(_Pag. 96, 98, 99 e 115._)
Polemica intorno alle _Rime_ del Carducci.
Aggiungiamo qui, per quelli che ne fossero curiosi, alcuni particolari
e qualche documento intorno alla polemica alla quale diede luogo la
pubblicazione delle _Rime_ del Carducci; polemica che, come i lettori
sanno, si può dire la continuazione di quella degli _amici pedanti_ coi
giornali fiorentini del tempo.
Il volumetto delle _Rime_ fu pubblicato agli ultimi di luglio del 1857;
e nel giornale umoristico _La Lente_ del 4 agosto usciva un articoletto
firmato E. M., il quale era poco più che un annunzio benevolo della
pubblicazione. L’E. M. era, come dissi, l’avvocato Elpidio Micciarelli,
amico del Targioni ed ammiratore del Carducci, quello stesso che l’anno
dopo fondò e mise a disposizione degli _amici pedanti_ il giornale
_Il Momo_. Nell’articolo se la pigliava contro coloro che dicevano
il tempo della poesia essere finito, nè ammettevano, s’intende, altra
poesia che la romantica; e, affermando che il volumetto delle _Rime_
dimostrava il Carducci essere «poeta per concetto, per sentimento, per
forma, grande, delicato, profondo»; conchiudeva: «A coloro ai cui occhi
l’opera rettamente usata dell’ingegno e della scienza è cosa santa da
non profanarsi con meschini giudizii, ma da rispettarsi come l’arca
della gloria nazionale, penso, sarà lecito il dire che dopo quelle di
Niccolini e di Mamiani questa è la migliore poesia che ai giorni nostri
sia uscita in Italia.»
Il Fanfani, ch’era pieno di stizza contro il Carducci e gli _amici
pedanti_ per ciò che avevano scritto contro di lui nella _Giunta
alla derrata_, pigliando occasione dalle lodi del signore E. M. della
_Lente_, scrisse subito un articolo pieno di veleno e di stupidaggini
intorno alle _Rime_; ma, invece di pubblicarlo nel suo giornale _Il
Passatempo_, lo stampò (senza nome, s’intende) nei numeri 8 e 14 agosto
della _Lanterna di Diogene_.
La _Lente_ del 25 agosto, protestando di voler rimanere estranea alla
questione, pubblicò una lettera del signor E. M. al Direttore e una del
Carducci al signor E. M., tutt’e due in risposta agli articoli della
_Lanterna_; e questa tre giorni dopo (n. del 28 agosto) rispondeva con
un articolo, intitolato: _Le bizze di Giosue Carducci_. La settimana
avanti (n. del 21 agosto), avendo saputo che il Carducci stava
preparando le sue risposte, aveva minacciato di _chiudere la lizza con
una caricatura_.
Nella _Lente_ del 1º settembre tornarono in iscena il signor E. M.
e il Carducci; questi con una seconda lettera che rispondeva alla
parte letteraria della critica della _Lanterna_, quegli con una breve
dichiarazione premessa alla lettera del Carducci, con la quale diceva,
non parergli _dignitoso continuare polemiche con chi intendeva a modo
della_ Lanterna _l’ufficio delle lettere e del giornalismo_. «Lascio
adunque libero il campo, finiva, a questi detrattori di un giovane
della cui stima mi onoro; e ciò fo con animo sereno, sì perchè non
li invidio nella ingenerosa opera loro, sì perchè sono intimamente
convinto che il giovane poeta, continuando alacremente negli studi,
occuperà un bel posto nella odierna nostra letteratura a dispetto de’
suoi avversari.»
Alla seconda lettera del Carducci il Fanfani rispose con un quarto
articolo nella _Lanterna_ del 5 e con un quinto in quella del 12
settembre, intitolato: «Così all’amichevole si rimpedula il cervello al
dottor Giosue Carducci.»
Le lettere del Carducci dovevano seguitare, perchè la materia alle
risposte gli abbondava; ma nella _Lente_ del 15 settembre comparve
questa dichiarazione, che troncò la polemica: «Il signor dottor Giosue
Carducci aveva portato a questa Direzione parte della continuazione
della sua replica agli articoli della _Lanterna_, ma con dispiacere
noi abbiamo sentito la necessità di doverci astenere dal pubblicarla,
inquantochè vi si accennava ad un lungo proseguimento di questa
polemica, la quale di natura sua ci pare aliena alla indole del nostro
giornale, che è tutto umoristico.»
Intanto che il Fanfani pubblicava nella _Lanterna_ i suoi velenosi
articoli contro il Carducci, il giornale _Il Passatempo_, facendo
la commedia, fingeva tener dietro alla polemica con l’aria di chi,
disinteressato, vuol giudicare serenamente. E nella _rassegna dei
giornali_ chiamava (15 agosto) «nel tutto insieme giusta, ma troppo
acerba, anzi feroce» la critica della _Lanterna_; lodava (22 e 29
agosto) la critica di Napoleone Giotti nello _Spettatore_, dicendola
pacata e giudiziosa, ma non senza mite ironia; e biasimava (29 agosto)
il Carducci e il signore E. M. per le loro risposte alla _Lanterna_,
troppo aggressive.
Nel n. del 5 settembre del _Passatempo_ l’articolo della _Lanterna,
Le bizze di Giosue Carducci_, era battezzato per «una risposta vivace
ed arguta quanto altra mai», e si esprimeva la speranza che anche
il Carducci, seguendo l’esempio della _Lanterna_, si moderasse nelle
repliche. Ma poche righe più giù, parlandosi del secondo articolo del
Carducci nella _Lente_, gli si faceva rimprovero di uscir sempre dai
termini della moderazione.
