La mattina del 26 agosto 1849, giorno di domenica, due sconosciuti, poco
dopo il sorgere del sole, guidati da persona del paese, scendevano a
piedi il monte delle Calvane per la pendice che conduce alla valle del
Bisenzio. Si erano presentati a Montecuccoli ad ora inoltrata della sera
innanzi, ed avevano chiesto ed ottenuto ricovero per quelle poche ore in
casa Ciampi, da dove erano ripartiti senza dare a conoscere l'essere
loro, e dopo avere fatta ricerca di chi li dirigesse verso Pistoia. Un
tale Ferdinando Marcelli detto Fiorino si era offerto di condurli al
Molino di Cerbaia, da dove il mugnaio, che aveva nome di ospitaliero e
servizievole, avrebbe pensato al modo di fare loro continuare la via.
Una qualche straordinaria circostanza aveva certamente balzati quei due
per luoghi così alpestri ed inusitati; non avevano toscana la pronunzia;
era il loro vestiario decente, ma non portavano seco qualsiasi oggetto
di viaggio; erano pervenuti a Montecuccoli sboccando dalle boscaglie che
ricuoprono i monti dell'Appennino. Nè questo solo avrebbe attirata sui
due viandanti l'attenzione altrui, che anche dalle loro persone
traspariva un qualche cosa di veramente singolare; l'uno di essi, di
mezzana statura, dalle membra bene proporzionate, dalla barba bionda,
dai capelli lunghi e ricciuti che gli scendevano per le spalle, dalla
fisonomia bella, fiera, ma velata da un intimo senso di mestizia,
procedeva pel primo, e faceva trasparire da tutti i suoi atti una tale
sicurezza di sè, da doverlo a forza riverire ed ammirare. L'altro, bruno
di carnagione e di capelli, adusto della persona, zoppicante da un
piede, seguiva il compagno coll'obbedienza del soldato verso il suo
capo, coll'amore previdente del figlio verso il suo genitore.
Camminavano spediti, per quanto il bruno non potesse fare a meno di
mostrarsi qualche volta sofferente del suo piede, e, mentre passavano al
di sotto del poggio a cui sovrastano i grandiosi avanzi dell'antica
rocca di Cerbaia, il viaggiatore biondo non potè fare a meno di
soffermarsi a rimirare le grandezze dei tempi che furono. I suoi belli
occhi celesti si saranno velati ancora più di mestizia, e forse
l'istoria intera dell'umanità passò come un lampo per la mente di
lui--la forza che si impone al diritto--si asside sovrana--e cacciata a
sua volta da forza maggiore, lascia a vestigia di sè le proprie rovine.
Procederono oltre fino al Molino di Cerbaia, cui girarono attorno per
andare a trovare l'ingresso situato dalla parte opposta a quella per la
quale erano discesi. Il mugnaio Luigi Biagioli, conosciuto col
soprannome di Pispola, che veramente era servizievole, ricevè i due
viandanti con ogni maniera di cortesia, come era nel suo costume di
fare. Chiesero i nuovi venuti ristoro di riposo e di cibo, o il modo di
procedere oltre per la via più breve fino a Pistoia, e su favorevole
risposta del mugnaio licenziarono la guida, remunerandola del servizio
prestato. Intanto Pispola fece porre a mensa i due viaggiatori, e si
disponeva ad insellare due cavalli, coi quali avrebbe fatto guidare gli
ospiti a Pistoia da alcuno dei suoi figli.
Ma la fortuna d'Italia preparava ad due sconosciuti una via più sicura.
