24 gennaio 1913.

Il distacco tra l'India braminica e l'India islamitica si fa più

intenso via via che si sale verso il Nord. Si direbbe che l'Islam

prediliga in ogni parte del mondo le terre desolate, i deserti e le

steppe; anche in India occupa l'immensa parte centrale e settentrionale

e può servire a delineare i confini delle provincie riarse. Perchè è un

preconcetto oleografico, una leggenda da libri d'avventura che l'India

sia coperta da una vegetazione meravigliosa. Le foreste tropicali,

dense, decorative come scenari da melodramma, occupano soltanto la

costa del Malabar, l'isola di Ceylon, i monti Nir-Ghirli, le valli

dell'Imalaya. Ma dove cessa il beneficio dei monsoni e delle pioggie

periodiche, cioè in quasi tutto il Deccan e le pianure del nord, domina

la magra vegetazione dell'Islam: scompaiono il cocco ed il banano,

svelti compagni delle pagode, appaiono il palmizio rigido, il cipresso

cimiteriale, compagni delle moschee e dei minareti.

Si viaggia da due giorni in queste ferrovie che chiudono in una rete

fitta tutto l'Impero immenso, e che gareggiano con quelle americane

in velocità vertiginosa. Ma il paesaggio, per giorni e giorni, resta

invariato. L'immensa pianura fulva (il rosso della terra e il gracidìo

dei corvi sono la nota visiva e auditiva di queste contrade) che

durante la stagione delle pioggie rinverdisce in campi di riso e di

miglio, è tutta riarsa in questi mesi di siccità. Le palme-palmira,

gracilissime, s'innalzano nell'azzurro del cielo come caricature di

palmizi, nibbi ed avvoltoi si librano nell'infinito abbagliante:

all'orizzonte, sulla zona sanguigna, passano, come ombre cinesi,

mandre velocissime di gazzelle. Fiancheggiano la linea grandi cacti

a candelabro, tinti in rosso da una parte, dalla polvere sollevata

dal vento della steppa, e alla sommità d'ogni fusto è appollaiato

un avvoltoio meditabondo che al rombo del treno appena si degna di

protendere il capo calvo sul collo serpentino o di distendere una delle

immense ali macabre. Mandre di bufali e di zebù sollevano, voltano la

testa indolenti, e falangi di corvi gracchiano sui loro dorsi gibbosi,

s'avventurano fino alla bocca per beccarvi i tafani e le mosche.

Si entra talvolta in foreste d'alberi enormi, dai tronchi nodosi e

contorti: ma tutto è fulvo e riarso anche qui: i rami rivestiti di

fronda arida, come le nostre quercie in dicembre, dànno al paesaggio

una tinta invernale che stona col cielo implacabilmente estivo.

Nella foresta morta spiccano zone di un bel verde biacca: miriadi di

pappagalli minuscoli che ricordano le foglie vive, o fasci di brace

azzurra e smeraldina: famiglie di pavoni appollaiati sugli alti rami.

Poi si esce dalla foresta morta ed ecco ancora la steppa senza fine

con i suoi cacti spettrali ed i suoi avvoltoi. Si divora lo spazio, il

tempo passa, ma il paesaggio non muta.

E l'ora triste: l'ora in cui il viaggiatore si domanda a quale scopo

ha lasciato l'Italia bella, anticipandosi questo paesaggio infernale.

Distolgo lo sguardo dallo scenario triste. Siamo nel _dining-car_;

indugiamo dopo il caffè, per avere intorno l'illusione di un po'

d'Europa che viaggia con noi, l'illusione che emana dalle vernici,

dagli specchi, dalle stoviglie, dai cibi stessi, dalle salse chiuse

in barattoli inglesi. _Very comfortable_, queste carrozze ampissime,

dal doppio tetto spiovente, aerate da un triplo ventilatore; ma il

congegno si è guastato e funziona il _panka_, il ventaglio immenso

appeso al soffitto, che un servo indiano agita con una corda dal fondo

della carrozza. Tutte le tavole sono occupate: funzionari inglesi,

commercianti parsi, dignitari afgani. Al tavolo vicino sono sedute

due francesi incontrate a Bombay, conosciute per caso, leticando

all'agenzia Cook, e ritrovate qui, ancora per caso, con reciproca

effusione di schietta esultanza. Fra tanti sconosciuti di tutti i

colori, fra tante orribili favelle, dove l'inglese degenere è l'unica

intelligibile, il francese, sia pure sulle labbra ritinte di due

«pellegrinanti esuli dame», ci suona dolce come una lingua di casa.

Signore con le quali si allibirebbe di mostrarci in una via europea,

tanto sono imbellettate, ossigenate, inorpellate, impennacchiate;

ma che qui, nel cuore dell'India sacra, aggiungono al paesaggio

uno stridore pittoresco. Madama Angot, che ho sognato a Golconda,

rivive dunque ancora nelle pronipoti senza paura! Già a Bombay ci

avevano raccontate le loro gesta e le loro disavventure. Giovani,

una giovanissima, parigine entrambe — parigine di Marsiglia o di

Bordeaux — e nate all'arte, votate all'arte, hanno pellegrinato come

«duettiste» tutti i caffè _chantants_ della Tunisia e dell'Egitto. A

Port-Said un impresario le ha scritturate per le colonie dell'Africa

orientale fino a Zanzibar. Da Zanzibar sono fuggite con due ufficiali

inglesi riparando a Bombay. Sole, sperdute ancora una volta, hanno

tentato la fortuna a Calcutta. Deluse si dirigono oggi a Simla,

nel Cachemire, per cantare in un _music-hall_ che s'inaugura con la

stagione elegante. Disfatte dal clima e dai disagi, lasse per troppe

soste in troppe guarnigioni fameliche, sanno tuttavia conservare nella

parola arguta, nel gesto col quale alternano il sorriso alla sigaretta,

nella civetteria del ginocchio sovrapposto, la grazia francese unica

al mondo! E guardo ed ammiro queste due passere sbandite che portano

fino in queste solitudini il loro sorriso intrepido e la loro gaia

mercatanzia.

Delhi, 25 gennaio.

— Delhi, Agra: Le royaume du Gran Mogol! Le Gran Mogol, Madame, qui

avait un penchant pour les jolies parisiennes. — Peut-on le voir, ce

monsieur-là?

— È morto da trecento anni.

— Hélà! Nous arrivons toujours trop tard....

Ci liberiamo dalla folla policroma dell'immensa stazione indiana.

Fuori, ad attenderci, i più pittoreschi mezzi di locomozione: i

_yinricksharws_, le carrozzelle in lacca e bambù su ruote modernissime

da bicicletta, tirate di corsa da indigeni vociferanti, carrozze

strane, triangolari, che il cocchiere guida seduto in avanti, sul

timone sottile, diligenze barocche sovraccariche di ori, di fiocchi,

di sonagli, trainate da coppie di zebù, il bove indiano, minuscolo,

gibboso, velocissimo; e campeggianti in disparte, disposti in ordine,

gli elefanti da nolo, recanti ognuno un cartello in varie lingue

indicante la mèta, come da noi le carrozze tramviarie. Si sale sopra

uno dei colossi, attraverso una specie d'arrembaggio inclinato e

si sta in otto nel castelletto ad ogive. Misero equipaggio e misera

bestia da nolo, che ebbe certo i suoi giorni splendidi nella reggia di

qualche Maharajah, cent'anni or sono.... Oggi la pelle si è raggrinzata

sull'immensa carcassa, come la corteccia degli olmi secolari; e non

servono a ringiovanirlo la gualdrappa logora frangiata d'oro stinto, nè

la truccatura bianca rossa azzurra, a cerchi vivaci, intorno agli occhi

ed alla proboscide.

— Les pauvres oreilles! On les dirait de feuilles rongées par les

chenilles!

È vero. Le orecchie immense, zebrate di nero, agitate di continuo,

sono logore dagli anni e dai malanni, qua e là tagliate a grandi lobi,

come le foglie corrose dai bruchi. Ma quanta intelligenza negli occhi

minuscoli, dove s'alterna la bontà e la scaltrezza, la mansuetudine ed

il risentimento.

Il _cornac_, un giovinetto, sta seduto alla budda sul collo possente e

dirige la mole immensa con l'_ankus_, un bastoncino ricurvo a gancio

che preme sulla fronte silenziosa, con un grido sommesso d'intesa.

Nessuna bestemmia, nessuna ingiuria come nelle nostre vie occidentali.

La mole s'avanza sicura come un congegno e il rumore delle zampe

enormi che giunge dal basso imita un poco il rombo ritmico di un motore

primitivo. Passiamo per ampie vie modernissime: luce elettrica, tram,

automobili; c'interniamo in viuzze tortuose, dalle case altissime in

legno dipinto e traforato con uno stile da confettiere, con tutti i

colori delle cose dolci, gonfie di _miradors_, di loggie minuscole;

infinite gallerie coperte cavalcano le vie, allacciano l'una all'altra

le case misteriose.

La nostra cavalcatura ci mette all'altezza del primo piano e l'occhio

gode, d'attimo in attimo, attraverso le verande aperte, le scene più

intime e più diverse: una madre che consola un bambino che piange, un

ufficio di mercanti parsi, dove cinque scribi in mitra di tela cerata

sono seduti a modernissime macchine da scrivere, una casa indù semplice

e linda, con non altro alle pareti candide che le incarnazioni di

Brama, una casa maomettana a tappeti sontuosi dove un vecchio scarno,

occhialuto sotto il turbante immenso, sta ginocchioni in mezzo alla

stanza, picchiandosi il petto contrito, una scuola indigena dove venti

monelli, in assenza del pedagogo, si protendono al nostro passaggio

con occhi vivaci e denti abbaglianti, scagliandoci le fiche e le

ingiurie; e, molte cortigiane, bajadere di bassa casta, riconoscibili

al volto ignudo, alle vesti e ai monili, alla casa più adorna e più

appariscente: strane case così aperte sulla via dall'immensa veranda da

inquietare seriamente la pudicizia dei visitatori. L'elefante, che ha

incontrato un confratello che giungeva in senso opposto, s'arresta per

attendere che l'altro retroceda fino al prossimo cortile, e sostiamo di

fronte, vicinissimi, a due cortigiane sorridenti. L'una ravvia con uno

strano pettine quadro ed enorme i lunghi capelli nerissimi e lisci come

due bende di raso tenebroso, l'altra protesa quasi fuori della veranda,

in piena luce, tiene nella mano uno specchietto tingendosi con la

destra, accuratamente, i sopraccigli arcuati. Tutti, in questo paese,

uomini, donne, bambini, hanno occhi splendidi, già troppo neri, già

troppo grandi, e la consuetudine del bistro, imposta per religione, li

fa smisurati, inverosimili, conferisce a questi volti quel loro sguardo

d'idoli assenti.

— Vois-tu, ma chère, quelle ruse ont-elles à se farder? Elles

maquillent seulement la paupière supérieure.

Si fissano alcuni secondi le orientali e le occidentali, poi l'elefante

si muove e la scenetta dispare.

Si passa dalla città viva alla città morta quasi senza avvedercene.

Finiscono le case abitate dagli uomini, cominciano quelle popolate

dalle scimmie. Non più facciate policrome, verande fiorite, ma edifici

vuoti come teschi, muri superstiti con loggie che guardano il nulla, o

scalee, atrii sontuosi in granito ed in marmo che portano a palazzi che

non sono più: tutto ciò che era legno è stato divorato dalla steppa.

Ogni balaustro, ogni cimasa è coronata di code pendule o di faccie

sogghignanti di quadrumani. E le ruine si prolungano all'infinito,

tutta la steppa, fin dove l'occhio può giungere, e oltre, oltre ancora,

è l'immenso ossario di una città morta e risorta dieci volte in quattro

millenni, sotto dieci dominatori diversi. Ci si domanda per quale legge

fatale e misteriosa una città debba evolversi come qualunque altra cosa

viva, e rampollare qua e là sul suo ceppo decrepito, come la pianta che

non vuol morire. Forse in nessuna parte del mondo l'archeologo trova un

così vario tesoro d'architetture esposte. A Roma, in Egitto, in Grecia,

in tutti i luoghi sacri al passato, risorge il fantasma di una civiltà

sola che le esumazioni, i restauri, gli studi ci fanno vicina, certa,

come una cosa presente. Qui è il _caos_ dell'abbandono e dell'oblio,

il convegno di tutte le ruine colossali e del tritume di ruine, un

deserto di frantumi, così che l'archeologo ha la vertigine di essere

sbalzato a cinquecento, a mille, a tremila anni nell'abisso del tempo:

dall'ultimo splendore islamitico dei Gran Mogol al bramanesimo cupo,

imponente delle prime costruzioni giaina e pali, nella notte delle

origini vediche.

Ma dubito che gli archeologi soffrano di vertigini poetiche:

dubito della sensibilità di coloro che sanno. In questa solitudine

s'incontrano sovente figure biondiccie ed occhialute di studiosi

russi, tedeschi, inglesi che osservano con fiero cipiglio, come

sacerdoti indignati, la nostra gaiezza profanatrice. Siamo alla Porta

d'Aladino, un'immensa porta superstite che dà un'idea della moschea

smisurata che non è più. E la mole, di tale grandezza e di tale

purezza architettonica che basterebbe a creare un modello perfetto di

stile indo-moresco, appare lavorata, a chi s'avvicina, come uno stipo

cesellato da un orafo: tutto il Corano con tutti i motivi più delicati

dell'arte islamitica dei secoli d'oro adorna la grazia ogivale che

s'innalza a più di trenta metri. Il vano è riempito dal più azzurro

cielo dell'India, e il nostro elefante, immobile nella zona in ombra,

quasi minuscolo sotto l'immensa ruina, completa quella bellezza

armoniosa. Sente quest'armonia l'inglese eruditissimo — e scortese —

che lavora in una baracca prossima e toglie misure e dirige tre scribi

indigeni che disegnano e calcolano per non so che restauri governativi?

Ho più fiducia nell'entusiasmo e nel buon gusto di queste meretrici di

Francia; la più loquace delle due ha immagini adorabili.