A proposito del quarto articolo del Fanfani nella _Lanterna_ (n. 17,
5 settembre) il Passatempo del 12 settembre scriveva: «Si torna sulla
questione del Carducci, al quale il suo critico inesorabile, esclamando
_Il povero Giosue Carducci vagella_, scrive una lettera per dargli
una lezione di scherma, di cui dovrebbe, se è tale quale si tiene,
far suo pro. Non curi le lische, chè ve ne sono, e prenda la polpa.»
E poche righe più giù diceva: «Troppo più che scherzo ci pare la
fiera derisione di chi difese nella _Lente_ il Carducci.» Finalmente,
parlando della dichiarazione della _Lente_ circa la cessazione della
polemica, scriveva: «Lodiamo il proposito del Carducci, e più lo
loderemmo se l’avesse fatto prima.»
Non basta: la moderazione, anzi la generosità del _Passatempo_ arrivò
fino a prendere le difese del Carducci contro il Direttore di un
giornaletto teatrale, che lo aveva chiamato _pedante nel midollo
dell’ossa, fradicio pedante non poeta, membro della società di mutuo
incensamento, pastorello d’Arcadia, martire dello sgobbo_, ec. ec. Il
Carducci si era contentato di riderne, e di scrivere, per uso degli
amici, un sonetto di risposta, che cominciava così, e che, s’intende,
non fu mai stampato:
Ora itevene, o Muse, a sbordellare,
E Palla sia che scingavi le zone,
Poi che questa reliquia del bastone
Vuole anch’ei di poetica trattare.
O fogna di sporcizie, o lupanare,
Quand’esci a ragionar con le persone,
Prima alla fronte mettiti un crocione,
Chè non ci venga la gente a pisciare.
Nel terzo verso si allude ad una solenne bastonatura che il Direttore
del giornaletto teatrale aveva ricevuto da un pagliaccio di una
compagnia equestre.
Il _Passatempo_, pigliando la cosa sul serio, rispose così (n. del 21
novembre 1857):
Il signor Carducci non merita una tirata d’orecchi come voi
gli fate; l’avreste preso forse per un Garelli, per un Bertini
_et similia_?... Il Carducci è un giovane a parer mio educato a
buonissimi studj; sicchè avete commesso villanìa a trattarlo in
quel modo lì.... Io non dirò che le poesie del Carducci sieno
senza mende, ma da un’altra parte, ditemi, possono mettersi in un
mazzo con tante e tante altre che si veggono andare attorno? In
un punto del vostro articolo vi lasciate scappare queste po’ po’
di bestemmie: «Pretendere di farci rinculare fino all’epoca di fra
Guittone e di Dante da Majano, belare leziosaggini e smancerie come
un pastorello d’Arcadia ec.» Vi fa torto il non aver conosciuto che
il Carducci con quella sua forma poetica non volea far altro che
ricondurre in Italia l’amore dei buoni studi.... io scommetto mille
contr’uno che il Carducci infine infine farà qualche cosa meglio di
me e di voi e di tanti altri nostri carissimi compagnoni.
Quando il _Passatempo_ scriveva così, doveva certamente supporre che
nessuno sapesse quello che tutti sapevano, che cioè lo scrittore degli
articoli della _Lanterna_ contro il Carducci era il Fanfani; e doveva
anche essersi dimenticato che quelli articoli in fondo in fondo e’ li
aveva sempre approvati.
Come saggio della polemica intorno alle _Rime_ del Carducci, riferisco
l’articolo del Fanfani nei due primi numeri della _Lanterna_, e la
seconda lettera del Carducci nella _Lente_.
E faccio seguire ad essi l’articolo che, in forma di recensione, fu
pubblicato nel fascicolo del maggio 1858 della _Rivista contemporanea_
di Torino.
Se i giornalisti fiorentini, seguendo il Fanfani, erano stati unanimi
nel vituperare le _Rime_ del Carducci (la _Lente_, che aveva accolto le
prime risposte del Carducci, poi si ritrasse subito, per non rompere il
bell’accordo), l’autorevole _Rivista_ torinese (nella quale scrivevano
il Guerrazzi, il Vegezzi-Ruscalla, il Nigra, il Maestri, il Gallenga,
lo Zini, il Massari, ed altri valentuomini, molti dei quali emigrati
in Piemonte per ragioni politiche) non ebbe che lodi per il libretto
del giovine poeta; e, ciò che più monta, lodi che mostravano un giudice
competente e sereno.
