Paolo Franzoni pittore, era un giovinotto smilzo e magro sui ventisei
anni. Lʼelogio che di lui aveva fatto Ermanno, non era punto esagerato,
e giovine ancora egli godeva di bella fama—Per vaghezza dellʼarte
aveva abbandonato Brescia, e recatosi a Milano ove aveva fatti i suoi
studii, impiantò sulle prime un piccolo studio che andò a poco a poco
ingrandendosi grazie alle frequenti commissioni, talchè Paolo dopo un
anno fu costretto di lasciare la sua dimora al fondo di Porta Romana,
per portarsi in luogo più centrale.
Allʼepoca in cui Ermanno gli scrisse la lettera che abbiamo vista, il
nostro pittore occupava un modesto alloggio in via di Brera—In quanto
a carattere egli era giovialissimo; la mestizia anche passeggiera non
era per lui. Aveva dello spirito, e ne faceva buon uso nella società
che ei frequentava.
Riesciva mirabilmente nei ritratti che sapeva condurre con rara
maestria; guadagnava molto, ma spendeva tutto, e bene spesso ricorreva
alle sovvenzioni di suo padre, agiato negoziante Bresciano.
Paolo aveva un cuore eccellente ed amava molto Ermanno a cui era
legato in amicizia fin dallʼinfanzia, nè passava mese senza che essi
si scambiassero almeno un paio di lettere—Il racconto degli amori
dellʼamico aveva alquanto eccitata la sua curiosità, per cui fu
più sollecito a recarsi in casa Ramati ove venne accolto con tutta
famigliarità e dimestichezza.
Ermanno frattanto aspettava, aspettava sempre. Da dodici giorni
Laura era partita, da dodici giorni ella aveva letta la sua lettera
senza nemmeno rispondergli parola. Tutta le mattine correva alla
posta colla speranza nel cuore, e ne ritornava oppresso e desolato a
mani vuote—Possibile che ella lo avesse assolutamente dimenticato?
Possibile che tante promesse e tante lagrime non avessero serbata una
traccia nel cuore di lei?
Talvolta temeva di averla offesa colla troppa sincera confessione deʼ
suoi dubbi; ma non era forse anche quella una prova dʼamore? Egli
sperava che Laura tenterebbe di disingannarlo rispondendo aʼ suoi
timori con assicurazioni dʼaffetto che gli avrebbero fatto un gran
bene; ed invece, nulla, nulla affatto; non si degnava di scrivergli una
parola.
Invano egli cercava una qualche scusa per giustificarla, ma pur
troppo non ne rinveniva alcuna. Quel silenzio rivelava una barbara
indifferenza, una crudele dimenticanza.
Un mattino finalmente si realizzarono i suoi desideri. Recandosi alla
posta trovò due lettere al suo indirizzo; entrambe venivano da Milano,
una la conobbe, era di Paolo; lʼaltra era quella tanto aspettata di
Laura.
Prima ancora di leggerla, Ermanno ne voleva indovinare il contenuto.
Si prova gran piacere nel prolungare una dolce emozione! egli bruciava
dalla voglia di rompere il suggello di quella letterina; nondimeno
volle prima leggere lʼaltra di Paolo: eccola:
«Mio caro Ermanno
«Se tuttʼaltri mi avesse scritta una lettera del genere della tua, ti
giuro che non avrei saputo trattenere le risa; ma tu sei il mio primo e
più caro amico, epperciò ti feci grazia.
«Che vuoi? le mie idee sullʼamore sono tuttʼaffatto opposte alle tue,
ed è forse per ciò che non so comprendere come mai si stia tanto male
allorchè si è innamorati—Secondo i miei principi si ama per stare
allegri, per avere una distrazione piacevole; lʼamore per me è un
mezzo, non uno scopo. Sarà un cattivo metodo il mio, ma è evidente
che in vista delle malinconiche idee che tʼinspira la tua passione, è
preferibile dʼassai la mia libertà.
