché non gli parve che Virgilio tanto

pienamente al suo domando gli rispondesse, vergognandosi sospicò non

grave fosse a Virgilio lʼessere domandato, per che poi dʼalcuna cosa

domandato non lʼavea) «a me» disse:—«Tu non dimandi, Che spiriti

son questi, che tu vedi»? qui che sospirando si dolgono. Ed appresso

fa come il buon maestro dee fare, il quale, vedendo quello di che

meritamente può dubitare il suo auditore, gli si fa incontro, col

farlo chiaro di ciò che lʼuditore addomandar dovea, e dice: «Or voʼ

che sappi, avanti che piú andi, Chʼeʼ non peccâro», questi spiriti che

tu vedi qui; «e sʼegli hanno mercedi», cioè se essi adoperarono alcun

bene il quale meritasse guiderdone, «Non basta», cioè non è questo

bene avere adoperato sufficiente alla loro salvazione: e la cagione

è, «perchʼeʼ non ebber battesmo». E questo nʼè assai manifesto per lo

Evangelio, dove Cristo parlando a Nicodemo dice: «_Amen, amen, dico

tibi, nisi quis renatus fuerit ex aqua et Spiritu sancto, non potest

intrare in regnum Dei_». È adunque il battesimo una regenerazion nuova,

per la quale si toglie via il peccato originale, del quale tutti,

nascendo, siamo maculati, e divegnamo per quello figliuoli di Dio,

dove davanti eravamo figliuoli delle tenebre; e fa questo sacramento

valevoli le nostre buone operazioni alla nostra salute, dove senza

esso son tutte perdute, sí come qui afferma lʼautore. «Chʼè parte

della fede, che tu credi», cioè della fede cattolica; e però dice che

è «parte» di quella, percioché gli articoli della fede son dodici, deʼ

quali dodici è il battesimo uno.

Appresso questo risponde Virgilio ad una questione, la quale esso

medesimo muove, dicendo: «E se pur fûr», costoro deʼ quali noi

parliamo, «dinanzi al cristianesmo», cioè avanti che Cristo per le

sue opere e per li suoi ammaestramenti introducesse questa fede, e

mostrasse il battesimo essere necessario a volere aver vita eterna;

perciò son perduti, perché «Non adorar debitamente Iddio». E in tanto

non lʼadoraron debitamente, in quanto non dirittamente sentivano di

Dio, cioè lui essere una deitá in tre persone, lui dover venire a

prendere carne per la nostra redenzione; non sentirono deʼ comandamenti

dati da lui al popol suo, neʼ quali, ben intesi, stava la salute di

coloro, li quali avanti alla sua incarnazione furono suoi buoni e

fedeli servidori; ma adoravano Iddio secondo loro riti, del tutto

deformi al modo nel quale Iddio voleva essere adorato e onorato. «E

di questi cotai», cioè che dinanzi al cristianesimo furono, «son io

medesmo»: percioché Virgilio, si come in _libro Temporum_ dʼEusebio

si comprende, avanti la predicazion di Cristo e il battesimo da lui

introdotto morí, nel torno di quarantacinque anni; [né della venuta

di Cristo nella Vergine, per quello che comprender si possa, sentí

alcuna cosa: come che santo Augustino, in un sermone _Della nativitá

di Cristo_, scriva lui avere la venuta di Cristo profetata neʼ versi

scritti nella quarta egloga della sua _Buccolica_, dove dice:

_Ultima Cumaei venit iam carminis aetas:

magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.

Iam redit et virgo, redeunt Saturnia regna:

iam nova progenies caelo delabitur alto._

Deʼ quali versi alcun santo non sente quello che forse vuole pretendere

santo Augustino; e, se pure son di quegli che ʼl sentono (e per

avventura santo Augustino medesimo), non credono lui avere inteso

quello che esso medesimo disse, se non come fece Caifas, quando al

popolo giudaico disse, per Cristo giá preso da loro, che «bisognava che

uno morisse per lo popolo, accioché tutta la gente non perisse». Non

adunque sentí Virgilio di Dio, come sentir si volea a chi volea avanti

al cristianesmo salvarsi.]

«Per tai difetti», cioè per cose omesse, non per cose commesse, o

vogliam dire per non avere avuto battesimo e per non aver debitamente

adorato Iddio; «e non per altro rio», cioè per avere contro alle morali

o naturali leggi commesso; «Semo perduti», cioè dannati a non dovere

in perpetuo vedere Iddio; «e sol di tanto offesi, Che senza speme

vivemo in disio»:—il quale disio non è altro che di vedere Iddio,

nel quale consiste la gloria deʼ beati. E come che molto faticosa

cosa sia il ferventemente disiderare, è, oltre a ciò, quasi fatica e

noia importabile lʼardentemente disiderare e non conoscere né avere

speranza alcuna di dover potere quello, che si disidera, ottenere: e

perciò, quantunque _prima facie_ paia non molto gravosa pena essere il

disiderare senza sperare, io credo chʼella sia gravissima; e ancora

piú se le aggiugne di pena, in quanto questo disiderio è senza alcuna

intermissione. «Gran duol mi prese al cuor quando lʼintesi», sí per

Virgilio, e sí ancora «Peroché gente di molto valore», stati intorno

agli esercizi temporali, «Conobbi», non qui, ma nel processo, quando

coʼ cinque savi entrò nel castello sette volte cerchiato dʼalte

mura, «che in quel limbo», cioè in quello cerchio superiore, vicino

alla superficie della terra (chiamano gli astrologi un cerchio dello

astrolabio, contiguo alla circunferenza di quello, e nel quale sono

segnati i segni del zodiaco e i gradi di quegli, «limbo»; dal quale

per avventura gli antichi dinominarono questo cerchio, percioché quasi

immediatamente è posto sotto la circunferenza della terra), «eran

sospesi», dallʼardore del lor desiderio.

