XXIV.

Che potrebbe, in via di metafora, intitolarsi "La prima ai Corinzii".

Sono le quattro dopo il meriggio, ora in cui il ceto dei negozianti

suole aver posto fine al lavoro, e i granaiuoli, i sensali, i

cambiatori, e simili, chiuso il banco, lo scrittoio, il telonio e via

discorrendo, se ne vanno da buoni padri di famiglia ai taglierini

domestici. Ma non è chiuso ancora il banco Cardi Salati e C., nè

accenna a volersi chiudere così presto, poichè in anticamera c'è

ancora il galoppino, che sonnecchia a gomitello sulla sponda d'un

tavolino, di rincontro alla finestra, aspettando che qualcheduno lo

chiami dalla seconda camera, ove sta un giovine di banco, o dalla

terza, che è il __sancta sanctorum__ dei due principali.

Il banco sullodato (passateci l'aggettivo) era al terzo piano d'una

casaccia nerastra, posta in una di quelle viuzze che adornano i pressi

della via San Luca. Ci si ascendeva per una scala stretta, buia,

umidiccia, ogni pianerottolo della quale godeva, la mercè d'una smilza

apertura decorata del nome di finestra, non già la luce, perchè la

luce è una cosa chiara, ma un'ombra crepuscolare, bastante a lasciar

vedere le centinaia di ragnatele polverose che spenzolavano nel vano

di una chiostra, la quale, anzi che il pozzo d'aria, poteva dirsi

l'immondezzaio dei sette piani della casa. Il che piaceva, e

s'intenderà di leggieri, a quattro o cinque galline che razzolavano in

fondo, non già alle centinaia di ragni de' piani superiori, che

vedevano ad ogni tratto sfondati da bucce e torsi di cavolo i loro

sapienti tessuti.

Che cosa aspettavano quei ragni? che frutto si ripromettevano dalle

lor reti, che andavano rimendando sollecitamente ad ogni nuovo

strappo? Colà non si perigliavano mosche nè moscerini, allegri figli

della luce, e tenerissimi della madre loro. Quei poveri ragni tiravano

là, per amore dell'arte, aspettando tempi migliori, che non giungevano

mai, e senza sapersi risolvere a mutar di paese. Amavano, avevano

prole, condannata a vivacchiar di speranza e a morir di inanizione

com'essi.

Una bella ragnatela, e largamente fruttuosa, era al terzo piano che

abbiam detto. Colà ma non all'aria aperta, prosperavano tre ragni in

una medesima buca, due noti e visibili, il Cardi e il Salati, il terzo

nascosto all'ombra d'un C., che era il discepolo di Bonaventura. Si

davano ad ogni maniera di traffichi, o, per meglio dire, d'intrugli,

pei quali ci avevano i loro mezzani, che, all'occorrenza, e per

salvare l'onoratezza del banco, il quale apertamente non imprestava

denari oltre il sei d'interesse, assumevano apparenza di capitalisti.

E da quella triade nascosta uscivano i più sottili accorgimenti che

ingegno di strozzino potesse immaginare; quello ad esempio dei

nòccioli di pèsche, il quale va raccontato. __Ab uno disce omnes__.

Un giovanotto di buon casato, a cui non potevano un giorno mancare le

sue quarantamila lire d'entrata, ma che appunto per la larghezza delle

speranze, non poteva rassegnarsi ad attendere in pace (i padri eterni,

lo dice il proverbio, fanno i figliuoli crocifissi), aveva bisogno di

denaro. Ogni somma gli bastava; seimila lire, diecimila, ventimila;

fossero anche state centomila, le avrebbe accettate, sottoscrivendo la

sua brava obbligazione a babbo morto.

