Da una cella nel monastero di Pentula frate Gerunzio guardava in basso,
lontano, sotto un chiaro lembo di cielo la massa scura di Gerico, né
poteva pregar bene Iddio; e interrompeva piú volte le preci rituali con
preci sue, angoscioso e lamentevole.
-- Signore, che restituisti il vedere a Bertimeo, perché lasci cieca
l'anima mia? Perché tu, che risuscitasti Lazzaro e il figliolo della
vedova, non risusciti a te l'anima mia? Perché dai miei occhi non
sgorgano lagrime degne di grazia come le lagrime del ladro e
dell'adultera e io perdo, senza che tu m'aiuti, l'anima mia? Non mi
abbandonare, Signore! Fa, Signore, ch'io oda la tua voce, la stessa mia
voce nelle mie orazioni; fa che io le senta, che io senta nell'anima le
mie colpe come tu su la fronte le spine de' Farisei! --
Da una torre di Gerico, la città degli amori e delle rose, una schiera
di colombi levò il volo e delineò nell'alto il giro della città; ma alla
veduta di quella tenue candida fila nel cielo azzurro e di quel cielo
azzurro il monaco Gerunzio rimase intimidito quasi a un ammonimento,
muto quasi a una minaccia divina; e chinò gli occhi a terra.
Allora, di súbito, lí innanzi a lui, stesa a giacere, vide una femmina
nuda. Come lucide le chiome nere! Come freschi i fiori del seno turgido!
Vezzi di vergine, riso di peccatrice, beltà d'una dea: era piena di
grazia e rideva, tutta nuda.
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Tale da piú tempo il tormento di frate Gerunzio. La notte, nelle lunghe
tenebre e nei brevi sonni, aveva torbidi sogni di laidezza, turpi,
nefandi, e al risvegliarsi provava un senso di stanchezza, di nausea, di
esecrazione per quella sua carne che in guerra collo spirito riusciva a
vincere finché alla prima luce e serenità mattutina, quando sembra che
la divinità si ridesti in cuore agli uomini, egli non pregasse e si
dolesse e appassionasse; ma quando il sole diffondeva il calore e la
vita nel mondo, ecco apparirgli altre, ben altre visioni, limpide,
affascinanti, gioiose; ecco ben altre allucinazioni: lusinghiere
giovinette nella prima coscienza ed esperienza delle impudicizie
maschili; audaci etère sapienti d'ogni voluttà carnale; indulgenti
matrone nella piena bellezza del corpo e nella urgente pienezza dei
sensi e delle voglie. E ridevano. Di notte era certo lo spirito della
concupiscenza che opprimeva la sua volontà sorprendendola nel sonno e
nella stanchezza; ma di giorno, allorché volonteroso di bene cercava
star tutto intento a sé stesso, quale era la strana forza a cui
l'arbitrio suo non poteva resistere? Forse era il rigoglio della
virilità, la gagliardia dei muscoli, la potenza imaginativa del
cervello, l'istinto che l'impugnava e trionfava; e perciò pregava Iddio
cosí affannosamente e sinceramente. Invano. E una volta, in
disperazione, la testa fra le mani, si mise a ragionare in questo modo:
-- Ero ricco, e dispersi le ricchezze dei miei padri in elemosine e
convertii le pietre preziose in pane per i poveretti: campi e palazzi,
cavalli meravigliosi e vesti di seta che movevano ad invidia i poveri e
a gelosia i compagni, tutto vendetti a soccorso di orfani e vedove, di
piagati e di feriti; e coi miei vini spumanti rimisi vigoria e salute in
estenuati ed infermi; e perché mi dicevano bello, digiunai e imbruttii.
A tutto feci rinuncia, e adesso vorrei distormi da questa mia carne, che
non contengono flagellazioni e disagi, e rendere il mio spirito a Dio.
Dio, accogli il mio spirito che si riposi in te! --
Tacque, e poi con viso e con voce di uomo fatto perverso -- Non vuole?
-- disse --. E sia cosí! -- Uscí dal cenobio; si spogliò della tonaca;
indossò vesti e pelli, e con l'apparenza di un onesto pastore si diresse
alla volta di Gerico.
