I.

La notte dopo il 12 aprile del 1796, un giovane comandante d'esercito,

passata la Bormida con una vanguardia di ottomila Francesi, veniva

ragionando in certa sua forma tra imperiosa e familiare con uno di quei

valligiani, tolto poc'anzi per guida fino alla gola di Plodio. Tra

l'altro ch'egli disse, queste parole rimasero scolpite nella mente

dell'ascoltatore, preso di molta ammirazione e già disposto a gran fede:

“Ci sono in Italia duecentomila poltroni; ma io li impiegherò.„ Parlava

facilmente italiano, il generale francese, perchè era nato italiano di

terra e di stirpe; parlava volentieri italiano in quell'ora, perchè,

girate appena le Alpi sul primo nodo dell'Appennino, amava trarne il

buon augurio con suoi fratelli di sangue, sperati amici e cooperatori di

vittoria. Diceva ancora di non esser venuto a guerreggiare i popoli, ma

i re, nemici dei popoli; non l'Italia schiava, ma l'Austria, tiranna in

casa altrui, secondo il mal uso degli stranieri, sempre calati sulla

bella penisola, come in campo aperto alle loro contese di primato

europeo.

Duecentomila poltroni da impiegare! A non vederci altro che tanti

infingardi, contenti dell'ozio a cui si sentivano condannati, i poltroni

d'Italia erano certamente di più. Ma egli, giunto tra noi a capo di

trentaseimila combattenti, egli che più tardi, nel colmo della potenza

sua, non doveva averne più di cinquecentomila, nè mai, di tal numero,

oltre i due terzi raccolti sotto la mano, poteva bene restringersi

allora in quei modesti confini, e non chiedere all'Italia, sua madre,

più di duecentomila soldati. Era già molto, e per il tempo e per l'uomo.

Ancora egli non aveva fatto altro che vincere, dodici ore innanzi, sulle

alture di Montenotte; e Montenotte non doveva essere una giornata

decisiva se non dopo i felici combattimenti di Dego e di Millesimo.

Pure, sceso da quelle vette onde non era spazzato intieramente il

nemico, e dal ponte di Càrcare conducendo all'ostacolo di Cosseria la

divisione Augereau, egli si sentiva già tutto compreso del suo alto

destino. Un colpo di fortuna lo aveva innalzato a Tolone; un altro gli

aveva fruttato il favore del Direttorio, per le nozze con la vedova

Beauharnais, amica della Tallien, la bella onnipotente del giorno. Il

caso è uno stupendo artefice di eventi; ma a patto che dove passa

l'occasione, sua frettolosa figliuola, si trovi in agguato chi sappia

afferrarla pel ciuffo. E molti aspettano, che non la vedranno passare;

alcuni l'acciuffano, che non sapranno tenerla. Audaci, ma senza il

valore che giustifichi l'audacia: e meglio per essi che non fossero

usciti dalla oscurità; tanto è vergogna aver tentato e non vinto.

Non così egli, venuto alla sua ora in quell'esercito d'Italia che da

quattro anni facendo pochi fatti romoreggiava sempre intorno ai confini.

A Nizza, trovò laceri e scalzi, senza cavalli, senza vettovaglie,

trentaseimila Francesi; nè egli portava più che duemila luigi con sè.