«Per conto mio ti assicuro che tutte le donnine a cui faccio la corte
potrebbero tradirmi in massa, senza che perciò si alteri la mia mente,
e si scemi il mio appetito—Ma tu sei dʼunʼaltra tempra; tu abbisogni
di forti emozioni, di palpitazioni violente, e lascia o caro Ermanno
che su questa tua debolezza io sparga una lagrima di compianto—Se la
fede e la sensibilità conducono al mal partito di soffrire di giorno e
non dormire le notti, io preferisco il mio scetticismo mercè cui non
posso seriamente attaccarmi alle gonnelle di una donna.
«Dopo tutto il mio benessere a questo riguardo, non deve farmi
dimenticare la tua disgrazia; ma non so capire come mai con tutte le
tue belle previsioni sulle spiacevoli conseguenze di questʼamore, ti
sii abbandonato in braccio ad una speranza che tu stesso riconosci
infondata—Permettimi di dirti che hai commessa una vera imprudenza
abbandonandoti alla speranza di un bene colla certezza dʼilluderti.
«Ma già, quel che è fatto è fatto; tu sei innamorato sul serio, ed
allorchè il male è incurabile tace il consiglio per lasciar passo al
conforto—Io credo dunque colla più profonda convinzione alla realtà
del tuo amore, credo perchè non si può scrivere una lettera del genere
di quella che mi mandasti senza avere il cuore palpitante a _grande
velocità_; farò di più, credo anche che pur troppo non ti caverai sì
presto la spina che ti punge; e non so tacerti che sarebbe bene se tu
dubitassi alquanto... ma io prevedo che tu già muori dʼimpazienza, e
vengo allo scopo.
«Due giorni dopo ricevuta la tua lettera mi recai in casa Ramati ove
fui ricevuto dal padre col quale avevo qualche conoscenza per ragioni
di famiglia; venni tosto presentato a madama, ed a madamigella—La
verità è il mio forte—Laura è bellissima, e la pittura animata che me
ne facesti non esagera punto. Osservai inoltre che quella ragazza mi
ricevette con un sorriso che voleva dirmi: _Voi lo conoscete_!
«Fui accolto benissimo, con tutta famigliarità, e ciò mi piacque
assai. Madama Ramati è di una bontà senza pari; abbiamo chiacchierato
insieme una buona ora parlando di Brescia, e di te; la cosa è
naturale—Vʼha di più, se lʼetà di madama non sommasse ad una cifra
alquanto rassicurante, sarei tentato di credere che questa signora
fosse innamorata di te. Mi parlò con tanto ardore della tua abilità al
pianoforte e deʼ tuoi bei modi, da soverchiare gli elogi di madamigella
Laura che non si faceva scrupolo di arrossire ogni qual volta si
pronunziava il tuo nome.
«Da unʼora tu eri il protagonista della conversazione, ed in fede mia
fui tentato da credere che tu mi avessi colà mandato per assistere alla
tua apologia—Finalmente madama mi parlò dei ritratti mostrando vivo
desiderio che mi accingessi al più presto allʼopera, ed io persuaso di
farti piacere non mi feci aspettare dʼavvantaggio.
«Da alcuni giorni lavoro dietro al ritratto della madre, in seguito
farò la figlia ed il papà. Mi fu assegnata una bella camera per
portarvi lʼoccorrente, e ti assicuro che il tempo delle sedute passa di
volo; tanto più che ormai sono trattato come unʼamico di famiglia.
«Madamigella Laura, lo ripeto è veramente bellissima, ma mio Dio!
giacchè eri sulla strada potevi addirittura innamorarti di una
ragazza che giuochi alla bambola—Lʼamore che tu intendi di dedicarle
è peso troppo grave per tal fanciulla—Queste verginelle ingenue
commettono colla massima indifferenza le più gravi iniquità amorose:
guardatene bene amico mio; è un frutto prematuro quello che tu vuoi
cogliere, e sà di agro—Io leggo in quegli occhi cilestri una grande
instabilità di carattere: dʼaltronde rifletti che alla sua età tutto è
passeggiero—Nella terra troppo vergine non nasce neanche lʼortica, e
dal canto mio ti permetterei di nutrire per quella ragazza tuttʼal più
unʼaffezione paterna.