Enrico Sequi, giovane ingegnere preposto alla direzione di alcuni lavori
stradali che si compievano in vicinanza di Vaiano, vicino villaggio
posto sulla destra del Bisenzio, si incamminava verso il monte
cacciando. Pervenne così al Molino di Cerbaia, a quattro chilometri dal
paese, ed erano circa le ore 8 di mattina. Pispola col fare ciarliero
del campagnuolo semplice e rozzo gli raccontò che un'ora avanti si erano
presentati al Molino due forestieri, i quali avevano chiesto di
rinfrancarsi, e di proseguire la strada per Pistoia; intanto erano a
tavola, e venivano preparati i cavalli secondo il desiderio loro;
concluse invitando il Sequi a fare compagnia agli ospiti. Questi,
sorpreso dalla novità del caso, corse col pensiero ai tanti patriotti
sbandati delle Romagne, che traversavano allora quei monti in cerca di
salvezza, e col desiderio di giovare ai supposti fuggiaschi accettò
l'invito, ed entrò nella stanza in cui stavano gli sconosciuti. Entrando
salutò il Sequi i due che sedevano a mensa improvvisata, e che,
restituito il saluto al cacciatore, offersero a lui, ciascuno a loro
volta, da bevere. Intanto il Sequi, parlando ora di una cosa ora
dell'altra, e specialmente dirigendosi al mugnaio, e proponendogli una
cacciata da farsi insieme nella futura settimana, potè bellamente fare
intendere agli stranieri l'essere suo. Il mugnaio aveva aderito alla
proposta caccia, e si era poi ritirato per accudire alle sue faccende.
Restato solo coi due, venne fatto al giovane ingegnere di portarsi la
mano ad una delle tasche per estrarre il porta-sigari, e insieme a
questo estrasse involontariamente un giornale, che tosto veduto gli fu
da uno dei due cortesemente richiesto. Ottenutolo lo scorse questi con
una rapida occhiata, fino a che fermatosi ad un punto, atteggiò le
labbra ad un sorriso di sdegnosa compiacenza, e fatto cenno al compagno
gli accennò sul giornale quello che aveva fermata la sua attenzione. La
indicazione non sfuggì agli occhi del Sequi, e cadeva sulla notizia
della cattura di Garibaldi operata dagli Austriaci nelle acque di
Venezia. Proruppe il compagno in un accesso d'ilarità, dal che fattosi
ardito domandò l'ingegnere, se provenissero essi dagli Stati romani, e
se avessero potuto dare qualche sicuro ragguaglio degli ultimi fatti di
Roma, mentre i giornali non riferivano che notizie contradittorie ed
incerte. Rispose il più giovane che tutto era finito, e che i pochi
superstiti erravano fuggiaschi per le Legazioni: «_E il nostro Garibaldi
ove trovasi?_» esclamò il Sequi per impulso subitaneo, con accento
commosso ed animato.
Nè è da meravigliarsi che la domanda improvvisa uscisse così vivace
dalle labbra del bravo ingegnere. Garibaldi stava allora nella mente di
tutti i liberali d'Italia.--Non era ancora il Duce della leggendaria
spedizione dei Mille--non era ancora il liberatore di Sicilia e di
Napoli--ma il popolo italiano aveva già divinato di quanto sarebbe
capace quell'uomo singolare--non lo avevano compreso gli uomini di Stato
nostri di qualunque parte si fossero, e fu questa causa non ultima delle
sciagure nazionali del 1849.--Allora e poi Garibaldi non era per gli
uomini di Stato che un abile condottiero di guerriglie.--Sarà il popolo
che lo chiamerà Generale--sarà la storia che lo chiamerà eccelso
capitano--ma intanto l'umanità non godrà il frutto dei trionfi di quel
genio di guerra, e forse acquisterà stentatamente in un secolo quanto
poteva dare a lei il Duce glorioso in due delle sue miracoloso campagne.
Piuttosto è da meravigliarsi che l'onesto Sequi nello strano incontro,
nella fisionomia speciale, nei capelli lunghi ed inanellati, nella barba
bionda, e più che tutto nel fascino singolare che sapevano destare
l'accento e lo sguardo di lui, non sospettasse il profugo illustre nel
modesto ospite del mugnaio. Forse ne dubitò in modo confuso, e da ciò fu
mosso alla passionata domanda.