— J'ai toujours revé ce tableau là quand j'étais fillette, sur un

coussin de ma tante Véronique! Et voilà qu'il y a vraiment une chose

comme ça.

Poi trascinando la compagna più vicina all'immensa parete cesellata e

palpando con mano voluttuosa l'intrico della scoltura:

— Il faut se rappeler cette broderie ici, pour une robe d'intérieur!

Avanziamo a piedi tra le ruine che non hanno confini. Una vegetazione

senz'anima: di latta, di cuoio, di stoppa, una vegetazione che non

è mai stata viva s'alterna con la pietra morta; e sui cipressi,

sui _baniam_, nodosi e contorti come in uno spasimo d'arsura, tra

la steppa sanguigna e il cielo di cobalto, mettono una nota gaia

di vita i signori del luogo: i pappagalli, i pavoni, le scimmie.

Come s'illeggiadrisce un capitello giaina, tozzo di quattro teste

elefantine di Ganesa: il Dio della saggezza, se un pavone vi balza

improvviso, inondandolo di una cascata di zaffiro e di smeraldo! E le

grate di marmo candido, frastagliate con tutti i motivi dell'Islam,

come si ravvivano per le chiazze verdi dei pappagalli nani, le comuni

garrule colorite, che giocano al trapezio tra i santi trafori! File

interminabili di scimmie stanno sedute a congresso e volgono la testa

tutte insieme al nostro passaggio, seguendoci a lungo, fissandoci con

occhi di malinconia desolata.

A tratti s'incontra un Jogi, un santo che ha scelto a suo rifugio una

di queste ruine. Tutta l'India abbonda di queste figure singolari; non

sono fachiri leggendari, non fanno miracoli; sono asceti, ridotti dalla

vita contemplativa allo stato di cose: hanno preso il colore della

pietra e dei tronchi morti. Completamente ignudi sotto il sole che

arde e che abbacina, con le chiome, il volto impiastricciato di cenere

e d'argilla, stanno seduti nella posa nirvanica, più indifferenti

e più insensibili degli idoli millenari. La consuetudine religiosa

favorisce queste sètte: ognuno ha vicino una ciotola, ricolma ogni

giorno dalla pietà popolare. Ne interroghiamo qualcuno, offrendo un

frutto, una moneta. Ma non rispondono alle nostre parole, non battono

ciglio alla nostra mano protesa, ci lasciano passare senza volgere il

capo, già perduti nell'increato, nella salvezza del non desiderare

più, già affrancati dall'eterno ritorno, risanati per sempre nella

carne e nell'anima. Sembrano, a noi, i più miserabili avanzi umani,

e sono forse i soli uomini invidiabili, le sole creature che non

debbano ormai più riconoscere alcuna potenza terrena: «.... Che puoi

tu fare, o tiranno, che puoi tu fare a me che nei rigori dell'Imalaia

o negli ardori del Deccan sono in perfetta letizia? Puoi percuotermi, o

tiranno, puoi lacerarmi, ardermi, farmi morire, o tiranno, ma non puoi

farmi male....».

Avanziamo nella tebaide.

Ed ecco fra tante cose morte, fra tante ruine senza nome, una cosa

ben viva e ben nota, fresca di colore e di linea come se innalzata da

ieri. Il minareto di Ktub. Ero preparato da fotografie e da stampe,

anche prevenuto con una certa antipatia. È invece la più leggiadra cosa

inutile che la noia d'un despota abbia scagliato al cielo. Una torre

isolata alta trecento piedi, costrutta da un sultano e offerta alla

figlia malata di malinconia, così come s'offre un gioiello. È veramente

un gioiello che colpisce di lungi per l'altezza vertiginosa, dappresso

per la squisita fattura.

Sembra un fascio di palmizi interminabili, legati, stretti a cinque

altezze digradanti: così che l'insieme del fusto snello è tutto

pieghettato come una gonna di seta; seta lucida e fine sembra la pietra

rossa-salmone, intarsiata d'ornati di marmo bianco. Lavori di mole e di

pazienza inconcepibili ai nostri giorni, possibili nel tempo andato,

quando un popolo intero era stromento cieco e concorde del capriccio

d'un despota. Forse avevano un po' tutti l'anima di Luigi di Baviera,

questi sultani leggendari che profondevano tesori per concretare i

loro sogni in moli di marmo e d'alabastro. Per gli occhi di una bella

distruggevano la loro città, costruivano una città nuova, come il

Maharajah Suvan-Ge-Sigg II che nel 1628 abbandonò Amber, l'antica

capitale del suo regno, e fondò Giaipur, la città fantastica tutta

color di rosa, eretta in poco più di tre anni! Costruivano palazzi,

templi, giardini, e li abbandonavano talvolta, prima che fossero

compiuti, già sazi del sogno che il popolo tardava a concretare in

pietra.

Si sale lungo il fusto eccelso, sostiamo a riposare alla terza, alla

quarta veranda circolare, in marmo traforato che ci spende nel vuoto

e dà la voluttà della più acuta vertigine, e dall'alto la desolazione

appare più disperata, occupa tutto l'orizzonte come un mare di

lava e di scorie: si pensano veramente come eruzioni spaventose le

invasioni delle orde giaina, pali, afgane, mongole che si riversarono

dall'Imalaia e sovrapposero ruine a ruine sulla pianura maledetta

da Dio. Poco lungi dal minareto di Ktub, fra sepolcri d'un tempo

immemoriale, s'alza un obelisco che discorda con la grazia leggera e

la tinta carnicina del cimelio moresco, un obelisco barbaro, tutto di

ferro, elevato — dice l'iscrizione sanscrita — duemila anni fa dal

Raya Dhava per celebrare con una cosa eterna la sua vittoria sulle

tribù Valhihas. È alto quindici metri, fuso in un pezzo solo, documento

misterioso di una civiltà spenta, quasi dimenticata e che pur possedeva

i mezzi di gittare una mole di metallo che inquieterebbe la nostra

industria modernissima.

Anche qui eruditi indigeni ed europei: archeologi, periti, architetti

che prendono modelli e misure. L'Inghilterra s'accinge ad un'opera

colossale: dissodare l'ossario delle città morte, restaurare le ruine,

ordinarle decorosamente alla luce del sole. Opera degna, ma che non so

quanto possa giovare alla poesia di queste memorie.... Certo ringrazio

il cielo di visitarle oggi, nel loro abbandono desolato.

È l'ora torrida. Ed è anche l'ora del pasto. Le nostre compagne «qui

ont soupé des ruines» ci ricordano che abbiamo le provvigioni con noi.

Cosa provvidenziale perchè l'unica bettola nella Porta di Aladino ha

un odore di concia che rivolta lo stomaco. Vi comperiamo soltanto un

ananasso e uva moscata enorme, freschissima, giunta dai monti del Kabul

in certe scatole fatte d'immense foglie coriacee cucite con lunghi

fili di gramigna. Una delizia che disseta e consola sotto questo cielo

di fiamma. E seguiti dai _boys_ e dal _cornac_ si cerca il rifugio

meridiano; non si ha che l'imbarazzo della scelta regale: una moschea,

un atrio moresco, una reggia pali, un tempio giaina. Scendiamo in un

ipogeo conosciuto dai _boys_: un rifugio d'ombra e di frescura, che

sarebbe tetro se non fosse di marmo candido. Grosse colonne quadre

reggono il soffitto a cubi sovrapposti, e tutto è a blocchi monolitici,

in uno stile incerto alla mia ignoranza, uno stile che ricorda le

costruzioni egizie più antiche, o assire, o etrusche, o fenicie, quando

tutte le architetture neonate si somigliavano un poco. Riceviamo luce

da una porta triangolare e da quattro finestre triangolari, quali

non avevo sognate mai, e poichè siamo nell'ombra e fuori è la vampa

del meriggio tropicale i cinque triangoli si disegnano rossi come le

aperture d'una fornace immane. E nella brace dei cinque triangoli si

profilano figure di leggenda: aridi palmizi lontani, l'ogiva nitida

della porta d'Aladino, una trina candida vicinissima: il balaustro di

una moschea, il nostro elefante meditabondo, rigido sulle quattro zampe

a colonna, immobile come i suoi fratelli di pietra....

Ora di sogno. Ristoro e sollievo della frescura e della penombra,

piacere indefinibile di sedere con gli amici, in cerchio, al pasto

singolare, voluttà un poco sacrilega di avere a compagne queste due

profanatrici che dicono e cantano cose enormi tra le pareti sacrosante.

Ora di sogno. La realtà scompare. Le cose si alterano, ingigantiscono,

diventano favolose e magnifiche, come la noce, il sassolino, lo zoccolo

toccati dalla bacchetta magica della leggenda. E dimentico. Vedo con

occhi d'allucinazione grandiosa il tempio ruinato, il misero elefante

da nolo, i poveri boys a mezza rupia, gli amici e il pasto frugale,

e queste due vagabonde delle quali non oserebbe vantarsi uno studente

occidentale.

Sono l'imperatore Acbar, il più possente dei Gran Mogol, e questo è

il mio palazzo; questo è un banchetto servito da trecento schiavi ad

ambasciatori della Serenissima; queste sono due «cristiane» rapite dai

corsari sulle coste di Barberia, vendute al Negus d'Etiopia, donate dal

Negus allo Scià di Persia e offertemi dallo Scià mio cugino, giunte

vergini ed impuberi fino al mio serraglio; due cristiane bionde da

aggiungere alle mie settecento concubine di tutti i colori....

Guai se non si completasse col sogno il magro piacere che la realtà ci

concede!...

Agra: l'immacolata.

Agra, 27 gennaio.

Ad Agra, più ancora che a Delhi, si può rivivere un'ora nel passato

favoloso dei Gran Mogol. Se l'ultimo di essi: Sha-Jehan s'alzasse

dal suo mausoleo e prendesse per mano la sposa dilettissima:

Montaz-i-Mahal, e uscissero entrambi dalla Reggia funeraria: il

Tai-Mahal, ritroverebbero riconoscibile ancora la città dei loro

splendori, e rispettati dal tempo e dagli uomini i loro palazzi

magnifici. Palazzi uniti, sovrapposti, innalzanti a settanta metri il

loro vario profilo, simili piuttosto ad un ammasso titanico di castelli

feudali che ad una reggia di sogno. Ma la loro grazia leggera fiorisce

in alto, dall'altra parte, verso il fiume Giumma, verso la pianura

sconfinata. Dalla città vedo soltanto le basi di arenaria sanguigna, le

mura ciclopiche, le torri possenti, destinate alla difesa e all'offesa.

Questi forti che gli imperatori mongoli fondavano in India erano

campi trincerati, d'una possanza, di una mole, di una magnificenza

inconcepibile al tempo nostro, villaggi muniti e fortificati dove

quei tiranni dall'anima di guerriero, di artista ed asceta, adunavano

quanto potesse appagare i sensi e lusingare gli spiriti: dalla zenana

voluttuaria alle sale di governo e di giustizia, dai bagni, dalle

palestre alle moschee della purificazione, al mausoleo dell'ultimo

riposo. Era una città regale sospesa sulla città del popolo, che

serviva prono, abbacinato da tanto splendore.

Passiamo il vallo fortificato, le torri, le porte pesanti. Si sale

per scalee fosche, sotto archi medioevali, si percorrono androni a

feritoie e a casematte, e tutto è in arenaria sanguigna, tutto è tetro

e massiccio, evocante nel suo silenzio l'urlo guerriero e il fragore

delle armi. Dove poteva svolgersi la vita voluttuosa dei poeti in

turbante e delle belle dagli occhi interminabili? Si sale, si sale

nelle viscere oscure della mole millenaria, dove la luce non giunge che

da ogive sottili, da feritoie scarse, dalle quali appare sempre più in

basso la città sterminata, si sale, si sale nel labirinto tenebroso.

Ed ecco, con un moto istintivo ed improvviso, le mani si portano a

difesa degli occhi feriti dalla luce abbacinante d'un nevaio. Siamo

giunti nel regno dei marmi immacolati, nella città superna dei tiranni.

Un terrazzo immenso, la sala delle udienze, candido come tutti gli

altri edifizi, con non altro che un trono di marmo nero, per il Gran

Mogol; intorno ricorrono arcate che danno l'illusione d'una grotta

di latte congelato, a stalattiti geometriche, dove il candore è

sottolineato da una linea d'onice nerissima. L'onice, l'oro, l'argento,

la turchese, il porfido sono usati con scaltra leggerezza, in gracili

motivi floreali o in linee che seguono il frastaglio complicato delle

trine marmoree, all'infinito; così che non è menomato, ma accresciuto

l'effetto candido dell'insieme. Tutto è di marmo immacolato, e

l'eleganza si mostra soltanto nel traforo e nella cesellatura, portate

all'ultimo limite d'un'arte inimitabile. Le sale da bagno, dalle vasche

rettangolari, dove si discende per tre, quattro gradini, sembrano

attendere nel loro candore levigato il flutto dell'acqua odorosa, le

carni brune e bionde, le risa argentine delle sultane quindicenni che

dormono da secoli nella pianura sottostante....

Avanziamo nell'infinito candore. Verso il fiume la mole degli edifici

guarda a picco sul piano sottostante ed è una fioritura più intensa

di trine marmoree, di loggie, di _miradors_, di specule dove le belle

sognavano le cose cantate dai poeti del tempo, leggevano le strofe

persiane a venti rime complicate come una formula algebrica, o le

novelle licenziose, o su Corani alluminati pregavano per il ritorno

d'un assente.

Si passa da sala in sala, e le sale sono senza porte, così che

formano prospettive di sogno immacolato, allee di trine candide che si

prolungano all'infinito. Stupisce la nitida freschezza di queste lastre

sottili di marmo, traforate fino all'inverosimile; lastre che ricordano

immensi ricami a giorno, tesi tra due colonne e non pareti concrete:

la mano vi si appoggia con esitanza, meravigliandosi della rigidezza

secolare. Il tempo che sfalda il granito, precipitando templi e

obelischi, ha poca presa sul marmo. Questi miracoli di grazia sembrano

fatti ieri. E certo gl'invasori ebri di saccheggio e di stupro che

irrompevano spezzando e rovesciando ogni cosa, s'arrestavano dinanzi ai

velari candidi, abbassavano la scimitarra e la clava, come dinanzi ad

un incantesimo.

