Nel quale si fa la conoscenza d'un nuovo personaggio, che non giungeva
altrimenti nuovo al Giuliani.
Per intendere la sicurezza del Giuliani, e come e perchè egli si
facesse agevole ogni cosa, egli che aveva dovuto sudar tanto e
stillarsi il cervello, solo per iscoprire un filo di quella trama
tenebrosa che circondava la casa dei Salvani, bisognerà tornare
parecchi giorni indietro, non senza aver prima rammemorato in succinto
le cose fatte dall'animoso Templario, e detta la ragione di certe
altre che sono passate dianzi sotto gli occhi dei lettori benevoli.
Qual parte avessero avuta i Templarii nel discoprimento di quella
macchinazione infernale, è noto. L'ascoso nemico era stato
rintracciato e scovato dal Giuliani, posto in sull'avviso dalle
confessioni di Michele. Il Garasso, l'anello di congiunzione tra casa
Salvani e i suoi coperti assalitori, era stato costretto a parlare, in
quel modo che tutti sanno, a spifferare il nome di Bonaventura
Gallegos, del fiero gesuita, del degno maestro del dottor Collini. La
cassettina d'ebano, innanzi che fosse involata, avea detto per fortuna
i suoi segreti a Lorenzo; e se non s'intendeva ancora per bene che
importanza potesse avere agli occhi del capitano dei neri, già s'era
capito che doveva averne, e non poca. Bonaventura ignorava che quella
cassettina fosse stata aperta; che anzi le confidenze fatte al Bello
dall'imprudente Michele, gli facevano argomentare che nè Lorenzo, nè
altri, ci avesse posto ancor gli occhi. Ora, non pure Lorenzo, ma con
esso lui Aloise di Montalto, l'Assereto e il Giuliani, erano a parte
del segreto, e poterono cavarne quanto bastava per venire in aiuto
alla sventurata Maria.
L'amicizia dell'Assereto e del Giuliani aveva procacciato a Lorenzo e
ad Aloise, involti ambedue nelle trame dei neri, l'alleanza dei
Templarii. Tutti quei rossi, d'ogni levatura e d'ogni ceto, avevano
fatto causa comune; ma il carico delle operazioni molteplici, l'ardua
malleveria del combattimento, strategìa, tattica, logistica, stato
maggiore, armi dotte, tutto perfino l'intendenza militare, era sulle
spalle d'un solo. Il marchese di Montalto, dopo aver detto agli amici
quello che aveva risaputo a caso dai Torre Vivaldi intorno alla nuova
ospite del monastero di San Silvestro, era stato tratto dai suoi fati
sulle orme della marchesa Ginevra; l'aveva seguita da Genova a Parigi,
da Parigi a Vienna, a Monaco, in Isvizzera, stazioni tutte d'un
viaggio che lo conduceva speditamente in rovina. Questo è come dire ai
lettori che l'innamorato Aloise non era un aiuto pe' suoi alleati, e,
già presso al naufragio, doveva aver bisogno di aiuto egli stesso.
L'Assereto aveva già fatto abbastanza, mettendo ogni cosa in mano ai
Templarii; del resto, costretto a guadagnarsi il pane in piazza de'
Banchi e sulle calate del porto, poco poteva aiutare gli amici, e rade
volte andare alla Montalda, per salutare il Salvani. Nè questi, pel
negozio della congiura, poteva muoversi dal suo nascondiglio; lo
avesse anche potuto e voluto, la sua infermità non glielo avrebbe più
consentito. C'era il Pietrasanta, l'allegro, lo spensierato
Pietrasanta, che non s'era mosso da Genova, vogliam dire dai dintorni,
poichè la Giulia Monterosso era in villeggiatura; ma che poteva far
egli? Volevano i suoi cavalli? Li avrebbe anche fatti crepare, per
comodo loro. C'era da dar la scalata al convento? L'impresa,
quantunque gravissima, non gli avrebbe fatto paura. Occorreva denaro?
Ne avrebbe dato, s'intende nella misura della sua borsa e del suo
credito presso la nobilissima classe degli strozzini. Altro aiuto non
c'era a sperare da lui; e ben lo intendeva il Giuliani, rimasto solo a
far disegni di guerra, quasi solo a mandarli ad effetto, poichè non
aveva altri con sè, tranne Michele, suo fidato scudiero.