Si scossero i due incogniti a quella esclamazione di affettuosa premura,
e il più attempato di loro, alzatosi in piedi, fissò i suoi occhi negli
occhi del Sequi, e dopo un lampo di esitazione si slanciò a braccia
aperte verso di lui dicendo: «_Amico, Garibaldi è nelle vostre
braccia._»
Quale effetto producesse la generosa confidenza nel giovane ingegnere
non è da dirsi. Pensò all'ardua impresa che la fortuna gli offriva, alle
soldatesche austriache che occupavano ogni città, ogni paese di Toscana,
agli amici che perseguitati essi pure non avrebbero potuto prestare
l'opera loro, alle poche conoscenze di cui poteva disporre come quasi
nuovo del luogo, e pensò anche alla difficile riuscita del salvamento,
che, se sortiva esito fausto, era tale da meritarne eterna lode, se
avverso, avrebbe portato sul di lui capo la persecuzione dei tristi e
forse l'esecrazione dei buoni. Restò muto un momento, che non fu di
esitazione, ma di sorpresa, e tornato alla realtà delle cose, raccomandò
ai profughi illustri che non rendessero palese in quella casa l'essere
loro. Disse dal mugnaio, sebbene tutt'altro che patriotta, esservi poco
a temere, mentre era esso un uomo di cuore, e oltre ogni dire ospitale,
ma la casa essere pericolosa come quella nella quale si riducevano
spesso a gozzoviglia gli sgherri sguinzagliati alla caccia dei poveri
sbandati di Roma, che per quei monti cercavano una via di salvezza. Pure
non seppe per il momento quale altro migliore consiglio dare se non
quello di differire la già stabilita partenza fino alla sera; egli
intanto farebbe del suo meglio per trovare ai profughi una via di
scampo. Accettò il Generale la proposta del suo nuovo amico, e lo
ringraziò con effusione di quanto farebbe per lui e pel suo compagno ivi
presente, che gli disse essere uno dei suoi più fidi, il capitano
Leggero[2], avanzo della legione di Montevideo, e che, quantunque
sofferente per recenti ferite, non lo aveva mai voluto abbandonare,
anche quando sulla costa di Magnavacca lo stesso Generale per il bene di
tutti aveva dato l'ordine di sbandarsi. Narrò poi all'amico le loro
avventure degli ultimi giorni, le sofferenze mentre senza guida e senza
tetto si aggiravano pei monti vicini, poi chiamato il mugnaio gli disse
che dopo l'incontro favorevole dell'ingegnere aveva pensato di ritardare
la partenza fino alla sera, nella quale sarebbe tornato il Sequi a
riprenderlo per dirigerlo a Pistoia per vie più comode che non fossero
quelle traverso ai monti, come insieme al mugnaio avevano divisato di
fare; intanto gli chiedeva ospitalità per quel giorno, al che il buon
uomo condiscese di gran cuore, ponendo a disposizione degli ospiti una
camera ove potessero riposare.
Partiva il Sequi dal Molino alle ore 9 e mezzo, e si dirigeva a Vaiano
sopraffatto dall'inopinato incontro, dalla difficoltà della riuscita, e
da mille altri pensieri tanto diversi da quelli che gli passavano per la
mente quando due ore avanti faceva la stessa via cacciando, e preceduto
dal suo fedele Tamigi. Il primo ostacolo che gli si presentava era la
mancanza di aderenti in quei luoghi, nei quali si trovava precariamente,
per causa dei lavori stradali affidati alla sua direzione. Si ridusse
alla casa Bardazzi, luogo di sua residenza in Vaiano, e poichè conviveva
con quella famiglia, contrastato come era da opposti pensieri, si
ridusse alle 12, ora del pranzo, senza avere presa una definitiva
decisione. Si pose a tavola colla famiglia Bardazzi, composta dei
fratelli Carlo e Vincenzo, e delle sorelle Clementina ed Anna, e dopo
avere nella mente agitato il sì e il no della rivelazione che era per
fare, stretto dalla necessità del momento, di trovare cioè una via per
venire in aiuto dei due profughi, si risolse finalmente a raccontare
quanto gli era avvenuto al Molino di Cerbaia.