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Difficile via, un sentiero sopra e tra monti scoscesi; ma nessuna
fatica, anche piú grande fatica, avrebbe mortificate le membra di frate
Gerunzio; niuna violenza di fede e di rimorso avrebbe potuto oramai
frenarne il passo il pensiero lo sguardo, ed egli affrettava alla volta
di Gerico. I suoi occhi vagavano lungi, ove il Giordano pareva il mare e
il Carit argento limpido sotto il sole, o, se il sentiero piegava dietro
il dorso delle montagne, si contenevano a vista minore, non brillando
meno di gioia, perché da tutto, da un granito e da un salgemma che
scintillasse coi colori dell'iride; da un fiore rosso che rompesse il
verde cupo delle ginestre; da un uccello di varie tinte che levasse il
volo frusciando, i suoi occhi ricevevano e recavano all'anima avvivata e
accesa il senso della natura e della vita. E il suo pensiero, già buio
nella tribolazione dell'intima battaglia e breve e pauroso nelle
racchiuse idee del chiostro, si schiariva a poco a poco in quell'ampia e
lieta libertà del mondo, e si estendeva e rafforzava: nell'attività dei
nervi e dello spirito il monaco dianzi emaciato dai digiuni e dalle
vigilie, affaticato dal misticismo e dalle preghiere e roso dalla
bramosia vana della propria dissoluzione, sembrava d'un tratto
rifiorire, ritemprarsi di nuovo sangue e inebbriarsi d'aria e di luce
come di un vitale liquore. Nell'aperta considerazione delle cose
sparivano i terrori della sua mente; s'era svestito del cilicio, ma
anche si svestiva del sogno ascetico che gli aveva turbata e traviata la
fantasia; ubbidiva allo stimolo dei sensi, ma presentiva il benessere
che verrebbe a tutto lui stesso, spinto e corpo, dalla colpa, necessaria
e umana colpa, la quale andava a commettere.
Scendeva -- le montagne digradando a diventare ubertose colline vestite
di palma e dura e tamarigi e pomi di Sodoma --, e come il sole
tramontante divampava dietro le vette piú alte, il colle Galgala
rimaneva nell'ombra: Gerunzio vi ristette e guardò con tutta l'anima
nello sguardo. Ecco Gerico! Ah che il sole stendeva ancora fasci di luce
sulla campagna di Gerico, e la città pareva adagiarsi, luminosa,
splendida, in un letto d'erba e d'anemoni, rose, viole e narcisi!
Gloria ad Adriano! Torri e templi s'ergevano, meravigliosi giganti, su
le rovine di Tito, e la cupola di San Giovanni Battista pareva uno
specchio convesso temprato d'oro. La città di Erode, distrutta due volte
e due volte risorta, obliava Erode e Jele, e scherniva Giosuè profeta:
«Maledetto nel cospetto del Signore l'uomo il quale imprenderà di
riedificare questa città di Jerico! Egli la fonderà sopra il suo
figliuol maggiore e poserà le porte di essa sopra il suo figliuol
minore!»
Gerunzio ricordò la imprecazione di Giosuè. Ma Rahab, per cui il profeta
ebbe sua la città idolatra, non era essa una meretrice? Ed egli entrò
allegro in Gerico.
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Dietro le antiche terme di Erode, in un freddo e nero angiporto, stavano
le meretrici: una su la soglia, poggiata allo stipite e ritta sulla
gamba sinistra e con la destra piegata su la sinistra, perché se ne
indovinasse la grossa forma; dentro, tre altre, assise su guanciali in
procace attitudine e intese a bere un chiaro liquore, ond'erano ebbre,
rubiconde e loquaci; un'ultima traeva note da un arpicordo e cantava con
voce sommessa. Il monaco Gerunzio, oltrepassando pallido e palpitante,
gettò uno sguardo al sito infame e come udí chiamarsi -- vieni! --
osservò innanzi a sé: nessuno. Si rivolse e, avesse pure avuta dinanzi,
per la suburra, tutta una moltitudine, non avrebbe piú scorto alcuno
perché scorgeva la femmina che l'aveva chiamato: Vieni!
Colei che stava su la porta si ritrasse quasi per dar luogo a un
pezzente, ma l'altra, che era briaca, rise, e lisciando la barba
prolissa dell'uomo: -- vero -- disse --, o pastore, che tu hai buona
moneta?
Gerunzio la seguí alla celletta, avido di peccare. Dal basso giungeva
come un lamento lontano la voce della cantatrice, e dalla cella vicina
un ridere osceno.
Il monaco tese le braccia.
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Quando Iddio percuote della lebbra il peccatore, a questo s'impiaga
d'improvviso la pelle sí che resta visibile la carne viva, e i peli
s'imbiancano su la piaga: corre per le ossa del peccatore un sudor
freddo, un lungo brivido, uno spasimo lungo; poi la pelle dove non è la
piaga si raggrinza e vi si formano delle tacche bianche verminose e
delle croste gialle e fetide. Perciò la vista del lebbroso è orrenda
come il tormento di lui, e nel Levitico si legge ch'ei deve avere le
vesti sdruscite e il capo scoperto e il labbro di sopra velato, e che
deve gridare: -- l'immondo! l'immondo! --; perciò il Signore commise a
Mosé che disfacesse la casa dell'infetto e riducesse in polvere fino le
pietre e lo smalto di esse: chi guarda un lebbroso prova un ineffabile
schifo e trema di spavento, perché vede il segno dell'ira divina.
