Oh bella! risponderà l'erudito lettore. Erano i cavalieri di
quell'ordine tra religioso e militare, che, fondato nel 1118 da nove
cavalieri francesi, ebbe il nome dalla dimora che gli assegnò
Baldovino II in Gerusalemme, in un palazzo attiguo al luogo
dell'antico tempio di Salomone. I cavalieri del Tempio erano ordinati
dapprima a soccorrere, curare e proteggere i pellegrini cristiani in
Terra Santa; poscia l'ufficio loro si stese, anzi addirittura si
volse, a difendere coll'armi la fede di Cristo e il Santo Sepolcro
contro gli assalti degli infedeli. Più tardi, ricaduta Gerusalemme in
balìa dei Saraceni, i Templarii si ridussero nell'isola di Cipro,
donde proseguirono la guerra giurata, combattendo sul mare, o tentando
audacissime imprese sui lidi nemici. Sterminatamente ricchi e
possenti, avevano, intorno al 1250, alta e bassa signoria su novemila
baliaggi, commende, priorati; la più parte de' quali in Francia, dove
la baldanza loro, le mire ambiziose, e i tenebrosi instituti
dell'ordine tornarono molesti a Filippo il Bello, per modo che egli
pensò di sterminarli, e ne venne a capo, col ferro, col fuoco, e colle
scomuniche di Clemente V, suo degno compare.
Il lettore erudito ha ragione; parla come un libro stampato, nè si
potrebbe, per questo rispetto, insegnargli nulla di nuovo. Ma noi
scriviamo cronache contemporanee, non storie antiche, e qui non si
tratta dei Templarii, spenti nel 1314, sul rogo del loro gran maestro
Giacomo Bernardo di Molay, bensì d'un altro ordine, assai più moderno,
cioè a dire dei Templarii che fiorivano in Genova, nell'anno 1857, e
non furono spenti da altri roghi, se non da quelli del matrimonio, da
altre tanaglie, se non da quelle della necessità, da altre ruote, se
non da quella della mutevole fortuna, da altri __in pace__, se non da
quelli della spietata vecchiaia.
Ordine, sodalizio, compagnia, e simiglianti, non sono vocaboli adatti
a significarvi che cosa fossero i nostri Templarii di Genova. Essi
erano, o, per dire più veramente, formavano un __quid__, che sfugge a
tutti gli uncini, a tutte le strette della definizione. Anzitutto,
perchè si chiamavano Templarii? Forse perchè erano cavalieri nati
d'ogni più arrisicata intrapresa, e nelle loro adunanze non
ammettevano donne. Entravano scudieri, e poscia diventavano cavalieri.
Tutto ciò si faceva naturalmente, senza bisogno di statuti, e diremmo
quasi senza lume di consuetudini. Come erano nati? e fors'anco
esistevano come corpo?
Costoro, in principio, non erano i Templarii fuorchè dalle undici di
sera alle cinque del mattino; gente racimolata da parecchie classi
sociali, diverse di costume e d'intenti; signorotti scioperati,
studenti svogliati, artisti chiacchierini, dilettanti di critica,
fannulloni per elezione, ai quali scorrevano disutili le ore del
giorno, di guisa che potevano impunemente dormirle, spendendo quelle
della notte in lieti ragionamenti, in pazze scappate. Si radunarono
una volta intorno ad una tavola d'osteria; mangiarono poco, bevvero
molto, chiacchierarono moltissimo, e si separarono a notte alta, colle
frasi del duetto di Pollione e di Adalgisa. __Qui domani, all'ora
istessa,--Verrai tu? Ne fo promessa.__ Un'altra sera, mentr'erano
seduti, capitò qualcheduno che aveva dimenticata la chiave dell'uscio
di casa, e veduta la luce del gasse illuminare i vetri di una finestra
sotto i portici del teatro Carlo Felice (colà per l'appunto era il
Tempio dei primi cavalieri) aveva deliberato di entrarvi, e
sbocconcellare una fetta di arrosto e far ora sul bicchiere. Occorse
poi che qualche sfegatato ammiratore della prima donna, o delle due
ballerine __comprimarie__ del teatro vicino, riscaldatosi nella
controversia, si fermasse un'ora di più nella trattoria, dov'era
venuto col proposito di rimanere appena dieci minuti, e nei nuovi
arrivati riconoscendo amici suoi di vecchia data, trovasse
l'addentellato per altre due ore di conversazione. Tutti costoro,
raunati dal caso, rimasero uniti dalla chiacchiera; e videro che ciò
era buono.