Ed ora si vedrà la propizia fortuna non abbandonare più il Generale fino
al suo felice imbarco sulla costa toscana. Era Carlo Bardazzi, il
maggiore della famiglia, uomo di cuore italiano, e soffriva ai dolori
sotto cui gemeva in quei giorni la misera patria. Tostochè sentì dal
Sequi il racconto del prodigioso incontro, non solo non si perdè di
animo, ma offertosi esso insieme al fratello di venire in aiuto del suo
ospite, lo incoraggiò nell'impresa, gli offrì la sua casa, e lo munì di
una lettera per il dottor Francesco Franceschini di Prato, egregio
patriotta col quale avrebbe potuto stabilire la via da seguirsi. E
poichè il bisogno stringeva, ed era possibile che il Franceschini per
ragioni di professione si trovasse assente da Prato, non trascurò di
dare al Sequi altra lettera per Leopoldo Bertini, onesta persona anche
esso, e che il Bardazzi giudicava adatto a rimpiazzare il Franceschini,
dato che questi fosse pel momento lontano.
Partì subito il Sequi prendendo a prestito il cavallo del dottor Nardi
medico condotto di Vaiano, e arrivato a Prato, dopo aver prima saputo
dal Bertini che il dottor Franceschini non era assente, si diresse alla
casa di quest'ultimo, che era vicina alla Porta del Serraglio fuori di
città, e ve lo trovò, ma in letto sofferente per febbre reumatica. Carlo
Bardazzi aveva fatto grande assegnamento sulla cooperazione dell'egregio
dottore, e non a torto, che appena ebbe esso sentita dalla bocca del
Sequi l'importanza della cosa per la quale l'amico di Vaiano gli aveva
diretto il giovane ingegnere, dimentico di ogni malore, abbandonò il
letto, e vestitosi in fretta si diè tutto alla salvezza del Generale.
Condusse tosto il Sequi da Antonio Martini, vecchio e provato patriotta,
come quello che poteva soccorrere di consiglio in questa emergenza, ed
essere di aiuto colle aderenze sue. Bene si apponeva il Franceschini,
che udito dal Sequi non senza meraviglia il racconto di quanto gli era
avvenuto la mattina al Molino di Cerbaia, non che lo stato precario in
cui si trovavano i due esuli, Antonio Martini si pose senza altro a
cercare insieme agli amici un piano di salvamento, e impossibile essendo
per mancanza di guida il transito dei monti fino al Genovesato, e
urgente il togliere i profughi da luoghi così popolosi e tanto guardati,
si stabilì per la migliore di dirigerli verso la Maremma toscana. E
varie furono le cause che fecero fermare i tre patriotti in questa
risoluzione.--Aveva il Sequi un amico fidatissimo nel dottor Pietro
Burresi medico-condotto di Poggibonsi, prima e necessaria sosta del non
breve viaggio, e a lui potevano dirigersi i viaggiatori per il ricambio
della vettura.--Era ministro dei Lamotte al Bagno a Morbo Girolamo
Martini, parente di Antonio, e quanto lui buono e coraggioso
patriotta.--Erano note ad Antonio le aderenze di Girolamo coi liberali
maremmani, e la minore sorveglianza poliziesca di quei luoghi, non per
manco di accanimento negli sgherri granducali, ma per la vastità della
provincia, per la sua poca popolazione, e per la malaria.--Al di là
provvederebbe la fortuna.--E così fu stabilito per il viaggio, ma
intanto occorreva trovare un luogo vicino alla città, non esposto
all'occhio e alla persecuzione della polizia, dove il Generale ed il suo
compagno potessero riparare quella notte, e aspettarvi l'ora della
partenza. E qui sovvenne ai tre patriotti l'egregio Tommaso Fontani
capo-stazione a Prato, amico del Martini, che da lui interpellato
accettò di gran cuore di ospitare i profughi nell'interno della
Stazione, ove sarebbero stati condotti dopo la mezzanotte di quel giorno
per riposarvi, ed aspettare il momento di intraprendere lo stabilito
viaggio. Convenuto fra il Martini e il Sequi che il loro punto di
ritrovo sarebbe stato alla mezzanotte nell'_Albereta del Leonetti_
presso la Madonna della Tosse, il primo si assunse di provvedere le
vetture per la partenza da Prato, mentre il secondo prendeva spedito la
via di Vaiano con animo più quieto pei concerti presi.