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Il monaco tese le braccia; ed ecco che sentí germogliarsi su la pelle,
súbito, dalla pianta dei piedi alla sommità del capo, la lebbra maligna:
si vide; e la meretrice urlò: -- L'immondo! l'immondo! -- Ma allora
Gerunzio non ebbe piú innanzi a sé una donna nuda; innanzi a sé e in sé
finalmente, ebbe e comprese la luce celeste che gli scioglieva la
caligine dell'anima, gl'illuminava il cuore e il pensiero colla verità
oltremondana, lo infocava di fede, lo santificava; e allora cadde
ginocchioni e sorridendo e levando gli occhi e le mani tranquillo,
sereno, sublime, disse a voce alta:
-- Questo castigo, Dio, è la mia salvazione!
_DIO LO VUOLE!_
Con soave accondiscendenza la giovinetta avvolse il braccio al collo di
lui e gli rispose con sommissione pudica; poi, stanca, abbandonò il capo
al cuscino e a poco a poco, chiusi gli occhi, s'addormentò. Riccardo la
sentiva cosí dormire; la sentiva alitare e palpitare, e sembrava che dal
contatto gli derivasse allo spirito commosso una tenerezza mesta e un
trepido senso di pietà: il suo spirito riagitato da un sentimento piú
antico e profondo che l'amore, ma che tuttavia l'amore gli deprimeva
dentro, già tremava e sbigottiva in un presentimento di pene prossime e
fatali.
Rifletteva. Nel giorno aveva visti molti cavalieri apparecchiarsi al
passaggio a cui il principe Edoardo d'Inghilterra e il conte di
Brettagna erano stati chiamati da Luigi il santo, e di quelli egli aveva
compresa e raccolta la gioia impetuosa dell'andare a combattere i nemici
della fede. Ma egli pensava che non poteva partire, per la sua donna.
Per le donne di Antiochia vendute all'incanto, per i fanciulli ceduti
schiavi agli schiavi, per le vergini insozzate dai mamalucchi partivano
i re. Partivano i nobili inglesi e scozzesi per i fratelli cristiani di
Palestina e di Siria minacciati dalla ferocia di Bibars. Ma Riccardo non
poteva partire.
Bibars il sultano feroce aveva distrutti i templi di Maria in Antiochia
e in Nazareth e sparsi al vento e al fuoco i vangeli e sugli altari
scannati i sacerdoti di Cristo; i guerrieri di Soppé e di Safad erano
morti trucidati tutti ad uno ad uno al cospetto di Bibars. Ma Riccardo
non poteva partire.
Sui morti rimasti insepolti a Joppé ed a Safad brillava, la notte, una
luce celeste e i guerrieri di Francia, di Spagna e Sicilia, già in
terrasanta, incontro a Maometto cantavano:
_Vexilla Regis prodeunt:_
_Fulget Crucis mysterium_
Riccardo non voleva partire. Rifiutava l'onore del corpo: alla salute
dell'anima non voleva pensare. Pensava. Quando, ecco parergli che il
buio della camera s'estendesse senza limiti, enorme come quello dei
ciechi, e ch'egli, fuori di sé, vi smarrisse la coscienza corporea:
quando, ecco nella nera oscurità balenare una luce viva da una croce di
fiamma e dalla croce uscire il suono di queste parole sensibili, quasi
luminose anch'esse: -- _Dio lo vuole! Va!_
La moglie si destò atterrita al terrore di lui ed egli, tornato in sé
medesimo, affannosamente le diceva della miracolosa visione. -- Io ho
paura di Dio -- egli diceva --. Mi bisogna andare in questo passaggio
--. Ma la donna tacque, e poi ruppe in pianto e tra i singhiozzi si
dolse che non per sí breve letizia ella aveva sofferto tanto nel suo
lungo ed avversato amore e tante rampogne soffriva ogni giorno dal
parentado ricco e superbo. Pure, dopo molto pregare e piangere, essa fu
queta e persuasa alla volontà divina, e toltosi un anello di dito lo
diede a Riccardo dicendo:
-- Questo vi ricordi me e la mia fede e il frutto dell'amor nostro se
con il mio dolore potrà crescere in me. --
Riccardo abbracciò la donna.