Sosto a lungo ad una delle specule dove le belle dei tempi andati

portavano la loro malinconia. E la vita dei Gran Mogol è tutta nello

scenario che ho d'intorno. La zenana, l'arem che occultava gelosamente

i più bei fiori di carne, poi i terrazzi immensi delle udienze, le sale

di giustizia dove il sultano e la corte, abbaglianti di stoffe vivaci

e di gioielli, formavano sul marmo candido un quadro che abbacinava

il popolo genuflesso, poi i vasti cortili delle giostre, per le lotte

delle tigri e degli elefanti, acre voluttà sanguinaria che i tiranni

alternavano a canti di giullari e a danze di _devadasis_, negli alti

giardini pensili. E intorno, a picco, le mura ciclopiche, simbolo d'una

potenza senza pari; da un lato, contenuta in una cerchia cupa, simile

veramente ad una perla chiusa in uno stipo, la Moschea della Perla,

bianca, translucida, semplice di linea e solenne; e là, in fondo alla

città, candido nella sua cerchia di cipressi e di palme, il Tai-Mahal:

il più puro esemplare di bellezza funeraria che la speranza umana abbia

innalzato alla disperazione della morte.

Agra, 28 gennaio.

Oggi, costeggiando le rive del Giumma, contemplo dal basso il maniero

ciclopico e stento a ritrovare con gli occhi le loggie, le verande di

trina marmorea dove ieri ho sognato a lungo nel tramonto di brace. I

palazzi di marmo incantato appaiono come un sottile frastaglio niveo

alla sommità della mole rossigna, la quale esisteva già mille, due mila

anni or sono, ai tempi delle origini braminiche, ai tempi dei re Giaina

e Pali. I Gran Mogol, ultimo giunti, sovrapposero alla mole espugnata

la loro dimora aerea, ed il granito fulvo della fortezza ciclopica

fiorì di marmi candidi nell'azzurro del cielo.

Oggi i signori e le belle dormono al piano in un'altra reggia: quella

dei morti, più meravigliosa della reggia dei vivi: il Tai-Mahal.

Il Tai-Mahal! M'avvio al miracolo dell'Oriente con la mia diffidenza

consueta per le cose troppo magnificate dalla leggenda. E mi preparo

alla delusione entrando nel vasto parco alberato di una vegetazione

cimiteriale: palmizi e cipressi. I cipressi formano una galleria sul

mio capo, giganti islamitici che fondono i tronchi e la fronda di

bronzo quasi nero. Ed ecco, d'improvviso, la meraviglia unica del

mondo. Poche volte la realtà ha superato la mia aspettativa, poche

volte una bellezza m'ha investito così violentemente, mozzandomi la

parola ed il respiro, forzandomi all'ammirazione ed alla riverenza

completa.

Sullo scenario a due tinte: l'azzurro cielo e il bronzo cupo dei

cipressi, s'innalza la più immacolata e gigantesca mole sognata da

questi sultani amici del candore. Una semplicità che sfugge alla

parola e all'indagine estetica. Sullo zoccolo immenso una cupola

eccelsa, e ai lati quattro minareti scagliati al cielo: non altro. È

il motivo classico dell'India islamitica, il motivo profanato da tutta

la chincaglieria occidentale, esecrato negli scenari d'operetta, nei

lavori ad uncinetto e nelle oleografie: ma divino nella verità del

modello! Di marmo candido, eterno, e pure sembra fatto della sostanza

labile e translucida delle nubi; le nubi a cumulo, tondeggianti,

che s'alzano in questo momento dietro la cupola immacolata, quasi a

gareggiare in grazia ed in candore, formano nel cielo di turchese un

contrasto forse meno luminoso e meno immacolato. L'azzurro del cielo,

il candore delle nubi e dei marmi, il bronzo cupo dei cipressi, tutto

è riflesso in un gran lago tranquillo che addoppia il miracolo, con il

candore preciso di certi smalti persiani.

Avanziamo quasi increduli, temendo dell'incantesimo creato da un

negromante, di uno scenario che debba dileguare come la Fata Morgana;

ed ora soltanto mi meraviglio della mole del mausoleo. Il tripudio dei

colori m'aveva fatto smarrire il senso della misura. Ma una teoria di

pellegrini che sale le scalee sembra una schiera minuscola d'insetti,

così lenti nel giungere da un portico all'altro. Arriviamo anche noi

alla mole che abbaglia. E da presso appare all'occhio abbacinato

quanto l'arte costretta alla semplicità assoluta possa tuttavia

fare nel marmo, e vediamo il Tai qual è veramente: una mole ed un

gioiello, l'edificio d'un Titano e il capolavoro d'un cesellatore

moresco, ottenuto con gli scarsi motivi islamitici: ornati geometrici,

ghirlande di parole sacre, gracili motivi floreali. E anche qui l'onice

nerissima, intagliata e immessa nel marmo con una tecnica sconosciuta

al tempo nostro, segue ogni voluta, ogni traforo, aumenta il candore

opalescente dell'insieme, come una striscia di _kool_, tracciata

dal pennello sottile sotto la palpebra, aumenta il balenio perlaceo

nell'occhio d'una baiadera.

Le porte d'argento — l'argento sul candore del marmo! — riproducono

l'intero Corano, a parole scomposte e ricomposte, come in una cabala.

Entro nel mausoleo, m'avanzo verso i due mausolei dove dormono

da tre secoli i coniugi amanti che vollero con l'amore vincere la

morte. Poichè tutti sanno che il Tai-Mahal fu eretto dall'imperatore

Shah-Zehan, disperato folle per la morte immatura della sposa: la

bella Mahal che sorride ancor oggi, negli smalti e nelle miniature

indo-persiane, morta nel 1618 non di mal sottile, come vuole la

leggenda sentimentale di qualche viaggiatore, ma nel dare santamente

la luce ad un settimo figlio. E non so dire quanto m'intenerisca

quell'amore passionale e tragico in quel romanzo onestamente

coniugale. Si racconta che il vedovo impazzito, s'aggirasse per

le sale della reggia aerea, vivesse come se la sposa fosse sempre

con lui, sorridendo, parlando, chiamandola a nome, indicandola ai

figli e ai cortigiani allibiti. E la vita che visse ancora fu tutta

un'allucinazione passionale, un'amorosa convivenza con il fantasma

visibile a lui solo, che egli accompagnava per le terrazze e per i

giardini, presentava nei banchetti e nelle feste ai cortigiani e al

popolo impietosito.

Da quella demenza è sorto questo miracolo funerario. L'amore ha

veramente vinto la morte. Il mausoleo tre volte secolare è intatto

come se costrutto da ieri. I coniugi amanti dormono vicini, in eterno.

Sotto la cupola eccelsa più di qualunque nostra cattedrale, luminosa,

nell'ombra senza finestre, d'una luce sua propria, s'intrecciano con

delicati motivi floreali le sentenze del Corano. Sentenze indecifrabili

per me, ma che certo devono ripetere ai due amanti le parole che le

religioni di tutta la terra dissero in ogni tempo all'amore e alla

morte.

Fachiri e ciurmadori.

Agra, 30 gennaio.

Ci riposiamo dei giorni trascorsi, troppo intensi di emozioni

estetiche, in curiosità più comuni. Visitiamo una fabbrica di tappeti.

Belli i tappeti e singolarissimo il modo di fabbricarli. Una trentina

d'operai, quasi tutti giovinetti, seminudi, stanno seduti al telaio,

nell'afa di una lunga tettoia. E ad ogni operaio corrisponde un filo,

una tinta della trama complicatissima. Il direttore, seduto su un

alto scanno, all'estremità dei telai, tiene sott'occhio lo schema

riassuntivo del lavoro con i numeri corrispondenti ai vari tessitori e

li canta in note diverse; e al numero corrisponde il gesto del piccolo

operaio che ripete la nota, con una voce prolungata d'intesa. Il lavoro

prosegue così su di una nenia regolare e varia, non priva di una certa

dolcezza musicale. Il direttore sembra dirigere un'orchestra di tinte

delicatissime. Ed è veramente la _sinfonia dei colori_, sognata dai

poeti decadenti. Ne risultano quei tappeti inimitabili, dove il pregio

e l'origine si rivelano nella fattura raffinata e primitiva ad un

tempo, nel disegno e nella tinta che s'alterano di tratto in tratto,

ingenuamente, per il filo che vien meno o per la mano diversa, nella

sofficità deliziosa, come se le dita si insinuassero sotto l'ala d'un

cigno. Lavori magnifici, ma che m'attirano sotto questo cielo soltanto.

E per non comperare dimezzo il prezzo. Ed è accettato. Lo dimezzo

ancora. Ed è accettato. Scelgo tre tappeti. Altri mercanti escono dai

loro negozi mentre passiamo nella città indigena, tentandoci con mille

cose inutili; un budda, una trimurti in avorio, un elefante in ebano,

raccolto sulle zampe posteriori e recante in alto, nella proboscide

attorta, un gran vassoio d'argento, bronzi, rami lavorati a sbalzo,

veli tenui come nubi tessute, tinti all'istante sotto i nostri occhi

con tutte le tinte più delicate dei fiori e dei frutti, ed affidati a

due bimbi che li fanno prosciugare correndo, amuleti, monili gemmati,

ori massicci di bajadere. Cose che tentano, ma che compero senza

fede, per qualche amico d'Italia. Non le amo nella mia casa. So quale

malinconia d'esilio, quale stridore borghese acquistano sotto il

nostro cielo, nelle nostre dimore modeste, tra uno scrittoio Luigi XV

ed uno stipo dell'Impero. Ogni bellezza nella sua cornice. Due cose

vorrei portare con me. La reggia dei Gran Mogol, il palazzo di trina

immacolata, lassù, sulla sua mole rossigna, e il Tai-Mahal, con i suoi

cipressi di bronzo e il suo cielo di cobalto. Oggi sono ritornato,

solo, a contemplare per lunghe ore il poema di marmo e di luce....

Quale rimpianto sarà nei miei ricordi!

Agra, 31 gennaio.

I giocolieri e i fachiri sono una delusione per chi viene in India

mendicando un po' d'inverosimile, di soprannaturale. Ma aggiungono

al paesaggio un motivo pittoresco. Oggi, dinanzi al tempio giaina, ho

assistito alla lotta del _cobra_ e della _mangusta_, lo spettacolo che

gl'incantatori di serpenti offrono ad ogni forestiero per tre modeste

rupie, il prezzo della vittima. Due indù, che sembrano usciti da

un'illustrazione di viaggi, ignudi, fasciati alle reni da un _panio_

sottile, fasciati in testa da un gigantesco turbante giallo, le barbe

divise e uncinate, le orecchie adorne di anelli d'oro massiccio,

siedono di fronte chiudendo ognuno tra le ginocchia un cesto coperto,

e incominciano un preludio di richiamo, una specie di nenia dialogata,

guardandosi con occhi di sfida, di minaccia, di paura, ora l'uno ora

l'altro sollevando il coperchio ed abbassandolo subito, volgendo gli

sguardi sul pubblico attento, come per consultarsi. Poi si decidono.

Una delle ceste s'agita, il coperchio si solleva, ed appare la testa

eretta d'un cobra che esce dalla prigione con lentezza flessuosa,

si raccoglie, s'abbandona pigro sul tappeto come una gomena inerte,

grigia a losanghe nere. Ed ecco balzare dall'altro cesto, d'improvviso,

l'avversario diverso: un felino che ricorda il nostro furetto, fulvo,

snello, ondeggiante, il muso e gli occhi rossi, la coda lunga due

volte il corpo, villosa, dilatata dall'ira come un enorme scopino

rossiccio. Il cobra s'erge a mezzo delle spire attorte, con la veemenza

d'una molla a spirale, la gola espansa, con la figura delle lenti che

si dilatano nel furore, il capo piatto, sottile, scosso dal fremito

continuo d'una foglia agitata dal vento. E tra le grida incitatrici

dei monelli e il rombo d'una musica assordante, i due avversari si

preparano alla difesa e all'offesa: la mangusta correndo rapida attorno

alle spire circolari, come attorno ad una fortezza, e il cobra girando

su sè stesso come un'ansa mobile, vigilando la nemica da tutte le

parti. Il cobra si tende, guizza come un dardo. La mangusta balza

indietro, protetta dalla nube rossigna della coda accartocciata.

Ritorna all'assalto. È respinta. Ritorna tre, quattro volte; per dieci,

per venti minuti gli avversari temporeggiano. Poi è l'impeto furibondo,

una miscela forsennata di spire livide e di pelo fulvo, finchè sul

tappeto non appare più che un gomitolo enorme e palpitante. La mangusta

è perduta. Eppure no: le spire s'allentano, due zampine rosee si

liberano convulse, lo scopino della coda emerge improvviso; l'intera

mangusta esce trionfante dall'intrico del rettile che si svolge inerte:

il felino minuscolo ha divorato il cervello del nemico.

— _It is not interesting. The cobra is dry._

Uno studente indiano che ho vicino si porta l'unghia del pollice ai

denti incisivi, per significarmi che il rettile non aveva più veleno.

Non mi stupisce, data la famigliarità di questi incantatori con il

terribile intercessore di morte. Ma è noto che la mangusta affronta e

distrugge i cobra intatti e selvaggi della jungla, ed è tenuta nelle

case, avversaria vigilante e infaticabile d'ogni rettile intruso, come

il gatto per i topi tra noi.

Qualche liceale color di bronzo, qualche borghese anglomane in solino

rigido e con la mazza gemmata, si sofferma un attimo nella cerchia

dei giocolieri, poi s'allontana con uno sguardo di commiserazione

e di _snob_ come da cosa «_quite native_», troppo indigena e troppo

consueta. Io mi compiaccio invece di osservare nella realtà misera e

cenciosa, ma pittoresca, le figure e le cose troppo lette nei libri.