Arrivò il Sequi a casa Bardazzi, e raccontò ai due fratelli, che lo
stavano aspettando con impazienza, come la sua gita avesse avuto esito
favorevole, e come fosse ormai assicurato l'appoggio dei patriotti di
Prato.--Ne esultarono i Bardazzi, e fu stabilito che il maggiore farebbe
preparare una modesta refezione per gli ospiti illustri, i quali si
sarebbero fermati in casa sua nel passare da Vaiano, e che il minore,
come per età più adatto ai disagi, sarebbe a disposizione dell'impresa
per tutto quello che potesse occorrere.
Essendo così tutto prestabilito, il Sequi, trattenutosi ancora qualche
tempo, sull'imbrunire prese seco l'amico suo Giuseppe Barbagli, e armati
ambedue di fucili e pistole si avviarono al Molino di Cerbaia. Era
sorpreso non poco il Barbagli della richiesta fattagli in quel modo, e
in quell'ora, e seguendo la via domandava che cosa significasse una tale
gita misteriosa. Si spiegò in parte il Sequi dicendogli esser per
accingersi ad impresa arrischiata onde salvare la vita preziosa di
tali, in confronto di che poco costava la loro--avere fatto assegnamento
sulla devozione del compagno alla causa nazionale--ma se non sentisse il
coraggio di arrischiarvisi si ritraesse pure, che in ogni caso si fidava
sulla di lui discretezza; al che, con risposta semplice, spontanea, e
altamente onorevole, replicava il Barbagli: «_Se tu ed essi vi salvate,
sarò salvo anch'io; e se dovremo incontrare male non mi lagnerò per
questo con te_,» e tirarono innanzi.
Strada facendo giunsero alla casa di un loro conoscente, Michelangelo
Barni, e richiestolo del suo baroccino si diressero al Molino di
Pispola. A misura che il Sequi si avvicinava al Molino si ingigantivano
nella sua mente i pericoli cui erano stati esposti per tutta la giornata
i due profughi tanto accanitamente ricercati dalla sbirraglia della
reazione, e non fu senza un'ansia tremenda che si presentò sul limitare
della casa. Entrò e vide il coraggioso capitano e il suo compagno seduti
a mensa in mezzo alla famiglia del mugnaio, colla tranquillità e
sicurezza di persone che non avessero nulla da temere.
Si sollevò a tale vista il cuore del Sequi, balzarono in piedi i due
profughi, e ridottisi col bravo ingegnere in una cameretta del Molino,
lo abbracciarono come un fratello, mentre esso raccontava le vicende
della giornata, le pratiche fatte, e la buona speranza di trarli da
quelle strette mercè l'aiuto dei liberali di Vaiano e di Prato. Allora
il Generale, chiamato il mugnaio, lo ringraziava dell'ospitalità
ricevuta, lo pregava di fare accompagnare la comitiva col suo baroccio,
e si disponeva a ricompensare quella buona famiglia recandosi in mano
una borsa, dalle cui maglie trasparivano poche monete d'oro, una dello
quali estrasse per darla al mugnaio; ma fosse per il fascino che il
Generale sapeva destare sopra tutti coloro che lo accostavano, o fosse
per l'espansione d'animo acquistata dal buon uomo mercè le copiose
libazioni fatte a cena in onore dei suoi commensali, il fatto è che
Pispola, per quanto fosse pregato, ricusò di ricevere il denaro, e dopo
fatto approntare al figlio Ranieri il barroccio richiesto, salutò gli
ospiti alla partenza con ogni maniera d'augurii per il loro felice
viaggio.