«Eppoi la distanza che ti separa da lei, se non è insormontabile, è
quanto meno grave—In fede mia se non ti conoscessi per unʼartista
entusiasta e sognatore, supporrei facilmente che tu abbia tirato un
buon colpo—Capperi centomila lire, ed unʼeredità certa sono un bel
boccone!
«Ma io lo so che tu sei troppo nobile perchè una simile idea ti passi
per la mente; so altresì che io predicherò al deserto, e che le mie
parole saranno sciupate come la goccia dʼacqua che cade in una fornace
ardente.
«Fa del tuo meglio; non ho altro a dirti—Se verrai a Milano, come
non dubito, ricordati che ho una camera preparata per gli amici, e
perdonami se abusando dalla nostra amicizia, mi permetto di darti certi
consigli che ti auguro con tutto il cuore di poter mettere in pratica.
«PAOLO»
Ermanno terminò quella lettera traendo un sospiro—Pur troppo lʼamico
divideva la stessa sua diffidenza riguardo a quellʼamore insensato,
e come per scacciare le tristi idee che lo assalivano, passò subito
alla lettera di Laura—Ruppe il suggello, ed estraendo il foglio dalla
busta, fu primo suo moto di guardare quante fossero le pagine scritte;
indi lesse:
«Ermanno!
«Perdono al tuo dolore lʼamarezza delle tue parole, ma non so tacerti
che quella crudelissima lettera mi fece molto male—Io non so qual sia
quella triste esperienza che tʼinsegna tante brutte cose ed oscura i
tuoi pensieri, ma so che la tua lettera mi fece piangere amaramente, so
che il mio povero cuore ebbe a soffrirne assai!
«Non ti rimprovero no le mie lagrime, tutto ciò che mi viene da te e
per te mi sarà sempre caro; anche il dolore; ma che io non senta mai
più dal tuo labbro così neri pronostici. Dubita finchè vuoi della tua
fede forse troppo isterilita dalle peripezie della vita, ma per pietà
non condannare alla mia nel suo primo nascere!
«Mio buon amico: io vorrei poterti infondere parte di quella speranza
che ravviva lʼanima mia, vorrei poter dissipare dʼun tratto le nere
nubi che ti offuscano la mente, ma sento che tutto sarebbe vano, e
tale certezza raddoppia il mio dolore—Perdono alla crudeltà deʼ tuoi
detti, perchè scorgo in essi una vera prova dʼamore, ed ho fiducia nel
cielo che a forza di costanza gli amari tuoi dubbi verranno cancellati.
«Tu dici che il mondo e le sue attrattive distruggeranno nel mio seno
financo la memoria di te, ed io ti giuro, o mio Ermanno, che dal giorno
della mia partenza, sento che lʼamore per te, si accrebbe immensamente.
«Il mondo! Ma lo curo io forse!... Da sedici giorni sono in Milano,
e me ne accorgo solamente perchè tu non sei meco. Ingrato, credi
tu dunque che io sia tanto leggiera? Non meritavi davvero che io
piangessi nel lasciarti, giacchè tu hai sì poca fede in me!—O credi
al mio amore, ovvero ti dirò: rendimi la mia pace, io era felice,
contenta, ignorava cosa fossero le aspirazioni del cuore; ed ora sono
malinconica, addolorata ed infelice! Rendimi quel sorriso che mi hai
rapito; io lo cerco invano dacchè abbandonai la casa della cugina.—
«—Spesso la mammina mi rimprovera per esser io distratta, annoiata, e
procura con mille modi di richiamarmi allʼallegria: ma tutto indarno!
