Il castellano di Ripalta s'era allevato con amore un valletto di nome
Ugo e con desiderio, esercitandolo a cavalcare e ad armeggiare,
attendeva il giorno che lo armerebbe cavaliere. Né di quel bene del sire
pe 'l valletto ingelosiva madonna Ginevra, poiché la giovinezza di lei
fioriva sterile ed il ragazzo, tenuto quasi in conto di figlio, le
risparmiava i rimbrotti del marito.
Madonna viveva lieta; e l'amore del marito, le cacce e il conversare
colle sue donne e cogli ospiti, le divagavano la vita uguale e solitaria
del castello non meno che le faccende casalinghe cui essa accudiva
umilmente, con fanciullesca mutabilità. Cosí, come rideva quando le
galline, che al solo vederla chiocciando e sbattendo le ali le correvano
dietro, si disputavano in frotta avida e litigiosa il becchime che
gettava loro, rideva se a diporto il palafreno saltasse imbizzarrito o
adombrato, o se nell'arazzo da rammendare le riuscisse peggio che lo
strappo il rattoppo: mentre cuciva presso la finestra dalla quale
scorgeva l'ampio paesaggio a basso e d'intorno, ella cantava e i
villani, giú nella valle, udivano limpide e schiette le cadenze della
sua bella voce.
Gioconda natura! Per essa madonna Ginevra era amata dai servi,
quantunque fosse anche temuta perché gli occhi del sire vedevano tutto
con gli occhi di lei e perché ogni capriccio di lei diventava la volontà
del sire: solo Ugo il valletto la serviva baldanzoso e sicuro, e quando
fallava sapeva vincerne lo sdegno fingendosi egli sdegnato e mesto;
ond'ella finiva con immergergli le dita tra i capelli folti, per ridere.
Ugo allora si divincolava e la guardava in un'occhiata.
Veramente molte cose erano permesse ad Ugo: poteva arrampicarsi su per
gli alberi dell'orto a inzepparsi di frutta; poteva ordire le piú strane
burle al vecchio maggiordomo o assestare un pugno allo scudiero che gli
minacciava un pugno; poteva spiare, dietro una porta, l'ancella che si
stava spogliando; ché, accusato alla padrona, la padrona rideva, e
accusato al padrone, il padrone taceva.
Ma quand'ebbe compiuti i quindici anni il valletto parve mutare costume,
e il signore notò lo studio di lui a imitarlo affinché nessuno, neppure
madonna Ginevra, lo considerasse ancora un ragazzo. E Ugo sentiva egli
stesso mutarsi; sentiva una smania di cose nuove, d'altri svaghi,
d'altri luoghi, d'altri pensieri, mentre la vita e la natura che
fervevano attorno a lui gli rivelavano cose sconosciute e gli
suscitavano sensazioni nuove. E mentre la forza sensuale si sviluppava
in lui e per l'istintiva penetrazione della pubescenza egli imparava da
tutta la natura il segreto dell'amore umano, quel desiderio peranche
indefinito gli avvolgeva il cuore di una insolita tristezza e tenerezza.
Amava, già amava, e non sapeva chi amasse e non sapeva d'amare.
Ma risalendo un giorno dalla valle al castello (era di fitto meriggio e
sotto la sferza del sole il mondo dormiva un sonno mortale) Ugo a un
tratto udí cantare lontana e dall'alto, simile ad un'allodola, madonna
Ginevra; e a un tratto l'imagine incerta del suo desiderio e de' suoi
sogni acquistò ai suoi occhi sembianza e forma di persona viva: madonna
Ginevra!
La sera nel porgere, avanti cena, l'acqua alle mani della padrona, al
valletto tremavano le mani; ed egli se n'accorse, ma non chinò lo
sguardo perché egli amava da uomo; senza paura, amava, e senza vergogna.
Quante consolazioni nell'avvenire la sua mente innamorata ebbe allora da
fantasticare! E secondando i ricordi delle storie, che gli avevano
raccontate a veglia, di cavalieri fatti eroi per gloria delle loro dame,
e invidiando a sé stesso i pochi anni che gli mancavano alla piena
giovinezza, s'imaginava vincitore di tornei in cui madonna l'assisteva
sorridendo, o difensore e salvatore di madonna Ginevra in un notturno
assalto di nemici.