Salirono nella vettura data dal Barni il Generale ed il Sequi, e sul
barroccio il figlio del mugnaio col Barbagli ed il Capitano Leggero, e
si avviarono verso Vaiano. Sapeva Garibaldi di essere aspettato a casa
Bardazzi, e fece volentieri quella breve sosta per potere esternare
all'ottima famiglia, e massime al capo della medesima Carlo Bardazzi,
tutta la sua gratitudine per le cure prodigate in quel giorno a lui
profugo; non vi prese cibo, ma in segno di aggradimento di quanto era
stato preparato per lui e pel compagno accettò di bere. Fu stabilito di
lasciare la vettura del Barni coll'incarico di restituirla al suo
proprietario; i Bardazzi offrirono il loro baroccino, ma il Generale
preferì un baroccio ugualmente di proprietà della famiglia, come tale da
dare minore sospetto in qualsiasi incontro lungo la via. Così il
Garibaldi ed il Sequi presero posto nel baroccio di Pispola, mentre il
capitano Leggero ed il Barbagli erano sull'altro baroccio condotto dal
giovane Bardazzi Vincenzo. Partirono da Vaiano dopo le 10 di notte, e
seguitarono i due barocci fino al luogo detto _Cammino di Spazzavento_,
dove fermate le vetture, il Sequi per ordine del Generale disse che in
così bella serata si preferiva di continuare a piedi fino a Prato, ma in
realtà fu così fatto per nascondere la vera meta del viaggio, cioè la
_Madonna della Tosse_, luogo di convegno con Antonio Martini.
Retrocederono le due vetture condotte da Vincenzo Bardazzi, e da Ranieri
figlio di Pispola, e continuarono la via i due profughi insieme ad
Enrico Sequi e a Giuseppe Barbagli, che conosceva ormai il nome illustre
dei viandanti notturni pei quali aveva tanto faticato, pronto ora a fare
di più se occorresse. Arrivarono dopo le undici al luogo convenuto, e
tosto uscì dall'Albereta detta del Leonetti la vettura condotta da
Gaetano Vannucchi, amico del Martini, da lui pregato di prestarsi a
favore dei due profughi, di cui però non disse il nome, quantunque
liberamente lo potesse, attesi gli onesti o liberali principi del
giovane. Era nella vettura lo stesso Martini che per un atto di
squisita delicatezza, e per sorvegliare esso medesimo l'impresa, era
venuto ad incontrare i due proscritti.--Dista la Madonna della Tosse da
Prato circa 5 chilometri, e vi si addita oggi il sasso dove Garibaldi si
assise per pochi momenti.--Salirono tutti nella vettura, e seguitarono
così fino presso la città, e quindi discesi, e dividendosi dal
Vannucchi, entrarono nei campi, e per la sponda destra del Bisenzio
raggiunsero la via ferrata che traversarono per introdursi nella
Stazione. Stava quivi ad aspettare l'egregio capo-stazione Fontani, che
per mezzo di una scala a piuoli fece salire i due profughi in una stanza
remota.--Tutto questo succedeva a pochi passi dalla sentinella austriaca
che stava di guardia dalla parte opposta del fabbricato.--Così è;
l'amore di patria, la devozione, il coraggio di quattro patriotti
convertiva la fazione del soldato invasore in guardia d'onore del
Generale.--Questo avveniva dopo la mezzanotte del 26 al 27 Agosto.
Intanto correva il Martini, sempre a tutto previdente, ad accertarsi che
il vetturino Vincenzo Cantini da lui noleggiato fosse per l'ora
convenuta al luogo stabilito, ed il Sequi, disceso anch'esso insieme al
Barbagli per la parte da dove erano venuti, entrò in città per la Porta
al Serraglio, dicendo al custode suo conoscente essere in cerca di altro
ingegnere, che però ben sapeva essere assente da Prato. Fece ciò allo
scopo di eludere le future ricerche della polizia, che anzi andò fino
alla casa dell'ingegnere, ove, come già sapeva, gli fu risposto essere a
Firenze, e presa una vettura finse tornare a Vaiano, ma invece con un
lungo giro fece capo di nuovo agli amici nella Stazione.
Tornò il Martini ad annunziare che tutto era in ordine per la partenza,
e alle due antimeridiane lasciavano la Stazione il Generale e Leggero
guidati dal Martini e dal Sequi, e raggiungevano la vettura che li
aspettava presso la stanza mortuaria dietro le mura della città, e
distante circa 100 metri dalla porta e dalla Stazione. Prima della
partenza furono consegnate al Generale due lettere, di cui una
dell'ingegnere Sequi per il dottor Pietro Burresi a Poggibonsi, l'altra
di Antonio Martini per il suo parente Girolamo ministro al Bagno a
Morbo. Nell'una e nell'altra si pregava ad assistere con ogni maniera
d'aiuto i due profughi senza però declinare i loro nomi.