L’articolo non era firmato, ma nella _Rassegna bibliografica_, della
quale faceva parte, c’era un primo articolo firmato _Luigi Zini_, nel
quale, a proposito delle _Satire e poesie minori di Vittorio Alfieri_
pubblicate dal Carducci, si diceva: «Un giovane poeta toscano: al quale
nei primi passi l’invidia e la cattiveria delle consorterie hanno
gittato subito pietre ed improperii, per inconsueti modi violando
le leggi della cortesia toscana, ma che ad uno dei nostri sommi,
giudice formidabile e severo, è apparso siccome Achille fanciullo che
apprende da Chirone (e il Chirone vuole sia Ugo Foscolo); questo giovin
poeta, Giosue Carducci, del quale forse avrò altrove a dir qualche
cosa, o in questa o nella prossima rassegna, vi appose una breve ma
succosa prefazione, ec.» Queste parole fecero supporre al Targioni
e al Micciarelli che la recensione non firmata fosse dello Zini, e
ristampandola nel _Momo_ (n. del 1º luglio) l’attribuirono senz’altro
a lui. Ciò naturalmente diede fastidio al _Passatempo_, il quale nel
suo n. 27 (3 luglio 1858) accennando a quella recensione vi contrappose
la sola parte della lettera del Guerrazzi che criticava il Carducci, e
mandò copia del giornale allo Zini. Lo Zini si affrettò a rispondere al
_Passatempo_ che la recensione non era sua, e il _Passatempo_ pubblicò
la lettera dello Zini nel numero del 10 luglio. Ciò non ostante il
Targioni e il Micciarelli seguitarono a credere che la recensione fosse
dello Zini, e nel n. 28 del _Momo_ (15 luglio) pubblicarono una curiosa
rettificazione, che finiva così: «nonostante la protesta pubblicata
dal _solerte Passatempo_, inclinavamo.... a restare, per lo meno,
nella nostra opinione; quando ci è pervenuta quasi sicura notizia che
non proprio il signor Luigi Zini, ma un tal _Gigi Zoni_ è l’autore
dell’articolo. E questo sia detto in lode del vero, e, anche un poco,
del benevolo _Gigi Zoni_.»
Il Targioni e il Micciarelli avevano preso una solenne cantonata. Non
c’era nessuna ragione di supporre non sincera la dichiarazione dello
Zini. Ad ogni modo c’era un fatto che tagliava, come si suol dire,
la testa al toro. In un articolo, _Miscellanei_, ch’era sotto altro
nome una rassegna bibliografica, pubblicato nel fascicolo di giugno
della _Rivista contemporanea_, lo Zini stesso parlava in modo alquanto
diverso delle _Rime_ del Carducci, il cui volumetto, diceva, eragli
stato dato da un illustre scrittore, che lo aveva postillato di sua
mano. L’illustre scrittore non era, si capisce dalle parole dello Zini,
altri che il Guerrazzi. Le parole dello Zini, sotto forma di dialogo,
erano queste:
— Insomma che dirai di queste poesie? — insistette l’inquisitore.
— Nulla probabilmente, e domanderò scusa agli autori e
all’uditorio. Delle _Rime_ del Carducci aveva quasi sacramento di
parlare, e già lo promisi nella passata dispensa, quando, senza
che io ne sapessi, altri ne parlò distesamente e con molto miglior
garbo di quello che io avrei potuto. Io le aveva qui, e postillate
al lapis per mano di tale che può ben sedere _pro tribunali_....
Già sapete di chi intendo parlare. E poi vedete a chi donava
l’autore questo volumetto.
— Lasciami vedere.... Oh! ben credo che gli s’abbia a far
riverenza. Ma vediamo le postille. Questi tratti muti probabilmente
significheranno che si poteva far meglio.... Oh! Ecco qui una
postilla al sonetto a Enrico Nencioni: _bei versi ma di poco
concetto!_ Più oltre, a Giuseppe Parini: _bei versi e concetto
degno e santo!_ Sonetto al conte Terenzio Mamiani Della Rovere,
ve’ la postilla alla prima quartina: _non capisco niente_, e
neanch’io in verità. Qui nel primo canto a Targioni-Tozzetti: ah!
c’è un’invocazione del poeta alle muse perchè lo aiutino a cantar
di Grecia e del Lazio; leggiamo la postilla: _non latino nè greco:
codesti spiriti cessarono: canta, o giovine, le cose odierne, e
t’invada lo spirito dei tuoi tempi. Il maestro pedante non abbia il
vanto di avere spenta in te la sacra fiamma._
— Ah! qui il genio provato dall’esperienza, nel saggio di canto
alle muse, dove Omero è raffigurato pari al re de’ numi, seduto
nel foro e cinto da una corona di popolo riverente, scintillante
il cielo, sorridenti gli Dei, soffia sulle giovanili illusioni
del genio anco imberbe: _cantava a’ pentolai per una pentola_; e
_udito il canto lo giuntavano poi_! Stupenda e a proposito. E qui
in fondo? _Esercitazioni giovanili; ci si sente il Foscolo; e’ pare
Achille che fanciullo apprenda da Chirone!_
— Già il dissi nella precedente rassegna. Eh! se le poesie
mi venissero così annotate, e da mano così autorevole, ben mi
rischierei a intrattenerne i lettori, vincendo la mia natural
repugnanza!
L’autore della recensione, fra i vari pezzi delle poesie da lui
citati, riportava intero, senza nessuna osservazione, il sonetto _Al
Mamiani_: basterebbe questo a dimostrare ch’e’ non poteva essere lo
Zini, il quale dichiarava di non capire la prima quartina di quel
sonetto. Chi fosse, sarebbe difficile dire oggi; ma volendo cercarlo
fra i collaboratori della _Rivista_, ci potremmo fermare, con qualche
probabilità di coglier nel vero, al nome di Felice Daneo, che nel
fascicolo di aprile pubblicò un lungo articolo sulle poesie del
Mamiani. Chi sa che il Mamiani, il quale conosceva il Daneo ed aveva
già concepito molta stima del giovane Carducci, non gli avesse dato lui
a leggere le _Rime_!
Comunque sia di ciò, una cosa importa notare, che gli amici pedanti non
erano soli in Italia a riconoscere l’ingegno dell’amico loro.