—«Dimmi, maestro mio». Qui, dissi, cominciava la seconda particella

della prima parte della seconda division principale, nella quale

lʼautore muove una questione a Virgilio, ed esso gliele solve. Dice

adunque: «Dimmi, maestro mio, dimmi, signore».—Assai lʼonora lʼautore

per farselo benivolo, accioché egli piú pienamente gli risponda, che

fatto non avea alla dimanda fattagli nel precedente canto: dopo la

quale alcuna altra, che questa, infino a qui fatta non gli avea. [Ed

intende, in questa domanda, non di voler sapere deʼ santi padri che da

Cristo ne furon tratti, che dobbiam credere il sapea, ma per ciò fa la

domanda, per sapere se in altra guisa che in questa, cioè che fatta

fu per la venuta di Cristo, alcun altro nʼuscí mai: quasi per questo

voglia farsi benivolo Virgilio, dandogli intenzione occultamente che,

se alcuna altra via che quella che da Cristo tenuta fu, vi fosse, egli

sʼingegnerebbe dʼadoperare di farne uscir lui e di farlo pervenire a

salute.] «Cominciaʼ io, per volere esser certo Di quella fede, che

vince ogni errore», cioè per sapere se quello era stato che per la

nostra fede nʼè porto, cioè che Cristo scendesse nel limbo e traessene

i santi padri. [Il che, quantunque creder si debba senza testimonio

ciò che nella divina Scrittura nʼè scritto, son nondimeno di quegli

che stimano potersi delle cose preterite domandare. Ma io per me non

credo che senza colpa far si possa, percioché pare un derogare alla

fede debita alle Scritture; e però cosí le cose passate, come quelle

che venir debbono, senza cercarne testimonianza dʼalcuno, si vogliono

fermamente credere e semplicemente confessare].—«Uscicci mai», di

questo luogo, «alcuno, o per suo merto», cioè per lʼavere con intera

pazienza lungamente sostenuta questa pena, o per lʼavere sí nella

mortal vita adoperato, che egli dopo alcuno spazio di tempo meritasse

salute: «O per lʼaltrui», opera, [o fatta o che far si possa per

lʼavvenire,] «che poi fosse beato?»—uscendo di qui e sagliendo in vita

eterna.

«Ed eʼ», cioè Virgilio, «che ʼntese il mio parlar coverto», cioè

intorno a quella parte, per la quale io, tacitamente intendendo, faceva

la domanda generale, «Rispose:—Io era nuovo in questo stato». Dice

«nuovo» per rispetto a quegli che forse migliaia dʼanni vʼerano stati,

dovʼegli stato non vʼera oltre a quarantotto anni; percioché tanti anni

erano passati dopo la morte di Virgilio, infino alla passion di Cristo,

nel qual tempo quello avvenne che esso dee dire, cioè «Quando ei vidi

venire», in questo luogo, «un possente», cioè Cristo, il quale Virgilio

non nomina percioché nol conobbe. E meritamente dice «possente»,

percioché egli per propria potenza aveva quel potuto fare, che alcun

altro non poté mai, cioè vincere la morte e risuscitare; avea vinta la

potenza del diavolo, oppostasi alla sua entrata in quel luogo. Ed era,

questo possente, «Con segno di vittoria incoronato». Non mi ricorda

dʼavere né udito né letto che segno di vittoria Cristo si portasse al

limbo, altro che lo splendore della sua divinitá; il quale fu tanto,

che il luogo di sua natura oscurissimo egli riempiè tutto di luce:

donde si scrive che «_habitantibus in umbra mortis lux orta est eis_».

«Trasseci lʼombra del primo parente», cioè dʼAdamo. [Adamo fu, sí come

noi leggiamo nel principio quasi del Genesi, il primiero uomo il sesto

di creato da Dio, e fu creato del limo della terra in quella parte

del mondo, secondo che tengono i santi, che poi chiamata fu il «campo

damasceno». Ed essendo da Dio la statura sua fatta di terra, gli soffiò

nel viso, e in quel soffiare mise nel petto suo lʼanima dotata di

libero arbitrio e di ragione, per la quale egli, il quale ancora era

immobile ed insensibile, divenne sensibile e mobile per se medesimo; e

secondo che i santi credono, egli fu creato in etá perfetta, la quale

tengono esser quella nella quale Cristo morí, cioè di trentatré anni.

