DAL BAGNO A MORBO A SAN DALMAZIO

Il Morbo è stazione balnearia alla quale concorrono in tempo d'estate i

malfermi in salute dei vicini paesi, e della Maremma massetana. Fu

quindi cosa al di fuori delle consuetudini ordinarie della casa il

presentarsi di due stranieri alle 11 di sera. Zizzo si era fermato colla

sua vettura al principio della piccola salita che vi è dalla parte del

giardino, ed i viaggiatori avevano battuto alla porta che fu aperta

dallo stesso ministro del Bagno. «_Parlo al signor Martini?_» chiese il

Generale; e sulla risposta affermativa si trasse di tasca una lettera,

e gliela consegnò. Introdotti i due stranieri nel salotto terreno, e

pregati di sedersi, chiedeva Girolamo Martini il permesso, com'è d'uso,

di leggere la lettera ricevuta, e ne aveva scorsi i primi versi, quando

uno dei due, alzatosi in piedi di un tratto, e con tuono sicuro e

confidente di chi parlasse ad un vecchio amico, lo interruppe dicendo:

«_Signor Martini, in due parole vi dirò il contenuto della lettera;

sappiate che io sono il Generale Garibaldi, e questo mio compagno il

Capitano Leggero._» Attonito guardò il Martini i suoi due ospiti, gli

passarono per la mente le gesta gloriose del Generale, la fortuna

avversa presente, il bisogno di soccorso immediato, e tutte queste cose

ed altre assai si tradussero nella risposta che gli usciva dal cuore:

«_Coraggio, Generale, tutto si rimedia._» E pronto davvero al rimedio,

col senso pratico che gli era abituale, pensò anzitutto di coonestare la

venuta dei due stranieri ad ora così insolita al Morbo, e di fare

insieme sparire le traccie loro presso al vetturino che li aveva

condotti. Saputo dal Garibaldi come Zizzo fosse nella credenza di avere

portati due mercanti di bestiame, si fece sulla porta di casa, e

rivolgendosi a lui con voce alta lo rimproverò di avergli condotti i due

mercanti coi quali non aveva nulla che fare, mentre essi erano diretti a

comprare cavalli a Bruciano, e lo invitò a continuare senz'altro il

viaggio, se voleva esser pagato colla pattuita mercede. Ma Zizzo, come

era naturale, rispondeva: essersi impegnato col vetturino di Poggibonsi

di portare i due passeggeri al Bagno, e questo avere fatto, quindi

essere fuori dell'obbligo suo, e non volere andare a Bruciano in

quell'ora per tutto l'oro del mondo; avere esso già impegno di portare

oggetti alla fiera del Ponte di Ferro nel giorno successivo, ed essergli

perciò necessario l'immediato ritorno a Pomarance. Ben si aspettava una

tale risposta Girolamo Martini, quindi di rimando: «_Sta bene, sta bene;

vedo che colla tua brenna non saresti buono a condurceli, questi tuoi

viaggiatori, cosicchè ce li farò condurre col mio legno appena si

saranno un poco riposati._» Ciò detto scendeva il breve tratto di via

che lo separava dal vetturino, e gli poneva in mano una moneta d'oro da

venti lire a nome dei due mercanti.--Come restasse Zizzo a così lauta

ricompensa si può immaginare.--Coll'ingordigia insaziabile del suo

mestiere pensò che se i 10 chilometri dalla Burraia al Morbo gli avevano

fruttato un marengo, la prosecuzione del viaggio a Bruciano ne avrebbe

fruttato un altro almeno con persone così correnti allo spendere, e

anche oggi dopo 35 anni rammenta con dispiacere il malaugurato

rifiuto.--E noi che si considera ora le cose con piena calma si troverà

invero la larghezza del Martini essere da risparmiarsi, come quella che,

uscendo dalle consuetudini naturali, poteva generare sospetto circa ai

due mercanti che pagavano con tal profusione; ma bisogna pensare altresì

a quanto inopinatamente avveniva al Martini, allo stato dell'animo suo

non atto in quel momento a ponderare con sangue freddo le cose più

piccole, ed anzi loderemo la sagacia ammirevole del ripiego di Bruciano,

col quale si giovava alla posizione degli esuli tanto rispetto al

vetturino, quanto rispetto ai bagnanti.

