Di tre vergini, che in una casa presso la chiesa di Rumello vivevano
sole nella religione, la piú giovane superava le due altre co 'l fervore
della sua fede. Ancora bambina, orfana di genitori nobili, l'avevano
condotta seco le due altre e allevata fuori del mondo nel timor di Dio;
ed essa era cresciuta fanciulla serbando la mente pura e l'animo
semplice nella severa e sincera abitudine della devozione. Neppure le
turbò il pensiero lo sviluppo dell'adolescenza: che se talvolta le
espressioni dei concetti mistici e quei discorsi delle compagne intorno
le nozze con Dio e la dilettazione dello sposo celeste le penetravano
nell'imaginativa a suscitarle il sospetto e quasi la sensazione del
significato proprio, súbito ritorceva lo spirito piú acceso dal segreto
moto sensuale a vedere il Nazareno che accoglieva, irradiato della sua
luce eterea e sublime, l'anima d'ogni vergine degna delle sue nozze: la
Madonna benediceva sorridendo e sorridevano tutti intorno, tra i
concenti di musiche arcane, i santi e i cherubini.
Dio la soccorreva anche nei sogni. E le visioni mirifiche, il giorno,
ora l'esaltavano a strane gioie ed ora l'umiliavano con dolore acerbo.
Nel gaudio era Dio che scendeva a lei? Ella ascendeva a Dio e sentiva
l'anima sua dilatarsi, rifulgere, come dissolversi per la grazia del
divino amore; e s'abbandonava, inebriata, al rapimento sovrumano.
Solo nel crepuscolo della sera, il Signore le pareva piú lungi, troppo
lungi, da lei; e per fuggire alle tenebre imminenti l'anima sua provava
il desiderio d'uscire dalla carcere corporea, di tornare là ond'era
venuta al mondo e dove Dio l'attendeva, purificata da l'umano patire,
con infinito bene. Oh perché non aveva penne da levarsi libera e lieta
dalla terra? Non era ancora degna di morire: il suo sposo troppo piú di
lei aveva sofferto; e prima di rivolgere al cielo gli occhi desiosi Egli
aveva faticato sotto il peso della croce e sanguinato da orribili ferite
e pianto; essa né sapeva piangere di quelle lagrime, né poteva bagnare
l'anima nel sangue dell'agnello, né provare entro la carne gli spasimi
del Crocefisso: mentre piangeva, essa scorgeva Cristo crocifisso nel
sole che calava con un fulgore sanguigno all'orizzonte.
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Ma un giorno di festa all'oratorio della chiesa cantarono alcuni valenti
cantori. Dal luogo nel quale stava, non veduta, la vergine non vedeva
persona, solo udiva; e negli intervalli udiva il bisbiglio vago,
l'udibile silenzio della folla ristretta che prega e che ascolta; e
salivano a lei ondate d'incenso, di caldo e quasi palpiti di vita.
Ripreso, il canto si devolveva grande e solenne senz'avere in sé modo
alcuno che non convenisse a glorificare Iddio; pure una voce tra le
altre del coro piú alta e piú snella la distraeva suscitandole come la
pena d'un'antica sciagura -- e non sapeva quale -- ridesta e confortata
in una dolcezza di ricordo indefinito, o, piú tosto, il presentimento
d'una pena prossima cui già tardasse una consolazione attesa -- e non
sapeva quale. Senza che pensasse: non madre, non parenti, nessuno, altro
che Dio!, ella sentiva tutta la malinconia di questo pensiero nel suo
cuore vuoto.
E un altro giorno dal basso, dal villaggio, tra il murmure delle voci e
delle opere, le giunse un canto d'uomo e credé riconoscere il cantore
dell'oratorio. La voce dell'uomo non piú tenuta ai modi lenti e fermi
della salmodia seguiva il vario ritmo della canzone, cosí dolce ad udire
che la vergine l'ascoltò per afferrarne ogni parola: parole d'amore,
soavi, fervide, mirabili vennero a lei, oltrepassarono e si dileguarono
lontano nel rumore torbido, lasciandole ora un'impressione definita di
meraviglia e di sbigottimento perché da esse aveva compreso espandersi
al sole e all'aria libera tutta la felicità piena e baldanzosa della
vita umana; perché aveva veduto il giovane che cosí cantava. Sbigottita,
ella non si ritrasse quando a rivederlo nei dí seguenti fu veduta da
lui; meravigliata, non si ritrasse quando s'accorse ch'egli lodava in
lei la bellezza della donna amata e l'attendeva e la cercava e la
sollecitava ad osservare in lei medesima la bellezza della donna amata.