Ed ecco ora i documenti.
————
Critica di Pietro Fanfani alle _Rime_ del Carducci.
«Dopo quelle di Niccolini e di Mamiani questa è la migliore poesia che
ai giorni nostri sia uscita in Italia.» E. M. (_Lente_ del dì 4 agosto
1857.)
Quando uscì fuori il Gargani con quella famosa su’ _Diceria_
(badate bene di non legger _sudiceria_) nella quale si davano
frustate senza misericordia a tutti gli odierni poeti, e quando
gli _amici pedanti_ applaudirono a quel lavoro del loro collega,
e lo difesero poi e lo ampliarono con la non meno famosa _Giunta
alla derrata_, ci immaginammo che quando venisse fuori qualche loro
lavoro poetico, avremmo sentito cose di cielo, miracoli di arte e
d’ingegno, e da far parere tanti barbagianni poeti grandi e piccini
stati sin qui. Pensate poi cosa credemmo dovessero essere queste
_Rime di Giosue_, il quale è l’Achille di quel valoroso esercito
degli _amici pedanti_, e con quanta avidità lo cominciammo a
leggere.
Ma appena cominciato ci cascò il pan di mano, e strascinatici in
fondo a mala fatica, dovemmo conchiudere che questo libricciuolo
non è altro che una _Raccolta di poesiucole_ di più tra le tante
che se ne vede uscir fuori a questi giorni.
Imitazione servile e affettata de’ poeti antichi; soverchio
abuso di modi e figure di poeti latini e greci volute scodellar
pari pari nella poesia italiana; noiosa e continua introduzione
di versi interi d’altri poeti; noiosissimo e scolarescamente
puerile rinfrancescare di patronimici e di parole composte alla
greca; sconfinata presunzione che fa parlar l’autore come se
fosse poeta veramente, e poeta già noto, già vecchio, già sommo;
il solito rampognare il secolo vile, l’altrui ignavia, le altrui
scapestrataggini, cosa disdicevole a un giovine di 21 anno e che
non fa professione di anacoreta: oscurità in molte composizioni, e
costrutti stortissimi.
Il poeta Giosue ha intitolato delle poesie a tutti gli _amici
pedanti_, credendo buonamente di mandarli alla posterità, ed essi
che forse crederanno di andarci per questa via, gliene renderanno
merito facendo un articolo per uno su pei vari giornali, in lode
del loro immortalatore, e così «dilectus noster nobis et nos illi»;
e già l’abbiamo cominciato a vedere nella _Lente_ del 4 agosto.
Ha poi intitolato e sonetti e canzoni a uomini grandi viventi per
averne grazie e parole benigne. Ma tali argomenti che valgono?
Se le poesie son veramente quali le tiene l’autore e gli _amici
pedanti_, cioè tali che niun altro a questi giorni possa volar
tant’alto, anche senza tali ammennicoli il nome del Carducci sonerà
chiaro tra breve quanto quello del Leopardi, e le cose sue saranno
comprate a peso d’oro dagli editori; se poi sono quali le teniamo
noi, cioè tali che non escono dal modo comune e mezzano, nè con
questi ammennicoli, nè col doppio più, il nome del Carducci non
sonerà più chiaro di quello dei Bracci, dei Pieri, dei Pierini,
e degli altri mille scrittori di poesie che a questi giorni ci
nascono come funghi.
Questo noi crediamo, se non quanto il Carducci sembraci nutrito
di migliori studi degli altri poetucoli e crediamo che, formato il
giudizio e temperato il bollor giovanile, possa fare qualche cosa
di buono. Facciamo intanto vedere alcune delle stranezze di questo
giovane poeta.
Pag. 1. — _Se il fato assente affettuoso alcun voto mortale._ Che
vuol dire?
Pag. 2. — Il _disio che per donna m’incende_ ci pare sgarbata
maniera per significare l’amore: e non sappiamo che cosa voglia
dire che l’_altra_ (larva) _traggemi in parte ov’io spiro a’
fantasmi e pur gravami il vero_.
Pag. 3. — L’_altera giovinetta bella_ è un verso fatto di zeppe;
è un modo mal preso dagli antichi, e affettatissimo il dire che
_Beltade addimostra una donna per propria angiolella_.
Pag. 4. — Ridicolo è il principio del sonetto _O nova angela
mia senz’ale al fianco_. Non regge il dire _forse avverrà ch’io
segni le tue vestigie_ per _che io ti segua_; perchè le vestigia
si segnano da sè, e non le segna chi vien dietro, e ci pone su
i piedi. Inintelligibile è poi la terzina seconda, e ridicolo
l’ultimo verso _L’ale tue d’ôr non mettan fuor la punta_.
Pag. 5. — Sa di Burchiello il principio del sonetto con quel
_Candidi soli e riso di tramonti_; è stranissimo quell’_espero
roseo che sormonta l’alte serene_ (zeppe) _vie dei firmamenti_;
e più strana che mai quella luna che su i sentier tacenti (quali
sentieri sono?) _rende imago_ (ma imago di che?) _entro laghetti e
fonti_ (ma nelle fonti che imagine può restarci, essendo l’acqua
in continuo moto?). E nell’ultimo verso quel _caro petto della
donna mia_ non può sonar proprio altro, posto a quel modo, che
_mammelle_. O poeta Giosue, adagio a ma’ passi! Sono un grave
sproposito quelle _acque cadenti giù per li verdi tramiti de’
monti_, perchè ne’ tramiti non ci corre l’acqua ma ci camminano
gli uomini, non essendo altro il tramite che una via stretta; e poi
perchè i tramiti dei monti non son verdi, cioè coperti d’erba, non
essendo i monti generalmente erbosi, ed erbosi non essendo mai i
tramiti, come quelli che sono scalpitati dagli uomini.