Ma rimediato ad uno, ecco che si presenta un altro malanno. Era stato

chiamato il cameriere della casa, che era già coricato, e gli era stato

ordinato di servire i due nuovi venuti. Veduti esso i due profughi, che

erano tuttora nel salotto terreno insieme col Martini, uscì subito dalla

stanza, e chiamato quest'ultimo in luogo appartato, con modi di chi è

trasognato dalla sorpresa, gli disse: «_Ma, signor ministro, sa lei chi

sono quei forestieri?_»--E il Martini: «Chi sono dunque?»--«Uno dei due,

quello dalla barba bionda, è Garibaldi.»--«_Ma voi siete matto_, replicò

col suo sangue freddo il Martini, _quei due sono mercanti di bestiame

che vanno a fare acquisti di cavalli a Bruciano, e sono stati portati

qui per errore._»--«_E io, gli dico che sono due profughi, e uno di essi

è Garibaldi; lo conosco bene, stia sicuro, l'ho servito a tavola a

Nizza._»--Bisognò cessare dall'inutile negativa, e dire al cameriere che

non si era ingannato, i due esser lì di passaggio per pochi momenti, ma

guai a lui se avesse parlato, e il cameriere promise e mantenne.

Tutto questo avveniva in breve lasso di tempo. Ma la posizione dei

profughi era precaria, e occorreva pensare a far qualcosa pel loro

salvamento. Trovavasi per caso al Bagno un tale che godeva fama onesta,

ed era creduto dal Martini assai liberale. A lui si rivolse il buon

ministro confidandogli il nome degli ospiti illustri, e richiedendolo di

consiglio. Era il creduto liberale onesto sì, ma pusillanime, e

trasecolando nel sentire che in quella stessa casa si trovava Garibaldi,

consigliò per il suo meglio il Martini a sbarazzarsi, e subito, di

persone così pericolose, e questi a riparare la mal fatta confidenza,

sempre d'animo pronto ai ripieghi gli replicava: «_Già, già.... avevo io

pure pensato così, e metterò subito in pratica il suo consiglio col

farli accompagnare a Bruciano, appena si saranno riposati._» E chiamato

il vetturino di casa, in presenza del timoroso signore gli ordinò di

tenersi pronto per condurre a Bruciano i due viaggiatori; in segreto poi

gli ingiungeva di partire al tocco dopo la mezzanotte, fermarsi al

_Campo Murato_, località prossima a Bruciano, fino a giorno avanzato,

tornare al Bagno facendo in modo di essere veduto, e dire a tutti di

avere accompagnati i due mercanti di bestiame arrivati al Bagno nella

sera antecedente. E così fece il vetturino che era fidatissimo, ma

inconsapevole del perchè dal ministro gli fosse ordinata tale cosa, e il

suo ritorno da solo tranquillizzò il pusillanime consigliatore, ingannò

l'astuto cameriere, e fece persuasi i bagnanti che i mercanti di

bestiame giunti ad ora tanto insolita, erano anche ripartiti con

sollecitudine per la loro destinazione.

Frattanto il Martini aveva fatti passare i suoi ospiti nella parte più

riposta della casa, e li aveva alloggiati al piano superiore nella

camera sovrapposta alla sala di ricevimento. Nella notte non chiuse

occhio, pensando e ripensando al dove trovare un asilo sicuro per essi,

chè tale non era quello prescelto per necessità. E come uomo di cuore

non si preoccupava soltanto del domani, ma anche e molto più di trovare

una via per la quale far giungere i profughi in luogo di salvezza.

Finalmente risolse di dirigersi a Michele Bicocchi, ricco proprietario

della vicina fattoria di Sant'Ippolito, come a colui che poteva dare

asilo, aiuto e consiglio. Si recò da lui la mattina prestissimo, e gli

raccontò gli eventi della sera, gli disse il nome illustre che portava

uno dei suoi ospiti, la necessità di ricovero più sicuro, il dovere che

sentiva fortissimo di non abbandonare il proscritto.