E trovo interessanti anche il famoso miracolo della pianticella di

mango, un gioco di prestigio fatto con un'abilità senza pari. Uno degli

indigeni fa visitare intorno un seme autentico di mango che solleva

con le due dita, depone in una buca del terreno, ricoprendolo di

terra e calpestandolo accuratamente; poi distende sulla seminagione un

fazzoletto favorito da uno di noi. Allora inizia qualche altro gioco,

per distrarre l'attenzione del pubblico. Ritorna poi, ad intervalli,

al seme di mango, ed ogni volta la pianticella ha messe due, tre foglie

di più, finchè al termine dello spettacolo raggiunge le dimensioni d'un

arboscello con due frutti e qualche fiore. Uno sviluppo miracoloso che

richiede una raccolta progressiva di non meno di cinquanta esemplari,

sostituiti con un'abilità che sfugge ad ogni mia vigilanza.... E che

mi ricorda le cinquanta parrucche progressive di quel tale parrucchiere

calvo che simulava lo sviluppo di una chioma assalonica, alla corte di

non so quale Luigi di Francia.

Ma quali simulatori consumati sono questi giocolieri! Con quale arte

istrionica raffinatissima, sconosciuta ai nostri prestigiatori,

illudono, deviano la nostra attenzione, con quale mimica seguono

lo sviluppo del mango, fingendo l'incredulità nel prodigio, l'ansia

dell'esperimento, la delusione del primo insuccesso, la meraviglia

paurosa per la prima gemma, la gioia del trionfo!

Ma ecco i due s'altercano, s'ingiuriano con ira crescente. Credo in

un litigio autentico. E non è che il preludio d'un altro gioco. I due

tentano di strapparsi di mano un sacco cencioso, finchè l'uno riesce

ad imprigionare l'altro con un rapido gesto traditore, e ve lo lega

solidamente. Allora comincia la mimica della gioia crudele, la danza

feroce sul povero prigioniero che s'agita e geme. L'avversario non pago

prende un randello a clava e percuote l'involto fino ad appiattirlo,

fino a farlo aderire vuoto e floscio sul terreno. Allora il forsennato

slega, esplora il sacco. E comincia il monologo del dolore, del

rimorso disperato, finchè la folla si fende e si vede ritornare lo

scomparso, sano e salvo, non si sa come, non si sa di dove. Sorpresa,

riconciliazione, abbracci fraterni e lacrime vere, abbondanti che

brillano sulle labbra nere, quando i due girano intorno, invitandoci in

corretto inglese all'offerta generosa.

— _A little present, milord! We are so poor fellows!_

_Poor fellows!_ Poveri compari, ma di una abilità e di una scaltrezza

inqiuetante, e tale da frodare dieci volte, in altre occasioni, il

forestiero un po' trasognato! E non saranno certo costoro a darmi

un po' del soprannaturale che speravo di trovare in India, un po' di

inverosimile, un po' di miracolo....

Agra, 9(?) gennaio.

Il miracolo è pur sempre uno solo. Il Tai-Mahal. Domani partiremo

per Giajpur e oggi son ritornato alla meraviglia che lascerò prima

d'esserne sazio. La meraviglia che ha il fascino non più di una cosa

d'arte, ma di una bellezza naturale ed eterna: come il mare, come il

cielo, come l'alte vette immacolate. Aveva il colore di certi nevai,

oggi, mentre lo contemplavo per l'ultima volta. Poi è passato al

rosa, al cerulo, al verde, all'ardore violaceo dell'acciaio nell'ora

della tempra... E i cipressi di bronzo, il cielo di cobalto, le acque

incantate che addoppiavano il miracolo, tutto m'è impresso nella

palpebra interna come quando si guarda una cosa che abbaglia.

Fra sei mesi, fra un anno, perduto nelle vie delle nostre città

settentrionali, nella nebbia e nel pattume d'un crepuscolo decembrino,

potrò forse resuscitare tra le ciglia socchiuse un po' di questa luce

e di questi colori, e consolare l'anima grigia....

Tai-Mahal! Poema marmoreo di Amore e di Morte, quale tormento, quale

rimpianto sarai per il futuro!

Giaipur: città della favola.

Giaipur, 3 febbraio.

Paese dell'imprevisto! Dopo tante città marmoree abbacinanti di

candore, ecco una città tutta rosea: Giaipur. L'occhio stanco di

troppa luce riverberata da pareti bianche si riposa su questi palazzi

come sulla dolcezza di certe stoffe attenuate dal tempo. E la nostra

fantasia trova finalmente la città della favola, sognata nell'infanzia

prima. Doveva avere l'anima d'un fanciullo e d'un poeta quel Maraja

Suvni-Ge-Sing II che nel 1670 abbandonò l'antica capitale: Amber, e

ordinò che una città nuova gli fosse costrutta dal suo popolo, una

città quale aveva visto nei sogni dell'oppio, nelle favole persiane o

nelle leggende vediche. Tutto un popolo fu all'opera e la città sorse

per incantesimo: vastissima, con vie lunghe tre, quattro chilometri,

ampie e regolari come le nostre più belle vie europee, tracciate,

ornate, colorite sul modello unico, secondo la dispotica volontà del

sovrano. Giaipur è un'immensa città costrutta pel capriccio di un solo,

come si eseguisce una veste, una collana, uno stipo. Tutto è color di

rosa a delicati fiorami bianchi: rosa le case, gli archi, le cupole, i

minareti delle moschee, le guglie delle pagode.

Dalla veranda dell'albergo osservo sbigottito e non so darmi pace.

Siamo giunti da un'ora, dopo tre giorni di ferrovia, in mezzo all'India

desolata, stanchi dall'ardore polveroso, rattristati dal paesaggio

che si fa sempre più squallido, come un'infinita pianura di scorie

avvolta da un'atmosfera non più terrestre, non più respirabile. Quale

differenza dalla verzura, dalla fresca penombra degli Stati del Sud!

Tutto muore negli Stati Rajputi: anche gli agavi, i palmizi-palmira, i

cacti a candelabro, questa tenace vegetazione di stoppa, di cuoio, di

zinco.

E sarebbe la carestia classica, la Fame dei tempi andati, la sorella

del Colera e della Peste, quella che secondo il poeta «viene a

tracciare in India sul libro mastro della natura il dare e l'avere, a

grandi segni di matita bleu», sarebbe la fame classica se l'Inghilterra

non avesse chiusa tutta l'India in una fitta rete ferroviaria,

arterie nelle quali scorre, più vitale del sangue, con la velocità

degli espressi americani, il grano giunto da tutte le parti del

mondo. Grano, grano, infiniti sacchi tondeggianti che s'accumulano

in piramidi colossali ad ogni stazione piccola e grande. E il vecchio

ottuagenario e il bimbo di sei anni, la danzatrice ed il paria, tutti

passano al dispensiere per la provvista quotidiana, senza nemmeno

dir grazie, senza nemmeno capire da chi e perchè giunga quel bene.

E quando ognuno ha ricevuta la sua misura di frumento o di farina

candida attende all'occupazione prediletta: sognare. Chi ha un'ultima

moneta: un'anna, mezz'anna si compera trenta rose, le rose che si

vendono già decapitate, in piramidi irrorate di continuo, e le infilza

su una cordicella d'argento per la ghirlanda quotidiana, o passa

dal profumiere parsi per mezz'oncia di benzoino (tutti si profumano

e s'infiorano in questo paese: anche i cocchieri, anche i bovari) o

compera una pasticca di mastice o un grano d'oppio o un bolo di betel.

Città di sogno e popolo adorabile, che ha la poesia del superfluo e la

scienza delle cose inutili. Nessuna cosa più inutile di questa grande

città color di rosa. Certo mi ricorderò di Giaipur, se un giorno dovrò

scegliere una patria alla mia pigrizia contemplativa. Il dolce far

niente italiano è, al confronto, un vortice di attività spaventosa.

Dalla veranda dell'albergo guardo i palazzi che si succedono regolari,

all'infinito, fasciati, si direbbe, dello stesso damasco color

salmone a fiorami candidi. Non so darmi pace, scendo, attraverso la

via, voglio vedere vicino, palpare con la mano le strane pareti. È

una specie d'intonaco tre volte secolare, più duro, più liscio dello

smalto; le case sono strette, contigue l'una all'altra, come i palazzi

classici di Venezia, ma tutte intonacate dello stesso color di rosa sul

quale i disegni soltanto variano all'infinito. Oh! I delicati motivi

che si possono ottenere con un po' di bianco sul fondo gridellino!

Motivi rievocanti le antiche stoffe dette _indiane_: losanghe

minutissime, zebrature ondulate, mazzolini settecenteschi, ghirlande

di nodi d'_amour_: ogni facciata varia all'infinito, pur fondendosi

nell'armonia dell'insieme, e si ha l'impressione che debba cedere sotto

la mano come un immenso lembo di stoffa tesa per un giorno di gala.

Rosa, tutto color di rosa per compiacere il gusto di un Re! E la

folla che passa per queste vie si direbbe pur essa scelta, istruita,

abbigliata per uno scenario coreografico. In nessuna città indiana,

nemmeno ad Haiderabad, nemmeno a Delhi ho ritrovato così intatto

l'Oriente di maniera. Non rotaie di tram, non automobili, non europei

in casco e gambali, ma elefanti da nolo, dalle gualdrappe numerate,

elefanti nuziali gualdrappati di rosso e d'oro, dipinti di tutti i

colori più vivi come giocattoli di Norimberga, cammelli, dromedari che

passano di corsa, col collo proteso, ricordando la figura e l'aire di

certi polli spennati, muletti candidi dagli occhi rosei e dalle ciglia

mansuete, e cavalli — i cavalli che mancano nell'India meridionale

— cavalli bai, pomellati, bianchi: destrieri classici, dal tipo

arabo, dalla criniera e dalla coda ondulata e prolissa, montati da

cavalieri fantastici che si direbbero eroi cinematografici o comparse

d'operetta se non si vedesse, se non si sentisse che sono _veri_: veri

nonostante la scimitarra gemmata e lo scudo all'arcione, il casco —

turbante adorno di penne svolazzanti, la barba imbiondita al _hennè_, i

sopraccigli, le ciglia annerite con l'inchiostro di _kool_. Ma per chi,

ma per che cosa questo abbigliamento scenico da principi di Mille e una

notte? Forse non tanto per piacere alle loro donne mansuete, quanto per

servire degnamente la Dea Illusione, la Dea Poesia, la Maja-Devi della

teogonia indiana: quella che pone tra noi e _le cose quali sono il velo

delle cose quali devono apparire_. Certo io penso con un sogghigno al

nostro sommario vestito occidentale: un unito nero o bigio, un solino

rigido, un cappello a cencio o a staio: non altro è concesso, non una

tinta vivace, una penna, un velluto per illeggiadrire la nostra già

sempre più scarsa avvenenza mascolina. Tutti hanno qui una eleganza

principesca: principi e bovari; ma non per l'abbigliamento soltanto.

Tutti hanno la pura bellezza del tipo ariano, hanno innata la grazia

del gesto, del passo, dell'atteggiamento.

La bellezza e la grazia raggiunge nelle donne una perfezione forse

eccessiva: si direbbe che avanzano per via a un passo di danza,

avvicendando i piedi nudi e gemmati sulla stessa linea retta, il che

fa ondulare le anche con un ritmo procace, mentre le braccia ignude,

cerchiate di smaniglie, sono sollevate in alto ad equilibrare strane

anfore di argilla variopinta o di rame. Sono vestite di stoffe e di

veli vivaci, fasciate, inorpellate pudicamente fino alla gola: la

scollatura, se così si può dire, traspare invece alla vita, dove il

giubbino e la sottana disgiunti, s'allontanano talvolta scoprendo una

buona parte del torso bronzeo e la base dei seni: una scollatura alla

rovescia, che non dà nessun brivido sensuale, tanto l'atteggiamento

è dignitoso, e perfetta la bellezza dei volti. Forse eccessiva, forse

un po' monotona la bellezza di queste indiane raiputi: sembrano tutte

sorelle. E tutte ricordano singolarmente la Vergine Maria: non la

Vergine bionda della tradizione occidentale ma la Vergine _nigra sed

formosa_ dei musaici bizantini e degli smalti copti: l'ovale eccessivo,

la bocca dal sorriso triangolare, il naso anche troppo minuscolo

tra gli occhi lunghissimi, custoditi dai capelli ordinati con cura

impeccabile, simili a due bende di raso nero e lucente.

Città della favola! Passano i veicoli più strani: vetture triangolari,

semicircolari ricordanti la forma delle bighe, e l'auriga di bronzo

ignudo grida ed incita, in piedi, non i cavalli, ma gli _zebu_, il bue

indiano, piccolino, gibboso, dai garretti impazienti e velocissimi,

dallo sguardo mansueto, fatto più dolce dalle lunghe corna ricurve

ripiegate lungo la gobba, quasi col timore prudente di ferire qualcuno.

Altre vetture passano, simili a piccole berline tutte d'oro, dalle

cortine di broccato rosso; e passano portantine singolari, sormontate

da una specie di guglia a pagoda, dov'è adagiato un ricco mercante

parsi, una bajadera d'alta casta, un dignitario dal vestito e dalla

barba candida, con non altro di nero che gli occhi imperiosi: ed ogni

veicolo è preceduto e seguito da otto, dieci servi che avanzano su una

canzone d'allarme, agitando a destra e a sinistra flabelli di palma

dipinta o bastoni con un lungo pennacchio di seta candida e nera che

è la coda di un'antilope di specie rara. Turbanti di tutte le forme e

di tutti i colori: candidi enormi, fatti di tela rozza per i _Camili_

e gli uomini di bassa casta, turbanti minuscoli piegati e pieghettati

con arte sopra una forma interna come i cappellini delle nostre

signore: circolari, triangolari, o rialzati audacemente da una parte, o

scendenti a custodire le gote e adorni di fermagli gemmati, dai quali

zampilla un'_aigrette_ o una _paradisea_ che farebbe la delizia delle

nostre più raffinate mondane.

