Senza sapere nè perchè nè come, Jaco Naca s'era trovato un bel giorno
padrone di tutta la poggiata a solatìo sotto la città, da cui si godeva
il magnifico spettacolo dell'aperta campagna svariata di poggi e di
valli e di piani, col mare in fondo, che si perdeva lontano dopo tanto
verde, azzurro nella linea dell'orizzonte.
Un signore forestiere con una gamba di legno che gli cigolava a ogni
passo gli s'era presentato, tre anni addietro, tutto in sudore, in un
podere nella vallatella di Sant'Anna infetta dalla malaria, ov'egli
stava in qualità di garzone, ingiallito dalle febbri, coi brividi per
le ossa e le orecchie ronzanti dal chinino, e gli aveva annunziato che
da minuziose ricerche negli archivii era venuto a sapere che quella
poggiata lì, creduta finora senza padrone, apparteneva a lui: se
gliene voleva vendere una parte, per certi suoi disegni ancora in aria,
gliel'avrebbe pagata secondo la stima d'un perito.
Rocce erano, nient'altro; con, qua e là, qualche ciuffo d'erba, ma a
cui neppur le pecore, passando, si degnavano di dare una strappata.
Intristito dal veleno lento del male che gli aveva disfatto il fegato
e consunto le carni, Jaco Naca quasi non aveva provato nè meraviglia
nè piacere per quella sua ventura, e aveva ceduto a quello zoppo
forestiere gran parte di quelle rocce per una manciata di soldi. Ma
quando poi, in meno d'un anno, aveva veduto levarsi lassù due villini,
uno più grazioso dell'altro, con terrazze di marmo e verande coperte
di vetri colorati, come non s'erano mai viste da quelle parti: una
vera galanteria! e ciascuno con un bel giardinetto fiorito e adorno
di chioschi e di vasche dalla parte che guardava la città, e con orto
e pergolato dalla parte che guardava la campagna e il mare; sentendo
vantar da tutti, con ammirazione e con invidia, l'accorgimento di quel
segnato lì, venuto chi sa da dove, che certo in pochi anni col fitto
dei dodici quartini ammobigliati in un luogo così ameno si sarebbe
rifatto della spesa e costituito una bella rendita; s'era sentito
gabbato e frodato: l'accidia cupa, di bestia malata, con cui per
tanto tempo aveva sopportato miseria e malanni, gli s'era cangiata
d'improvviso in un'acredine rabbiosa, per cui tra smanie violente
e lagrime d'esasperazione, pestando i piedi, mordendosi le mani,
strappandosi i capelli, s'era messo a gridar giustizia e vendetta
contro quel ladro gabbamondo.
Purtroppo è vero che, a voler scansare un male, tante volte, si rischia
d'intoppare in un male peggiore. Quello zoppo forestiere, per non aver
più la molestia di quelle scomposte recriminazioni, sconsigliatamente
s'era indotto a porger sottomano a Jaco Naca qualche giunta al prezzo
della vendita: poco; ma Jaco Naca, naturalmente, aveva sospettato
che quella giunta gli fosse porta così sottomano perchè colui non si
ritenesse ben sicuro del suo diritto e volesse placarlo; gli avvocati
non ci sono per nulla; era ricorso ai tribunali. E intanto che quei
pochi quattrinucci della vendita se n'andavano in carta bollata tra
rinvii e appelli, s'era dato con rabbioso accanimento a coltivare il
residuo della sua proprietà, il fondo del valloncello sotto quelle
rocce, ove le piogge, scorrendo in grossi rigagnoli su lo scabro e
ripido declivio della poggiata, avevano depositato un po' di terra.
Lo avevano allora paragonato a un cane balordo che, dopo essersi
lasciato strappar di bocca un bel cosciotto di montone, ora
rabbiosamente si rompesse i denti su l'osso abbandonato da chi s'era
goduta la polpa.
Un po' d'ortaglia stenta, una ventina di non meno stenti frutici di
mandorlo che parevano ancora sterpi tra i sassi, erano sorti laggiù nel
valloncello angusto come una fossa, in quei due anni d'accanito lavoro;
mentre lassù, aerei innanzi allo spettacolo di tutta la campagna e del
mare, i due leggiadri villini splendevano al sole, abitati da gente
ricca, che Jaco Naca naturalmente s'immaginava anche felice. Felice,
non foss'altro, del suo danno e della sua miseria.