Dètte il Bicocchi consiglio buono, profferta grande di aiuti, ma rifiuto

circa all'asilo. Coonestò la repulsa col dire la fattoria di

Sant'Ippolito spesso frequentata dagli agenti del governo restaurato--ma

questo era quanto succedeva allora per tutte le case di campagna, e in

ogni caso era sempre stanza più sicura per gli esuli che non fosse il

Morbo in tempo di bagnatura.--La ragione vera si era che il Bicocchi,

per pochezza d'animo non volle correre il rischio delle pene comminate

per chi ricettasse Garibaldi. Ma qui si ferma il lato cattivo, che poi,

sempre a patto di non avere in casa sua un così pericoloso proscritto,

si diè di tutta lena ad aiutare il Martini, d'onde ne venne il consiglio

buono, e la profferta d'aiuti.--Propose Cammillo Serafini di San

Dalmazio, e Angiolo Guelfi di Scarlino, come quelli che avrebbero

accettata di gran cuore l'impresa del salvamento, e sarebbero stati da

tanto di portarla a termine con esito fortunato, e l'uno fornirebbe

sicuro asilo in San Dalmazio, mentre l'altro provvederebbe una via di

salvezza per la Maremma.--Consigliò spedire un espresso al Serafini, e

si profferse di parlarne egli medesimo ad Angiolo Guelfi, che sapeva

doversi trovare quel giorno stesso alla fiera del Ponte di

Ferro.--Quanto ad aiuti non misurò la promessa, che anzi dichiarò essere

la sua pecunia a disposizione dell'impresa, ed essere pronto a spendere

qualunque somma purchè riuscisse a bene.--Offrì uomini e cavalli per

trasporti ed espressi, e certamente avrebbe tutto mantenuto, ma non ve

ne fu il bisogno. Insomma il Bicocchi tutto poneva a disposizione,

eccetto la sua personale sicurezza, e in quei momenti di egoistica

abiezione, non era poca cosa. E se si aggiunge il modo tepido anzichè

no con cui aveva sempre proceduto il Bicocchi nei partiti politici, e la

sua vita appartata, vi è piuttosto da lodare che da biasimare. Questo è

certo che passato il panico della reazione, il Bicocchi si è doluto più

volte con alcuno dei coadiuvatori di non aver presa parte più attiva

nell'impresa onoranda.

Così stabilito il da farsi, mandò il Martini un espresso a San Dalmazio,

e partì il Bicocchi per la fiera del Ponte di Ferro alla quale sapeva

d'incontrare il Guelfi. Ma l'espresso del Martini trovò che il Serafini

era già partito per la fiera, cosicchè il Bicocchi potè ivi parlare con

ambedue.

La fiera di bestiame, che si fa ora nella terra di Pomarance, si teneva

allora sulla sponda sinistra del fiume Cecina presso il Ponte di Ferro

nella adiacente pianura percorsa dalla via di Pomarance, e Garibaldi era

passato appunto di là il giorno innanzi per andare al Morbo, cosicchè

facendosi la riunione sui due lati della strada, la sua vettura nel

giorno dipoi avrebbe dovuto passare in mezzo a tanto popolo adunato, e

fu fortuna che questo incontro venisse a caso schivato.--Era in quel

giorno il Serafini alla fiera come deputato del Comune di Pomarance, e

il Guelfi vi si trovava per suo diporto.--Li prese il Bicocchi ambedue

in segreto, e riferì loro _essere necessario che si portassero subito al

Morbo, essendovi_, come disse, _due personaggi colà rifugiati da

salvare_. Nè l'uno nè l'altro avevano di bisogno che una tal cosa fosse

loro detta due volte, quindi lasciata il Serafini la deputazione, e il

Guelfi gli amici, si posero in via per provvedere al soccorso di que'

due proscritti di cui ignoravano il nome, nè questa era cosa nuova per

essi che si erano affaccendati in quei tristi tempi a salvare

dall'ergastolo e dalla morte quanti più patriotti esuli avevano

potuto.--Ora si aspettavano di soccorrere tutt'altri che il più grande

campione della libertà italiana.--Sapevano il Garibaldi scomparso dalla

scena politica da circa un mese, e tutto faceva credere che dalle rive

dell'Adriatico, ove era succeduta l'ultima catastrofe della sua schiera,

egli avesse già trovata una via di salvezza per l'America, e in ogni

caso mai pensavano che potesse essere in quei paraggi.--Stabilirono

strada facendo che mentre il Serafini sarebbe corso ove si trovavano i

profughi, il Guelfi anderebbe ad aspettare a San Dalmazio, ed ivi

insieme, a seconda del bisogno, avrebbero concertate le misure

necessarie al salvamento. E così fecero, per cui il Serafini correva

difilato al Morbo, vi arrivava circa le due pomeridiane, ricevuto dal

Martini come angiolo liberatore, ed introdotto presso i due profughi, a

differenza degli altri che avevano fin qui soccorso l'Eroe, lo

riconosceva a prima vista per averlo veduto a Livorno nel suo sbarco

dell'Ottobre antecedente, e dopo vinta la sorpresa tanto naturale per

così inopinato incontro, con voce franca e slancio patriottico disse:

«_Generale, disponete di me._» Ed il Generale intese dalle poche parole

e dagli atti come potesse aver piena fiducia di chi gli offriva i suoi

servigi, onde, abbracciandolo come un vecchio amico, rispose:

«_Portateci al mare e presto, e saremo salvi._» E, come sempre, non

s'ingannava nè sulla via da seguirsi, nè sulla sollecitudine di

tentarla. Sapeva guardate a vista tutte le vie di terra, e praticata una

crociera attivissima dai legni austriaci sulla spiaggia adriatica; se

nella sua lunga traversata dall'Appennino al Morbo avesse lasciato

sentore di sè, non sarebbe mancata un'altra crociera sulla spiaggia

tirrena per chiudere l'ultima via di scampo all'Esule temuto, che si

voleva avere ad ogni costo nelle mani.--E la crociera fu posta infatti,

ma troppo tardi.--Garibaldi era già in salvo da tre giorni quando la

costa fu sorvegliata.--Egli non s'ingannava neppure nel supposto di

lasciare dietro a sè sentore del passaggio; trovò ovunque amici fidi che

si posero ad ogni rischio per lui, ma erano troppi per conservare tutti

il segreto, ed è certo che in ogni luogo pel quale passò Garibaldi, se

ne propagò la notizia poco dopo la partenza.--Il suo nome era troppo

grande e popolare perchè potesse restare segreto.

Brevi furono gli accordi, e Serafini propose come temporario asilo la

sua casa di San Dalmazio intanto che si fosse potuto provvedere allo

scampo per la via di Maremma, e accennava alla presenza del Guelfi

tutto disposto a prestare l'opera sua. In poche parole fu concertato che

sull'imbrunire sarebbe tornato il Serafini per trasportare i due

profughi a San Dalmazio.

Restarono il Garibaldi ed il Leggero per alcune altre ore nella loro

camera appartata del Morbo. Quali fossero in questo tempo le cure da cui

erano circondati per parte del Martini, è inutile il dire; basti solo

riflettere quanti ostacoli avrà dovuto superare il buon uomo per poter

ritenere nascostamente nella casa due individui, e provvedere ai loro

bisogni di vitto, in mezzo a tante persone alcune delle quali già al

corrente del segreto arrivo del Generale. Ma tanta fu la prudenza e

l'assennatezza sua, congiunta a quel mirabile sangue freddo di cui lo

abbiamo già veduto capace, che tutto seppe eludere, e si arrivò alla

sera senza che nessuno della casa pensasse di coabitare coll'Esule

temuto.

Venne alle 9 di sera il Serafini.--Entusiasta di Garibaldi e di amor

patrio, non avrebbe ceduto il suo incarico pericoloso per cosa al

mondo.--Subito arrivato a San Dalmazio aveva colle più animate parole

posto Angiolo Guelfi al corrente della grave missione che la fortuna

offriva loro. Aveva Angiolo Guelfi sortito da natura, insieme a fervido

amore di libertà, carattere fermo e riflessivo, onde abbracciò

l'importanza dell'impresa che gli si poneva dinanzi, ed aspettando la

venuta degli ospiti volse nell'animo suo i diversi modi pei quali si

poteva giungere al salvamento del Grande che il caso affidava alle loro

mani.--Intanto il Serafini aveva prese nella sua casa le più minute

precauzioni tanto per l'alloggio de' suoi ospiti, quanto perchè il loro

arrivo passasse inavvertito agli abitanti del paese, e a coloro stessi

che frequentavano la sua casa.--Uscirono i profughi inosservati dal

Bagno, e accompagnati dal Martini raggiunsero il baroccino che era a

breve distanza dalla casa sulla via pubblica, nel luogo ove da questa si

stacca il piccolo braccio stradale del Morbo.--Armati dal Serafini,

sempre previdente, di fucili da caccia, salirono i due nel baroccino

insieme a lui, che colla sua abituale velocità fece in breve tempo i

pochi chilometri di strada provinciale, e si fermò al luogo detto

_Croce del Bulera_. Quivi cessava in quei tempi la strada ruotabile per

chi fosse andato a San Dalmazio, e quivi il Serafini lasciò il suo legno

presso i suoi parenti, come ne era solito, non credendo prudente il

richiamare l'attenzione altrui sul passaggio inusitato di un veicolo a

quell'ora, e per luoghi così malagevoli. Continuarono a piedi fino al

paese i forse tre chilometri che restavano da fare, e alle dieci e mezzo

di sera vi giunsero.--La strada principale, e si può dire unica, del

paesello era deserta, e così poterono arrivare inosservati alla casa

Serafini. Si fermarono gli ospiti al riparo di un angolo di caseggiato

che si trova in faccia all'ingresso principale, mentre il proprietario

per altra porta entrava nella casa, e li introduceva esso stesso nel suo

salotto[10].

Dal molino di Cerbaia a Cala Martina Notizie inedite sulla vita di Giuseppe Garibaldi · 第 9 / 23 题