Città della favola! Avanzo lungo le belle vie spaziose, sui larghi

selciati di marmo a figure geometriche, e sfioro a quando a quando

con la mano i muri delle case color di rosa, sempre color di rosa, a

delicati fiorami candidi. Quale meraviglia che in una città fantastica

come questa si sia conservato intatto l'Oriente dei tempi andati? Ecco

dignitari di corte, ecco scudieri, falconieri che passano ridendo,

sollevando in alto i girafalchi incappucciati — avevo letto di questi,

in guide sommarie e in descrizioni di pregio, ma non avevo creduto —

ecco falconieri quali si potevano ammirare in Toscana o in Provenza, in

un bel mattino del secolo XIV, ed ecco le tigri, le famose tigri del

Maraja di Giaipur, delle quali tanto m'avevano parlato a Bombay e a

Calcutta. Non sono tigri: sono pantere: non meno belle e formidabili;

m'appaiono d'improvviso, al crocevia del Palazzo dei Venti, condotte

al guinzaglio da una schiera di custodi: fanno parte delle belve che

sfilano nei cortei di gala, pubblicamente. Per questo, per abituarle

alla folla, sono condotte in giro ogni giorno, dopo i pasti abbondanti;

sono cinque nel gruppo, tre color d'ocra a chiazze nero-pece, un'altra

chiarissima, che si direbbe stinta, un'altra tutta nera, d'un bel

nero lucente, dove le chiazze appaiono marezzate, come nel damasco.

Camminano a scatti improvvisi come se avanzassero sopra una lastra di

metallo rovente, ammusando a destra e a sinistra, con bonomia giocosa,

i monelli ignudi che s'affollano intorno. Poichè m'arresto incuriosito

e guardingo, a distanza prudente, uno dei custodi mi sorride, mi fa

cenno cortese di avanzarmi senza esitare, m'accosta lui stesso la belva

al guinzaglio; e sul suo esempio accarezzo la nuca folta, mentre la

belva s'abbioscia, gli occhi obliqui socchiusi nella luce del giorno,

il muso depresso e baffuto come certe maschere giapponesi. Altre

pantere mi sono intorno, con i loro custodi, si strusciano ai miei

gambali, con un ron-ron beato di grosse micione ben pasciute....

Giaipur, 5 febbraio.

Città dei colori! Si direbbe che il popolo abbia voluto ripagarsi

dell'unica tinta imposta dal tiranno, sfoggiando tra queste pareti

color di rosa tutte le tinte più vive: uomini, donne, principi e

mendicanti: vestiti di cenci o di sete, di percalli o di velluti: passa

per queste vie una fiumana incessante di colori inconciliabili sotto

il nostro cielo, ma che si fondono con questo sole, su questo scenario,

in una concordia discorde che è un vero tripudio visivo: giallo zolfo,

giallo ocra, rosso, carminio, porpora, verde biacca, verde salice,

azzurro, turchino.

Il sobborgo dei tintori è una delle cose più singolari di Giaipur. I

tintori esercitano il loro mestiere all'aperto, con mezzi primitivi

e raffinatezze secolari, sconosciute tra noi. S'aggirano seminudi tra

le tinozze, i barattoli, i lambicchi fatti di grosse zucche e di noci

di cocco unite con una storta di bambù, pestano i loro semi e le loro

polveri in mortai millenari, di marmo o di bronzo, dov'è scolpita

la testa elefantina di Ganesa o il sorriso di Parvati dagli occhi di

pesce. E ne tolgono tele, tulli che appendono a corde tese al sole e

affidano a garzoncelli che le fanno prosciugare correndo, gonfiandoli

nella corsa come grandi aquiloni o turbinandovi dentro come in una

danza serpentina.

A questo popolo il colore è necessario come la luce. Donne

specialmente, donne d'ogni casta s'affollano intorno alle tintorie. E

la giovinetta più povera trova sempre la monetina per far gettare nella

tinozza tre metri di tulle stinto, che le è reso dieci minuti dopo,

vivo della tinta che ama. Sull'unito del fondo l'artista sovrappone

con meravigliosa sveltezza il disegno e la tinta preferita, adoperando

certe spate di setola a spruzzo, o certi rulli di bosso o semplicemente

le dita intinte: e ne risultano marmoreggiature, zebrature, disegni

pomellati, o zone ondulate, delicatissime. E i tulli popolari, avvolti

con una grazia che ricorda in queste donne Raiputi il ceppo comune,

le remote sorelle di Atene, acquistano per trasparenza sovrapposta,

per gioco del sole e del movimento una luminosità che moltiplica

gli effetti come nei cristalli, e fa di queste creature sfamate

quotidianamente dalla carità governativa tante principesse da leggenda.

Giaipur, 7 febbraio.

E anche i piccioni sono tutti ritinti come arlecchini dell'aria. Quasi

non bastasse il verde naturale dei pappagalli, il bagliore dei pavoni,

il nero lucente dei corvi. Così che le case color di rosa hanno il

marmo candido delle cimase coronato da pennuti di tutti i colori.

Un'altra cosa non avevo osservato, che mi piace e m'intenerisce. Ad

ogni crocivia è una specie di tempietto ad una colonna, dove la carità

dei passanti depone il becchime per gli uccelli anch'essi affamati

nell'intristire dell'ultime gramigne. Sotto le piccole cupole a pagoda

è un vero turbinìo di pennuti minuscoli: cocorite, passeri bengalini

che vengono, vanno trillando di letizia riconoscente. Anime delicate di

fanciullo e di francescano, questi indù raiputi, che hanno la fame alle

porte, e sentono la necessità d'un profumo e d'un fiore, e dividono il

pugno di grano giunto d'oltremare con le piccole creature di Brama!

Giaipur, 10 febbraio.

I giardini del Maraja sono di una malinconia cimiteriale che pure ha

il suo incanto sotto questo cielo non nostro. Le palme, i cipressi,

gli aranci sono tagliati a forme geometriche, tra siepi di busso, di

rose bengali, moderate secondo lo stile francese del secolo XVIII.

Anche le piscine per gli elefanti, gli stagni per i coccodrilli e

le testuggini hanno sagome Luigi XV; a questi motivi occidentali

s'alternano, con bizzarria che non dispiace, le linee indiane: chioschi

a guglia, cupole tre volte panciute, ponticelli di marmo traforato

come trina che cavalcano stagni quasi asciutti dove intristiscono

le ultime ninfee e gli ultimi papiri. Visitiamo il Palazzo Reale —

la parte accessibile al forestiero — ed anche qui è l'anacromismo

orientale e occidentale: sale parate di damasco europeo, sovrapporte

settecentesche con episodi ellenici e pastorali, pendoli Robert,

fiori sotto campana, alte finestre e telaietti; e si passa da questi

appartamenti in corridoi dalle finestre ad ogiva moresca, a verande di

marmo lavorato a stalattiti, a sale non arredate che di tappeti e di

cuscini orientali, dalle pareti candide non decorate che di affreschi

effigianti le incarnazioni di Brama. Si sale dall'uno all'altro

piano di questi appartamenti di sogno in placidi ascensori elettrici

costrutti a Manchester, mentre, per compenso, ci attende in giardino un

elefante messo a nostra disposizione dal gran Cerimoniere della Maraja

assente. Visitiamo i giardini vastissimi, ma dalla magra vegetazione

senz'ombra. Sugli spalti della città, a grandi aranci dalle foglie

accartocciate dall'arsura, s'alternano cannoni dorati e inargentati,

inutili e grotteschi come le soldatesche che fanno i loro esercizi nel

cortile sottostante: uomini alti e snelli come fanciulli, dalle strane

divise miste di rigidezza britanna e di cenciosità orientale. Cose di

una malinconia esotica intraducibile a parole.

E più malinconico di tutto il grande edifizio dell'Osservatorio

Astronomico, fondato dal Maraja Ge-Sing, l'innamorato delle stelle,

l'astronomo che diede alla scienza un contributo riconosciuto anche

dalle società occidentali. Nel cortiletto interno, in mezzo ad

una vasca senz'acqua, un immenso sferisterio sembra girare sulle

spire arcuate del serpente in marmo che lo sorregge. E intorno sono

attrezzi e costruzioni strane, in metallo ed in pietra, incise a

formule misteriose non meditate più che dagli scoiattoli. In alto,

il muro di una specula è tutto coronato di scimmie piccoline, strette

l'una all'altra, freddolose al vento polveroso della sera. E i segni

zodiacali s'alternano ad un'infinità di musetti pensosi e di code

pendule.

L'olocausto di Cawnepore.

Cawnepore, 16 febbraio.

_Remember Cawnepore!_

Per anglomania, per rivalità d'infinite caste, per interessi naturali e

morali l'India non vuole e non può sollevarsi. Guai se potesse, guai se

volesse! La misura è già stata data una volta; la razza bionda sa quale

sangue scorra nelle vene di questi indiani dal sorriso abbagliante di

fanciulla timida, dallo sguardo mansueto sotto le ciglia tenebrose;

e ricordano, come si ricorda nella calma dei secoli, il furore

sotterraneo della terra malfida. E v'è un luogo fra tutti, in India,

dove l'ansia d'ogni cuore britanno si volge come a un cratere. Come a

un cratere e come a un mausoleo: il più tragico che la disperazione dei

sopravissuti abbia elevato mai sull'ecatombe dei suoi fratelli caduti.

_Remember Cawnepore!_ Non so staccare gli occhi dalla targa di

cristallo che ha conservato, dopo cinquant'anni, le due parole

disegnate da un _highlander_ innominato sul cubo di granito. Il soldato

era certo tra quelli che ebbero il còmpito tremendo — più tremendo

che affrontare il nemico — di entrare nella casa della strage, di

restaurare le pareti crollanti, di raccogliere i resti, di detergere

il sangue «che saliva sino alle caviglie». Sopra un macigno sconnesso,

dove il sangue aggrumato — sangue di bimbi biondi, di donne bionde!

— offriva una pagina rossa, il soldato aveva disegnato, con la punta

della spada, a grandi lettere accurate, le parole tragiche.

_Remember Cawnepore!_ Nessuno ha dimenticato, ma certo l'umile soldato

non immaginava che il cubo fosse più tardi rimosso e la sua iscrizione,

tutelata dal cristallo, figurasse oggi nelle cripte del Fatal Well: il

pozzo fatale. Il sangue ha preso col tempo una tinta di fuliggine, dove

le due parole spiccano più chiare; e certo esse mi danno un brivido

d'orrore, mi rievocano i giorni famosi assai più delle grandi lastre

di marmo nero dove sono incisi in oro i nomi e le date delle varie

campagne.

Per ricordare in tutta la sua tragica bellezza quella pagina rossa

della storia Anglo-Indiana — sulla quale si profilano, vittime

innocenti, tante soavi figure di donna — bisogna rivivere la notte

del 14 maggio del 1857. Non invento: tolgo dalla raccolta del _Times_

di quell'anno — sfogliata nella decrepita biblioteca del Queen's

Hôtel — tolgo fedelmente dalla nuda esposizione dei fatti quanto ne

emana di tragica poesia. È la notte famosa. Gran festa da ballo nel

_bungalow_ del colonnello Stanes, festa da ballo e serata diplomatica,

consigliata dalla prudenza coloniale contro gli eventi. Gli eventi

son gravi. Si è in piena rivoluzione; il fermento crepita, s'accende,

si spegne, s'accende qua e là come una miccia non bene nutrita, ma

inquietantissima. Sono in fermento gli Stati del Bengala, Bombay

tumultua, Mirat è a ferro e fuoco, Delhi è in mano dei _sepoys_

ribelli. Sono rimasti fedeli agli inglesi gli Stati del Pengjab,

Madras, Baroda. La sorte oscilla. Ma il tumulto si propaga terribile.

Compie ora il secolo dal giorno dell'occupazione sacrilega (1757-1857)

predicano i Bramini; la profezia dei 100 anni sarà coronata dallo

sfratto degl'infedeli e da un'India degli indiani. I reggimenti di

_sepoys_ si sollevano ad uno ad uno, per cause minime: la proibizione

di portare i grandi cerchi d'oro agli orecchi o di ridurre le lunghe

barbe uncinate, un nuovo tipo di carabina che comporta cartucce da

rompersi coi denti: e le cartucce sono unte con grasso di bue o di

maiale: il bue, animale sacro per gli Indù, il maiale, animale immondo

per i mussulmani; cause occasionali: le cause concrete sono ben

altre. Gl'inglesi annettono uno stato dopo l'altro alla Compagnia.

Lord Dalhousie ha tolto di colpo l'immenso Stato di Ouda, rifiutando

al Marhaja spodestato la pensione e gli onori. Quasi tutti i sovrani

indigeni delle provincie del Nord sono in vedetta, sicuri del popolo,

forti di ricchezze immense e di una speranza quasi certa: l'aiuto

della Russia ferita dalla campagna di Crimea, la Russia in vedetta

all'Himalaja.

L'Inghilterra provvede, combatte l'insurrezione con tutte le qualità

sue migliori. Giunge a Cawnepore la notizia che a Mirat — a dieci

miglia dalla città — i _sepoys_ hanno ucciso gli ufficiali inglesi, e

il colonnello Stanes apre le sue sale ad una festa da ballo, quella

sera stessa, per consiglio del generale Hugh Wheeler, e tutta la

Colonia è invitata in gran gala diplomatica: la guarnigione europea,

tutti i gentiluomini, tutte le signore. Nulla si deve temere, nulla

si teme a Cawnepore: la popolazione sappia ben questo. A Wood-House

l'orchestra alterna i valzer al _God Save the Queen_. Si festeggia

il genetliaco di Sua Maestà la Regina Vittoria. Eppure qualche voce

corre tra gl'invitati, qualche voce corre nella folla. Un reggimento di

_sepoys_ s'è ammutinato quel mattino stesso, appena è corso l'annuncio

dell'assedio di Delhi: poco importa: il reggimento fu internato. La

folla è ostile, il distaccamento europeo non è che di trecento uomini:

poco importa: il generale Wheeler ha avuto due giorni prima un lungo

colloquio con Nana Sahib, ultimo _peshawah_ di Poonah, fedelissimo

dell'Inghilterra, alleato ultra modernista, il quale ha messo a

disposizione del generale diecimila uomini suoi che già occupano

gli edifici della Tesoreria e dell'Arsenale e difendono Cawnepore

in una cerchia infrangibile. La città è in festa, nella bellissima

notte tropicale. Le bionde _ladies_ possono sfoggiare le loro spalle

e i loro gioielli, gli ufficiali alternare le divise vermiglie alle

immense crinoline di seta, nelle graziose volute delle contraddanze

e dei lancieri. Li protegge il Marhaja generoso, li tutela dall'alto,

in effige, la graziosa sovrana ventenne, biondo-cerula sotto la corona

dove scintilla la gemma unica al mondo.