Per altro, quell'ardore e il compiacimento di quell'ardore patirono
presto il freddo dell'ignara incuranza di madonna, la quale aveva due
grand'occhi solo per vedere, non per osservare; e poiché egli non
fallava piú, tal cura e tal forza metteva nel servirla, essa non aveva
neppur piú ragione d'immergergli le dita tra i capelli.
Sino a quando la dama avrebbe ignorate le sue pene?
Co 'l volgere dei mesi l'affetto di lui s'andò come condensando a modi
piú virili, di guisa che la sua fantasia ubbidendo ai richiami e cedendo
agli impeti dei sensi riscaldati dal primo e precoce calore della
gioventú, l'abituava a desiderare nella bella donna le delizie corporali
e le gioie della colpa: a poco a poco egli perdette la baldanza, il
coraggio, la fede del suo amore; e il timore lo prese che il sire ne
scoprisse il segreto e l'intenzione. -- Passarono dei mesi; passò un
anno. Ma quanto piú gli diminuiva la speranza, tanto piú cresceva in lui
la bramosia di essere presto soddisfatto.
Madonna Ginevra era sempre bella e fresca: rosa fresca in tutta la sua
bella fioritura. E come spesso, dopo la cena, Ugo sorprendeva afflitto
certe occhiate desiose del marito a lei! Con che travaglio percepiva
negli occhi e nel riso di madonna gli assensi e le promesse! -- Il
desiderio sensuale, non piú vago e dimesso ma deciso e tempestoso,
affaticava l'animo del valletto non piú riposato nei primi propositi; e
il pensiero di rimettersi al futuro gli diveniva un ritegno
insufficiente e un'attesa intollerabile. Già si sentiva morire d'amore;
avrebbe alla prima buona circostanza rivelata alla dama la sua passione
pietosa e sconsolata.
Un mattino, montando il suo cavallo migliore e seguito da scudieri in
nuove vesti, il sire di Ripalta partí per un torneo. Quantunque era
quello il giorno aspettato dal valletto con penoso e lungo desiderio,
tuttavia appena il sire fu scomparso al basso del colle tra le macchie,
egli, nell'imminenza della sua felicità se l'assistesse la fortuna, o
del suo ultimo malanno se madonna non volesse ascoltarlo o mancasse a
lui il coraggio d'ottenere ascolto, provò un turbamento grande di paura.
Pensava: «Prima di notte le dirò tutto. Le dirò il bene che le voglio.
Ma come comincerò?»
E il sole cadeva ch'egli non aveva ancora trovato il modo acconcio per
incominciare. Ma quando, a sera, s'accorse che la padrona era entrata
nelle sue stanze, non piú dubitando salí, s'introdusse guardingo, spinse
francamente quella porta.
Madonna Ginevra, già sciolti i capelli e un po' discinta, sedeva su la
cassapanca: alzati, al rumore, gli occhi sonnacchiosi, riconobbe Ugo e
componendosi la veste in fretta, tra sorpresa e sorridente disse: --
Vieni, vieni. Che vuoi? Ad Ugo, rinfrancato, venne súbito in mente la
dimanda che s'era proposto di far dopo e raccolto che ebbe il fiato
bastevole a non restare a mezzo: -- Madonna -- chiese --, se chierico o
cavaliere, borghese o valletto, non importa chi, amasse da gran tempo
una bella donna, damigella o dama, contessa o regina, non importa chi, e
non avesse cuore di dirglielo, sarebbe savio o stolto?
La dimanda piacque a madonna, lieta nonostante l'assenza del marito, e
per burlarsi del ragazzo gli rispose: -- Sarebbe stolto. Anche un
valletto, purché fosse bello e valente come te, dovrebbe parlare. Chi
ama non sia vile; e ogni donna, anche una regina, n'avrebbe almeno
almeno compassione.
Ugo con tutta l'anima bevve le parole buone ed esclamò: -- Madonna
Ginevra, ecco colui! Colui sono io! Quanto ho patito per voi! Aiutatemi,
madonna!