Quei piaceri che una volta erano la mia vita, ora mi sono indifferenti
affatto; più nulla vale a rallegrarmi lontana da te.
«Oh Ermanno se tu sapessi quanto ardentemente io desidero dʼaverti
meco, non avresti al certo scritta una lettera tanto crudele!—Ovunque
io ti vedo, ovunque parmi di udire il suono della tua voce; alla
sera mi è di gran conforto il rinchiudermi nella mia camera, e là
mi abbandono in balìa del mio pensiero che subito mi trasporta in
Brescia al tuo fianco. Parmi vederti e parlarti, e sento risuonare
dolcemente per lʼaria le soavi armonie che tu solo sai trarre dal
pianoforte.—Perchè scuotendomi dal dolce letargo mi trovo sola e cogli
occhi lagrimosi?
«E dopo tutto, potrai tu ancora dubitare del mio amore! Te lo giuro
Ermanno, il mio carattere ha subito in breve tempo una strana
trasformazione; non sono più una fanciulla senza pensieri, la mia mente
si è dʼun tratto illuminata, e guardando addietro sul tempo trascorso
mi accorgo di aver fatto un gran passo nella vita.—Tu mi porgesti mano
per guidarmi sulla via della vera felicità che trova unʼeco nel cuore,
e mʼinsegnasti colla mestizia del tuo sorriso un mondo di delizie da me
ignorate.
«Dimenticarti tu dici? Oh! mai, mai mio Ermanno; e questa mia promessa
che emana dallʼanima, abbila per cancellare ed abbattere i tristi
pensieri.—Che importa a me delle ricchezze, del lusso, delle sale
dorate? Io ti amo, e questa parola è la più eloquente protesta che io
sappia trovare contro la tua incredulità.—Oh! tu non sai quanto più
grande mi sembri dʼogni uomo anche da lontano.—Credimi Ermanno, la
supremazia che tu prendesti in questo povero cuore, è troppo grande
perchè io non possa dimenticarti per tutta la vita, e ti assicuri il
giuramento che ti faccio al cospetto di Dio, di amarti sempre come
lʼessere a me più caro.—
«Credi tu che il mio cuore non sia capace di nutrire un lungo
affetto?.... Finora che io sappia non ti diedi ancora il minimo
dubbio sulla mia costanza, e tu non puoi nè devi anticipatamente
condannarmi.—Chissà quello che avverrà di noi. Ma qualunque cosa
sia per accadere, sento che tu sarai sempre lʼoggetto deʼ miei più
cari pensieri.—Il cielo non può avermi male di questo affetto che mi
avvicina maggiormente ad esso, Dio non potrebbe punirmene se non mi ha
data la forza di resisterti..... Io pure tentai di non soccombere, ma
fui rapidamente sconfitta; lʼunico rimorso che mi aggrava la coscienza,
si è quello di celare a mamma questo segreto, e tʼassicuro che spesse
volte allorchè la vedo mesta per la mia mestizia, mi viene una gran
voglia di tutto confessarle.—Ella mi perdonerebbe, ne sono certa; mi
ama tanto!
«Che hai tu fatto Ermanno di questa povera Laura? Io sono ben
stranamente cambiata, giacchè mi rubasti col cuore quel poʼ di senno
che aveva.—Mentre ti scrivo, sento che ho mille e mille cose a dirti,
ma tutte mi attraversano il pensiero senza che io possa afferrarne una.
«Eppure ieri stando in giardino sola per pensare a te, mi venivano
in mente un mondo di concetti, e se allora ti avessi scritto, quante
belle cose avrei saputo dirti!—Ed ora che sarebbe necessario un aiuto
a queste mie povere idee, più nulla; mi succede precisamente come
allorquando tu venivi a trovarmi in casa della cugina: prima di vederti
avevo gran che da dire; la sola tua presenza mi turbava talmente da
togliermi financo la parola.