La promessa di Adalgisa fu ripetuta, e dopo la promessa il giuramento.
In progresso di tempo, non fu più bisogno di tanto; la consuetudine
s'era formata, e i nostri primi Templarii, che non si chiamavano
ancora con quel nome, furono il centro, il nocciolo, intorno a cui
vennero raggruppandosi tutti i capi scarichi ed ameni della città.
Molti, che pure, a cagione dei loro negozi, non avrebbero potuto far
quella vita notturna, ci andarono perchè la tentazione era più forte
della loro virtù. I giornalisti, gente avvezza a lavorar di sera,
diedero un largo contingente d'uomini alla lega; gli artisti di
teatro, legione avventizia, furono gli ausiliarii che venivano quivi,
di stagione in stagione, a darsi la muta. E sempre nuovi erano i
commensali, e non c'era bisogno dei capi per convocarli in assemblea.
Non c'erano statuti, abbiamo già detto, ed aggiungeremo che non
c'erano vincoli. Oggi mancava uno; domani l'altro; i primi tre che si
radunavano, facevano manipolo; non passava un'ora, ed erano covone;
liberi tutti di andarsene, di sparpagliarsi da capo, ma rattenuti dal
sapore di una cena dond'era sbandito il cerimoniale, allettati dalle
dolcezze di una fruttuosa comunione di pensieri, che sgocciolavano
allegramente dai calici, o vaporavano mollemente, raccomandati a buffi
di fumo.
In mezzo a questa mutevole e gaia brigata, v'ebbero, come s'intenderà
di leggieri, i più volenterosi, i più assidui. E furono costoro i
veri, gli autentici Templarii, in numero di dieci, come i comandamenti
di Dio. Ma uno solo fu il comandamento della loro fede: __far di notte
giorno__; comandamento facile a tenersi in mente, senza mestieri di
tavole, poichè ne bastava una sola, imbandita; più facile a seguirsi,
senza bisogno che vigilasse un Mosè, poichè erano dieci, tutti
legislatori e profeti ad un modo, e se per avventura non sapevano
donde far scaturire l'acqua, con un colpo di verga, sapevano bensì da
che botti si spillasse il buon vino.
Tra i nostri lettori (chi sa?) c'è forse taluno che avrà partecipato
alla lega. A questo invalido senza pensione noi ci volgiamo,
pregandolo a dire se non è verità pretta tutto quello che andiamo
narrando. Mai sodalizio, confraternita, consorteria, furono più pronti
ad accogliere, più larghi a licenziare. Per entrarvi, occorrevano
quattro cose; gioventù e danari da spendere; onestà da tenere in
serbo, e ingegno da mettere in comune. Per uscirne, bastava cominciare
una sera a mettersi in letto di buon'ora, e alzarsi la mattina per
tempo. Così facendo, si era certi di non veder più Templarii, e
volendo si poteva anco dimenticare che fossero mai esistiti.
Il Templario, per solito, si alzava da letto alle quattro del
pomeriggio, e gli amici e i conoscenti lo vedevano verso le cinque,
allorquando, vestito di tutto punto, egli andava a goder la frescura
mattutina sulla piazza della Posta. Sorseggiato il suo caffè nero
(leggete vermutte) dal Moder, faceva colazione all'ora in cui gli
altri volevano pranzare; leggeva i giornali del mattino (altri direbbe
della sera), e poscia per ingannare il tempo, andava a sedersi nel suo
scanno a teatro, dove ascoltava la musica, o la recita di qualche
nuovo dramma, secondo i casi, facendo tutte quell'altre cose che fa,
in somigliante postura, ogni semplice mortale. Quasi sarebbe inutile
il dire che non era sempre a teatro, e che sapeva alternare questo
passatempo colle visite, e coll'attendere a' suoi negozi particolari,
molti o pochi, sempre secondo i casi, rilevanti o di niun conto che
fossero.
Così giungeva la mezzanotte, ora in cui si metteva a desco e pranzava
coi soliti amici e con tutti quegli altri avventizii che vi abbiamo
già detto. Questo pranzo, che i semplici mortali chiamerebbero cena,
riusciva un vero simposio, in cui regnava la più sciolta allegrezza,
la più cara festività di modi, la più bizzarra varietà di discorsi;
cose tutte che tiravano in lungo il convito, e facevano schierare in
bell'ordine una legione di bottiglie vuote nel mezzo della tavola.