E lui cosí creato e fatto alla immagine di Dio, in quanto avea in sé

intelletto, volontá e memoria, il trasportò nel paradiso terrestro,

dove essendosi addormentato, nostro Signore non del capo né deʼ piedi,

ma del costato gli trasse Eva, nostra prima madre, similemente di

perfetta etá. La quale come Adamo desto vide, disse:—Questa è osso

dellʼossa mie, e per costei lascerá lʼuomo il padre e la madre, ed

accosterassi alla moglie.—La qualʼè tratta dal suo costato, per darne

ad intendere che per compagna, non per donna né per serva dellʼuomo,

lʼavea prodotta Iddio; e ad Adamo non per sollecitudine perpetua e

guerra senza pace e senza triegua, come lʼodierne mogli odo che sono,

ma per sollazzo e consolazione a lui la diede. E comandò loro che tutte

le cose, le quali nel paradiso erano, usassero, si come produtte al

lor piacere, ma del frutto dʼuno albero solo, il qual vʼera, cioè di

quello «della scienza del bene e del male», sʼastenessero, percioché,

se di quello gustassero, morrebbero: e quindi in cosí bello e cosí

dilettevale luogo gli lasciò nelle lor mani. Ma lʼantico nostro

nimico, invidioso che costoro prodotti fossero a dover riempiere

quelle sedie, le quali per la ruina sua e deʼ suoi compagni evacuate

erano, presa forma di serpente, disse ad Eva che, sʼella mangiasse

del frutto proibito, ella non morrebbe, ma sʼaprirebbero gli occhi

suoi e saprebbe il bene e il male e sarebbe simile a Dio. Per la

qual cosa Eva, mangiato del frutto proibito, e datone ad Adamo,

incontanente sʼapersero gli occhi loro, e cognobbero che essi erano

ignudi: e fattesi alcune coperture di foglie di fico davanti, si

nascosero per vergogna; e quindi, ripresi da Dio, furono cacciati di

paradiso, e, nelle fatiche del lavorio della terra divenuti, ebbero piú

figliuoli e figliuole. Ultimamente Adamo, divenuto vecchio, dʼetá di

novecentotrenta anni si morí.]

[Ma qui son certo si moverá un dubbio, e dirá alcuno:—Tu hai detto

davanti che ciò, che Iddio crea senza alcun mezzo, è perpetuo; Adam

fu creato da Dio senza alcun mezzo; come dunque non fu immortale?—A

questo si può in questa forma rispondere: egli è vero che ciò, che

Iddio senza mezzo crea, è perpetuo; ma è questo da intendere delle

creature semplici, sí come furono e sono gli angioli, li quali sono

semplicemente spiriti, come sono i cieli, le stelle, gli elementi, li

quali tutti sono di semplice materia creati: ma lʼuomo non fu cosí;

anzi fu creato di materia composta, sí come è dʼanima e di corpo,

e perciò non è perpetuo come sono le predette creature.—Ma quinci

può sorgere unʼaltra obiezione, e dirsi: egli è vero che lʼuomo è

composto dʼanima e di corpo, e queste due cose amendue furon create

da Dio; perchʼè dunque lʼanima perpetua, e ʼl corpo mortale? Dirò

allora lʼanima essere stata da Dio composta di materia semplice, come

furon gli angioli, ma il corpo non cosí; percioché non fu composto del

semplice elemento della terra, senza alcuna mistura dʼaltro elemento,

sí come dʼacqua: percioché della terra semplice non si sarebbe potuta

fare la statura dellʼuomo, fu adunque fatta del limo della terra,

avente alcuna mistura dʼacqua. Non che io non creda che a Dio fosse

stato possibile averlo fatto di terra semplice, il quale di nulla cosa

fece tutte le cose, ma la commistione deʼ corpi ne mostra quegli essere

stati fatti di materia composta: e perciò, quantunque in perpetuo viva

lʼanima, non séguita il corpo dovere essere perpetuo. Sarebbon di

quegli che alla obiezione prima risponderebbono: Adamo aversi questa

corruzione e morte deʼ corpi con la inobbedienza acquistata, avendolo

Domeneddio, avanti il peccato, fatto accorto. Ma potrebbe qui dire

alcuno: Adam peccò, e di perpetuo divenne mortale; gli angioli che

peccarono, perché non divenner mortali? Alla quale obiezione è assai

risposto di sopra: percioché, di semplice materia creati, non posson

morire, se non come lʼanima nostra, la quale, quantunque peccasse col

corpo dʼAdamo, non però la sua perpetuitá perdé, ma perdella il corpo,

al quale, sí come a cosa atta a ricevere la morte, ella era stata

minacciata da Dio. Ma questa è materia da molto piú sublime ingegno

che il mio non è, e perciò, per la vera soluzione di tanto dubbio,

si vuole ricorrere, aʼ teologi ed aʼ sufficientissimi litterati, la

scienza deʼ quali propriamente dintorno a cosí fatte quistioni si

distende.]

«DʼAbél, suo figlio», cioè dʼAdam. Questi si crede che fosse il

primiero uomo che morí, ucciso da Cain suo fratello per invidia.