Pag. 8. — Son cosa veramente comica quelle _itale usanze che
debbono i lor colori al pennello di Goldoni_, e quel dire che egli
mostrò _a quanti frutti e fiori sorga un ingegno latino in suolo
rubello_.
Pag. 16. — Strano è il dire che l’alma della sua donna _ridea e
trasparia ne’ suoi occhi come ride in serena onda una stella_.
Prima perchè senza dire che la stella è riflessa nell’onda, pare
che il luogo proprio delle stelle sia l’onda: poi perchè l’epiteto
di _sereno_ mal si addice a onda, e finalmente perchè l’onda,
non essendo puramente acqua, ma il moto dell’acqua o l’acqua in
moto, non si può dire che vi si vedano riflesse le stelle che solo
possono vedersi in acqua limpida e ferma.
Pag. 17. — Non sappiamo che uscita sia quella del Sonetto XVII
dove si dice, parlando a un cavallo, l’_uomo quando disse te
bruta ignobil salma_ (non è più vero che il cavallo è un bruto)
_mente a sè adulando_; ed è ridicolissimo il giurarlo per il
cavallo medesimo (_Per te lo giuro_). E quella _piaga che stride
sanguinosa_ (pag. 18) non è una perla?
E il _bianco seno di Corinna che sorgeale sotto le corde auree
gementi_ (il verso bisognava finirlo) nel Sonetto XXI (pag. 21) non
è un’altra perla?
E l’_ingegno altero, integro, eretto_ (pag. 22) che roba è? e non
sono zeppe?
E dire _il gener vostro_ per i vostri discendenti (pag. 24) non è
pazzia?
Pag. 27, 28, 29. — Vorrebbe dirci il poeta unico dopo il Mamiani
e il Niccolini che roba è l’_aer livida che stride divisa
dai moschetti_? E quell’_incestare_ (usato altre volte) per
contaminare o simile che verbaccio è egli? O non lo sa quel che
è _incesto_? come si fa dunque a trasportarlo a tal significato?
e poi _incestare_ val _mettere nelle ceste_, e va fuggita
questa anfibologia. E quella _sposa ingenua_ che _agogna gaudii
notturni_, ci par che sappia proprio poco d’ingenua! Quella _prora
aspro lavoro di liverpoolica mano_ è cosa veramente da matti:
indovinate che è la _mano sonora liverpoolica_? sono gli artefici
di Liverpool, e chiamasi _sonora_ la lor mano perchè lavorando
adoprano martelli, seghe o altro, e fanno del romore. Che vi pare?
ben trovato eh? E l’_Euro che scavalca gl’ispidi flutti_, non è una
perla? L’Euro agita il mare o solleva i flutti, ma scavalcarli non
sappiam che voglia dire, perchè _scavalcare_ vale _buttar giù da
cavallo_. E perle sono pure la _mente che calca rischi e terrori_;
e quello _sfidar co’ baci_. Quel tale poi che _stanco alle prove_
(a che prove?) _depone sopra niveo petto_ (e batti col petto; il
poeta Giosue, a quel che pare, va matto del petto), la _fronte
carca di glorie_ non vale un tesoro?
Pag. 33 e seg. — Il Canto a Dante è una brutta contraffazione del
centone famoso del Giusti; oscuro spesso, ed è vero il giudizio che
ne dà l’autore medesimo, cioè _che dà più fumo che luce_; se non
che noi vediamo il fumo solo. Ci si ammirano i _fratelli duellanti
a uccidersi: le civili fiamme udite su civili mura; il marito che
ruina in armi erompendo dagli amplessi: le bionde e canute chiome
addensate in gran sangue; questa ombra_ (il Petrarca disse _questa
morte, ombra_ non istà) _che à nome vita ed è sì bassa_ e questo
che vuol dire? _la rea Meloria che sorge_ nel medio evo _dal mar
toscano_; l’_equoreo seno incestato_ (al solito) _di sangue; la
forza e la ferrata necessità che si premono a tergo di Prometeo; le
foreste aurite_, e simili altre garbatezze.
Pag. 52 e seg. — Quella _lent’ombra nordica_ (specie di
ombrantroff) _che preme i laureti d’Arno_, è da Beco sudicio; e _il
lituo retico che freme dove nascea Marone_ è da matto; prima perchè
_lituo_ presso di noi non è altro che bacchetta degli auguri o da
pastori; e poi perchè se s’ha da intendere per strumento da fiato
(il che non concediamo, benchè lo facesse Orazio in latino), non si
può dire che freme; essendo strumento di suono dolce, lo suoni chi
vuole.
Pag. 63 e seg. — Ci sarebbe da notare le _ultime strida che premon
la vita_ non si sa di chi, in quella sestina contraffatta su le
antiche, tutta smancerie e lascivie amorose, ma pur dedicata a un
frate. Le _umide pupille oblique immote_ (a pag. 66) _che dolci
fiammeggiano_ (se sono umide come fiammeggiano?, e poi se sono
_immote_ e _oblique_ vuol dir che chi le aveva era guercia); _le
quieti torbide interrotte da sogni atri; la schiva dea_ (Diana)
_che scinge a Endimione notturna Venere!!!_ (a pag. 67). _Il petto
immansueto_ che _durò gl’imperii d’amore_ e la _religion di Delo
che più non mugge dagli aditi_ (a pag. 68).