«Io guardo invano questa penna che mi sta fra le dita come per
spronarla a scrivere, ma tu sei entrato nella mia mente, e ne occupasti
tutti i punti.—Ho io forse torto se tu distruggi tutti i miei
pensieri, se la mia memoria non trova più una di tutte le belle idee
che mi nascono nella meditazione? Ma giacchè tu sei causa di questa
impotenza sopportane le conseguenze e perdona se non so trovare altra
parola di quella che esprime il mio amore: ti amo!...
«Io non vivo che della tua memoria e della speranza di presto
rivederti. Non so se torneremo presto a Brescia, ma tu dovresti venirci
a trovare in Milano; ieri ancora ho pensato ad una tua visita, e mi
parve dʼindovinare che tu verrai.—Il tuo amico signor Paolo me lo
fece sperare; deh! fa che sia presto.
«Molte volte parliamo di te colla mamma, e ti assicuro che anchʼessa ti
vedrebbe molto volontieri: stamane ancora facevamo il tuo elogio ad una
signora di Milano amantissima della musica. Insomma per una cosa o per
lʼaltra io trovo sempre mezzo di parlare di te.
«Vieni adunque. Io ti aspetto per dirti tutto ciò che la penna non sa
scrivere; vieni per accertarti della fede della tua povera Laura, per
dissipare quei tristi pensieri che ti assalgono nella tua solitudine;
vieni ad accertarti che io ti amo sempre, e più di prima!
«La tua presenza sola potrebbe riconciliarmi alquanto con questa noiosa
città.—Ho bisogno di vederti per svelarti tutte le dolcezze di cui
ti sono debitrice, per farti noto il secreto dei miei pensieri.—Tu
vedrai la mia camera ove passo le notti sognandomi a te vicina, il mio
giardino di cui ogni fiore mi rammenta un sospiro a te diretto.
«Spesso trasportata dalla corrente del pensiero parmi di essere in
quello della cugina Letizia, e figurandomi che tu debba venire da me,
raccolgo un mazzo deʼ miei fiorellini come per presentartelo alla tua
venuta.—Li porto nella mia camera, e me li vedo appassire tra le mani
senza che tu li ravvivi di un tuo sorriso.
«Serbi tu ancora quel mazzolino che ti diedi quella sera in casa della
cugina? Lo spero, anzi ne sono certa. Benchè appassiti quei poveri
fiori ti ricorderanno quei giorni felici in cui le nostre mani potevano
stringersi, i nostri sguardi favellarsi.—
«Ho sempre sul seno la medaglietta di tua madre, ed ogni sera la bacio
con trasporto pregando Dio di conservarti alla mia tenerezza, e di
tenermi sempre viva nella tua memoria come tu lo sei nella mia.
«Da alcuni giorni il signor Paolo viene in nostra casa.—È
unʼamenissimo e garbato giovane, mi piace assai; e come non mi
piacerebbe un tuo amico che mi parla spesso di te? Egli ti ama molto, e
mi promise di scriverti per invitarti a venirci a trovare.
«Questo caro signor Paolo è diventato ormai di casa, ed è per me gran
ventura.—Io sono certa che tu verrai presto a vedermi, e ricordati che
io vivo di questo desiderio.
«Non tʼincarico deʼ miei saluti per la cugina Letizia, perchè non si
deve sapere che io ti abbia scritto; neanche mamma lo sa, e davvero
ne ho qualche rimorso. Ma se si tratta di far del bene a te, ho la
forza di superare ogni scrupolo, purchè io riesca a persuaderti
che il mio cuore è tuo, che la memoria di te non si cancellerà mai
da questʼanima.—Addio mio Ermanno! Io prego ardentemente il cielo
affinchè vengano dispersi i dubbi crudeli del tuo cuore, e spero che ti
verrà finalmente concessa quella fede che forma lʼunica gioia della tua.