E finalmente una forza, una smania piú valida della sua volontà la
spinse, avvolta di lusinghe e non piú inconscia della colpa,
nell'inganno. Quando, finalmente, poté vederlo vicino, quell'uomo,
udirlo vicino, essa soggiacque.
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Co'l disgusto dell'azione brutale ricevuta in sé le rimase uno stupore
amaro: erano quelle le segrete voluttà dei sensi? quello l'irresistibile
segreto dell'amore? Poi ebbe la vergogna della nudità che fu conosciuta
e si conobbe; della carne che sentí la carne; della verginità svelata a
forza e perduta volentieri, e piangendo ebbe il pensiero dell'ulteriore
castigo che alla colpa sarebbe conseguito visibile nel suo corpo, del
castigo ultimo che alla morte del corpo sarebbe conseguito all'anima
sua.
Prese ad odiare sé stessa piú di chi l'aveva soggiogata. Ma non la paura
della pena le era pena bastevole: non la vergogna, per cui avrebbe
voluto nascondersi alle sue compagne e fuggire; non l'odio di sé, per
cui avrebbe voluto distruggersi: non bastava. In ogni momento de' suoi
tristi giorni il pensiero del peccato commesso le cadeva su l'anima come
la goccia su la pietra che incava; e il dolore, nel suo petto, diveniva
come un peso che cresceva cresceva a soffocarla. Le sue labbra perdevano
la voce e il cuore le veniva meno: immota, le mani bianche abbandonate
sulle ginocchia, il viso squallido, gli occhi privi di lagrime e di
luce, insensibile, l'ammiravano le compagne; n'ammiravano la perfezione
dell'umiltà e della fede.
E non bastava. Ella doveva scorgere in sé tutto il male dell'anima sua,
considerarlo senza piú rimedio e speranza alcuna di salute, senza tregua
e senza pietà, in eterno: ella stessa doveva misurare, ella stessa, con
sottile indagine, la propria colpa: -- Peggio dell'adultera: l'adultera
manca alla fede dello sposo terreno; essa allo sposo celeste. Peggio
della meretrice: la meretrice avanti di darsi a tutti gli uomini non si
diede vergine a Dio. Peggio del ladro: essa aveva rubato a Dio un'anima,
la sua. Peggio dell'assassino: Dio aveva ferito, Dio!
E non bastava. Gridava perdono, e sentiva respingersi alla pena vigile e
continua; si lasciava strozzare dal dolore, e non moriva. Il Dio che
aveva segnato del suo sangue il cammino per andare a lui, che aveva
quetato il dolore dell'adultera e perdonato al ladrone e perdonato alla
Maddalena, diviso dal suo pensiero per sempre si celava dentro di lei
vendicatore assiduo e perenne e la mordeva, la rodeva, la consumava,
spietato, lentamente. La ragione le veniva meno. Presso lei, invisibile,
chi rideva cosí? Chi parlava?
-- Per serbare la verginità Agnese sostenne d'essere esposta alle
sozzure del lupanare e non fu tócca, e le chiome diffuse ne celarono la
nudità agli sguardi virili. Mille uomini non riuscirono a trascinare nel
postribolo Lucia di Siracusa.
Un demone la derideva da presso, invisibile.
-- Regina, per serbare la verginità, patí la stretta d'un cerchio di
ferro e gli strappi di tanaglie infuocate. Orsola e le sue compagne
furono trafitte dai ladroni nella selva, ma morirono vergini.
Il demone ghignazzava, allegro.
-- A perdere la virginità Petronilla preferí morire d'inedia; Domitilla
fu bruciata viva.
Ghignazzava il demone.
-- Cunegonda la casta passava su vomeri roventi....
E il demone le fu sopra, l'avvinse, l'invase, si contorse entro di lei
mugghiando per la sua bocca e stridendo attraverso i suoi denti stretti:
ella agitava le membra, frenetica, e dalla bocca emetteva una schiuma
bianca.
Intanto le compagne piangevano e dicevano: -- O spirito malvagio,
pártiti da questa serva di Dio!
Ma essa nella convulsione urlò:
-- Impura! io sono impura!