E per far dispetto a questa gente e vendicarsi almeno così del
forestiere, quando non aveva potuto più altro, aveva trascinato laggiù
nella fossa un grosso cane di guardia; lo aveva legato a una corta
catena confitta per terra, e lasciato lì, giorno e notte, morto di
fame, di sete e di freddo.
— Grida per me!
*
Di giorno, quand'egli stava attorno all'orto a zappettare, divorato dal
rancore, con gli occhi truci nel terreo giallore della faccia, il cane
per paura stava zitto. Steso per terra, col muso allungato su le due
zampe davanti, al più, sollevava gli occhi e traeva qualche sospiro o
un lungo sbadiglio mugolante, fino a slogarsi le mascelle, in attesa
di qualche tozzo di pane, ch'egli ogni tanto gli tirava come un sasso,
divertendosi anche talvolta a vederlo smaniare, se il tozzo ruzzolava
più là di quanto teneva la catena. Ma la sera, appena rimasta sola
laggiù, e poi per tutta la nottata, la povera bestia si dava a guaire,
a uggiolare, a sguagnolare, così forte e con tanta intensità di doglia
e con tali implorazioni d'ajuto e di pietà, che tutti gl'inquilini
delle due ville si destavano e non potevano più riprender sonno.
Da un piano all'altro, dall'uno all'altro quartino, nel silenzio della
notte, si sentivano i borbottii, gli sbuffi, le imprecazioni, le smanie
di tutta quella gente svegliata nel meglio del sonno; i richiami e
i pianti dei bimbi impauriti, il tonfo dei passi a piedi scalzi o lo
strisciar delle ciabatte delle mamme accorrenti.
Era mai possibile seguitare così? E da ogni parte eran piovuti reclami
al proprietario, il quale, dopo aver tentato più volte e sempre invano,
con le buone e con le cattive, d'ottenere da quel tristo che finisse
d'infliggere il martirio alla povera bestia, aveva dato il consiglio di
rivolgere al municipio un'istanza firmata da tutti gl'inquilini.
Ma anche quell'istanza non aveva approdato a nulla. Correva, dai
villini al posto ove il cane stava incatenato, la distanza voluta dai
regolamenti: se poi, per la bassura di quel valloncello e per l'altezza
dei due villini, i guaiti pareva giungessero da sotto le finestre, Jaco
Naca non ci aveva colpa: egli non poteva insegnare al cane ad abbajare
in un modo più grazioso per gli orecchi di quei signori; se il cane
abbajava, faceva il suo mestiere; non era vero ch'egli non gli desse
da mangiare; gliene dava quanto poteva; di levarlo di catena non era
neanche da parlarne perchè, sciolto, il cane se ne sarebbe tornato a
casa, e lui lì aveva da guardarsi quei suoi benefici che gli costavano
sudori di sangue. Quattro sterpi? Eh, non a tutti toccava la ventura
d'arricchirsi in un batter d'occhio alle spalle d'un povero ignorante!
— Niente, dunque? Non c'era da far niente?
E una notte di quelle, che il cane s'era dato a mugolare alla gelida
luna di gennajo più angosciosamente che mai, all'improvviso, una
finestra s'era aperta con fracasso nel primo dei due villini, e due
fucilate n'eran partite, con tremendo rimbombo, a breve intervallo.
Tutto il silenzio della notte era come rimbalzato due volte con
la campagna e il mare, sconvolgendo ogni cosa; e in quel generale
sconvolgimento, urla, gridi disperati! Era il cane che aveva subito
cangiato il mugolìo in un latrato furibondo, e tant'altri cani delle
campagne vicine e lontane s'erano dati anch'essi a latrare a lungo, a
lungo. Tra il frastuono, un'altra finestra s'era schiusa nel secondo
villino, e una voce irata di donna e una vocetta squillante di bimba
non meno irata, avevano gridato verso quell'altra finestra da cui erano
partite le fucilate:
— Bella prodezza! Contro la povera bestia incatenata!
— Brutto cattivo!
— Se ha coraggio, contro il padrone dovrebbe tirare!
— Brutto cattivo!
— Non le basta che stia lì quella povera bestia a soffrire il freddo,
la fame, la sete? Anche ammazzata? Che prodezza! Che cuore!
— Brutto cattivo!
E la finestra s'era richiusa con impeto d'indignazione.
