DA PRATO AL BAGNO A MORBO

La vettura noleggiata per i profughi dall'egregio Martini era a quattro

ruote e ad un cavallo, adatta cioè alle vie pianeggianti che esistono

fra Prato e Poggibonsi, e non tale da richiamare l'attenzione di

chicchessia. La conduceva Vincenzo Cantini, garzone di Angiolo Franchi

tenutario di vetture pubbliche, e credeva di condurre verso la Maremma

due mercanti di bestiame, che colà si portavano per fare acquisti. A

tutto aveva pensato il previdentissimo patriotta pratese.

Per la via d'Empoli e per la valle dell'Elsa giunsero i due viaggiatori

senza incontro sinistro presso Poggibonsi alle ore 8 di mattina, e si

fermarono fuori dell'abitato alla casetta detta _Bonfante_, distante dal

paese forse duecento metri.

Non era cosa nuova che ivi facesse sosta qualche vettura a riposare i

cavalli, e ancora qualcuno vi se ne ferma oggi, quantunque non siavi

locanda.--E fu buona l'idea, perocchè oltre a non mettersi in evidenza

della sbirraglia reazionaria, sfuggivano i profughi la vista dei soliti

Austriaci che erano di passaggio da Poggibonsi.--Un bambino, figlio

della Giuseppa Bonfanti[4] vide fermarsi il legno davanti alla sua

abitazione, e scenderne i due, uno dei quali, biondo e più attempato,

gli domandò con modo cortese se era permesso il riposarsi un poco nella

casa. Riferì il bambino la domanda alla madre, e questa che era oltre

ogni dire ospitale, scese ad incontrare i due viaggiatori, garbatamente

li accolse, e li fece salire nella cucina, mentre il vetturino,

ricoverato il cavallo nella stalla della Bonfanti, veniva mandato al

paese onde consegnare al dottore Burresi la lettera del Sequi, con

preghiera di provvedere un mezzo di trasporto per la prosecuzione del

viaggio fino al Bagno al Morbo. Chiese di poi il Generale se si poteva

avere una qualche cosa da ristorarsi, e la buona donna assentiva

premurosa, e voleva andare a far provvista in paese, ma non volle esso

dicendo che se nella casa vi fossero uova, sarebbero state cibo bastante

per loro.--E questa disposizione del Generale nasceva non tanto dal

desiderio di non propalare la loro presenza, quanto dalla sobrietà sua

abituale.--Si piegò la Bonfanti all'esplicito desiderio e si mise

attorno alla cottura delle uova.--Stava frattanto Garibaldi seduto

insieme a Leggero nella cucina, e una bambina di forse tre anni, figlia

della Bonfanti, attirata dalla fisonomia simpatica, e dai modi benevoli

dello straniero, gli andò festevolmente fra le ginocchia, e Garibaldi la

carezzava con fare paterno.--Se ne avvide la donna, e dava mano ad

allontanarla con quel modo proprio delle madri, che pare burbero, ed è

carezzevole, dicendole: «_si levasse da dare noia a quei signori_;» se

non che Garibaldi si oppose, e presa in collo la bambina la baciò e

ribaciò teneramente, e le fece mille carezze.--Aveva sentito la donna,

sempre buona con tutti, una speciale simpatia pei due mercanti (così si

dicevano) massime pel biondo, e l'attiravano a lui le cortesi maniere,

il fare franco e leale, e la sua bella fisonomia fiera a un tempo e

gentile.--Ora poi che vi si aggiungeva l'orgoglio materno soddisfatto

nel vedere così carezzata la sua bambina da quel signore tanto amorevole

e buono, di quanto si aumentasse quel sentimento di simpatia misto a

rispetto, solo chi è madre lo dica.--La Bonfanti semplice e casalinga

subiva il fascino a cui nessuno si è sottratto nell'avvicinare

l'Eroe.--Forse non aveva mai sentito parlare di Garibaldi, forse la

strana voce della plebaglia reazionaria aizzata dal prete le

rappresentava come un bandito assetato di sangue e di rapine quell'uomo

singolare che parlava così bene, che si mostrava a lei tanto cortese,

che era pieno d'amore per la sua fanciullina.--Quando più tardi seppe

qual nome portasse il modesto viaggiatore biondo, fu tale e sì devota la

sua ammirazione per lui, che conservò come una santa reliquia la

stoviglia ove furono cotte le uova, e il bicchiere a cui bevve il

Generale; e quando nel 1867 Garibaldi, non mai dimentico dei benefizii

ricevuti, passando da Poggibonsi volle rivedere la casa ospitale, la

donna non si saziava di riguardare estatica l'Eroe.--E Garibaldi, che si

rammentava delle circostanze più minute, domandò della bambina che aveva

tenuta sulle braccia nelle poche ore in cui aveva trovato riposo in

quella casa modesta, e gli fu presentata una giovane di oltre venti

anni, sulla cui fronte depose un bacio paterno, memoria dei baci

stampati dal profugo sul suo visino di fanciulla, grato ricordo

dell'accoglienza amorevole che in tempi così diversi aveva ricevuta

nella casa della Giuseppa Bonfanti.