Leggesi nel _Genesi_ Caino, il quale fu il primo figliuolo dʼAdam,

essersi dato allʼagricoltura, e Abél, similmente figliuol dʼAdam e che

appresso a Cain nacque, essere divenuto pastore: ed avendo questi due

cominciato a far, prima che alcuni altri, deʼ frutti delle loro fatiche

sacrificio a Dio, era costume di Cain, per avarizia, quando eran per

far sacrificio, dʼeleggere le piú cattive biade, o che avessero le

spighe vòte, o che fossero per altro accidente guaste, e di quelle

sacrificare. Per la qual cosa non essendo il suo sacrificio accetto a

Dio, come in quelle il fuoco acceso avea, incontanente il fummo di quel

fuoco non andava diritto verso il cielo, ma si piegava e andavagli nel

viso. Abél in contrario, quando a fare il sacrificio veniva, sempre

eleggeva il migliore e il piú grasso agnello delle greggi sue, e quello

sacrificava: di che seguiva che, essendo il sacrificio dʼAbél accetto

a Dio, il fummo dello olocausto saliva dirittamente verso il ciclo. La

qual cosa vedendo Caino, c avendone invidia, cominciò a portare odio al

fratello; e un dí, con lui insieme discendendo in un loro campo, non

prendendosene Abél guardia, Caino il ferí in su la testa dʼun bastone

ed ucciselo.

«E quella di Noé». Dispiacendo a Domeneddio lʼopere degli uomini

sopra la terra, e per questo essendo disposto a mandare il diluvio,

conoscendo Noé essere buono uomo, diliberò di riservar lui, e tre

suoi figliuoli e le lor mogli, e ordinògli in che maniera facesse

unʼarca e come dentro vʼentrasse, e similemente quanti e quali animali

vi mettesse; e, ciò fatto, mandò il diluvio, il quale fu universale

sopra ogni altezza di monte, e tra ʼl crescere e scemare perseverò nel

torno di dieci mesi. Ed essendo pervenuta lʼarca, la qual notava sopra

lʼacque, sopra le montagne dʼErmenia, e non movendosi piú per lʼacque

che scemavano, aperta una finestra, la quale era sopra lʼarca, mandò

fuori il corvo: il qual non tornando, mandò la colomba, e quella tornò

con un ramo dʼulivo in becco: per la qual cosa Noé conobbe che il

diluvio era cessato, e, uscito fuori dellʼarca, fece sacrificio a Dio.

E appresso piantò la vigna, della qual poi nel tempo debito ricolto

del vino, inebriò, e, addormentato nel tabernacolo suo, fu da Cam suo

figliuolo trovato scoperto. Il quale, di lui beffatosi, il disse aʼ

fratelli, a Sem e a Iafet, li quali, portato un mantello, ricopersero

il padre; ed egli poscia, desto e risaputo questo, maladisse Cam. Ed

essendo vivuto novecentocinquanta anni nella grazia di Dio, passò di

questa vita.

«Di Moisé, legista ed ubbidiente». Moisé nacque in Egitto; ed essendo

stato per lo re dʼEgitto comandato che tutti i figliuoli degli ebrei

maschi fossero uccisi, e le femmine servate, avvenne che, percioché

bello figliuolo era paruto alla madre, non lʼuccise, ma servollo

tre mesi occultamente; ma poi, non potendolo piú occultare, fatto

un picciolo vasello di giunchi e quello imbiutato di bitume, sí che

passarvi lʼacqua dentro non poteva, il mise nel fiume; e lʼacqua

menandolo giú, la sorella di lui seguitava il vasello per vedere che

divenisse. Ed essendo per ventura la figliuola di Faraone con le

sue femmine discesa al fiume per bagnarsi, vide questo vasello, e,

fattolo prendere ad una delle sue femmine, lʼaperse, e, trovatovi

dentro il picciol fanciullo che piangea, disse:—Questi dee essere

deʼ figliuoli delle ebree.—Allora la fanciulla, che il vasello

seguiva, disse:—Madonna, vuogli che io vada e truovi una ebrea che

il balisca?—A cui la donna disse:—Vaʼ.—Ed ella andò e menò la

madre medesima, la quale, come cresciuto lʼebbe, il rendé alla donna,

la quale il nominò Moisé, quasi «tratto dallʼacqua», e a modo che

figliuolo se lʼadottò. Moisé crebbe, ed avendo un egizio, perciochʼegli

batteva un ebreo, ucciso, temendo del re, se nʼandò in Madian, e

quivi coʼ sacerdoti di Madian si mise a stare, e prese per moglie una

fanciulla chiamata Sefora: e dopo alcun tempo, secondo il piacer di

Dio, venne davanti a Faraone, e comandògli che liberasse il popolo

dʼIsrael della servitudine, nella quale il tenea. La qual cosa non

volendo far Faraone, piú segni, secondo il comandamento di Dio, gli

mostrò: ed ultimamente, comandato agli ebrei che quelle cose, che

accattar potessero dagli egizi, eʼ prendessero e seguitasserlo, ché

egli gli menerebbe nella terra di promissione: il che fatto, e con

loro messosi in via, e pervenuti al mare Rosso, quello percosse con la

sua verga in dodici parti, sí come gli ebrei erano dodici tribi, ed in

tante sʼaperse subitamente il mare, per le quali gli ebrei passarono

salvamente, e gli egizi, che dietro a loro seguitandogli per quelle

vie medesime si misero, rinchiuso, come passati furono gli ebrei, il

mare, tutti annegarono. Guidò adunque Moisé costoro per lo diserto,

e, per le sue orazioni, di manna furono nutricati in esso, e piovvero

loro dal cielo coturnici; e percossa da Moisé con la verga una pietra,

subitamente nʼuscí per divino miracolo un fiume dʼacqua di soavissimo

sapore, del quale gli ebrei saziaron la sete loro; e, oltre a questo,

esso ordinò loro il tabernacolo, nel quale dovessero sacrificare a Dio;