Aperta era rimasta quell'altra, ove l'inquilino, che forse s'aspettava
l'approvazione di tutti i vicini, ecco che, ancor vibrante della
violenza commessa, si aveva in cambio la sferzata di quell'irosa e
mordace protesta femminile. Ah sì? ah sì? E per più di mezz'ora, lì
seminudo, al gelo della notte, come un pazzo, colui aveva imprecato
non tanto alla maledettissima bestia che da un mese non lo lasciava
dormire, quanto alla facile pietà di certe signore che, potendo a
piacer loro dormire di giorno, possono perdere senza danno il sonno
della notte, con la soddisfazione per giunta.... eh già, con la
soddisfazione di sperimentar la tenerezza del proprio cuore, compatendo
le bestie che tolgono il riposo a chi si rompe l'anima a lavorare dalla
mattina alla sera. E l'anima diceva, per non dire altro.
I commenti, nei due villini, durarono a lungo quella notte; s'accesero
in tutte le famiglie vivacissime discussioni tra chi dava ragione
all'inquilino che aveva sparato, e chi alla signora che aveva preso le
difese del cane.
Tutti eran d'accordo — sì — che quel cane era insopportabile; ma
anche — sì — ch'esso meritava compassione per il modo crudele con cui
era trattato dal padrone. Se non che, la crudeltà di costui non era
soltanto contro la bestia, era anche contro tutti coloro a cui, per
via di essa, toglieva il riposo della notte. Crudeltà voluta; vendetta
meditata e dichiarata. Ora, ecco, la compassione per la povera bestia
faceva indubbiamente il giuoco di colui; il quale, tenendola così a
catena e morta di fame e di sete e di freddo, pareva sfidasse tutti,
dicendo:
— Se avete coraggio, per giunta, ammazzatela!
Ebbene, sì: bisognava ammazzarla, bisognava vincere la compassione e
ammazzarla, per non darla vinta a quel manigoldo! — Ah sì? Ammazzarla?
E non si sarebbe fatta allora scontare iniquamente alla povera bestia
la colpa del padrone? Bella giustizia! Una crudeltà sopra la crudeltà,
e doppiamente ingiusta, perchè si riconosceva che la bestia non solo
non aveva colpa ma anzi aveva ragione di lagnarsi così! La doppia
crudeltà di quel tristaccio si sarebbe rivolta tutta contro la bestia,
se anche quelli che non potevano dormire si mettevano contro di essa e
la uccidevano! D'altra parte, però, se non c'era altro mezzo d'impedire
che colui martoriasse tutti?
— Piano, piano, signori.... — era sopravvenuto ad ammonire il
proprietario dei due villini, la mattina dopo, con la sua gamba di
legno cigolante. — Per amor di Dio, piano, signori!
Ammazzare il cane a un contadino siciliano? Ma si guardassero bene dal
rifar la prova! Ammazzare il cane a un contadino siciliano voleva dire
farsi ammazzare senza remissione. Che aveva da perdere colui? Bastava
guardarlo in faccia per capire che, con la rabbia che aveva in corpo,
non avrebbe esitato a commettere un delitto.
Poco dopo, infatti, Jaco Naca, con la faccia più gialla del solito e
col fucile appeso alla spalla, s'era presentato innanzi ai due villini
e, rivolgendosi a tutte le finestre dell'uno e dell'altro, poichè non
gli avevano saputo indicare da quale propriamente fossero partite le
fucilate, aveva masticato la sua minaccia, sfidando che si facesse
avanti chi aveva attentato al suo cane.
Tutte le finestre eran rimaste chiuse; soltanto quella dell'inquilina
che aveva preso le difese del cane e che era la giovine vedova
dell'intendente delle finanze, signora Crinelli, s'era aperta, e la
bambina dalla voce squillante, la piccola Rorò, unica figlia della
signora, s'era lanciata alla ringhiera col visino in fiamme e gli
occhioni sfavillanti per gridare a colui il fatto suo, scotendo i folti
ricci neri della tonda testolina ardita.
Jaco Naca, in prima, sentendo schiudere quella finestra, s'era tratto
di furia il fucile dalla spalla; ma poi, vedendo comparire una bambina,
era rimasto con un laido ghigno sulle labbra ad ascoltarne la fiera
invettiva, e alla fine con acre mutria le aveva domandato:
— Chi ti manda, papà? Digli che venga fuori lui: tu sei piccola!
Ma la mammina s'era affrettata a tirar dentro la bimba.