Ma egli non si sgomentò, il nostro Giuliani: insieme colla malleveria
gli crebbe l'ardimento. Domandava consiglio ai notturni colleghi, ma
solo quando aveva cominciato a fare, e allora otteneva facilmente
quella dispensa che in istile forense è detta sanatoria, e __bill__
d'indennità in istile parlamentare. La sua prima invenzione, dopo
quella felicissima impresa col Bello, fece crollar mestamente il capo
a Lorenzo, quando egli ne fu ragguagliato, come quella che pareva
impossibile, ed anco se fosse stata possibile, menava assai per le
lunghe. Ma le vie lunghe sono spesso le più brevi; e l'esito aveva
dato ragione al Giuliani. Il suo scudiero, posto fin dagli ultimi
giorni di luglio all'assedio, penetrava ai primi di settembre nella
piazza, e non visto vi piantava lo stendardo della lega.
Questa vittoria ne chiamò un'altra assai presto. I lettori rammentano
come Michele celebrasse il suo giorno onomastico, origliando dal buco
d'una toppa il colloquio di Bonaventura col suo degno discepolo. Per
tal modo il Giuliani veniva in chiaro dei disegni dell'inimico, un'ora
dopo ch'erano stati fatti, e fin da quel punto aveva scorto il bisogno
di avvisar la fanciulla della nuova trama che si ordiva contro di lei.
Fin dagli ultimi giorni di giugno ella era stata chiusa, in veste di
postulante, nel monastero di San Silvestro; ma il postulato durava sei
mesi; c'erano adunque ancora tre mesi di tempo, innanzi che ella
riuscisse alle strette del noviziato. Di ciò bastava avvisarla;
tenesse fermo, non si smarrisse d'animo fino al segno d'accettare la
monacazione come un rifugio da quelle orribili nozze che le apprestava
il gesuita; fingesse di accettare la profferta; intanto sapesse che
non era abbandonata, che Lorenzo e gli amici suoi vigilavano,
l'avrebbero ad ogni costo salvata. E questo prometteva il Giuliani con
asseveranza; perchè, ove pure altri spedienti gli avessero fallito,
egli si sarebbe appigliato all'__ultima ratio__ della stampa,
divolgando l'iniquo tentativo, facendo insomma uno scandalo, che
avesse costretto la giustizia a mostrarsi degna del suo nome, aprendo
alla fanciulla le porte del carcere.
Ma innanzi di metter mano agl'ingegni, il nostro Templario volle
indettarsi con Lorenzo Salvani. Quel nuovo tiro di Bonaventura gli
parve tale da non lasciarlo ignorare neanche lo spazio d'un giorno
all'amico; epperò, non potendo più correre quella medesima sera alla
Montalda, fece disegno di andarvi la mattina vegnente. Intanto, memore
del detto d'Apelle: __nulla dies sine linea__, non lasciò passar
quella sera senza provvedimenti. Fin da quando avea saputo esser la
fanciulla nel monastero di San Silvestro, egli s'era industriato a
scoprire chi fossero i laici che per ragion d'uffizio entravano
colassù, e munito di quelle notizie, avea posto subito gli occhi
addosso al gobbo legnaiuolo. Il giorno susseguente. Michele, sotto
colore di certi lavori che voleva allogargli, entrava in dimestichezza
con mastro Pasquale; una settimana dopo erano già amici, andavano
d'accordo come le chiavi e il materozzolo; Michele passava tutti i
giorni un'oretta in bottega di Pasquale; la sera, poi, andavano dal
tavernaio a far la partita a tarocchi; Michele perdeva spesso,
guadagnava di rado; non beveva quasi mai; ma pagava sempre egli il
conto; e Pasquale n'aveva abbastanza. Or dunque, in quella medesima
sera, il Giuliani ordinò a Michele che tastasse il suo uomo;
occorrendo gli promettesse denari a larga mano, ed anco ne
snocciolasse, per averlo più arrendevole. Ma non ci fu bisogno di
tanto; Pasquale si dispose a fargli servizio, dicendogli che della
ricompensa avrebbero parlato a loro agio più tardi.
Questa lieta notizia aveva avuta il Giuliani prima d'andarsene a
letto, e la mattina seguente poteva recarla, insieme coll'altre,
all'amico Salvani.