ordinò i sacerdoti e li loro vestimenti, e similemente le vittime e

gli olocausti; e diede loro i giudici, a udire e determinare le loro

quistioni; e, oltre a ciò, salito in sul monte Sinai, e quivi dimorato

in digiuni e penitenza quaranta dí, ebbe da Dio due tavole, nelle quali

erano scritti i comandamenti della legge, la quale esso, disceso del

monte, diede al popolo: e però il soprannomina lʼautore «legista».

Alfine, dopo molte fatiche, morí nella terra di Moab, essendo dʼetá

di centoventi anni, e fu seppellito nella valle della terra di Moab

di contra a Segor: né fu alcuno che conoscesse il luogo della sua

sepoltura.

«Abraam patriarca». Abraam fu figliuolo di Tara, e nacque in Ur cittá

deʼ caldei, lʼanno quarantatré del regno di Nino, re dʼAssiria.

Questi, per comandamento di Dio, insieme con Sara, sua moglie, venne

in Canaan, e qui, essendo giá dʼetá di novantanove anni, avendo prima

dʼAgar, serva egizia, avuto Ismael, generò in Sara giá vecchia, come

annunziato gli fu dai tre li quali gli apparvero nella valle di Mambre,

un figliuolo, il quale chiamò Isaac. E, avendogli comandato Iddio che

gli facesse sacrificio del detto Isaac, con lui insieme, portando

esso un fascio di legne in collo, e Abraam il fuoco e ʼl coltello in

mano, nʼandò sopra una montagna, e quivi, essendo per uccidere il

figliuolo, per immolarlo secondo il comandamento dʼIddio, gli fu preso

il braccio, e mostratogli un montone, il quale in una macchia di pruni

era, ritenuto da quegli per le corna: come Iddio volle, veduto la

sua obbedienza, lasciato il figliuolo, sacrificò il montone. Costui

fu quegli che, vinti i re di Sogdoma, e riscosso Lot suo nipote,

primieramente offerse per sacrificio pane e vino a Melchisedech, re

e sacerdote di Salem; a costui fece Iddio la promessione di dare aʼ

suoi discendenti la terra abbondante di latte e di miele. Il quale,

essendo giá dʼetá di centosettantacinque anni, morí, e fu daʼ figliuoli

seppellito nel campo dʼEfron deʼ figliuoli di Soar Itteo della regione

di Mambre, il quale avea comperato in quello uso, quando morí Sara,

sua moglie, daʼ figliuoli di Het. È costui chiamato «patriarca», da

«_pater_», che in latino viene a dir «padre», e «arcos», che viene a

dire «principe»: e cosí resulta «principe deʼ padri».

«E David re». Questi fu figliuolo di Iesse della tribú di Giuda; e

levato giovane da guardare le pecore del padre, percioché ammaestrato

era di sonare la cetera, venne al servigio di Saul re, il quale esso

col suo suono alquanto mitigava dalla noia che il dimonio alcuna volta

gli dava; ed essendo giovanetto andò a combattere con Golia filisteo,

il quale aveva statura di gigante, e lui con la fionda, la quale

ottimamente sapea adoperare, e con alquante pietre uccise: ondʼegli

meritò la grazia del popolo, ed ebbe Micol, figliuola di Saul, per

moglie. Racquistò lʼarca _foederis_, la quale al popolo dʼIsrael era

stata per forza di guerra tolta; e fu valoroso uomo in guerra, e lunga

persecuzione patí da Saul, al quale per invidia era venuto in odio;

ultimamente, essendo daʼ filistei stato sconfitto Saul eʼ figliuoli in

Gelboè, e quivi se medesimo avendo ucciso, fu in suo luogo coronato re.

E nelle sue opere fu grato a Dio; e, avuti di piú femmine figliuoli,

e invecchiato molto, si morí e lasciò in suo luogo re Salomone, suo

figliuolo.