I sensali, a cui si rivolse, gliene proffersero due mila, s'intende in

mercanzie «di sua piena soddisfazione, per rivenderle e farne

commercio» come doveva essere scritto in una cambiale a tre mesi. Nè

il genere dell'obbligazione, a scadenza troppo breve, nè il fatto

delle mercanzie, piacevano al giovanotto; ma la necessità dei

__cumquibus__ l'aveva stretto alla gola, e poichè i sensali gli ebbero

detto che una cambiale poteva rinnovarsi, e che le mercanzie potevano

vendersi il giorno stesso, chinò la testa e passò sotto le forche

caudine, pigliando, per una cambiale di due mila lire, venti quintali

di nòccioli di pèsche.

--Che roba è questa?--aveva esclamato il giovinotto, innanzi di

sottoscrivere.

--Roba eccellente, e la si piglia a stracciamercato!--rispose il

sensale.

--O come?

--La mi stia a sentire. Il quintale è cento chilogrammi; venti

quintali sono due mila chilogrammi. Ella sottoscrive per duemila lire.

Ella ha dunque i nòccioli a una lira per chilogramma.

--E a che prezzo li venderò?

--Non si dia pensiero per questo; domanderemo ad un confettiere.--

E andarono da uno dei più riputati della città, il quale comperava

quella derrata a una lira e venti centesimi il chilogramma, ed era

pronto a pigliarne anche quattro quintali.

--Ma noi li abbiamo in partita; venti quintali, ce n'abbiamo,--rispose

il sensale.--Li comperi tutti e venti, e dia qualche centesimo di

meno.

--Son troppi pel mio bisogno;--disse il confettiere.--Ma via, per far

piacere, li piglierò a una lira e dieci.

--E quando vuole la mercanzia?

--Anche subito.--

Al giovinotto pareva di sognare. Quella robaccia valer tanto! La sua

mente si sentì sollevata d'un tratto alle più alte sfere del traffico;

gli parve allora di capire in che modo certuni di sua conoscenza

fossero diventati straricchi in breve ora, e gli balenò perfino il

vasto concetto d'incettare i nòccioli di tutte le pèsche, duràcine e

spartitoie, che si sarebbero mangiate l'anno seguente in città.

--Vede Ella?--gli andava dicendo frattanto il sensale.--È affar fatto.

Il confettiere è una birba, che ci guadagna ancora il trenta per

cento, perchè i nòccioli si pagano una lira e cinquanta al

chilogramma, e a volte anche più caro, laddove noi gli si dànno a una

e dieci. Del resto Ella non ci perde, anzi fa un contratto d'oro; chi

ci perde è il capitalista, che le dà per uno, ciò che Ella rivende uno

e dieci, facendo un guadagno netto di quattrocento lire.

--In verità, me ne duole;--disse il giovinotto,--povero capitalista!

non gli si fa forse un mal tiro?

--Che? il commercio è fatto così;--rispose prontamente il

sensale:--uno perde, un altro guadagna, e la ruota gira. Del resto il

mercante ne ha di grosse partite in magazzino, e bisogna bene che le

venda. Siamo a mala pena in settembre, e i nòccioli potrebbero calar

di prezzo.--

Per tal modo chetati gli scrupoli del compratore, la cambiale passò

nelle mani del capitalista, e la mercanzia fu allogata in un magazzino

pigliato a bella posta in affitto dal giovine. Il confettiere vide

allora la merce, e guardò in volto quei due, in aria di chiedere se

avessero voluto dargli la baia.

--E che debbo io farmene di questa roba?--gridò egli finalmente,

vedendo di aver dinanzi non un canzonatore, ma un canzonato.--Si dice

nòccioli, ma s'intende anime; questi nòccioli vanno prima stiacciati;

poi comprerò le anime, al prezzo che ho detto.--

E se n'andò, brontolando pel tempo che gli avevano fatto perdere;

mezz'ora dopo rideva come un matto.

La gherminella dispiacque al nostro giovine, rimasto padrone di venti

quintali di nòccioli; ma che farci? Bastonare il sensale? Questa era

l'unica vendetta che potesse pigliarsi; e già gli prudevano le mani.

Ma il sensale, vista la mala parata, si buttò ginocchioni; giurò

d'esser stato ingannato anche lui, e colla promessa di trovar gente

che si fosse acconciata a stiacciare i nòccioli perchè si potesse trar

profitto dell'anime, cansò le legnate.