Erano già suonate le dieci, quando egli giunse al palazzotto dei
Montalto. Affacciatosi appena sul piazzale, che, come i lettori
rammentano, era partito ad aiuole di giardino, e dava il suo
quotidiano tributo di fiori alla tomba della marchesa, gli venne
veduto il vecchio Antonio, intento, secondo il suo costume, a far
qualche cosa, per non istarsene colle mani alla cintola. Fattosi
allora innanzi, gli chiese del suo amico Salvani e del marchese di
Montalto, ch'egli aveva lasciato lassù, l'ultima volta che c'era stato
per salutare l'infermo. Aloise era partito da sei giorni, gli
rispondeva il vecchio servitore; Lorenzo, uscito di convalescenza,
aveva ripigliate le sue consuetudini, ed era per l'appunto da due ore
andato a fare la sua passeggiata pei greppi.
--Andrò dunque a rintracciarlo lassù;--disse il Giuliani, nell'atto di
tornarsene fuori.
--Non vuol fare colazione prima di andare?--gli chiese Antonio, che
conosceva il suo debito di cerimoniere.
--Più tardi, più tardi;--rispose il Giuliani.--Non ho ancora appetito.
--Vuole che l'accompagni?
--No, conosco la strada, se egli è andato al suo solito luogo.
--Oh, il signor Salvani non muta; sempre alla Bricca. Pigli la
viottola della costa, poi volti a diritta....
--Lo so, Antonio, lo so; grazie tante, e a
rivederci.--
Ciò detto e senza aspettare la sberrettata del vecchio gastaldo, il
Giuliani scese il poggio della Montalda, e giunto alla stradicciuola
campestre, tornò a salire su per la costiera, verso quella balza che
era la meta delle gite quotidiane dell'amico. La Bricca era un luogo
veramente selvaggio, la cui orridezza piaceva a Lorenzo, se pure può
dirsi che cosa alcuna gli piacesse, dacchè era uscito fuggiasco da
Genova. Su per quei greppi egli andava in compagnia de' suoi tristi
pensieri, senz'altro viatico che un libro, trascelto nei pochi e
polverosi volumi della Montalda, un vecchio Cicerone nel quale egli
leggeva per la quinta volta le stupende pagine __De Senectute__. Era
l'unico intermezzo ch'egli ponesse nelle sue dolorose meditazioni.
Quel trattatello di vera e sana filosofia, così serenamente
malinconico in quella che era così schiettamente elegante, se per
avventura non gli racconsolava lo spirito, certo lo disviava per
alcuni istanti dalle sue cure, riusciva una sosta a' suoi
struggimenti.
Non era uno svago, di certo; nè sempre accadeva ch'egli spendesse
nella lettura quegl'istanti di alpestre riposo. Talvolta gli occhi
soli seguivano macchinalmente i periodi armoniosi del gran dicitore
romano, mentre lo spirito era altrove. Tal altra il pensiero dominante
s'addormentava un tratto nel profondo, ma per rifarsi a punger più
forte la sua vittima. E allora il libro si richiudeva, e Lorenzo
Salvani rimaneva sopraffatto, istupidito dall'interna amarezza.
Sentiva dentro di sè come una grande rovina; non aveva forza da
opporre. Questi, che così soffrono, sono gli animi forti, o che si
chiamano tali; chè veramente non ce ne sono di autentici, fuorchè in
apparenza. L'aspetto è composto, la fronte è serena, solo perchè il
cuore si divora le sue lagrime, trangugia le sue maledizioni e
s'avvelena del suo fiele.
Quando il Giuliani ebbe afferrate le alture della Bricca, e fu tanto
vicino da scorgere fra mezzo ai cespugli se l'amico fosse al suo posto
consueto, Lorenzo non leggeva, non meditava, non era neppur solo. Ciò
parve strano al nuovo venuto, poichè Antonio non gli aveva detto
d'altri che quella mattina fosse giunto prima di lui alla Montalda.
Però si trattenne alcuni istanti a guardare, quasi temendo non fosse
Lorenzo quel giovanotto che egli vedeva di profilo, seduto a terra,
colle spalle appoggiate al ruvido tronco d'un pino gigantesco, intento
ad udire i discorsi d'un vecchio signore, che stava ritto in piedi
poco distante da lui. Ma era proprio Lorenzo; il Giuliani udì la sua
voce, e ne riconobbe l'accento, proprio in quel punto che lo
sconosciuto si accorgeva della presenza del nuovo arrivato, e col moto
involontario delle ciglia facea voltare da quella parte il Salvani.