Allestite le uova, e tornato il Cantini da Poggibonsi coll'assicurazione

che quanto prima tutto sarebbe in ordine per la partenza, volle la buona

donna nell'attiguo salotto apprestare la mensa, cui si assisero

Garibaldi, il capitan Leggero e il vetturino di Prato. Poco avanti il

mezzogiorno venne il vetturino di Poggibonsi, e Garibaldi, ringraziata

la Bonfanti di tutto quello che aveva ricevuto da lei, volle ad ogni

costo soddisfarla dei prestati servigi, ad onta che essa facesse del suo

possibile per rifiutare la moneta, e lasciando al Cantini i suoi saluti

per gli amici di Prato, e accomiatandosi dalla famiglia Bonfanti come un

vecchio amico, partì insieme al compagno pel Bagno a Morbo.

Abbiamo con ogni accuratezza procurato di rintracciare se il dottore

Pietro Burresi, allora medico-condotto di Poggibonsi, poi Clinico esimio

degli Studi Superiori di Firenze, avesse avuto un colloquio col

Generale alla casa Bonfanti, non essendo possibile l'incontro in altro

luogo, mentre nelle poche ore di sosta siamo certi che i profughi non si

mossero di là; ma tutto ci fa credere, e ce lo affermano concordi i

testimoni viventi, che il Burresi non accostasse i due viaggiatori, ed è

ciò anche naturale se si riflette che la lettera dell'ingegnere Sequi

parlando di profughi senza rammentare chi fossero, e raccomandando di

fornire ad essi i mezzi per continuare il viaggio, l'egregio professore,

dopo avere adempiuto a quanto lo pregava l'amico, non si sarà occupato

più in là, non potendo neppure sospettare il nome illustre che portava

uno degli esuli a lui diretti da Prato. È certo però che il Burresi non

poteva fare migliore scelta nel vetturino. Era questi Niccola Montereggi

giovane popolano di principii liberali, e testè uscito dalle carceri per

causa politica. Nonostante ciò gli era stato detto che conduceva due

mercanti di bestiame in Maremma.

Partiti dalla casa Bonfanti percorsero la strada che fiancheggia il

paese ingombra di salmerie e soldati austriaci, e con qual cuore

vedesse il Generale così da vicino questa nuova miseria della patria non

è da dire. Arrivarono a Colle in giorno di straordinaria affluenza di

popolo, e il Montereggi, per assicurare l'esito del viaggio, che sapeva

lungo e faticoso, pensò di cambiare il suo cavallo con una cavalla di

migliore lena colla quale un suo fratello aveva portati la mattina

stessa alcuni passeggeri a Colle[5]. Il Montereggi rammenta con

espansione anche oggidì la sua _Chioccia_ (è il nome della cavalla) e

dice che poche bestie sarebbero state buone di fare quanto fu da lei

fatto in quella giornata. Per il ricambio del cavallo si fermarono nella

via principale di Colle ad una locanda ove il vetturino sapeva di

trovare il fratello[6]. Era la strada per la straordinaria occorrenza di

festa ingombra di popolo, e vi si aggiravano spessi i gendarmi del

Governo granducale. Durante il cambio dei cavalli scesero i due

viaggiatori dalla vettura, e col modo di persone che non hanno nulla da

temere, stavano in mezzo a tanta gente paesana, e sbirraglia lorenese,

quasi fosse per essi la cosa più naturale. Ripartirono subito da Colle,

e passando per il Castelletto di San Gemignano, pervennero circa alle 3

pomeridiane al di sotto di Volterra senza entrare in città, al luogo

detto _i Monumenti_. La strada fino allora percorsa è malagevole e

montuosa, e il Generale scendeva spesso a terra con agilità mirabile nei

luoghi più faticosi, e si dava a cogliere sulle siepi more selvatiche,

che mangiava con avidità. Ai Monumenti havvi un quadrivio che pose in

imbarazzo il vetturino sulla via da seguire, come quegli che non era

pratico dei luoghi. Vi fa capo la via Colligiana per la quale erano

venuti i viaggiatori, e vi se ne staccano altre tre, di cui due per

parti diverse conducono alla città, e una terza procede alla china, e

dopo poco tratto biforcandosi, per una parte volge alla Val d'Era, e per

l'altra alle Saline.