I nòccioli furono stacciati; ma, come i lettori facilmente

argomentano, la rammendatura fu peggiore dello strappo; e il

giovanotto ebbe da aggiungervi la paga delle donne e dei ragazzi che

lavorarono, di martello sui nòccioli, e di dente sull'anime.

Di tal fatta erano stati i negozi del banco Cardi Salati e C. ne'

primordi della sua esistenza; nè tralasciò mai di farne altri

consimili, quando gliene venisse il destro, sempre, s'intende,

coll'artifizio dei prestanome, che ne aveva sempre parecchi a

prosperargli dattorno. In apparenza praticava l'usura modesta, la

urbana rapina, e aspirava a più gloriosi destini. Usciremmo dai

confini segnati al nostro racconto, se raccontassimo ciò che ne

avvenne di poi; i lettori si contentino di sapere che or non ha guari

il signor Cardi è stato fatto cavaliere, e il signor Salati grida che

la è una ingiustizia, che il governo ci ha due pesi e due misure, che

lavora a mettere a discordia tra i fedelissimi sudditi, e via

discorrendo. Ora, anche senza seguire il signor Salati in tutte le sue

invettive, e a non dargli che una parte di ragione, ben si può

ammettere che ci sia stato un pochino di parzialità, perchè la croce

se la meritavano tutt'e due ad un modo.

Per tornare al racconto, il banco era aperto; ma il __sancta

sanctorum__ che abbiamo accennato più sopra, era chiuso da dentro;

indizio certo che c'era qualcheduno. E questo qualcheduno era il

signor Salati, un ometto sui quarantacinque, o in quel torno; grasso,

rubicondo, colla faccia liscia come una mela cotogna (il che potrebbe

dispensarci dal dire che si faceva radere tutti i peli del viso),

calvo sul cocuzzolo del cranio, ma coi capegli ravviati sulle tempie,

per modo che parevano venire a cercare le sopracciglia, per dar loro

il buon dì; ornato finalmente di due occhietti azzurri e sempre in

moto, che dinotavano il candore dell'anima e la contentezza d'una

vergine coscienza. Due manichini di tela nera che gli coprivano le

braccia, a custodia delle maniche del soprabito, mostravano com'egli

avesse cura della sua roba. E così pulito, modesto, rubicondo,

levigato e paffuto, il signor Salati ci aveva l'aria d'un cassiere,

degno della più ragguardevole casa, e della più ragguardevole cassa

del nostro commercio. Andate a credere alle apparenze! Oramai quelle

stereotipe figure d'usurai, dagli occhi grifagni, dal naso adunco,

dalle dita adunche, e tutto il resto __idem__, come ne' contrassegni

d'un passaporto, alle quali ci avevano assuefatti gli antichi

romanzieri, vanno lasciate da banda. Siamo nel secolo delle vaporiere

e dei telegrafi; le distanze spariscono, anche quelle tra galantuomini

e birbe.

Che cosa faceva il signor Salati, chiuso là dentro? Era solo, abbiam

detto, ma solo, s'intende, di persone viventi, di nati dalla costa

d'Adamo; che del resto egli non era, o per meglio dire non gli pareva

d'esser solo, poichè stava facendo i convenevoli ad una numerosa

brigata d'amici. Ed erano tutti d'una forma, gli amici suoi, schierati

in bell'ordine su d'una scrivania, la cui coperta di tela incerata

faceva spiccar meglio la loro candidezza nativa. Dopo questi

ragguagli, sarebbe quasi da tacersi che erano biglietti della Banca

nazionale, e biglietti da mille.