La dama non rise; non credé che il ragazzo volesse burlarsi egli di lei
perché gli scorse la passione in faccia, e indispettita d'essersi
lasciata cogliere e offesa dall'audacia del valletto, gli gridò: -- Ah,
ma tu sei matto! Che vai cicalando con le tue fole? Che so io de' tuoi
amori? Che cosa mi hai chiesto? Che cosa t'ho risposto? Vattene,
vattene! Oh come godrà il sire quando glielo dirò! Vattene!
Stordito, gli occhi spalancati e disperati, Ugo non si mosse; pure, nel
tumulto della mente, ebbe forza di cercare in un'idea la suprema
invocazione alla pietà della dama, l'affermazione estrema del suo amore
e una minaccia quasi di vendetta all'acerbità di lei, e disse: -- Voi mi
sgridate cosí e la colpa è vostra, che m'avete ferito cosí. Perché non
mi uccidete? In fe' di Dio, io non mangerò piú finché non mi avrete
accontentato; -- e con un'angoscia che pareva lo strozzasse uscí di là.
Madonna Ginevra rise forte e pensò: «Oh che cosa gli è venuto in mente a
quel ragazzo?»; e, nello spogliarsi, guardandosi, rise e ripeté: «Che
cosa gli è venuto in mente?»; poi si distese sotto le lenzuola e, come
il marito era lontano, s'addormentò senz'altro pensiero, co 'l riso su
le labbra.
Ugo invece, che se avesse pianto avrebbe sfogato tosto il suo rovello,
per non piangere si dimenò a lungo per il letto e non riuscí a chiudere
occhio prima d'essersi convinto che la prova la quale si era imposta era
degna d'un cavaliere innamorato, se era prova che gli metteva in
pericolo la vita. Ma al risvegliarsi, la mattina, ebbe fatica e quasi
pena a riandare il fatto della sera innanzi; capí d'aver commessa
un'imprudenza; credé fino d'aver commesso un grosso errore, fino
un'azione puerile; e si provò a dimenticare. Non poteva: in che guisa
comparire al cospetto di madonna? E l'amore gli dié ragione; gli
rinfocolò la fantasia; gli fece parere eroica la deliberazione presa. Né
si levò da letto; e quando furono a cercarlo disse: -- Ho un gran peso
qua -- e segnava lo stomaco --; non posso piú mangiare.
Il giorno dopo madonna chiese del valletto. -- Non ingola nulla --
risposero; né egli cedette ad alcuna preghiera o ammonizione. E il terzo
dí una serva gli portò una tazza di latte appena munto, spumante, che
faceva voglia, e un'altra un ovo ancora caldo, ma egli chiudeva gli
occhi e rifiutava; e anche, tardi, il maggiordomo fu a trovarlo e gli
porse, dondolandolo per il gambo, un grappolo d'uva primiticcia con
acini neri e grossi, vellutati da una bianca nebbiolina, tra altri
ancora rossi ed in agresto. Egli lo divorò un momento con gli occhi,
resistette e lo respinse.
Allora il maggiordomo venne dove madonna Ginevra, che quel giorno non
cantava, ricuciva un vecchio saio, e mentre egli ordinava alcune cose
per la stanza, quasi fra sé, disse:
-- Tornerà il sire; ma non staremo allegri.
-- Perché? -- chiese con simulata indifferenza la padrona.
Rispose l'altro: -- Ugo morirà: non gli va giú un granello d'uva.
Madonna Ginevra arrossí; si levò, e si recò alla cameruccia del
valletto.
Stava il valletto con le pálpebre abbassate perché nel languore
dell'inedia tutto ondeggiava dinanzi al suo sguardo; e aveva il viso
stanco e smorto smorto. Trasalí ai passi leggeri di madonna,
riconoscendola.
-- Valletto Ugo, dormi? -- ella chiese dolcemente. Egli disse: -- Per
Dio, madonna, abbiate mercede di me!
A che essa inacerbita di nuovo da tanta ostinazione: -- Da me non avrai
mai grazia nella maniera che domandi. Questa è la tua ricompensa al bene
che ti vuole il sire? È questo l'amore che gli porti? Tornerà....
-- Oh se tornasse! -- sospirò Ugo, insensato piú che ardito.
E la dama: -- Tornerà e s'arrabbierà, e ti romperà le ossa!