«E Israel», cioè Iacob, il quale fu figliuolo di Isaac: ed essendo

prima del ventre della madre uscito Esaú, e per quello appartenendosi

a lui le primogeniture, quelle acquistò con una scodella di lenti, la

quale gli donò, tornando esso affamato da cacciare. E tornandosi esso

di Mesopotamia, dove, dopo la morte dʼIsaac, per paura dʼEsaú fuggito

sʼera, sí come nel _Genesi_ si legge, tutta una notte fece con un uomo

da lui non conosciuto alle braccia; e, non potendo da quellʼuomo esser

vinto, venendo lʼaurora, disse quellʼuomo:—Lasciami.—Al qual Giacob

rispose di non lasciarlo, se da lui benedetto non fosse; il quale colui

domandò come era il nome suo, a cui esso rispose:—Io son chiamato

Iacob.—E quellʼuomo disse:—Non fia cosí: il tuo nome sará Israel,

percioché, se tu seʼ forte contro Dio, pensa quello che tu potrai

contro agli altri uomini.—E, toccatogli il nervo dellʼanca, gliele

indebolí in sí fatta maniera, che sempre poi andò sciancato: per questa

cagione i giudei non mangiano di nervo.

«Col padre», cioè Isaac, il quale fu figliuolo dʼAbraam, «e coʼ suoi

nati», cioè di Iacob, li quali furono dodici, acquistati di quattro

femmine: e daʼ quali li dodici tribi dʼIsrael ebbero origine, e

ciascuna fu dinominata da uno di questi dodici, cioè da quello dal

quale aveva origine tratta.

«E con Rachele, per cui tanto feʼ». Iacob, il quale avendo per li

consigli di Rebecca, sua madre, ricevute tutte le benedizioni da Isaac,

suo padre, le quali Esaú, quantunque per una minestra di lenti vendute

gli avesse, come di sopra è detto, diceva che a lui appartenevano, sí

come a primogenito, per paura di lui se nʼandò in Mesopotamia a Laban,

fratello di Rebecca, sua madre. Il quale Laban avea due figliuole,

Lia e Rachel: e piacendogli Rachel, si convenne con Laban di servirlo

sette anni, ed esso, in luogo di guiderdone, fatto il servigio, gli

dovesse dare per moglie Rachel: e, avendo sette anni servito, ed

essendo celebrate le nozze, nelle quali credeva Rachel essergli data,

la mattina seguente trovò che gli era stata da Laban, messa la notte

preterita nel letto, in luogo di Rachel, Lia, la quale era cispa. Di

che dolendosi al suocero, gli fu risposto che lʼusanza della contrada

non pativa che la piú giovane si maritasse prima che colei che di piú

etá fosse; ma, se servire il volesse, gli darebbe, in capo del tempo,

similemente Rachel. Di che convenutisi insieme che esso servisse altri

sette anni, come serviti gli ebbe, gli fu da Laban conceduta Rachel.

E questo è quello che lʼautore intende, quando dice: «Rachele, per cui

tanto feʼ», cioè tanto tempo serví.

Fu questo Iacob buono uomo nel cospetto di Dio. E per fame fu

costretto egli eʼ figliuoli eʼ nipoti di partirsi del paese di Cananea

e dʼandarne in Egitto; lá dove Iosef, suo figliuolo, il quale esso

per inganno degli altri figliuoli lungo tempo davanti credeva morto,

era prefetto deʼ granai di Faraone; e quivi onoratamente ricevuto,

giá vecchio dʼetá di cento dieci anni, morí. E fu il corpo suo

con odorifere spezie seppellito in Egitto, avendo egli avanti la

morte scongiurati i figliuoli che, quando da Dio vicitati fossero e

nella terra di promissione tornassero, seco di quindi lʼossa sue ne

portassero.

«E altri molti», sí come Eva, Set, Sara, Rebecca, Isaia, Ieremia,

Ezechiel, Daniel, e gli altri profeti e Giovanni Batista, e simili a

questi; «e fecegli beati», menandonegli in vita eterna, nella quale è

vera e perpetua beatitudine. «E voʼ che sappi che dinanzi ad essi»,

cioè innanzi che costoro beatificati fossero, «Spiriti umani non eran

salvati;»—e ciò era per lo peccato del primo parente, il quale ancora

non era purgato: ma, tolta via quella colpa per la passione di Cristo,

furon quegli, che bene aveano adoperato, liberati dalla prigione del

diavolo, e aperta loro, e a coloro che appresso doveano venire e bene

adoperare, la porta del paradiso.

[Nota: Lez. XII]

«Non lasciavam lʼandar». Questa è la seconda parte principale della

seconda di questo canto, nella quale lʼautore dimostra come, procedendo

avanti, pervenisse a vedere la terza spezie degli spiriti che in quel

cerchio dimoravano. Ed in questa parte fa lʼautore quattro cose: nella

prima dice sé aver veduto in quel luogo un lume; nella seconda dice

come Virgilio da quattro poeti fu, tornando, ricevuto; nella terza dice

come con quegli cinque poeti entrasse in un castello, nel qual vide

i magnifichi spiriti; nella quarta dice come egli e Virgilio dagli

quattro poeti si partissero. La seconda comincia quivi: «Intanto voce»;

la terza quivi: «Cosí andammo infino»; la quarta quivi: «La sesta

compagnia».

Dice adunque: «Non lasciavam», Virgilio ed io, «lʼandar, perchʼei

dicessi», cioè ragionasse; «Ma passavam», andando, «la selva tuttavia»;

e, appresso questo, dichiara se medesimo qual selva voglia dire,

dicendo: «La selva, dico, di spiriti spessi»; volendo in questo dare ad

intendere quello luogo essere cosí spesso di spiriti come le selve sono

dʼalberi.