Come son cari gli amici! E come giungono, quando meno s'aspettavano,

altrettanto più grati! E il signor Salati li contemplava da una giusta

distanza, li passava contento in rassegna, come Federico il grande i

suoi reggimenti; poi s'accostava a palparli amorevolmente, e a

guardarli attentamente di rincontro alla luce della finestra, non già

per sincerarsi della loro autenticità (che li sapeva venuti di buon

luogo) ma per non saper resistere ad una vecchia consuetudine. È li

guardava per ogni verso, e li tornava a riporre; dava una giravolta

sui tacchi, giungeva in fondo alla camera stropicciandosi le mani,

indi tornava a contarli e sorrideva. Uomo felice!

Ma ogni estasi ha il suo fine; se così non fosse, avremmo in terra le

beatitudini del paradiso. Al signor Salati fu interrotto quel

passatempo dolcissimo da un colpo discretamente battuto sull'uscio.

Egli raccolse in fretta gli amici a manipolo, e destro come un

giocoliere, li fece scorrere in un cassetto dello scrittoio, che tosto

richiuse, in quella che per pigliar tempo, domandava con voce

melliflua:

--Chi è?

--Son io, Salati.

--Ah, il nostro dottore!--disse il Salati, aprendo l'uscio al compare

Collini.--Appunto vi aspettavo, per chiudere il banco.

--Orbene?--entrò subito a dimandargli il dottore.

--Tutto fatto a dovere.

--Ah finalmente!--esclamò il Collini, traendo un sospiro di

contentezza.--E come l'ha presa l'avvocato fiscale?

--Che avvocato? che fiscale?--strillò il Salati,

ghignando.

--Credevo ci foste andato subito;--disse l'altro.

--No, no; e neanche m'è bisognato andare in cerca del Marsigli.

--Ma che cosa avete fatto? Suvvia, parlate, non mi tenete sulla

corda!--gridò impazientito il Collini.

--Chetatevi! chetatevi! Ora vengo al busilli. Non volevo darvi la

nuova così d'un tratto. Io, vedete, sono un uomo flemmatico: e

tuttavia sono stato ad un pelo di rotolar dalle scale, per la

contentezza, e di sgualcirmi il soprabito. Egli è ben vero che le

scale del palazzo Teirasca non sono come le nostre, e ci si potrebbe

ruzzolare vestiti di bianco, senza paura d'insudiciarsi!...--

Il Collini, che già si sentiva soffocar dalla stizza, gli volse le

spalle e andò a sedersi sopra un divano, dove depose, anzi buttò con

piglio sdegnoso il cappello.

--Ma parlate una volta!--gridò egli più forte.--Che importa a me del

vostro soprabito? Le cambiali, dove sono?

--Ih, che furia! Eccole qui, le vostre cambiali, anzi qualcosa di

meglio che le vostre cambiali.--

E andato alla scrivania, presso cui fu sollecito a seguirlo il

Collini, l'ometto giubilante aperse il cassetto, raccolse nelle palme

i biglietti che v'erano caduti poco prima alla rinfusa, e li lasciò

ricadere sulla tela incerata.

--Eccoli!--diss'egli.--Sono cento; contateli; cento biglietti, bianchi

come la neve, biglietti da mille, e puri di macchia, non già col

peccato originale della firma falsa, come le vostre cambiali. Cento da

mille, fanno centomila, e quel che è più strano, che sa di miracolo,

venuti ventiquattr'ore avanti la scadenza. Ma che c'è? che cos'avete,

Collini?--

Il Collini, veduti i biglietti, era rimasto come fulminato, e,

sentendosi venir meno le forze, s'era lasciato cadere su d'una

scranna. Alla dimanda del Salati non rispose parola; forse neppure la

udì, tanto era turbato.

V'ebbero alcuni minuti di silenzio, non interrotto che dal respiro

affannoso del medico e dallo strofinìo dei biglietti che il Salati

andava rimettendo in ordine, da quell'ometto aggiustato ch'egli era.

Il Collini che s'era messe le palme alle tempie e stringeva forte

quasi per tema che avessero a scoppiargli, finalmente si volse al

compagno, e con occhi stralunati, con voce soffocata, gli chiese:

--Ma ditemi, per l'anima mia, com'è ciò avvenuto?