Era quest'ultima la via da prendersi, ma il vetturino aveva bisogno

d'indicazione, e si fermò per aspettare qualche viandante cui dirigere

la domanda. Intanto Garibaldi scese dalla vettura, e si assise

cogitabondo all'ombra di un roveto che allora esisteva in un lembo di

terreno abbandonato fra la via che conduce alla città, e la Via di Val

d'Era e delle Saline.--Sull'erta--al davanti di lui--si alzavano le mura

della cittadella, tristamente celebre sotto il nome di _Maschio_ come

antica prigione di Stato, poi ridotta a carcere cellulare, e nella quale

scontavano allora tanti patriotti il delitto di avere amata l'Italia, e

per lei sperati migliori destini.--Di fianco, e sulla via, si ergevano i

cosiddetti Monumenti, attestato marmoreo di adulazione servile, coi

quali si magnifica la liberalità di un principe austriaco che si degnò

di far costruire una strada ruotabile per Volterra a spese del pubblico

erario.--In faccia a tanta abiezione e a tanta miseria saranno stati

molto tristi i pensieri del Campione perseguitato della libertà!--Fu

breve la sosta, e avuta l'indicazione della via da seguirsi, fu

continuato il viaggio fino alle Saline. Ivi, sul piazzale della fabbrica

governativa del sale, pel quale doveva passare la vettura, erano alcune

guardie di finanza, e Garibaldi, sorpreso di trovare soldati in luogo di

quasi aperta campagna, ordinò al vetturino di continuare per la valle

della Cecina, anzichè volgere per le Saline. Ma chiarito l'equivoco dal

vetturino stesso, dopo fatto un breve tratto di strada, fu ripreso il

primitivo cammino per Pomarance, e passato il Ponte di Ferro sulla

Cecina, cominciarono la salita. Se non che la povera _Chioccia_ correva

da 5 ore senza riposo, aveva percorsa una lunga strada montuosa, e

quantunque dovesse trarsi dietro un leggero baroccino a due ruote, aveva

il carico di tre persone, ed era stata bastantemente sollecitata per

via. Ora dava segni di stanchezza, vi era una lunga salita da fare, e fu

necessità fermarsi a _Prugnano_, podere che è sulla mano destra di chi

sale a Pomarance, e circa alla metà della salita. In questo tempo prese

il Generale un uovo cotto nella cenere, e rinfrancata la cavalla, dopo

il riposo di un'ora, fu continuato il cammino. Ma la Chioccia era

sfinita di forze, per cui il Montereggi arrivato alla _Burraia_ locanda

presso Pomarance, fu costretto, sebbene a malincuore, a dichiarare ai

suoi viaggiatori che non poteva condurli fino alla meta

stabilita.--Scesero alla Burraia, e il Montereggi ebbe incarico dal

Generale di trovare altro vetturino che li accompagnasse al Bagno a

Morbo. Andò il Montereggi a Pomarance e tornò con Vittore Landi detto

Zizzo, vetturino di professione, che si incaricò di portare egli i due

mercanti di bestiami al Bagno a Morbo.--Mentre si preparava la vettura,

il Garibaldi e il Leggero si riposarono in una camera del piano

superiore, e prima di partire mangiarono insieme al Montereggi ciò che

era stato per loro preparato dall'oste.--Venne Zizzo col suo barroccino,

e i profughi ripresero la via dopo due ore di sosta, ed arrivarono al

Bagno a Morbo alle ore 11 di sera.--Vi erano così pervenuti in un solo

giorno da Prato, traversando buon tratto della Toscana, e riposando

appena qualche ora pel cambio delle vetture[7]. Certamente era d'assai

migliorata, la condizione loro.--Se non altro l'esoso straniero non era

penetrato in quelle regioni.--Quantunque non fossero ancora nella

Maremma, la popolazione scarsa faceva sì che più facilmente potessero

restare inosservati in casa di amici.--Ma quanti ostacoli ancora da

superare!--Quante difficoltà da vincere!--Buon tratto di cammino li

separa tuttora dal mare, unico scampo per essi--e sul mare occorre una

barca che si ponga al cimento per portarli in luogo di salvezza.--Ma la

fortuna d'Italia li accompagna--toccheranno il lido tanto

desiderato--vi sarà la barca che insieme coll'Eroe porterà in salvo il

futuro Dittatore di Sicilia, e di Napoli, _tanta parte del riscatto

italiano_--e a conclusione del fortunato evento, potrà poi dettare ai

posteri l'eccelso Scrittore Livornese[8]: «_Quindi impari chi legge a

non disperar mai della patria_»[9].

Dal molino di Cerbaia a Cala Martina Notizie inedite sulla vita di Giuseppe Garibaldi · 第 7 / 23 题