--Oh, siete voi?--disse Lorenzo con piglio affettuoso, da cui
traspariva una certa ansietà.--Siate il benvenuto su queste alture,
che da tanti giorni non vi vedono più.--
Il Giuliani si fece innanzi a stringergli la mano, ma non disse
parola. Egli guardava il vecchio signore, che all'apparire di lui era
rimasto, se non per avventura turbato, certo scontento, e di molto.
Lorenzo proseguì presentando il giovine all'uomo maturo.
--Il signor Giuliani, dottore in leggi, giornalista, ed uno de' miei
amici migliori. Nelle mie sventure io ci ho avuta, contro ogni
costume, la fortuna di sperimentar saldi i vecchi amici, e di trovarne
dei nuovi, schietti ed operosi egualmente; segno che la razza umana
non è così perversa come si crede.--
Intanto che Lorenzo parlava, il Giuliani seguitava a guardare, sebbene
modestamente, come s'usa tra persone costumate, il vecchio signore.
Chi è costui? andava egli pensando tra sè. Non l'ho io già veduto? Ma
dove? E non poteva raccapezzarsi. Quel volto non gli era ignoto, e
questo gli affermava la sua memoria; ma ella non sapeva dirgli altresì
come e quando l'avesse egli veduto.
--Il signor Salvani non mette in conto una cosa,--soggiunse egli,
ponendo fine alle sue interrogazioni mentali;--ed è la tempra
nobilissima del suo carattere, che ha virtù di attrazione. Uomini come
lui, avranno nemici coperti, astuti, implacabili; ma troveranno sempre
amici schietti, costanti, e battaglieri, ove occorra.--
Lo sconosciuto, a cui, come era stata fatta la presentazione, era
rivolta l'aggiunta del presentato, rispose con un cenno del capo alle
prime parole del Giuliani; all'ultime col farglisi incontro.
--È verissimo ciò che voi dite, o signore. La vostra mano, che io la
stringa, come l'ha stretta il signor Salvani!
--Cioè a dire da amico?
--Ci s'intende;--rispose lo sconosciuto, stringendo quella destra che
il Giuliani non offriva nè ricusava.
--Ci s'intende!--disse il Giuliani tra sè.--Ci s'intende un cavolo! E
non mi dice nemmeno il suo nome! Che modi son questi? Io ho la visiera
calata; egli la tiene alzata sugli occhi, e porta l'impresa dello
scudo coperta. Ma io lo conosco, costui; l'ho veduto, e non deve
essere gran tempo. O dove diamine l'ho veduto? Questa è la disgrazia
di vedere tante facce nuove ogni giorno, che una fa perdere la memoria
dell'altra. Dicono che Napoleone gran capitano, l'avesse così salda,
la memoria, da ricordarsi il volto del più oscuro personaggio ch'egli
avesse veduto dapprima. Vedete gran caso, ricordarsi dei volti! Ma il
nome, il nome bisognerebbe ricordare; questo è il busilli.--
La curiosità del Giuliani e la sua diffidenza erano tanto più
ragionevoli in quanto che la figura del vecchio era di quelle tali,
che, vedute una volta, non si dimenticano più. Vecchio, a rigor di
vocabolo, non si poteva neppur dire, essendo egli appena in quella età
fra i cinquanta e i cinquantacinque anni, che segna bensì il riposo
delle passioni, ma ancora la maturità del senno per la comune degli
uomini. Folta aveva la capigliatura, ma bianca, senza pure un filo di
nero, e medesimamente i baffi, che scendevano lunghi ad ombreggiargli
le labbra; donde un maggior risalto ad una carnagione che sarebbe
apparsa pallidissima, se non fosse stata abbronzata per modo da
lasciarlo credere lungamente vissuto sotto la sferza d'un sole
equatoriale. Il suo volto era di belle fattezze; i lineamenti larghi e
ricisi spiravano un'aria di gran nobiltà; e l'avrebbero anche avuta di
somma dolcezza, se i suoi grandi occhi azzurri, affondati nelle
orbite, non fossero rimasti di soverchio all'ombra sotto l'arco delle
folte sopracciglia, in mezzo alle quali un fascio di rughe profonde
poteva raffigurare i fulmini di Giove, in atto di sprigionarsi dalle
nubi. Era di giusta statura, e di membra asciutte; le spalle non erano
curve, ma tali le faceva sembrare il capo chino per antica
consuetudine, e s'intendeva agevolmente che non lo avesse incurvato a
quel modo il peso degli anni, bensì quello dei gravi pensieri.