Averne quattro per testa, fu gala a giovani generali, ch'egli doveva far

poi marescialli, principi e duchi, caricandoli d'oro, di feudi, perfin

di corone. Ai soldati nulla; ma prometteva un paradiso terrestre,

disteso sotto i loro occhi nella gran valle del Po, passando, già

s'intendeva, sui ventiduemila piemontesi del Colli e sui trentaseimila

Austriaci del Beaulieu. L'obbedirono; e passarono ancora sui

sessantamila del Wurmser, poscia sui sessantamila dell'Alvinzy, vincendo

dal Tanaro al Tagliamento, dissipando tutte le resistenze, suscitando

repubbliche, abbattendo principati, o ricevendoli in alleanza, che era

principio di soggezione. A questo vincitore, che non in tre mesi, come

aveva promesso nel partir da Parigi, ma in due era giunto a Milano, e in

dieci aveva cacciata l'Austria dalla penisola italiana, mandando alla

Repubblica francese il primo tributo ch'ella avesse ancor ricevuto di

milioni e d'opere d'arte; a questo vincitore, costretto a perder gente

in ogni vittoria, non si spedivano aiuti se non di poche migliaia

d'uomini, non si consentiva il chiesto collegamento dell'esercito del

Reno: ond'egli, a non arrisicare il guadagnato, e tuttavia con audaci

mosse sulle Alpi Noriche minacciando di correr su Vienna, costrinse il

nemico ai patti preliminari di Leoben; e il 17 ottobre 1797, a

Campoformio, con larghezza inaudita, all'Austria vinta in quindici

giornate campali e in più di sessanta fazioni minori, cedeva lo Stato

Veneto, dai confini della Dalmazia alla linea dell'Adige. Il 9 dicembre

era a Parigi, per rientrare nella vita privata. Già troppo grande, e

troppo fortunato, lo mandarono presto in Egitto, per colpir

l'Inghilterra sulla via delle Indie, o piuttosto per disfarsi di lui. Fu

sorte che non gli lesinassero gente, nè sussidii navali. Ebbe

quarantamila combattenti, tredici vascelli di linea, a cui potè unirne

due veneti da sessantaquattro cannoni, sei fregate pur venete, e otto

francesi, settantadue legni minori e quattrocento trasporti, con

diecimila marinai. Così, mentre la Francia rimasta senza di lui si

disponeva a perdere quanto aveva per lui guadagnato di qua dalle Alpi,

egli andava a vincere, come Cesare, in Egitto, e con la molteplice

operosità del velocissimo ingegno ordinava quella famosa spedizione

scientifica, onde ancora il suo nome è collegato al rifiorire degli

studi orientali. Se l'armata del Brueys vinceva ad Aboukir, com'egli

alle Piramidi e al monte Tabor, qual mutamento nel mondo! Segno che

l'occasione era passata anche laggiù, lungo le foci del Nilo; e

l'ammiraglio non ebbe, come il generale, la virtù di afferrarla.

Perduto il buon punto sul mare, tornava inutile, o quasi, proseguir

l'impresa per terra. Risoluto il ritorno dopo le tristi nuove del

continente (e fu altra fortuna che l'ammiraglio nemico gli mandasse,

quasi a scherno, i pubblici fogli), trafugatosi per prodigio alla

crociera inglese, giunto inaspettato a Parigi, fatto il colpo del 18

brumale contro l'Assemblea dei Cinquecento, non più servitore ma arbitro

e console, lascia ai due colleghi del triumvirato il governo, e con

arditezza di concepimento non altrimenti superata che dalla celerità

dell'atto, si difila dalle Alpi a capo di sessantamila combattenti,

piomba su Milano, si volge su Marengo, e in un colpo fulmineo restaura

le sorti della guerra. A quel colpo l'Italia inferiore, come la

superiore, si costituisce tutta in repubbliche. Troppe, e fu errore,

ond'egli pure partecipò; scusabile, nondimeno, poichè non era

stabilmente il padrone. Quando lo fu, come primo console, poi come

imperatore, non vide opportuno nè maturo il consiglio di uno Stato solo

dalle Alpi alla Sicilia; aspettava un'altra occasione, la preparava:

frattanto l'Italia dava a lui ben più di duecentomila spoltroniti, per

le sue guerre d'Austria, di Germania e di Russia. E questa Italia mostrò

di sentire tutta la grandezza dell'eroe, che in Francia non aveva

destato estri di poeti inneggianti, nè meditazioni di cospiranti

intelletti. Il _Genio del Cristianesimo_ e il Concordato con Roma furono

due opere affini; ma i loro autori non s'intesero, e il visconte di

Chateaubriand, ingegno e stile mirabilmente adatto a magnificare, rimase

malcontento, si trasse in disparte. Quanto alla signora di Stael, la

dotta Corinna non diede altro all'Impero se non un libro avverso,

l'_Allemagne_, glorificazione del genio d'un popolo nemico. Ed egli, che

amava i vasti concepimenti dell'epica, vedendo già un altro Omero in

quello smilzo Ossian del Macpherson, rimpolpato e rimpannucciato

dall'arte del Cesarotti, egli che amava i forti contrasti della tragedia

e volentieri avrebbe fatto principe dell'Impero il Corneille, se

l'autore del _Cinna_ si fosse degnato di nascere un secolo e mezzo più

tardi, non ebbe un grande artista della parola che celebrasse le sue

grandi imprese e i suoi vasti disegni. Il suo prosatore Fontanes tesseva

discorsi accademicamente laudatorii, ma gli guastava i concetti

universitarii, per vantarsene poscia ai ritornati Borboni. Più fortunato

di qua dalle Alpi, ebbe dal Monti il _Prometeo_ e il _Bardo della Selva

Nera_, classiche e romantiche costruzioni di un ingegno poderoso, ma non

condotte a termine; e forse avrebbe meritato assai più di rimanere in

tronco la senile _Pronea_ tra le stanche mani del traduttore e

ricreatore di Ossian. Abbondavano, è vero, da noi le cantate cortigiane;

ma non fu di cortigiano il panegirico di Pietro Giordani, o fu di tale

che intese nel potentissimo uomo l'altissimo spirito, e perchè lo

intese, e come lo intese, non dubitò di esaltarlo. Ugo Foscolo volle e

non volle; sentiva il grand'uomo, ma ricordava Campoformio: e chi,

riconducendosi col pensiero a quel tempo e ai giudizi d'allora, vorrebbe

dargliene biasimo? Serviva intanto colla spada; restò in forse colla

penna; ad ogni modo, irrigidendo davanti al re dei re i nervi della sua

prosa, solo assai tardi uscì nelle mal celate ostilità dell'_Ajace_.

Taccio dei minori, che il favore del trono accomunava allora, ed anche

preponeva ai maggiori, come il Paradisi e il Lamberti. Se gl'ingegni

italiani non fecero di più, pensiamo che si dolevano non avesse fatto

anch'egli di più per la fortuna d'Italia, dond'era così lietamente

incominciata la sua.

Napoleone: La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 5 / 10 题