Pag. 73 e seg. — Nella lauda spirituale si comincia a dire _alla
umana gente_ che _tolga via le porte_, ma essa per toglierle via
aspetterà di sapere di che porte si tratta. Si dice alle fanciulle
che _diano la_ ROSA, _a piena mano_ (La rosa? ohe!) e che _diano
il mirto in suo cammino, con la bianchezza del fior gelsomino_.
Si dice che _dal volto del Redentore fugge la morte_, e poco dopo
si dice che _l’ombra di morte stiè nera intorno a lui_, e che _il
padre suo non volse la fronte al suo chiamare_; e un’altra volta
si dice che _diasi palma e alloro a piena mano sovra il sentier del
nostro pellicano_: ed un’altra volta ancora si dice alle fanciulle
che diano _con umil fede il fior delle contrade_. C’è poi una
_reggia che si estolle d’artificio mira_; la _morte_ che _vive_ e
altre gentilezze simili.
Pag. 77 e seg. — Potremmo farvi vedere una _genía bugiarda_ che
_irrompe nel vietato falsa e codarda_ per mostrarvi con che garbo
il poeta Giosue trasporti in italiano i modi di Orazio; la _dormita
inerzia che dalle cune prime opprime noi volenti, genti mal
vive_. Potremmo domandare a voi che cosa mai facevano gli antichi
quando _immoti prostravano a morte libera devoti Marte straniero_.
Potremmo chiamarvi ad ammirare i _campi che suonano sotto il gran
cavallo_; il _prepotente canto_, il _docil guizzo de’ seguaci
moti_, ed altre tante belle cose, ma siamo stanchi, e se mai le
serberemo ad altra volta.
Non possiamo tacere peraltro di que’ _saggi di un canto alle Muse_.
Qui il poeta Giosue si è dato a scimmiottare a rotta di collo il
fare de’ Greci e del Leopardi, ma il fa così sguaiatamente che
c’è tornato in mente, leggendo questo lavoro, Stenterello quando
si trova diventato Re, e vuol provarsi a procedere alla reale, e
lo fa con quel garbo che tutti sanno. Senza che vi si ammirano le
solite gioie, come il propagar la vita con vitto ferino: le vite
che gemono chine sull’opera del pane crescente!!! la procella che
scoscende divina; i monti esercitati dal piè degli immortali; le
ombre de’ numi; il vulgo addensato su gli omeri (gobbo?), le vesti
ondeanti ec. ec....
Si conchiude che questa raccolta di Rime vale poco più delle tante
e tante uscite fuori a questi giorni, se non che è maggiore la
presunzione dell’autore, il quale per questo mi par che possa
paragonarsi a un passerotto di nido che si pretende d’essere
un’aquila. Questo basti per ora a mostrare di che forza sia un
poeta che si è avuto l’impudenza di porre per terzo con Niccolini e
Mamiani e di chiamarlo unico: se occorrerà mostreremo altrettante e
più magagne, e analizzeremo qualche suo componimento.
(Dalla _Lanterna di Diogene_, anno II,
nn. 13 e 14; 8 e 14 agosto 1857.)
Risposta del Carducci alla Lanterna di Diogene,
in forma di lettera al signor E. M.
Onorevol signor E. M.,
E tenendovi la parola[86] vengo alla parte buffa del mio
intrattenimento; nella quale, per mostrarmi da vero buon _amico
pedante_, anzi l’ACHILLE _degli amici pedanti_, io vi darò lo
spettacolo di questo Tersite de’ critici che salta e guaisce sotto
i colpi della clava erculea di noi pedanti, la logica e l’autorità:
«Sallo Iddio che sa tutte le cose, dirò col Lasca (lett. al gobbo
da Pisa), quanto mal volentieri entri seco nell’arringo critico
a contrastare; non già ch’io creda di poter perdere, ma perch’io
spero non acquistare, vincendolo, onore e pregio alcuno.» Ma sì
fiera cosa è la presunzione di cotestui, e con tant’aria e’ si
allaccia la giornea e con tal muffa va per la maggiore e sputa
tondo e sentenzia, che a sanarlo di questa sua malattia di credersi
tale da poter dare i cavalli altrui e chiarirlo della ignoranza
sua smisurata e favolosa e’ parmi di fare opera di misericordia.
Or dunque accorrete, o signori e signore, allo spettacolo, dove
udirete Tersite che la trincia da critico, ed abburatta cotali
spropositi che mai sentiste i più nuovi. Ma.... _date operam et cum
silentio animadvortite ut pernoscatis_.... Ecco Tersite in iscena.
E monta in cattedra, e badatosi a destra e a sinistra, si spurga,
si soffia, e con voce di pedagogo mi vien domandando:
— Poeta Giosue — _Se il fato assente affettuoso alcun voto mortale_
— che vuol dire?
— Maestro Tersite — _Forse avverrà se il ciel benigno ascolta
Affettuoso alcun prego mortale_ (Tasso, Gerus.) — che vuol dire?
— _I Pisani non l’assentiro_ (la domanda degli ambasciatori
fiorentini, Giov. Villani) — che vuol dire? Vedete! alla scuola
d’umanità il Tasso, e specialmente il suo canto dell’Erminia,
s’imparava a memoria: che non tornate per lo vostro meglio a
umanità?