Restringendoci per ora a dipingere l'uomo estrinseco, non diremo che
pensieri fossero i suoi. Nè dal volto di lui era dato indovinar
l'animo, come pure si argomentano di poter fare taluni. In quel volto,
che doveva essere stato bellissimo, era alcun che di concentrato, di
buio, che non lasciava trapelare nè arguire nulla di certo. Si sarebbe
potuto dire un volto di gran diplomatico, se non si sapesse che l'aria
chiusa, il far misterioso di questa gente, anzichè dall'indole loro,
deriva dallo ignorare alcune volte gli arcani dei loro governi, e
quasi sempre dallo aver sperimentato la mutabilità della ragione di
Stato a cui servono. Che avesse patito, si poteva anche credere; ma
chi non ha patito a questo mondo? Meglio sarebbe il dire che aveva
vissuto, e vivendo aveva imparato come si debba nascondere l'animo suo
a quella moltitudine di sciocchi o di malvagi, che sono, giusta i
computi più recenti e più accurati, i due terzi del buon genere umano.
Quest'aria di mistero spiacerà, ne siamo certi, alle lettrici
impazienti; ma spiacque maggiormente al Giuliani, che ricordava di
aver visto quell'uomo, e non sapeva più dove, che lo considerava
attentamente e non ne raccapezzava nulla, neanche l'origine. Vestito
con quella severa eleganza britannica che è ormai diventata il
privilegio dei gran signori d'ogni paese, lo sconosciuto parlava
italiano con rara sceltezza di vocaboli e con accento rotondo,
armonioso, che arieggiava il romano, senza esser tale a dirittura; ma
la costruzione delle frasi sapeva un tantino di forestiero. Certo egli
era nato altrove, e vissuto a lungo in Italia; ma di qual parte del
mondo civile egli fosse, non era dato al Giuliani d'intendere. E
questo aguzzava la curiosità, e colla curiosità la diffidenza del
giovine.
--Orbene, Giuliani,--disse Lorenzo, poichè ebbe finita quella bisogna
preliminare della presentazione,--c'è egli del nuovo a Genova?
--Del nuovo.... secondo i casi;--rispose il Giuliani con aria di
riserbo, che non sfuggì all'attenzione di Lorenzo.
--Potete parlar liberamente;--soggiunse questi.--Il signore non è
straniero alle mie sventure, e potete considerarlo come un fratello.--
Lo sconosciuto fece un gesto amorevole, quasi un inchino, alle parole
di Lorenzo. Ma nè l'atto di lui, nè la fiducia di Salvani, toccarono
il cuore al giornalista.
--Questo poi passa ogni misura!--pensò egli nel più riposto della sua
coscienza.--Non lo conosco; non mi si dice neppure il suo nome; ed io
dovrò aprirmi con lui? Fossi matto!--
E mentre così pensava, ad alta voce proseguì:
--Lo credo benissimo, ma proprio non ci ho nulla di nuovo per voi. Son
venuto per salutarvi, ed anche un po' per vedere il marchese di
Montalto.--
A quel nome la faccia dello sconosciuto si fece scura, come se una
nube gli passasse sugli occhi. Il Giuliani, che s'era voltato a lui,
come per dargli la sua parte dei gran segreti che gli uscivano dalla
bocca, colse quella nube al volo, e la messe di costa a tutte l'altre
ragioni di diffidenza che ci aveva nell'animo.
--Il nostro amico Aloise è partito, or fanno sei giorni:--disse
Lorenzo, che non aveva notato nulla.--Egli voleva rimanere, come mi
aveva promesso; ma io lo vedevo così triste, che a mala pena mi son
sentito in gambe per uscir fuori di casa, gli ho restituito la sua
libertà, e l'ho mandato via. Povero amico! Egli ha certo dei gravi
dispiaceri!--
Il Giuliani ne sapeva la sua parte, dei dispiaceri di Aloise; perchè
nel colloquio di Bonaventura e del suo degno discepolo se n'era
lungamente parlato, e quello che Michele gliene aveva rifischiato era
tale da mettere in gran pensiero il Giuliani. Ma anche questo era un
discorso da non farsi in presenza d'un terzo, e il Giuliani stette
mutolo, come se Lorenzo non avesse parlato con lui.