Pieni di affetto e di riverenza dall'una, di affetto e riconoscenza
dall'altra parte furono gli addii. Prima di separarsi, dai suoi amici di
Prato Garibaldi li abbracciò, li baciò con effusione, e disse loro
queste testuali parole: «_Arrivederci a tempi migliori._» Ringraziava e
baciava il Leggero con eguale effusione, poi salirono nella vettura che
tosto parti.
Ebbe la polizia sentore del fatto dopo qualche giorno, o fece arrestare,
prima tutta la famiglia di Pispola, che come inconsapevole fu
rilasciata, quindi l'ingegnere Enrico Sequi, sostenuto in carcere per
qualche giorno, e liberato per mancanza di prove, tanto seppero i bravi
patriotti accoppiare la prudenza all'ardire.
Nè è da trascurarsi un episodio relativo all'anello nuziale della povera
Anita. Prima di separarsi dal Sequi volle il Generale mostrargli quale
e quanta si fosse la sua gratitudine per lui, e toltosi dal dito un
anello d'oro glielo consegnava dicendogli: «_Questo è l'oggetto che io
abbia più sacro al mando, poichè è l'anello nuziale della mia perduta
Anita. A voi lo consegno, come pegno della mia gratitudine ed
amicizia._» E il Sequi rispondeva commosso: esser troppo il dono per il
poco fatto da lui; conserverebbe religiosamente il prezioso ricordo, per
restituirlo al Generale quando la patria fosse redenta dalla
schiavitù.--E il capitano Leggero volle lasciargli per sua memoria un
pugnale americano da lui messo in opera nella difesa di Roma. Dopo 10
anni l'Italia era restituita a nazione.--Garibaldi colla leggendaria
spedizione de' Mille aveva unita mezza Italia alla patria comune, e due
anni dopo giaceva ferito al piede dalla palla d'Aspromonte.--Era in Pisa
dopo la prigionia del Varignano, e il dottor Franceschini ed il Sequi si
recarono a visitarlo; sennonchè i medici avevano inibita qualunque
visita all'infermo.--Troppo doleva ai due amici il tornarsene senza aver
veduto il Generale, onde il Sequi, toltosi dal dito l'anello di Anita,
pregò l'ufficiale col quale aveva parlato di portarlo a Garibaldi
insieme ad una sua carta da visita.--Condiscese l'ufficiale con
indifferenza e forse peggio e dopo entrato nella camera del ferito, fu
sentita la voce del Generale che diceva: «_Fate che passi_,» cui
replicava l'ufficiale rammentando l'ordine assoluto dei medici, ma
tacque alla replica tuonante: «_Fate che passi, per Dio!_» E l'ufficiale
aprì senz'altro la porta, e così il Sequi e il Franceschini si trovarono
in faccia all'Eroe, che memore del beneficio tendeva le braccia al
Sequi, e gli diceva: «_Venite, amico._» Il dottor Franceschini commosso
piangeva dirottamente, e all'ufficiale che attonito restava immobile nel
vedere quella scena inaspettata, si rivolse Garibaldi e gli disse: «_Voi
non volevate introdurre da me questo mio amico; questo è il mio
salvatore, al quale diedi in ricordo l'anello di Anita, che voi mi avete
rimesso, e che io gli restituisco._» Volle il Generale che gli fosse
raccontato dalla bocca del Sequi il salvamento nella valle di Bisenzio,
e fece accettare a lui ed al Franceschini una refezione nella stessa
sua camera, e quando furono congedati con mille attestati di
gratitudine, passando per l'anticamera si trovarono circondati da un
gruppo di giovani garibaldini, che corsi alla notizia dell'accaduto,
acclamarono nel modo più entusiastico ai due liberatori del loro amato
Generale[3].