«Non era lunga ancor la nostra via», cioè non cʼeravam molto dilungati,

«Di qua dal sonno», il quale nel principio di questo canto mostra gli

fosse rotto. Alcuna lettera ha: «Di qua dal suono»; ed allora si dee

intendere questo «suono», per quello che fece il tuono il quale il

destò. Ed alcuna lettera ha: «Di qua dal tuono», il quale di sopra

dice che il destò. E ciascuna di queste lettere è buona, percioché per

alcuna di esse non si muta né vizia la sentenza dellʼautore. «Quando io

vidi un fuoco», un lume, «Che emisperio» (emisperio è la mezza parte

dʼuna spera, cioè dʼun corpo ritondo come è una palla, del quale alcun

lume, quantunque grande sia, non può piú vedere) «di tenebre vincía».

Qui non vuole altro dir lʼautore, se non che quel fuoco, ovver lume,

vinceva le tenebre, alluminandole della mezza parte di quello luogo

ritondo, a dimostrare che questo lume non toccava quelle altre due

maniere di genti, delle quali di sopra ha detto, percioché non furon

tali, che per gran cose conosciuti fossero.

«Di lungi nʼeravamo», da questo lume, «ancora un poco; Ma non sí»,

nʼeravamo lontani, «che io non discernessi», per lo splendore di quel

lume, «in parte», quasi dica non perciò appieno, «Che orrevol», cioè

onorevole, «gente possedea», cioè dimorando occupava, «quel loco», nel

quale eravamo.

—«O tu», Virgilio; e domanda qui lʼautore chi coloro sieno, li

quali hanno luce, dove quegli, che passati sono, non lʼhanno: «che

onori», col ben sapere lʼuna e col bene esercitar lʼaltra, «ogni

scienza ed arte». [Capta qui lʼautore la benivolenza del suo maestro,

commendandolo, e dicendo lui essere onoratore di scienza e dʼarte. Dove

è da sapere che, secondo che scrive Alberto sopra il sesto dellʼ_Etica_

dʼAristotile, sapienza, scienza, arte, prudenza ed intelletto sono

in cotal maniera differenti, che la sapienza è delle cose divine,

le quali trascendono la natura delle cose inferiori; scienza è delle

cose inferiori, cioè della lor natura; arte è delle cose operate da

noi, e questa propriamente appartiene alle cose meccaniche, e, se per

avventura questa si prende per la scienza speculativa, impropriamente è

detta «arte», in quanto con le sue regole e dimostrazioni ne costringe

infra certi termini; prudenza è delle cose che deono essere considerate

da noi, onde noi diciamo colui esser prudente, il quale è buono

consigliatore; ma lʼintelletto si dee propriamente alle proposizioni

che si fanno, sí come «ogni tutto è maggiore che la sua parte». Estolle

adunque qui lʼautore Virgilio nelle due di queste cinque, dicendo che

egli onora «scienza ed arte», bene e maestrevolmente operandole, sí

come appare neʼ suoi libri, neʼ quali esso aglʼintelligenti si dimostra

ottimamente aver sentito in filosofia morale e in naturale, il che

aspetta alla scienza; ed oltre a ciò si dimostra mirabilmente avere

adoperato in ciò che alla composizione deʼ suoi poemi o alle parti di

quegli si richiede, usando in essi lʼartificio di qualunque liberale

arte, secondo che le opportunitá hanno richiesto; e questo appartiene

allʼarte non meccanica, ma speculativa. E perciò meritamente queste

lode dallʼautore attribuite gli sono.]

«Questi chi sono, cʼhanno tanta orranza», cioè onoranza: il qual

vocabolo per cagion del verso gli conviene assincopare, e dire, per

«onoranza», «orranza»; «Che dal modo degli altri», li quali per infino

a qui abbiam veduti, «gli diparte?»—in quanto hanno alcuna luce, dove

quegli, che passati sono, non hanno.

«E quegli», cioè Virgilio, disse «a me:—Lʼonrata», cioè lʼonorata,

«nominanza»; puossi qui «nominanza» intender per «fama»; «Che di lor

suona su nella tua vita», nella quale questi cotali, sí nelle scritture

degli antichi, e sí ancora neʼ ragionamenti deʼ moderni, raccordati

sono; «Grazia», singulare, «acquista nel ciel», da Dio, «che sí gli

avanza», oltre a quegli che senza luce lasciati abbiamo.—[Intorno

alla qual risposta dobbiamo sapere aver luogo quello che della divina

giustizia si dice, cioè che ella non lascia alcun male impunito, né

alcun bene inremunerato: percioché questi, deʼ quali lʼautor domanda,

sono genti, le quali tutte, virtuosamente ed in bene della republica

umana, quanto al moral vivere, adoperarono; ma, percioché non conobbero

Iddio, non fecero le loro buone operazioni per Dio, e per questo non

meritarono lʼeterna gloria, la quale Iddio concede per merito a coloro

che, avendo rispetto a lui, adoperan bene; ma nondimeno, percioché bene

adoperarono e dispiacquero loro i vizi e le mal fatte cose, quantunque

il rispetto per ignoranza non fosse buono, pur pare che essi di ciò

alcun premio meritino. Il qual è, secondo la ʼntenzion di Virgilio, che

la giustizia di Dio renda loro in sofferire che essi per fama vivano

nella presente vita; per che bene dice esso Virgilio, che la loro

onorata nominanza, delle operazioni ben fatte da loro, acquista grazia

nel cielo, la quale concede loro lume, dove agli altri nol concede.]