--Vi contento subito, purchè mi lasciate parlare. Al tocco mi son

mosso di qui per andare dai fratelli Teirasca, come mi avevate

raccomandato di fare. La vuol finir male, dicevo tra me. Il Marsigli

non sa nulla; il Montalto non ha quattrini, e que' signori mi

rideranno sul muso. Ma lasciamo anche stare la trista figura che io ci

farò, di capitalista corbellato; si avranno a far delle spese;

bisognerà pigliarsi la noia di andar per giustizia, e i denari,

arrivedelli! Metteranno quel giovinastro in gattabuia; bel guadagno!

Il nostro Collini ci avrà perso sessanta mila lire.

--Le perdevo del mio!--interruppe il Collini.

--Lo capisco; anzi, a dir vero, non perdevate nulla, poichè l'altro

negozio delle case l'avete fatto voi, e ci avete guadagnato ben altro.

Comunque sia, poichè il guadagno non conta, ecco sessantamila lire

andate al diavolo, dicevo tra me, nel mettere il piede in quel vasto

cortile del palazzo Teirasca. Un bel palazzo, Collini! Dicono che sia

di Galeazzo Alessi. Uno stupendo edifizio, in fede mia, e può valere

cinque volte questa somma che ci è capitata per miracolo. Quando

l'avremo noi, un palazzo come quello, da metterci il banco Cardi

Salati e compagno? Basta; salgo le scale, entro nell'anticamera del

banco Teirasca, e mi affaccio alla cancellata.--In che possiamo

servirla? mi domanda un giovinotto di pelo rosso come voi.--Son

venuto, rispondo, per vedere se Luciano Marsigli ha fatto provvigione

di denaro a questo banco, per pagare quattro obbligazioni che scadono

domani, quindici ottobre.--L'altro mi guarda un tratto, con certi

occhi che paiono volermi passare fuor fuori. Hanno a ridere de' fatti

miei! dico io tra me e me; coraggio, Salati, e passiamo pure per un

merlo spennacchiato. Ma ecco che il mio uomo, altrettanto cortese nei

modi, quanto m'era parso ironico nelle sue guardate, mi domanda: Ha

Ella le cambiali di questi signori? Eccole. E cavato di tasca il

portafogli, metto sott'occhi al signorino i quattro pagherò del

Marsigli. Me li guarda attentamente, li ripone su d'uno scaffaletto, e

accennandomi un altro lato della sala, mi dice colla sua vocina di

flauto: I denari ci sono, e si pagano a Vossignoria fin d'oggi, tanto

perchè non si pigli la briga di rifar le scale domani.--Argomentate il

mio stupore; mi pareva di sognare. Intanto il giovinotto mi addita la

cassa, all'altro lato della sala, e ad alta voce comanda al cassiere

di consegnarmi cento biglietti da mille, salvo che (aggiunge egli) non

mi torni più comodo aver la somma in oro.--Non occorre, rispondo io;

la carta fa meno ingombro. E lì, tra i sorrisi del signorino e

gl'inchini del cassiere ad ogni biglietto che sfoglia, intasco

centomila lire, e me ne vado, non senza correr risico di sfondar

l'invetriata, nello andare a ritroso, come le ballerine quando

ringraziano il colto e l'inclita.

--Maledizione!--urlò il Collini, che si era contenuto fino a quel

punto, per sentire tutti quei particolari.--Tutto ciò è strano, assai

strano. Donde l'ha avute, quelle centomila lire? Ma che dico l'ha

avute? Donde l'hanno avute i Teirasca? Perchè egli di certo non le ha

snocciolate....

--A caval donato non si guarda in bocca,--sentenziò placidamente il

Salati.--Abbiamo fatto un negozio stupendo. Di sessantamila abbiamo

centomila in due mesi; abbiam messo il nostro denaro, se la memoria

non mi gira nel manico, all'interesse del dugenquaranta per cento.