Finalmente, verso le tre del mattino, cedendo alla muta eloquenza del
tavoleggiante, che pisolava in un angolo, i compari levavano le tende,
per andarsene a passeggio, continuando i ragionamenti incominciati a
mensa, fino all'ora in cui gli asinelli dei lattai, le ceste delle
cavolaie e delle, fruttivendole, giungevano dal Bisagno, a mutare
l'aspetto della piazza di San Domenico. Qui veniva in taglio una
visita agli ortaggi, e, secondo la disposizione degli animi, si
mercanteggiava mezz'ora intorno ad un canestro di frutta, o ad un
mazzo di radici, tanto per dar molestia alle erbivendole e farsi dire
che lor signori avevano tempo da perdere.
Ciò fatto, e comperata, per farla finita, qualche libbra di patate, o
una dozzina di melarance, per accoccarsele a vicenda più in là, si
davano la buona notte e andavano a letto per tempissimo, come solevano
dire a chi li riprendeva di andarci troppo tardi.
Questa maniera di vivere parrà sregolata a taluni, e strana, per lo
meno, all'universale; non già a noi, i quali la reputiamo soltanto
regolata diversamente, non altrimenti strana che in apparenza, a
cagione di un mutamento d'orario. E di quel loro orario particolare
molto si compiacevano i nostri Templarii, poichè le ore che passavano
fuori di casa erano quelle appunto che consentivano loro di trovarsi
in fiorita compagnia a teatro, con gente di loro elezione a tavola, e
d'essere i veri padroni della città, quando uscivano a passeggio,
senza aver molestia da ruote di carri, da scuriade di cocchieri, da
gomiti di screanzati, nè nausea dalla vista continua di asini calzati,
o di furfanti matricolati.
Nè di ciò solo si lodavano i Templarii, ma ancora, del poco spendere.
Uno tra essi, ai predicozzi del babbo, che era venuto dal borgo natale
per pagargli i debiti, poteva dir di rimando:
--Di che vi lagnate, padre mio? Domandatene a quanti mi conoscono, e
tutti vi diranno che vivo con una lira al giorno.
--Ah sì, con una lira? E il resto va tutto in libri, lezioni e
limosine, non è vero?
--No, padre mio; non sono tanto ricco da far limosine; lezioni
particolari non ne prendo, e i libri non li pago.
--Sentiamo dunque dove va il tuo denaro.
--Ecco, cinquanta centesimi tra assenzio e caffè.... Voi vedete che
non è molto! poi, trenta centesimi di sigari, venti di giornali; tutto
sommato, è una lira.
--E il pranzo, manigoldo? E la cena, e le male
spese?
--Ah! tutto ciò, padre mio, entra nel conto della notte. Io vi dicevo
quello che spendo al giorno, e certo non troverete che sia molto.--
Buona pasta di giovani, quei Templarii! Si riscaldavano per una
questione di politica, d'arte o di scienza, come tanti e tant'altri
per far roba e quattrini; si ficcavano animosi in ogni ginepreto, col
medesimo ardore che altri metterebbe a cavarsene. Non c'era forma, non
delicatezza d'intelligenza, a cui fossero o volessero rimanersi
stranieri; e tutto ciò senza sussiego, senza pedanteria, senza sforzo.
In una città mercatante e affaccendata come la loro, essi erano gli
ospiti cortesi, i cerimonieri, i ciceroni volenterosi, di quanti
giungessero, artisti, letterati, giornalisti, scienziati d'altre parti
d'Italia, anzi d'Europa a dirittura, per visitare la regina del
Tirreno. Parecchi di questi signori confessarono ai Templarii, dinanzi
a un piatto di dàtteri di mare, che avevano molto sbadigliato il
mattino, in compagnia di certi incravattati e stecchiti arcifanfani.
Qualche gran diplomatico, ristucco delle visite ufficiali e dei pranzi
di gala, respirò liberamente in mezzo ai notturni cavalieri, e
dichiarò ad alta voce, tra due sorsate di Barbèra (oh, indimenticabile
Sir James Hudson!) che gli Italiani valevano assai più dei loro
rispettivi governi.
E insieme con questi giramondi, quante lezioni improvvisate di storia,
alle tre dopo la mezzanotte, sulla piazza di Sarzano, o sotto la torre
del palazzo Ducale! Quanti aneddoti archeologici, quante cronache
gentilizie, sul ponte di Carignano, sugli scalini della Malapaga, e
giù per lo Stradone di Sant'Agostino! quante cicalate intorno
all'architettura bisantina, araba e lombarda, sulla gradinata di San
Lorenzo, e in groppa ai leoni del Rubatto!
Nè mancavano le pazzie, che anzi erano frequenti, e non sempre argute.