«Intanto voce fu». Dissi qui cominciare la seconda parte della seconda

principale, nella qual mostra Virgilio essere stato da quattro poeti

onoratamente ricevuto; e dice: «Intanto», cioè mentre Virgilio mi

rispondeva alla domanda fatta, come di sopra appare, «voce». A

differenza del suono, è la voce propriamente dellʼuomo, in quanto

esprime il concetto della mente, quando è prolata; ogni altra cosa

per la bocca dellʼuomo, o dʼalcun altro animale, o di qualunque altra

cosa, è [o] suono [o sufolo]: e questi suoni hanno diversi nomi,

secondo la diversitá delle cose dalle quali nascono. «Fu per me», cioè

da me, «udita», cosí fatta:—«Onorate lʼaltissimo poeta»; e questa,

per quello che poi segue, mostra che detta fosse, da chi che se la

dicesse, a quegli quattro poeti che poi incontro gli si fecero. Ed

assai onora qui Dante Virgilio in quanto dice «altissimo», il quale

adiettivo degnamente si confá a Virgilio, percioché egli di gran lunga

trapassò in iscienza ed in arte ogni latin poeta, stato davanti da

lui, o che poi per infino a questo tempo stato sia. «Lʼombra sua»,

cioè di Virgilio, «torna, chʼera dipartita»,—quando andò al soccorso

dellʼautore, come di sopra è dimostrato.

«Poi che la voce», giá detta, «fu ristata e queta, Vidi quattro

grandʼombre», non di statura, ma grandi per dignitá, «a noi venire»,

come lʼuno amico va a ricoglier lʼaltro, quando dʼalcuna parte torna:

«Sembianza avevan né trista né lieta». In questa discrizione della

sembianza di questi poeti, dimostra lʼautore la gravitá e la costanza

di questi solenni uomini; percioché costume laudevole è deʼ maturi

e savi uomini non mutar sembiante per cosa che avvegna o prospera

o avversa, ma con eguale e viso e animo le felicitá e le avversitá

sopravvegnenti ricevere; percioché chi altrimenti fa, mostra sé esser

di leggiere animo e di volubile.

«Lo buon maestro», Virgilio, «cominciò a dire:—Mira colui con quella

spada in mano». È la spada un istrumento bellico, e però per quella

vuol dare lʼautore ad intendere di che materia colui, che la portava,

cantasse: e però a lui, e non ad alcun degli altri, la discrive in

mano, percioché il primo fu che si creda in istilo metrico scrivesse di

guerre e di battaglie, e per conseguente pare che, chi dopo lui scritto

nʼha, lʼabbia avuto da lui. «Che vien dinanzi aʼ tre», poeti che ʼl

seguono, «sí come sire», cioè signore e maggiore.

«Egli è Omero poeta sovrano». Dellʼorigine, della vita e degli studi

dʼOmero, secondo che diceva Leon tessalo, scrisse un valente uomo

greco, chiamato Callimaco, piú pienamente che alcun altro: nelle

scritture del quale si legge che Omero fu dʼumile nazione; percioché

in Ismirna, in queʼ tempi nobile cittá dʼAsia, il padre di lui in

publica taverna fu venditore di vino a minuto, e la madre fu venditrice

dʼerbe nella piazza, come qui fra noi son le trecche; nondimeno, come

che in Ismirna i suoi parenti facessero i predetti esercizi, non si

sa certamente di qual cittá esso natio fosse. È il vero che, per

la sua singular sufficienza in poesi, sette nobili cittá di Grecia

insieme lungamente ebber quistione della sua origine, affermando

ciascuna dʼesse, e con alcune ragioni dimostrando, lui essere stato

suo cittadino; e le cittá furon queste: Samos, Smirne, Chios, Colofon,

Pilos, Argos, Atene. E alcune di queste furono, le quali gli feciono

onorevole e magnifica sepoltura, quantunque fittizia fosse; e ciò

fecero per rendere con quella a coloro, li quali non sapevano dove

stato si fosse seppellito, testimonianza lui essere stato suo

cittadino; e quegli di Smirne, non solamente sepoltura, ma gli fecero

un notabile tempio, nel quale non altrimenti che se del numero deʼ loro

iddii stato fosse, secondo il loro errore, onorarono la sua memoria per

molte centinaia dʼanni. Fu nondimeno dai piú reputato che egli fosse

ismirneo; o peroché, come detto è, in Smirne fu allevato, dimorandovi

il padre e la madre di lui, o che di ciò gli smirnei mostrassero piú

chiara testimonianza che gli altri dellʼaltre cittá; e cosí mostra di

credere Lucano dove dice:

_Quantum Smirnaei durabunt vatis honores,_

dicendo dʼOmero.

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 2 · 第 1 / 25 段