— Sfacciato e linguacciuto ragazzo! Ma IL _disio che per donna
m’incende_ ci pare sgarbata maniera per significare l’amore.
— Davvero? Come delicato il maestro Tersite! Ma _cupido_ e
_cupiditas_ chiamò Ovidio la passione d’amore, e IGNIS Virgilio,
e _ardor_ Seneca: e in proposito di amori i verbi _calere ardere
urere_ s’incontrano a ogni piè mosso ne’ poeti latini. E a Giuseppe
Franck, medico filosofo, pareva che l’_intenso desiderio d’ottenere
un individuo d’altro sesso costituisse l’amore_ nel grado suo di
passione (_Patol. med._, Malat. del sist. nerv., cap. XXI). Vero
è che voi m’arieggiate il platonico, e questa _carnalità_ latina e
medicale non vi farà. In questo caso, vi parleranno in lor volgare
quei cavallereschi poeti del nostro medio evo: — _Amore è un disio
che vien dal core Per l’abbondanza del gran piacimento_ (il notaro
da Lentino).... _Desidèro di voler, nato per piacer del core_ —
e — _Piacer di forma dato per natura_ (Inc. aut. del sec. XIII).
— e il metafisico Dante — _Beltade appare in saggia donna pui Che
piace agli occhi, sicchè dentro ’l core Nasce un disio della cosa
piacente_. — Ma, e dove lascio il moralista Castiglione, il quale
diceva che, secondo che dagli antichi savi è diffinito, Amor non
è altro che un certo DESIDERIO DI FRUIR LA BELLEZZA (_Corteg._,
lib. IV, § 51). Che parvene egli, mastro Tersite? se volete altro,
sappiatecel dire; e anco diteci dove stia proprio il mal garbo
della nostra perifrasi.
— Bene, bene. Ma non sappiamo cosa voglia dire che l’_altra_
(larva) _traggemi in parte ov’io spiro a’ fantasmi — e pur gravami
il vero_.
— Non sapete? guardate mo’! E che è che non sapete? forse che _in
parte_ o in _quella parte_ vale _in luogo_ o _in quel luogo_? Ma
anco i ragazzi vi recitano a mente — _Levommi il mio pensiero in_
PARTE _ov’era — Colei_.... e il Tasso nelle rime scriveva — _portar
le mie preghiere in_ PARTE _dove — Vi sia chi le raccoglia_. —
Ovvero non sapete che l’IN PARTE usasi ancora metaforicamente a
significare certe contrade metafisiche del pensiero? E il Petrarca
cantava — _In quella parte dove amor mi sprona — Conven ch’io volga
le dogliose rime:_ — e il beato Giovanni delle Celle scriveva —
_Io sono in_ PARTE _che altro non posso se non pregare Iddio_. — O
è lo _spiro_ che vi dà noia? Ma il Foscolo cantò — _Anch’io Pingo
e_ SPIRO _a’ fantasmi_. Nè intendete ancora? Di grazia: andate
e leggete qualche cosa delle operette morali del Leopardi, con
alcuna pagina pur del Foscolo; e il concetto allora vi apparirà
lucidissimo.
— Diavolo! o che a me col mio titolo di chiarissimo e con quel
tòcco di nomea che mi rimpasto non mi abbia a riuscir d’impappinare
questo ragazzo? proviamolo in un altro tasto. — Poeta Giosue,
L’ALTERA GIOVINETTA BELLA è un verso fatto di zeppe, l’_alte serene
vie de’ firmamenti_ sono zeppe, _e l’ingegno altero integro eretto_
che roba è? e non sono zeppe?
— Affè di tutti i pagani che hanno fatto tanto scandalo, la teorica
delle zeppe è la parte culminante della vostra critica, caro il mio
chiarissimo. Or udite verso fatto di zeppe da Dino Frescobaldi:
— _questa pietosa giovinetta bella_: — udite zeppe che metteva
Francesco Petrarca — _la mia fiorita e verde etade — Dolce cantare
oneste donne e belle — Oimè il leggiadro portamento altero_: udite
zeppe di Torquato Tasso nelle rime: — _fece le fiamme placide e
tranquille — Quando sprezzata grande e chiara fama — Come al partir
d’oscura notte ombrosa — Che non t’ascondi omai sola e romita_. —
Udite zeppe, ch’il crederebbe, pur di Vittorio Alfieri e pur nelle
rime: — _Sole d’un mesto velo tenebroso — io ti vedo coprir — E
quel suo di lei sola umile altero — atto_. E i versi fin qui citati
sono, e non c’è che dire, sono anco nella disposizione delle parole
fratelli maggiori del verso mio _Questa è l’altiera giovinetta
bella_.
— Va tutto bene, ma io dico _l’ingegno altero integro eretto_.
— Ma io dico a voi, se nel Petrarca leggiamo i _passi tardi e
lenti_ con il _vecchierel canuto e bianco_; e _lieti e contenti_
nel Tasso, e nella prosa del Casa le _chiome canute e bianche_ «de’
quali modi (scrive l’illustre Fornaciari) chi mostra maravigliarsi,
mostra non esser punto domestico dei classici, i quali e per
seguire il comun parlare, e per esprimere più efficacemente una
cosa pongono talvolta due voci di simile significazione piuttosto
che una», come potete voi chiamare zeppa l’aggruppar mio di due
o tre epiteti a diversamente e più efficacemente qualificare un
soggetto?
— Ma l’esempio de’ classici....