*
Da quel giorno, la violenza dei sentimenti in contrasto nell'animo di
quella gente, da un canto arrabbiata per il sonno perduto, dall'altro
indotta per la misera condizione di quel povero cane a una pietà subito
respinta dall'irritazione fierissima verso quel villanzone che se ne
faceva un'arma contro di loro, non solo turbò la delizia di abitare in
quei due villini tanto ammirati, ma inasprì talmente le relazioni degli
inquilini tra loro che, di dispetto in dispetto, presto si venne a una
guerra dichiarata, specialmente tra quei due che per i primi avevano
manifestato gli opposti sentimenti: la vedova Crinelli e l'ispettore
scolastico cavalier Barsi, che aveva sparato.
Si malignava sotto sotto, che la nimicizia tra i due non era soltanto
a causa del cane, e che il cavalier Barsi ispettore scolastico sarebbe
stato felicissimo di perdere il sonno della notte, se la giovane
vedova dell'intendente delle finanze avesse avuto per lui un pochino
pochino della compassione che aveva per il cane. Si ricordava che il
cavalier Barsi, non ostante la ripugnanza che la giovane vedova aveva
sempre dimostrato per quella sua figura tozza e sguajata, per quei
suoi modi appiccicaticci come l'unto delle sue pomate, s'era ostinato a
corteggiarla, pur senza speranza, quasi per farle dispetto, quasi per
il gusto di farsi mortificare e punzecchiare a sangue non solo dalla
giovane vedova, ma anche dalla figlietta di lei, da quella piccola
Rorò che guardava tutti con gli occhioni scontrosi, come se credesse di
trovarsi in un mondo ordinato apposta per l'infelicità della sua bella
mammina, la quale soffriva sempre di tutto e piangeva spesso, pareva
di nulla, silenziosamente. Quanta invidia, quanta gelosia e quanto
dispetto entravano nell'odio del cavalier Barsi ispettore scolastico
per quel cane?
Ora, ogni notte, sentendo i mugolii della povera bestia, mamma e
figliuola, abbracciate strette strette nel letto come a resistere
insieme allo strazio di quei lunghi lagni, stavano nell'aspettativa
piena di terrore, che la finestra del villino accanto si schiudesse e
che, con la complicità delle tenebre, altre fucilate ne partissero.
— Mamma, oh mamma, — gemeva la bimba tutta tremante, — ora gli spara!
Senti come grida? Ora lo ammazza!
— Ma no, sta' tranquilla, — cercava di confortarla la mammina, — sta'
tranquilla, cara, che non lo ammazzerà! Ha tanta paura del villano....
Non hai visto che non ha osato d'affacciarsi alla finestra? Se egli
ammazza il cane, il villano ammazzerà lui. Sta' tranquilla!
Ma Rorò non riusciva a tranquillarsi. Già da un pezzo, della sofferenza
di quella bestia pareva si fosse fatta una fissazione. Stava tutto il
giorno a guardarla dalla finestra giù nel valloncello, e si struggeva
di pietà per essa. Avrebbe voluto scendere laggiù a confortarla, a
carezzarla, a recarle da mangiare e da bere; e più volte, nei giorni
che il villano non c'era, lo aveva chiesto in grazia alla mamma. Ma
questa, per paura che quel tristo sopravvenisse, o per timore che la
piccina scivolasse giù per il declivio roccioso, non gliel'aveva mai
concesso.
Glielo concesse alla fine, per far dispetto al Barsi, dopo l'attentato
di quella notte. Sul tramonto, quando vide andar via con la zappa
in collo Jaco Naca, pose in mano a Rorò per le quattro cocche un
tovagliolo pieno di tozzi di pane e con gli avanzi del desinare, e
le raccomandò di star bene attenta a non mettere in fallo i piedini,
scendendo per la poggiata. Ella si sarebbe affacciata alla finestra a
sorvegliarla.
S'affacciarono con lei tanti e tant'altri inquilini ad ammirare la
bimba coraggiosa che scendeva in quel triste fossato a soccorrere la
bestia. S'affacciò anche il Barsi alla sua, e seguì con gli occhi la
bimba, crollando il capo e stropicciandosi le gote raschiose con una
mano sulla bocca. Non era un'aperta sfida a lui tutta quella carità
così ostentata? Ebbene: egli la avrebbe raccolta, quella sfida. Aveva
comperato la mattina una certa pasta avvelenata da buttare al cane, una
di quelle notti, per liberarsene zitto zitto. Gliel'avrebbe buttata
quella notte stessa. Intanto rimase lì a godersi fino all'ultimo lo
spettacolo di quella carità e tutte le amorose esortazioni di quella
mammina che gridava dalla finestra alla sua piccola di non accostarsi
troppo alla bestia, che poteva morderla, non conoscendola.