L'andasse tutti i mesi così! Ma purtroppo, si dà il più delle volte

del naso in certi spiantati, in certi matricolati furfanti, che a far

saldo con loro, ci si rimette quel po' di guadagno su cui s'era fatto

assegnamento.

--Oh voi non vedete altro che il guadagno!--brontolò il Collini, che

andava a passi concitati su e giù per la camera.

--E per che cosa ci siamo noi uniti in ragion di commercio, di

grazia?--dimandò candidamente il Salati.

Il Collini gli rispose con una crollata di spalle, e continuò

borbottando la sua passeggiata.

--Ma scusatemi, veh!--proseguì l'altro, che non sapeva capacitarsi di

quella stizza del compagno.--Poco fa, ho creduto che fosse meraviglia,

e mi parve naturale. Anch'io, flemmatico come sono, ce ne ho avuto il

mio quarto d'ora. Ma adesso io non v'intendo più. Che cosa sono queste

smanie? O che, facevate forse il conto di non essere pagato?

--Sicuramente!--gridò il Collini, piantandosi sui due piedi in faccia

al collega, che rimase con tanto d'occhi a guardarlo.--Allorquando voi

altri non volevate scontar le cambiali senza aver prima riconosciuta

la firma di Luciano Marsigli, non vi avevo io detto....

--Sì, lo ricordo benissimo;--interruppe il Salati.--Ci avete detto che

non occorreva; che anzi avevate il dubbio che la firma del Marsigli

non fosse autentica, ma che a voi non importava nulla, poichè c'era la

firma del marchese di Montalto. E poichè ci vedeste nicchiare, avete

aggiunto: scontiamo le cambiali; se ci sarà da perdere, mettete la

somma a mio debito. Vedevate più lontano di noi, e il banco vi ha

molta gratitudine. Che colpo d'occhio, Collini! Con voi faremo

miracoli; ancora due anni di buon incontro come questo, e potremo

metterci nell'alte imprese bancarie.

--Ma non intendete voi che io le volevo perdere, quelle sessantamila

lire?

--Perderle? e perchè?

--Il perchè lo so io. E adesso, la vendetta m'è sfuggita di mano, e

quel burbanzoso ha cansata la galera.

--Capisco,--disse il Salati,--che se le centomila lire non c'erano,

egli ci passava rasente. Ma alla fin fine, meglio così; l'amico si è

mostrato buon pagatore.

--Non dicevate così, per lo innanzi!

--E mi disdico; l'ho oramai per un uomo a modo. Se càpita un'altra

volta a chiedere una somma ad imprestito, poniamo anco diecimila lire,

gliele dò di mio capo, al medesimo interesse. Credete a me,

Collini,--soggiunse l'ometto rubicondo e paffuto,--la vendetta è una

vivanda saporita; ma i denari son più gustosi ancora. Io so bene;

ricordo quella vostra rabbia dell'inverno passato; ma, in fede mia, vi

credevo più sano di mente. Quando egli ha dato nella ragna, e voi ci

avete proposto di sbocconcellarcelo in compagnia, ho detto tra me: il

Collini è un filosofo che capisce il suo tempo. Difatti, non si

ammazza più nessuno, oggidì; le vendette rumorose non sono più in

voga. Questi giovinotti inesperti hanno la spada in pugno; noi le loro

cambiali in tasca. Questa è la vera botta dritta, che va al cuore, ma

passando per la via della borsa. Credete a me, Collini; il denaro del

nemico ha più sapore che non il suo sangue. Pigliate i denari al

nemico, ed è un uomo spacciato. Ve lo dice anche il Savio __«Homo sine

pecunia est imago mortis»__.

--Siete un asino, voi!--rispose furibondo il

Collini.

E pigliato il cappello, se n'andò via a precipizio, tirandosi dietro

con grande strepito l'uscio del __sancta sanctorum__.

--Asino! asino a me?--fischiò, digrignando i denti, l'ometto

paffuto.--Te lo darò io l'asino, tra due mesi, alla stretta dei

conti!--

I rossi e i neri, vol. 2 · 第 32 / 68 题