-- Ma non mangerò -- conchiuse Ugo.
La dama uscí co 'l proposito di dire ogni cosa al marito a pena fosse
giunto; se non che, mentre cuciva, cominciò a temere che egli la
rimproverasse d'avere tentata per capriccio e accarezzata in qualche
modo la folle passione del valletto: e a nascondergli la verità non la
rimprovererebbe di non averlo sovvenuto con un medico e con medicine e
con premure? Non iscorgeva mezzo per disimpacciarsi, quand'ecco s'udí il
corno in lontananza e uno scudiero venne ad annunziare che il castellano
arrivava in compagnia di piú ospiti.
«Chi sa -- rifletté madonna Ginevra -- che a vedere il padrone non lo
domi la vergogna? Indurrò il sire a impaurirlo.» E quando nel tinello,
dove su la tavola, imbandita co 'l piú ricco vasellame, fumavano le
vivande, il sire chiamò Ugo, la moglie disse a lui: -- È a letto da tre
giorni, e non vuole piú toccar cibo. Provatevi voi a rimettergli il
giudizio.
Il marito volle andare a vederlo, ed essa lo seguí.
-- Che hai? -- domandò il sire entrando.
Ugo rispose: -- Un peso qua, alla bocca dello stomaco; e non mi va giú
niente.
-- Non è vero! -- ribatté súbito la dama. -- Non è vero! Per il male che
ha potrebbe mangiare. -- Poi rivolta ad Ugo disse: -- Ora io dirò al
sire perché digiuni da tre giorni. Mangerai?
-- Voi potrete ben dire. Io non mangerò -- rispose quegli che
raccoglieva gli spiriti a vincere, morendo, la battaglia; e il signore,
cui piacque quella risposta cosí franca e cui dava sospetto l'aria
misteriosa della moglie, già incolpava la moglie d'alcun torto verso
Ugo. Ma Ginevra aggiunse:
-- Il giorno che partiste, a sera, osò entrare nella mia camera mentre
mi spogliavo... --; onde il sire capí come il torto era proprio del
ragazzo e -- Perché? -- le domandò impaziente. E la dama in vece tornò a
chiedere al valletto: -- Mangerai?
Il valletto, che era risoluto di morire, negò co 'l capo, sospirando. --
Io mi spogliavo -- proseguí la dama -- e lui venne da me, tutto strano,
a domandarmi Imaginate!
-- Insomma! -- fece il sire.
-- Mangerai? -- ripeté la dama per l'ultima volta; e per l'ultima volta
-- No! -- ripeté forte Ugo che teneva fissi gli occhi negli occhi di
madonna. La quale allora per dir tutto, e tuttavia a stento, riprendeva:
-- Mi richiese...; -- ma il marito senza piú badarle, come nella
reticenza comprendesse quanto imaginava, con collera scosse il braccio
del valletto e gli gridò bieco: -- Che cosa le chiedesti?
Ugo tacque. Da' suoi occhi traspariva una volontà virile che l'amore
rendeva ineluttabile: disperato amore, piú forte della morte; e madonna
Ginevra ammirando tale fermezza minacciosa insieme e supplichevole e
temendo a un punto stesso per sé e pe 'l valletto l'ira del marito che
minacciava con quasi brutale veemenza, vinta dalla pietà,
dall'ammirazione e forse dall'amore (quel ragazzo era un bel giovane)
concepí un'idea provvida e sagace.
-- Mi chiese -- rispose ella -- il vostro falcone pellegrino, che non
dareste né a conte, né a principe, né ad amico; e, per averlo, s'è
impuntato a digiunare.
Alle parole della donna il credulo marito contenne l'ira; anzi rise e
disse: -- Oh! se il tuo male è questo, non voglio che tu ne muoia.
Mangia, mangia, valletto; e avrai il falcone. -- Ed uscí.
Ma la donna prima d'andarsene si fece piú presso ad Ugo, che la speranza
aveva ravvivato e colorito in faccia, e disse rapida, giuliva:
-- Già che il sire ti vuol contento, anch'io ti vorrò contento. -- E
meglio che con le parole promise sorridendo con uno sguardo lungo e
tenero come una carezza.
Ugo, dunque, mangiò. Ed ebbe il falcone.