— Oh Dio.... già.... già....
Il cane abbajava, difatti, vedendo appressarsi la bimba e, trattenuto
dalla catena, balzava in qua e in là, minacciosamente. Ma Rorò, col
tovagliolo stretto per le quattro cocche nel pugno, andava innanzi
sicura e fiduciosa che quello, or ora, certamente, avrebbe compreso la
sua carità. Ecco, già al primo richiamo scodinzolava, pur seguitando
a abbajare; ed ecco, ora, al primo tozzo di pane, non abbajava più.
Oh poverino, poverino, con quale voracità ingojava i tozzi uno dopo
l'altro! Ma ora, ora veniva il meglio.... E Rorò, senza la minima
apprensione, stese con le due manine la carta coi resti del desinare
sotto il muso del cane che, dopo aver mangiato e leccato a lungo la
carta, guardò la bimba, dapprima quasi meravigliato, poi con affettuosa
riconoscenza. Quante carezze non gli fece allora Rorò, a mano a mano
sempre più rinfrancata e felice della sua confidenza corrisposta;
quante parole di pietà non gli disse; arrivò finanche a baciarlo
sul capo, provandosi ad abbracciarlo, mentre di lassù la mamma,
sorridendo e con le lagrime agli occhi, le gridava che tornasse su.
Ma il cane ora avrebbe voluto ruzzare con la bimba: s'acquattava, poi
springava smorfiosamente, senza badare agli strattoni della catena, e
si storcignava tutto, guaendo, ma di gioja. Non doveva pensare Rorò,
quella notte, che il cane se ne stesse tranquillo perchè lei gli aveva
recato da mangiare e lo aveva confortato con le sue carezze? Una sola
volta, per poco, a una cert'ora, s'intesero i suoi latrati; poi, più
nulla. Certo il cane, sazio e contento, dormiva. Dormiva, e lasciava
dormire.
— Mamma, — disse Rorò, felice del rimedio finalmente trovato. —
Domattina, di nuovo, mamma, è vero?
— Sì.... sì.... — le rispose la mamma, non comprendendo bene, nel sonno.
E la mattina appresso, il primo pensiero di Rorò fu d'affacciarsi a
vedere il cane che non s'era inteso tutta la notte.
Eccolo là: steso di fianco per terra, con le quattro zampe diritte,
stirate, come dormiva bene! E nel valloncello non c'era nessuno: pareva
ci fosse soltanto il gran silenzio che, per la prima volta, quella
notte, non era stato turbato.
Insieme con Rorò e con la mammina, gli altri inquilini guardavano
anch'essi stupiti quel silenzio di laggiù e quel cane che dormiva
ancora, lì disteso, a quel modo. Era dunque vero che il pane, le
carezze della bimba avevano fatto il miracolo di lasciar dormire tutti
e anche la povera bestia?
Solo la finestra del Barsi restava chiusa.
E, poichè il villano ancora non si vedeva laggiù, e forse per quel
giorno, come spesso avveniva, non si sarebbe veduto, parecchi degli
inquilini persuasero la signora Crinelli ad arrendersi al desiderio di
Rorò di recare al cane — com'ella diceva — la colazione.
— Ma bada.... piano, — la ammonì la mamma. — E poi su, presto, senza
indugiarti, eh?
Seguitò a dirglielo dalla finestra, mentre la bimba scendeva con
passetti lesti, ma cauti, tenendo la testina bassa e sorridendo tra sè
per la festa che s'aspettava dal suo grosso amico che dormiva ancora.
Giù, sotto la roccia, tutto raggruppato come una belva in agguato,
era intanto Jaco Naca, col fucile. La bimba, svoltando, se lo trovò di
faccia, all'improvviso, vicinissimo: ebbe appena il tempo di guardarlo
con gli occhi spaventati: rintronò la fucilata, e la bimba cadde
riversa, tra gli urli della madre e degli altri inquilini, che videro
con raccapriccio rotolare il corpicciuolo giù per il pendìo fin presso
al cane rimasto là, inerte, con le quattro zampe stirate.