_God save the Queen..._: ma come si prolungan le salve dei cannoni e

delle moschetterie: come s'innalza di lungi il clamore della folla —

senza dubbio festante. — Il frastuono copre quasi la musica e le risa

degli invitati. Ed ecco che Sir Hugh Wheeler fa un cenno e nel silenzio

generale s'avanza nella gran sala e parla. La sua voce è come quella

del capitano che annuncia all'equipaggio inconsapevole il naufragio

imminente:

— Siamo perduti, — s'odono grida femminili, — siamo perduti, se c'è

fra noi chi non sappia dominarsi. Tutti al Forte William. C'è mezz'ora

di tempo. Gli ufficiali accompagneranno le signore ai rispettivi

_bungalows_ per provvedersi di roba e prendere i bambini. Fra mezz'ora

non deve più restare un europeo in città. Fra mezz'ora tutti al forte

se v'è cara la vita. Calma, ordine, silenzio! L'orchestra, — i musici

si sono alzati precipitosi, — l'orchestra continui a suonare fino a

mio ordine: laggiù si deve credere che la festa continui. Fra mezz'ora

tutti al forte! Le ragioni le sapranno poi.

Le ragioni sono queste. Nana Sahib ha gettato la maschera; ha armato

con tutte le munizioni e con tutte le artiglierie dell'arsenale i suoi

diecimila demoni neri, i quattro reggimenti di _sepoys_ ammutinati;

i forsennati stanno per entrare in Cawnepore, non più difesa che da

un gruppo di fedeli; otto ufficiali inglesi sono stati uccisi; tra

mezz'ora la città sarà a ferro e fuoco ed ogni europeo passato a fil di

spada. Non c'è rifugio che tra le mura tozze del Forte inglese.

— Al forte! al forte!

L'allarme corre la città. In mezz'ora tutti gli europei: uomini,

donne, fanciulli — ottocento circa — sono al riparo: ma la difesa è

derisoria: trecento soldati europei contro la falange furibonda! Eppure

il manipolo resiste una settimana, due, tre, resiste fino alla morte

per difendere le donne e i fanciulli che si stringono allibiti alle

spalle. Le pareti decrepite crollano, sotto le granate, un bastione

è aperto dal nemico: i difensori improvvisano trincee sotterranee;

combattono nel fango. Comincia la stagione spaventosa delle pioggie

tropicali. Donne, vecchi, bambini affondano nel paltume, si sviluppano

il vaiuolo e la peste; nel cortile del forte si sotterrano i cadaveri;

mancano le munizioni, mancano i viveri: le donne rifiutano il cibo per

risparmiarlo ai bimbi e ai difensori: si vive di speranza: la notizia

dev'essere giunta a Calcutta, ad Allahabad: la colonna liberatrice è

forse alle porte.

Poi anche la speranza dilegua: è la disperazione, la morte certa:

oggi, domani. Ed ecco il nemico farsi clemente. Nana Sahib propone al

generale Wheeler una capitolazione; il generale si sdegna, rifiuta,

ma la moglie, un'indigena, lo scongiura ad accettare; il generale

esita; le donne, le madri implorano, impongono il consenso per i bimbi

morenti di fame. E Wheeler accetta. Le condizioni, d'altra parte,

sono accettabili: tutti avranno la vita salva e l'onore delle armi. I

prigionieri saranno tutti imbarcati e condotti ad Allahabad, in terra

pacifica. Viene il giorno della liberazione. Nana Sahib non ha mentito.

Sul Gange, che scorre dietro il forte William, ventisette imbarcazioni

attendono gli europei, delle quali due sono piccoli piroscafi a ruote:

_more comfortable_ — spiega il nemico — destinati alle donne e ai

fanciulli. La flotta a remi, a vela, a vapore prende il largo sul fiume

sacro. Ed ecco una cosa incredibile avviene. Sulle due rive, per una

lunghezza interminabile, sono schierate tutte le truppe ribelli, tutta

l'armata di Nana Sahib, con tutte le artiglierie tolte all'arsenale

inglese, puntate sulla flotta che passa. È un saluto d'addio. No, è la

carneficina ultima, sistematica, lo spettacolo infernale che Nana Sahib

offre alla sua ferocia selvaggia. I proiettili s'incrociano dalle due

rive più fitti, più micidiali d'un eruzione vulcanica; le imbarcazioni

avvampano ad una ad una; le vittime balzano dai roghi galleggianti;

molti annegano, quelli che raggiungono la riva sono respinti a colpi di

lancia dai malebranche spietati: a morte! a morte! Carne da caimani!

E i caimani del Gange devono aver giubilato di tanta carne tenera e

bianca: vero è che poco dopo, per mesi e mesi, si moltiplicava in carne

più fosca e men tenera di _sepoys_....

*

Ma la tragedia indescrivibile, quella per la quale Cawnepore è

tristemente celebre, comincia appena. Tutti furono uccisi, fuorchè le

donne e i bimbi — trecento circa — ricoverati sui due vaporetti che

ritornarono a Cawnepore per ordine di Nana Sahib. Costui aveva bisogno

d'un ostaggio contro la vendetta inglese che non poteva tardare e che

sapeva tremenda, adeguata al delitto. I trecento superstiti inermi,

folli di spavento e di dolore, dovevano subire una prima onta. Non

furono restituiti al forte, ma vennero chiusi in una Be-Be-Ghar,

parola intraducibile, tanto meno in inglese, un edificio basso e

malsano; e là, nel luogo turpe, Lady Sotten, Lady Wheeler, Miss Kraty,

tutte le fiere donne d'Inghilterra, le mogli, le sorelle, le figlie

dei dominatori, quelle dinanzi alle quali i nativi parlavano a mani

congiunte, languirono per venti giorni — venti secoli, venti età! —

annichilite, inebetite dall'onta e dallo spavento, in attesa dell'aiuto

che doveva giungere, ohimè — troppo tardi.

La grande colonna Inglese, comandata dal generale Haweloch s'avanzava

da Calcutta verso Cawnepore, batteva i ribelli più volte, guadava il

Bari-Naddu. Nana Sahib si vide perduto, si vide costretto a fuggire

con tutti i ribelli, costretto a lasciare al nemico l'ostaggio

delicato. No! Il nemico doveva trovare un carname! Fu dato l'ordine

della carneficina immediata. I _sepoys_ esitavano. Pietà, forse; forse

viltà; poichè basta lo sguardo d'una donna inglese per far abbassare

lo sguardo di cento nativi. I bruti uccisero senza fissare le vittime,

uccisero a fucilate, attraverso le grate delle finestre, uccisero

a colpi d'accetta, uccisero sfracellando i cranii infantili contro

gli alberi del cortile, come si fa pei botoli malnati o bastardi. In

mezz'ora la carneficina era compiuta. Morti, semivivi, feriti, tutti

furono precipitati nella gran cisterna del cortile. Quando il giorno

dopo irruppero nella Be-Be-Ghar le colonne salvatrici — i mariti, i

padri, i fratelli delle vittime — delle trecento vittime non restava

viva che un'indigena, l'aya (governante) dei due gemelli di Sir

Sotten. E a lui che l'interrogava, che la scrollava alle spalle, perchè

parlasse, essa rispondeva sghignazzando, abbracciando il tronco d'un

palmizio sul quale s'alternavano ciocche bionde e grumi vermigli. La

povera donna era demente.

*

E delle cose atroci come delle cose oscene. La fantasia si ribella e

la penna si rifiuta. Ma è pur necessario ricordare quell'ora per poter

comprendere la misura alla quale salì la vendetta degli Inglesi, e

per poter perdonare ad un popolo europeo le atrocità che seguirono:

gl'indigeni «cannoneggiati» in massa, i bramini torturati e appiccati,

dopo averli costretti a mondare con la lingua l'ultima traccia di

sangue dal luogo del massacro. Ahimè, la vita è non solo soffrire, ma

far soffrire; e la storia del mondo c'impone questo dovere crudele:

fare agli altri il male che è fatto a noi. La repressione salì a

tal segno che in Inghilterra stessa, alla Camera, vi fu chi si alzò

gridando: — Ricordatevi che quelli erano turchi e bramini e che noi

siamo cristiani!

E la pietà cristiana ha convertito in un giardino il luogo del massacro.

Ho visitato i giardini delle Memorie (Memorial Gardens) e non è

traducibile a parole il senso che si prova tra quelle ruine fiorite,

la vibrazione che ha l'anima passando dal brivido dello sdegno a

quell'indulgenza ineffabile che assolve di tutto. Vicino al forte

William sorge la chiesa commemorativa, sacra al nome di tutte le

vittime. Le ruine dell'edificio che fu prima un lupanare indigeno, poi

un macello di donne e di bimbe inglesi, sono ora coronate di clematidi,

di liane, d'orchidee, e custodite intorno da una ringhiera di ferro

come i luoghi memorabili e sacri.

Il _Fatal Weell_, la cisterna ottagonale dove furono precipitati

i corpi palpitanti, fu lasciata com'era, mascherata soltanto da un

mausoleo di squisita fattura. L'edificio è ottagonale, com'è ottagonale

la cisterna, a finestre ogivali e a guglie gotiche, sopra una base

a grandi scalee, e farebbe pensare ad un angolo cimiteriale del

Devonshire, se il giardino, intorno, non profilasse i tronchi multipli

dei banani, simili ad immensi polipi capovolti, o gli svelti flabelli

delle palme Palmira.

Sulla grande scalea che accede al mausoleo un immenso angiolo di marmo

candido — _Angel of the Resurrection_ — prega a capo chino, le mani

congiunte, le immense ali incrociate; e sul cartiglio sono scritte le

parole della Suprema Indulgenza, che non si possono leggere senza occhi

lustri.

_Traveller, pray for us and our murderers!..._

(Viaggiatore, prega per noi e per i nostri carnefici!...)

Il fiume dei roghi.

Benares, 23 febbraio.

— Benares.... il Gange....

Devo ripetere i due nomi favolosi per convincermi che veramente

risalgo in barca il fiume sacro, con dinanzi lo scenario della Città

santificata.

— Il Gange.... Benares....

Devo liberarmi dal ricordo di troppe descrizioni — da quelle

deliziosamente arcaiche di Marco Polo a quelle moderne e sentimentali

di Pierre Loti — per rientrare nella realtà, vedere la cosa troppo

attesa con occhi miei. Vano è scrivere, vano è leggere; una bellezza

non esiste se prima non la vedono gli occhi nostri. L'aforisma wildiano

è giusto. Ma prima ancora di saper leggere, io sognavo di Benares. Se

risalgo alle origini prime della mia memoria vedo la città sacra in

un'incisione napoleonica, nella stanza dei miei giochi. E il ricordo è

così chiaro che il sogno d'allora mi sembra realtà e la realtà d'oggi

mi par sogno....

*

— _Slowly!_ Adagio, più vicino, — ripeto di continuo al barcaiuolo

frettoloso.

Benares va vista dal Gange, come la ribalta dalla platea. L'interno

della città è un dedalo infinito di viuzze laide, degno vivaio di tutte

le epidemie del mondo. La città fu costrutta sul Fiume, protende tutta

la sua bellezza verso le acque deificate.

La mia barca costeggia i _ghati_: così si chiamano i gradi più bassi

delle immense scalee. La stagione asciutta scuopre la città quasi alle

fondamenta ed appaiono gli immensi cubi di granito, i templi tozzi, le

teste elefantine dei Ganesa, le braccia multiple dei Siva, le statue

massiccie destinate ad un'immersione annua di molti mesi e patinate ora

da un limo rossiccio, di bellissimo effetto. La patina rossa colora

la città fluviale, indica il regno delle acque fino all'altezza di

venti e più metri; dopo comincia la città abitabile, dalla fantastica

architettura. Duemila sono i templi di Benares eretti come una selva

lungo i dieci chilometri che la città occupa sulla riva sinistra del

Gange: templi a pagoda buddista, piramidi e guglie bramine, cupole

panciute, minareti maomettani, chiese eurasiane, sinagoghe, tutto è

tollerato in questa «Terra dell'Indulgenza» pur che si creda. Tu non

dirai che la tua religione sia migliore delle altre. Colui che dice: io

sono nella verità, colui non è nella verità....

Ecco il noto profilo dei templi e dei palazzi, con le scalee, le

verande, le specule, le infinite finestre tutte rivolte verso il

fiume, ecco le strane «cupole a pigna», così caratteristiche nella

architettura indiana. Gran parte dei superbi edifici appartengono a

marahja delle terre più lontane, sono residenze di espiazione. Come

nel Medio Evo i principi andavano ad espiare i loro trascorsi in Terra

Santa, così i signori indiani visitano Benares una volta all'anno o si

ritirano in vecchiaia per esalare l'anima in cospetto del Fiume-Dio

che assolve di tutto. È risaputa la credenza; colui che muore a

Benares, lasciando le sue ceneri al Gange, foss'anche un infedele, è

dispensato dal martirio d'ogni reincarnazione, raggiunge la felicità

dell'Increato. Malati, diseredati, vecchi d'ogni genere giungono dalle

contrade più remote, dalle foreste equatoriali di Ceylon, dalle vette

nevose del Cachemire, per aver pace nel seno di Brama.

*

Sono le sette, l'ora della preghiera mattutina. Il sole illumina

obliquamente la zona più alta degli edifici; accende l'oro superstite

delle cupole e delle guglie attorno alle quali nugoli neri, verdi,

rossi di corvi, di tortore, di pappagalli, turbinano salutando la luce

con un inno assordante. E tutto ciò che vive scende verso il fiume.