Lo seppero i cartelloni tondi del teatro Carlo Felice, che spesso
andarono a far bella mostra di sè, e ad annunziar la serata della
Bendazzi, o della Pochini, in luogo della solita __Indulgenza
plenaria__, ai divoti di Sant'Ambrogio. Lo seppero i carri della
spazzatura, che più volte ruzzolarono, con grande frastuono, giù per
la via Carlo Felice, portando in trionfo qualche Pollione, o qualche
conte di Luna, costretto la sera di poi ad omettere la sua cavatina.
Lo seppe troppe volte il portone della casa al numero 5 in via Carlo
Felice, fatto a due battenti, i cui picchiotti, in forma di S, e
girevoli, si incrocicchiavano con bel garbo l'uno sull'altro, per modo
che le fantesche mattiniere non potevano più uscire di casa, se
qualche pietoso viandante non si faceva a rimuover l'ostacolo.
Ne tralasciamo, per amore di brevità, molte e molte altre, che ai
Templarii parevano belle invenzioni, ma non garbavano punto, come
s'intenderà facilmente, ai cittadini che avevano necessità di dormire.
Accenneremo soltanto, a mo' d'esempio, certe prediche strambe, piene
zeppe di frasi senza costrutto, di testi latini citati a rovescio, che
or l'uno or l'altro degli allegri compagnoni andava facendo
all'uditorio, dall'alto del muricciuolo di piazza Giustiniani,
facendosi mandare al diavolo da tutto il vicinato. La predica finiva,
per solito, in un battibecco tra l'oratore e qualche pacifico
cittadino, che si affacciava stizzito alla finestra, esponendo il suo
berretto da notte alle omeriche risa della brigata. E guai al pacifico
cittadino, se gli avveniva di gridare che la notte è fatta per
dormire; perchè l'oratore era pronto a rispondergli coi sacri testi
alla mano, che chi dorme non piglia pesci, che quello era tempo di far
penitenza e non di starsene in panciolle, che bisognava vegliare e
pregare per non essere indotti in tentazione, e via discorrendo.
Non erano belle cose certamente, ma bisogna condonarne qualcuna a una
gioventù per tanti altri rispetti nobilmente operosa. Paragoniamo,
verbigrazia, i Templarii con la società del Parafulmine, che già i
lettori conoscono. Questa era il frutto di una educazione viziata, in
mezzo a tempi di servitù politica, a esempi di abbiettezza morale;
tristo era l'intendimento e malvagie le opere. I Templarii ci avevano
i loro difettucci, come il sole ci ha le sue macchie, come il cielo
più sereno ci ha le sue nubi; queste nubi, queste macchie, questi
difettucci dei Templarii, non erano altro che sovrabbondanza di vita,
impeto di giovanile baldanza. Erano scapati, ma generosi, ma buoni; la
consuetudine dei loro ritrovi amichevoli, dove le donne erano proibite
come le pistole corte, dove non si ammetteva che alcuno si lasciasse
sopraffare dal vino, dove insomma non era nulla che potesse far
degenerare in una stupida orgia il geniale simposio, era un continuo
ricambio di pensieri, che allargava i cuori, che aguzzava gl'ingegni.
Quell'assiduo stropicciamento scambievole d'arte, di letteratura, di
scienza, di politica e di cavalleria, era, sotto apparenza di
sollazzo, una palestra, una scuola pei congregati, un nobile esempio
per tutti. In essi e con essi, sorse una generazione che poco tempo di
poi aveva da rappresentare degnamente Genova, la mercatante, la
marinara, nel risorgimento politico e intellettuale della nazione. E
questo avvenne facilmente, naturalmente, sebbene i Templarii non
mirassero in particolar modo a professioni di fede, e non si
guastassero il sangue per dimostrare che la libertà, il progresso,
eran ristretti in questo o in quel partito, incarnati in questo o in
quell'uomo.
Combattevano per la verità; si commovevano per ogni cosa che lor
paresse generosa e in tempi non ancora maturi per opere di maggior
conto, tenevano acceso il fuoco sacro, custodivano il palladio,
portavano nei loro cuori le speranze del futuro. Si venivano, intanto,
esercitando in parziali combattimenti, rendendosi utili in isvariate
occasioni, partecipando a parecchie di quelle coperte guerricciuole in
cui si manifesta la vita di una città, rompendo talvolta le uova nel
paniere ai grossi mestatori, dando qualche mazzata ai bricconi, e
qualche botta di terza o di quarta ai prepotenti.
E adesso che sappiamo chi fossero, vediamoli all'opera. Ma anzitutto,
chiudiamo il capitolo.