Dalle scalette tortuose tra palagio e palagio, dalle immense scalee

che danno alla riva del fiume non so che profilo assiro o babilonese,

scende una folla varia, densa, incessante; uomini, donne, fanciulli,

vecchi, giovani fachiri, pellegrini. E tutti recano ghirlande di fiori;

grosse magnolie, gardenie, corolle sconosciute dal profumo acutissimo,

infilzate come rosarii, e prima di scendere nell'acqua le gettano al

fiume, pel rituale quotidiano. I turbanti, le sete, i velluti sono

appesi a cespugli o sotto certi ombrelli immensi, senza nervatura,

simili a funghi singolari; gli uomini entrano nell'acqua quasi ignudi,

le donne conservano una lunga tunica che dopo la prima abluzione

aderisce alla pelle e rivela più ancora l'ambra delle carni, l'armonia

delle forme stupende. E tutti pregano e meditano. Meditano su che? La

mia barca passa loro innanzi, deve deviare per non urtarli, ma quelli

mi fissano e non mi vedono. Il loro sguardo è al di là, la loro anima è

perduta negli abissi dell'ineffabile. Strana città dove tutti credono!

Perchè molti di costoro non sono fachiri, nè santi, nè pellegrini. Sono

uomini di venti, di trent'anni, vigorosi e sani: artigiani, mercanti,

soldati, operai che risaliranno le scalee per riprendere la lotta

consueta, che rientreranno nella vita, ma che ogni giorno, due volte al

giorno, scendono nella morte, s'immergono nel fiume a colloquio con la

propria anima, per prepararsi quotidianamente al trapasso inevitabile.

Odioso confronto con i nostri uomini, con i nostri _borghesi_

occidentali che ignorano ogni cosa dell'anima, deridono ogni scienza

dello spirito, bestemmiano Dio, ostentando un ateismo fatto più odioso

dal vigliacco ravvedimento dell'ultim'ora!

*

Turba infinita che sempre si rinnova, magnificenza di bronzi cupi, di

bronzi chiari, di forme stupende! Ma non tutto è forza e giovinezza.

Gli aspetti della vecchiaia, della malattia, della morte, così

necessari alla perfetta meditazione buddista, offrono sotto questo

cielo magico un contrasto non descrivibile. Poichè è bene ricordare

che gran parte di questa folla è qui giunta per morire, per «morire

in salute» come mi spiega con bisticcio atroce il buon rematore.

Tutti i più crudeli martirii con i quali Siva distruttore ritorna al

nulla la povera carne umana si son dati convegno sulle rive del fiume

luminoso, offrendo al visitatore un campionario strano, interessante

come la nuova flora, la nuova fauna: scabbie, lebbre, eczemi tropicali

(_framboesia_, _albinite_, ecc.), che disegnano le pelli bronzate

di chiazze candide e regolari, di chiazze vermiglie come lamponi,

di zebrature ondulate; piaghe orride, tumori che hanno corroso un

torace, mettendo a nudo i precordi lividi o hanno corrose le gote

scoprendo tutta la dentatura candida in un sogghigno che non si potrà

dimenticare più mai; elefantiasi che tumefanno le gambe, il seno, le

pudenze in modo incredibile, tanto che la vittima sembra scomparire tra

otri immensi e non può muoversi senza il soccorso di qualche devoto,

portatore del singolarissimo pondo. Un gruppo di questi miserabili è

adunato intorno ad un santo ancora giovane, dalla bruna barba divisa,

dallo sguardo di fiamma; che può mai predicare quel veggente per

consolare tante miserie, per far tacere i gemiti di quel carname senza

nome? Forse ripete a quei moribondi le parole dell'Illuminato: «.... il

saggio si rallegra della sua carne che si sfascia, come il prigioniero

impaziente si rallegra della prigione che si schiude. Beata la musica

che si diparte per sempre dallo stromento, beata la fiamma che si

diparte dalla fiaccola, beata l'anima che abbandona la carne...».

*

Passiamo oltre. Il sermone non è per noi. Mai come oggi mi son sentito

schiavo della apparenza, innamorato folle di tutto ciò che è forma,

colore, ombra, luce: bellezza viva, preda della morte.

La città è interminabile: ancora templi, ancora torri, terrazzi,

scalee. Intorno, sul fiume galleggiano infinite le ghirlande votive

e le corolle vivaci, i gioielli, i denti, gli occhi abbaglianti,

le chiome nere lucenti formano tra il riverbero dell'acqua e lo

splendore del sole un musaico a chiazze vive come nelle tele di certi

impressionisti. Lo sguardo si stanca. Passiamo in una zona d'ombra

riposante, lungo i ghati interminabili. L'acqua lenta orla di bava

sordida i cubi di granito decrepito. Un fetore sinistro di fiori

maceri, di carne putrefatta, di umidità febbricosa e di pestilenza

mi fanno ricordare — con un brivido — che da questo focolaio unico

si dipartono a quando a quando, nei secoli, il colera, la peste,

i peggiori flagelli del mondo.... E non meraviglia. Ecco un tronco

di palma morta che ha fatto diga nel pattume e contro vi s'accumula

una putredine varia: ghirlande di queste corolle carnose che l'acqua

converte in viscidume fetido, buccie, carta, cenci, tizzi di carbone,

rami, un osso candido, una tibia umana che il remo solleva lentamente:

un misero avanzo sfuggito ad un rogo troppo povero. E poco oltre la

Marayana di Kandaba fa le sue abluzioni sotto un baldacchino sorretto

da quattro servi in turbante; intorno le sue donne reggono le vesti, le

collane, l'immenso pettorale di gemme, mentre l'augusta sovrana — una

pingue signora attempata — immerge nel fiume le carni vizze, fa coppa

delle mani, beve l'acqua fetida alternando ogni sorso con un breve

gesto d'offerta verso il Cielo.

Più oltre una frotta di bimbi corre ridendo, cerca nel pattume gli

avanzi del legno e del carbone; oltre ancora alcune donne immergono le

anfore di rame lucente, di classica forma, e equilibrandole sul capo

con l'una mano, s'avviano verso la sponda, l'altra mano al fianco,

onduleggiando le anche con un incedere di procace eleganza.

Proseguiamo, passiamo dinanzi ad un'altra piattaforma di roghi — sono

molte, ma quasi tutte deserte in quest'ora — altri templi, altri

palazzi dominanti il fiume dall'alto come castelli feudali. Strana

città rimasta intatta nei millennii, intatta nella sua pietra e nella

sua fede! Altre città favolose esistono al mondo, dinanzi alle quali

si esalta la nostra fantasia; ma sono il fantasma di quelle che furono.

Benares è oggi qual'era nella notte dei tempi ariani. Quando in Grecia

si celebravano i riti dionisiaci, quando a Roma le feste arvali, quando

Tebe offriva olocausto a Ita, Benares già splendeva sulla riva del

Fiume-Dio, come oggi; come oggi la sua folla scendeva nelle acque sacre

a meditare il mistero del divenire.

*

Un'altra piattaforma che si protende sul fiume: un'altra serie di

roghi; ma son quasi deserti in questa stagione salutare. Quale carname

in fiamme deve fornire a queste rive l'ora della peste!

Approdiamo. Due cadaveri sono in molle nel fiume, legati ad una corda.

Fluttuanti nel sudario candido per l'ultima abluzione di rito. Un

altro finisce di ardere, irriconoscibile ormai; solo i due piedi si

protendono fuori delle fiamme, contratti, le dita divaricate come in

uno spasimo estremo; saranno gettati nelle fiamme per ultimi, poichè

è consuetudine di lasciare i piedi fuori del rogo, rivolti verso il

fiume, simboleggianti l'ultimo avvio. Questi roghi non sono grandiosi.

La nostra fantasia immagina cataste eccelse, nubi avvolgenti ogni

cosa in vortici odorosi, cerimoniali e preghiere solenni: i roghi

dei martiri e dei poeti. Nulla di tutto questo. Una semplicità che

sa lo squallore. I roghi sono piccoli, simili a lettucci, a fornelli

in cemento, appena capaci d'un corpo umano, e il legno si direbbe

misurato con parsimonia, in questo paese delle grandi foreste! E negli

addetti, quale frettolosa indifferenza! Ecco: il cadavere è tolto

dal fiume con una specie di barella a grate, è disteso sul letto di

cemento tra due strati di legno sottile: un indù versa una piccola

latta d'olio resinoso, un altro accende. Il rogo avvampa, e ai quattro

lati i quattro necrofori in giubba e turbante candido vigilano la

cremazione, armati ognuno di una lunga spatola ricurva con la quale

respingono i tizzi crepitanti; lo spettacolo è misero, profanatore;

i quattro messeri in bianco, chini sul braciere modesto, con quei

cucchiai singolari, mi fanno pensare a quattro cuochi affaccendati,

e non hanno nulla di tragico. Ma è qui, come altrove, la completa

indifferenza degli indiani per la salma, la nessuna venerazione pel

corpo quando l'anima s'è involata per sempre. Una sola cura frettolosa,

darlo alle fiamme, ritornarlo al nulla al più presto. Intorno ad ogni

rogo, poco distante, ricorre un sedile di granito ricurvo dove siede la

famiglia del defunto. Ma nessuna lacrima, nessun commiato straziante;

i congiunti assistono all'incenerimento per vigilare che il rito sia

compiuto esattamente, che il legno sia sufficiente, che tutta la cenere

sia data al fiume.

Un terzo cadavere è giunto. Un fanciullo di forse dodici anni,

bellissimo, falciato dalla morte d'improvviso, poichè il volto ha la

calma del sonno placido e il braccio oscilla pendulo e la testa dalle

chiome bluastre s'arrovescia sulla spalla dei portatori non per anco

irrigidita. Un uomo — il fratello forse — una donna ancora giovane —

forse la madre — assistono all'opera, scambiano con gli addetti poche

sillabe, discutendo certo sulla resina che la donna annusa e trova

di qualità non buona. E il piccolo attende resupino sulla catasta,

il profilo perfetto fatto più delicato dal sonno senza risveglio,

le frangie tenebrose delle palpebre solcate dallo smalto candido

dell'occhio socchiuso. Non so che dolore indefinibile mi stringa

il cuore fissando quel volto adolescente, fissando l'altro volto

di vegliardo che già le fiamme disfanno. Forse riconosco nell'uno e

nell'altro — attraverso le remote analogie d'un'unica stirpe — i volti

di fanciulli e di vecchi che mi furono cari. Noi amiamo il volto,

questo specchio dell'io; amiamo le rughe, la canizie dei vecchi, i

capelli biondi, gli occhi sereni dei bimbi. Non possiamo concepire

il ritorno d'un caro defunto senza il suo volto, il suo sorriso, la

sua voce. La nostra religione (con un dogma tra i più medievali e

puerili, è vero, ma che mi piace non discutere), soddisfa questa nostra

illusione promettendoci la _resurrezione della carne_.

Come costoro sono lontani da noi! Prima di nascere, prima di morire

si sono già detto addio. Si sono rassegnati serenamente, dai tempi

dell'origine ariana, a questa disperata certezza «_Nulla è; tutto

diviene_». L'io ed il non io sono il frutto d'una mera illusione

terrestre. Perchè se così non fosse sarebbe mostruosa, rivoltante la

calma di questa giovane madre che compone tra le braccia del fanciullo

il piccolo elefante d'ebano, il mulino minuscolo, un rotolo di carte:

preghiere forse, o forse quaderni di scolaretto diligente! E tutto

questo fa senza una lacrima, senza che una fibra del suo volto abbia

un sussulto! Certo costei è una bramina compiuta, migliore assai

di quell'altra madre, quella Marayana citata nei sacri testi che si

strappava le chiome, ululando sul cadavere del suo unico figlio. E

i yogi — si racconta — cercavano invano di richiamarla alla verità,

di strapparla al demone dell'illusione. E tanto era lo strazio della

donna che, per il potere d'un fachiro, l'anima ritorna al cadavere già

disteso sul rogo. E la madre si getta sul resuscitato, folle di gioia.

Ma il principe giovinetto s'alza sulla catasta, respinge la donna con

un gemito, si guarda intorno sbigottito, dice: «Chi mi chiama? Chi mi

strazia? Dove sono? Chi ha spezzato in me l'armonia della Ruota? In

quale delle innumerevoli apparenze del mio passato mi ebbi per madre

questa forsennata? Portatela dall'esorcista! Mara, il tentatore, ulula

in lei!». Così parlato il giovine ricade resupino e l'anima s'invola

nell'ineffabile. La madre, la marayana Kritagma, fu quella che andò

penitente fino ad Anuradhapura, nel centro di Ceylon, la Roma buddista,

ed ebbe la grazia somma d'essere illuminata da Gotamo in persona, come

racconta il poeta Kalidasa....

Il vivajo del Buon Dio.

I signori dell'India non sono gl'Indiani. E non sono nemmeno

gl'Inglesi. I signori dell'India sono gli animali. I corvi, anzi

tutto; è l'impressione visiva e auditiva che si ha subito, appena

sbarcati in una delle grandi Capitali: Bombay o Calcutta, Madras, o

Rangoon. Incredibilmente numerosi, più numerosi dei colombi di Venezia,

i corvi brulicano, nereggiano ovunque: nel porto, tra le balle di

cotone e di spezie, nelle belle vie alberate di cocchi, nelle grandi

piazze moderne; si dissetano, si bagnano starnazzando nelle vasche

monumentali, orlano di nerazzurro i capitelli, le cimase, le guglie

della frastagliata architettura gotico-indiana. Se gli avvoltoi sono

i necrofori, i corvi sono gli spazzaturai del vastissimo Impero. E ne

sono anche i ladri, ladri fatti tracotanti dalla tolleranza millenaria,

contro i quali non vi difende nessun _policeman_ volenteroso.

Il viaggiatore, che è innalzato in _lift_ ad una delle linde stanzette

degli immensi _hôtels_ tropicali, resta sbigottito dinanzi agli

avvisi delle pareti: _Guardarsi dai corvi._ — _Abbassare le grate

prima di uscire._ — _Non abbandonare gioielli._ — _Il padrone non

prende responsabilità di sorta_, ecc. — Sembra incredibile, ma ci si

ricrede il giorno stesso. Ecco, sono le quindici, l'ora della siesta

e del torpore. La città immensa è addormentata: nessuno, nemmeno un

indigeno, attraversa la grande piazza, dove il sole avvampa, abbaglia,

trema, facendo fluttuare in uno strano paesaggio subacqueo i tronchi

dei palmizii, il monumento alla Regina Vittoria, le guglie della

Cattedrale. In ogni stanza dell'albergo un europeo sogna la Patria

lontana, resupino sotto il refrigerio dell'immenso ventilatore.

Silenzio. Non s'ode che il ronzìo del congegno e l'altro romore che è

la nota acustica dell'India, alla quale bisogna abituarsi come in certi

paesi al fragore del mare, o dei torrenti: il gracidìo dei corvi: così

monotono, assiduo, che non rompe, ma sottolinea il silenzio; inno alla

putredine, dove prorompe la gamma di tutte le r, dove l'orecchio sembra

discernere tutte le parole non liete: _Ricordati! Ricordati! Morire!

Morte! Morirai!_

— Sì! Lo sappiamo anche troppo, bestie dannate! E intanto si dorma....

Il sonno viene quasi subito, ma quasi subito ci sveglia una strano

romore. E allora, attraverso le ciglia socchiuse, si assiste a questo

curioso spettacolo: un corvo scosta la stuoia pendula della grande

finestra, sosta sul davanzale, esplora la stanza tranquilla, balza

leggiero sul pavimento; un altro ripete il gesto, un altro ancora.

Quattro, cinque messeri saltellano cauti sull'impiantito. Sono corvi

(_corvus splendens?_) più piccoli dei nostri, snelli, nerazzurri, con

una penna bianca nell'ala estrema, così buffi di forme e di movenze!

Saltellano, avanzano in fila, cauti, l'uno proteso in avanti, l'altro

eretto verticale, in vedetta, l'altro claudicando, sbilenco, simili

veramente alle caricature della favola, degni eroi di Esopo e di La

Fontaine. Nelle cucine, nei magazzini, i corvi entrano per ingordigia,

ma in queste stanze linde, odorose di ragia e di bucato, non li attira

che il demone della curiosità, del rischio, del ladroneccio. E i

cinque ladruncoli s'arrestano ammirati, fanno cerchio intorno alle

bretelle pendule da una sedia, tentano coi becchi le fibbie lucenti,

tirano concordi, finchè bretelle e calzoni precipitano e questi

cominciano a pellegrinare sul pavimento, tirati a ritroso da cinque

becchi robusti. Allora scagliate la ciabatta prossima, o il volume che

s'era addormentato con voi, pensando uno starnazzar d'ali ed una fuga

precipitosa; ma i corvi, prima che il proiettile giunga, si salvano

con un balzo, s'innalzano silenziosi verso il soffitto, si posano in

bell'ordine sull'asta somma della zanzariera. Aprite tutte le vetrate,

li invitate ad uscire, li minacciate con l'ombrello — troppo breve! —

ma quelli non si decidono, sanno benissimo che non siete nè un bramino,

nè un buddista, e che, passandovi a tiro, spezzereste loro, senza

rimorso, le ali od il cranio. Allora, disperato, suonate, chiamate il

boy. Il boy sorride indulgente, vi prega di deporre l'ombrello, batte

le palme protese e i cinque appollaiati — riconosciuto l'uomo che non

uccide — attraversano ad uno ad uno la stanza, escono silenziosi.

Tutti gli animali hanno in India una incredibile familiarità con

l'uomo. I passeri, le tortore, gli scoiattoli striati invadono i

cortili e i giardini, scendono a prendere le bricie quasi dalle vostre

mani, pieni di una francescana fiducia: ma nei corvi e nelle scimmie

la famigliarità è fatta di tracotanza insolente, di calcolo ingordo;

certo pensano che Bombay e Calcutta siano state edificate per loro e

che l'uomo sia un bipede intruso, da tollerarsi con palese rancore.

E l'uomo, a sua volta, tollera i corvi delle immense capitali; essi

mondano le vie da ogni sozzura prima che questa si decomponga nel sole

ardente, lacerando, inghiottendo tutto, anche la carta fracida, i cenci

logori, i frantumi di vetro. Dopo qualche giorno diventano simpatici:

offrono all'osservatore scene impagabili, strani motivi di psicologia

animalesca. Certo nessun uccello è più scaltro; basta osservarne

l'atteggiamento vario di fronte alle varie persone. Verso sera, quando

il thè delle cinque anima di veli e di sete, di occhi azzurri e di

capelli biondi ogni giardino pubblico e privato, ogni veranda d'_hôtel_

e di _bungalow_, le falangi nere scendono da ogni parte, con un

gracidìo querulo e sommesso, quale si conviene ad accattoni questuanti.

Accerchiano i tavolini svolazzando, saltellando, tutti col becco

proteso, abbastanza lontani per sfuggire alla mano, abbastanza vicini

per ghermire a volo il biscotto o la buccia di banana. E intuiscono

la buona o la mala accoglienza, non s'accostano dove ci sono uomini,

mazze, ombrelli, prediligono i tavolini delle signore e dei bimbi.

Con gli indigeni tengono tutt'altro contegno, non sono accattoni, ma

despoti; nelle _native-towns_ che si estendono dopo le città europee,

fanno vita quasi comune con l'uomo, entrano nelle case, noncuranti

di qualche minaccia impaziente, ben certi del patto millenario: «non

essere uccisi». Adorabili scenette dei sobborghi indigeni! Una bimba

— un idoletto di bronzo ignudo, di non forse tre anni — esce da una

bottega stringendo una coppa di riso bollito, corre verso la madre

che l'attende sulla soglia della casa opposta. A mezza via venti corvi

le sono sopra; punto impaurita dalla cerchia delle ali turbinose, la

piccola si piega col petto sulla coppa, si piega chinandosi fino a

terra, alzando nel sole, contro l'ingordigia dei nemici, una parte che

non è precisamente la faccia. E la madre sopraggiunge, libera la bimba,

disperde gli assalitori, non senza aver dato in offa una manciata di

riso. Entrambe rientrano in casa, sorridendo tranquille, come allo

scherno consueto di buoni amici. Altre volte la vittima non è un bimbo,

ma una scimmia. I corvi turbinano in alto, spiando un gruppo di scimmie

che ha rubato una noce di cocco sul mercato vicino; seguono quella più

prepotente che l'ha tolta alle altre, e quando la ladra è riuscita a

spezzarne il frutto legnoso, nell'istante in cui sta per portare alla

bocca il gariglio candido, i corvi piombano su di lei, le strappano il

tesoro, la lasciano ringhiosa, a mani vuole, tra lo schiamazzare delle

compagne.

Le scimmie contendono ai corvi il dominio delle città indiane, ma non

infestano come quelli i quartieri europei, vivono nei sobborghi, nelle

città nere, nei templi ruinati. E dai coloni sono più detestate dei

corvi. Una frotta quadrumane può in una notte scoperchiare una villa,

togliendo, per gioco, tutte le tegole, passandole da mano a mano,

andandole ad accumulare in fondo ad un sotterraneo o sulla sommità di

un colle, a qualche chilometro di distanza; altre volte saccheggiano

un giardino, lo spogliano di tutto: frutti acerbi, fiori, foglie, per

solo malvagio istinto di distruzione. E sono le tiranne dei mercati,

dove i fruttivendoli si rassegnano per esse ad una decima gravosa.

Intorno alle grandi piramidi di banane, di manghi, di mangustani, di

catie, s'aggirano le scimmie polverose, pronte ad allungare la mano,

noncuranti della sferzata inflitta dal ragazzetto custode. A sera tutte

le lunghe vie dei sobborghi hanno le grondaje ornate di code pendule;

ma se passa un europeo, un'automobile, una cosa nuova qualunque, le

code scompaiono, fanno luogo ad altrettanti musi protesi verso la via,

con la bocca digrignante in uno spasimo di curiosità. È infinita la

varietà di creature tollerate o protette o venerate in questo vivaio

del Buon Dio. Sulle vetrate degli alberghi, anche eleganti, corrono

certe lucertole gibbose, ruvide, dalle zampe a ventosa, aderenti

al vetro e che l'albergatore vi prega di non molestare. I passeri

bengalini, rossi spruzzolati di bianco argento, invadono a centinaia

le verande e le sale, vengono a beccare le bricie sotto i tavoli del

thè; le manguste, simili a faine fulve, passano guardinghe lungo i

corridoi, vigilando — per un dono strano di immunità — le vite umane

dall'ospite terribilissimo: la _naja tripudians_: il cobra dagli

occhiali. Ed ecco le creature enormi, le più simpatiche di tutte: gli

elefanti. Completano il paesaggio indiano, hanno una laboriosità,

una bontà che commuove, una intelligenza che confonde. Elefanti di

lusso, destinati a cortei nuziali o religiosi, tatuati a colori come

vecchi cuoi di Cordova, gualdrappati di velluti, di sete pesanti, con

non altro di libero che le zanne, la proboscide, le orecchie zebrate:

elefanti da lavoro, più intelligenti ancora, vecchissimi alcuni: dalla

pelle rugosa, logora, troppo abbondante per la mole dimagrita dalle

fatiche d'un secolo e più, elefanti che hanno visto tre generazioni

d'uomini e che lavorano oggi per le case degli usurpatori biondi.

S'incontrano per le strade di campagna, a coppie, non accompagnati

da nessun _cornac_, percorrono da soli, a piccolo trotto, dieci,

quindici chilometri di strada ben conosciuta, trasportando sul dorso

o tra le zanne e la proboscide tronchi colossali, colonne, cubi di

granito; li depongono a destinazione, rifanno di corsa il lungo cammino

per ricevere un altro carico. Il loro passo s'annunzia di lontano

con un rombo sordo; se incontrano un europeo retrocedono, scendono

ai lati della strada, lasciando libero il passo; e protendono — se

l'hanno libera — la proboscide, con gesto di preghiera. Se ricevono

una monetina — un'_anna_, mezz'_anna_ — sostano alla prima bottega

campestre, la depongono per avere in cambio dall'indù una focaccia

di riso muffita o un casco di banane fracide. La loro intelligenza è

inaudita, imbarazzante: nell'occhio microscopico, quasi perduto nella

mole della testa, s'alterna un bagliore indefinibile di scaltrezza

derisoria e di bontà indulgente. Sono certo che comprendono ciò che

dico, che intuiscono ciò che penso; e non so come dimostrare loro la

mia fraterna simpatia: le mie mani giungono appena ad accarezzare la

proboscide ruvida come un tronco, l'estremità delle orecchie logore,

strappate come vecchie gualdrappe di cuoio.

E altre creature vi sono, ripugnanti e malefiche: e le più malefiche

sono le più venerate. Il cobra, simbolizzato dalla teogonia bramina,

divinizzato in marmo e in metallo in tutti i templi, è salutato con

uno speciale rituale di riverenza e di scongiuro dal contadino indù che

l'incontra attraverso un sentiero di campagna.

Ogni tempio ha negli stagni liminari legioni di testuggini e di

coccodrilli decrepiti e venerati. Il pasto dei coccodrilli sacri è

una delle grandi curiosità offerte al forestiero e che si ripete con

rituale identico nei templi di Giaissur, di Ambex, di Tuadura. Un

custode scende alle ultime scalee, seguito da un servo che reca un

cesto di carne putrida; batte con un crescendo fragoroso un disco

di rame, ed ecco sollevarsi pigramente le grandi foglie di ninfea e

di nelumbo, ceco apparire tra i calici rossi dei nenufari i mostri

spaventosi, simili a carcasse di vecchio metallo corazzato e borchiato,

dai denti gialli, radi, aguzzi, oltrepassanti qua e là le mascelle

formidabili. S'avanzano pigri, fanno cerchio dall'acqua intorno al

custode, il quale lancia brani di carne legata ad una corda, perchè non

venga ghermita a volo dai nibbi turbinanti intorno, attirati dal fetore

nauseabondo.

L'Inghilterra che tollera tutto, tollera anche questo. Tollera anche

l'_Ospedale degli animali_, in Bombay, che è il non _plus ultra_ del

genere, l'esponente massimo di questa filosofia bramina, così opposta

alla nostra, educata al cristianesimo il quale riduce ogni divinità

all'uomo soltanto e fa di tutto ciò che vive sulla terra una materia

sorda, condannata senza speranza.

L'ospedale degli animali — un recinto-parco che costa centinaia di

migliaia di rupie — accoglie tutti gli animali ammalati perchè possano

guarirvi o morirvi in pace. Lo spettacolo (e il fetore!) è tale che

l'europeo non s'indugia a lungo; falangi di bestie da soma: ronzini di

piazza, bufali, zebù ischeletriti o idropici, sciancati, anchilosati,

coperti d'ulceri e di piaghe, scimmie, cani, gatti ciechi, monchi,

senza pelo: una parodia lacrimevole dell'Arca salvatrice. La nostra

pietà occidentale insorge, domanda sdegnata perchè non si dà a quelle

povere bestie il colpo di grazia, addormentandole con una doppia dose

di cloroformio.

— Perchè non si ha il diritto di spezzare una vita, qualunque essa sia.

— Ma vivere a che?

— Per soffrire.

— E soffrire a che?

— Per divenire, per accrescersi, per allontanarsi sempre più dalla

materia attraverso il peso della materia, per spegnere, nella ruota

d'infinite incarnazioni, il desiderio di esistere: questo peccato che

ci condanna a ritornare in vita.

E se fosse vero? Se veramente noi non fossimo il Re dell'Universo come

la nostra religione ci promette? Se veramente il verme, il cane, l'uomo

non fossero che graduazioni varie dello spirito, della stessa forza

immanente che palpita ovunque, esitando incerta verso una mèta che

ignoriamo e che non è forse se non la pace dell'Increato?

Retorica elementare, fatta odiosa da tutti i trattatelli teosofici, ma

che, esposta con brevi parole da questo guardiano dal volto ascetico

come un San Francesco di bronzo, non ci può far sorridere come il

nostro orgoglio occidentale vorrebbe.

Verso la cuna del mondo: Lettere dall'India · 第 12 / 19 题