— Mancano eglino gli esempi dei classici che abbiano accompagnato
un nome di tre e più epiteti? Udite Francesco Petrarca: _Vaghe
pupille angeliche beatrici — Della mia vita. Misero mondo instabile
e protervo — La dispietata mia ventura — Noiosa, inesorabile,
superba — Quel vago dolce caro onesto sguardo_. — Udite Torquato
Tasso: _Vaghe, leggiadre, amorosette e pronte serve di lei — O
santa, o pura, immacolata fede_. — Udite Vittorio Alfieri: _O
leggiadro soave e in terra solo — Viso — O bei leggiadri angelici
costumi_. — E Giacomo Leopardi: _Nel petto — Nell’imo petto grave
salda immota — Come colonna adamantina siede_.... — E Niccolò
Tommaseo, in prosa, nel proemio al suo Dante del 1854: _E avventò
rigido, intero, diretto, quasi saetta quel verso variissimo_. — E
questo è proprio il caso del mio _ingegno altero, integro, eretto_,
non vi pare, maestro Tersite?
— Questo però non potrete negare, che è affettatissimo il dire che
_beltade addimostra una donna per propria angiolella_.
— Eppure a me pareva, e parrà anco ad altri, che la mia sia
imagine più modesta che non queste due: _Beltade e Cortesia sua
dea la chiama_ (Dante da Maiano) — _E la Beltade per sua dea la
mostra_ (G. Cavalcanti): io più umanamente avea detto: _per propria
angiolella_, e _angiolella_ è vocabolo risuscitato dal Mamiani.
— In ogni modo è sempre affettato, come ridicolo è il principio del
sonetto: _O nova angiola mia senz’ala al fianco_.
— Ridicolo? e perchè? Noi leggiamo in Petrarca: _Questa fenice
della aurata piuma_ — e: _Nuova angeletta sopra l’ale accorta_,
— come in Giusto de’ Conti: _Quest’angeletta mia dall’ali d’oro_
— e nelle rime di Torquato Tasso: _Nuova angeletta dall’eterne
piume_: — e non ci paiono, e non parranno al maestro Tersite
ridicoli principî di componimento! Tanto meno, se s’avesse a fare
con uomini di buona fede, dovrebbe parer ridicolo il verso mio; il
quale contiene un pensiero naturalmente più vero che non quello
del Petrarca, e del De’ Conti e del Tasso. Infatti cotesti poeti
parlano di donne che sono _fenici con penne_ o _angiolette con ali
d’oro_, mentre io mi contento di dire presso a poco così: — O tu
che di bellezza e costumi sei simile agli angioli, ma angiola non
sei.
— Oh, m’avete fradicio con cotesta vostra logica, poeta Giosue! E
io che m’immaginava che un poeta e un poeta ragazzo non sapesse po’
poi andar tanto per la sottile! Ma voi foste a scuola i sofisti.
Sibbene cotestoro non vi insegnarono a dir le cose per modo che
le s’intendano, difatto inintelligibile è la terzina seconda di
cotesto vostro Sonetto IV. E asserisco questo senza neppur riferire
la terzina, tanto dell’asserir mio son sicuro.
— Ma sapete, mastro Tersite mio, quel che dicea Vincenzio Monti a
certi suoi critici, i quali a petto a voi eran tanti Aristotili
per asini e tristi che e’ fossero? «Prima di giudicare, diceva
Vincenzio Monti, siamo tenuti ad intendere: nè io ho mai saputo che
della ignoranza di chi legge debba accusarsi chi scrive.» Ecco la
mia terzina, e giudichi il pubblico se voi asseriste vero: io dico
alla fanciulla che amando lei mi purificherò,
«Se di tanto mi degna il primo amante
Che, mentre io tenga del mortale incarco,
L’ale tue d’ôr non mettan fuor la punta.»
Terzina inintelligibile certo a cui della filosofia platonica
ignori sino al linguaggio, a cui non sappia che sieno l’eleganze
toscane, a cui Dio abbia negato le facoltà del ragionamento. Di
fatto, chi conosca pur il linguaggio della filosofia platonica
intende che il «primo amante» è Dio, chiamato dall’Alighieri
il «primo amore», e si ricorda che il Tasso cantava alla Pietà:
_Scaldi gli alati amori — di novo e dolce foco e ’l primo Amante_,
e che il Costanzo presso il poeta filosofo Terenzio Mamiani dicea
dell’amore: _amore è cetra — Che d’alme corde ed infinite e sante
— Leva eterna melode al primo Amante_. E chi sappia d’eleganze
toscane intende che _mentre io tenga del mortale incarco_ vale:
mentre io viva unito al corpo, ricordandosi del dantesco — per
l’_incarco_ — _Della carne d’Adamo onde si veste_ — e ricordandosi
pure che il _del_ usano spesso i poeti nostri a significare come
una parte d’un oggetto: _Infondi in me di quel divino ardore_
(Guittone); _E’ non par che tu sentissi mai di bene alcun_ (Cino);
_Mentre mia luce del mortale Avrà_ (Giusto de’ Conti). E chi
s’intende di logica, vede subito che essendosi detto nel primo
verso _Questa angeletta mia senz’ala al fianco_, nell’ultimo
si viene a desiderare che le ale d’angelo non appariscano alla
giovinetta, cioè che ella non passi a vita angelica, cioè che la
poveretta non muoia. Intendete ora, mastro Tersite?
— Ben be’: queste le son sofisticherie, le quali non per tanto non
impediscono che cotesto ultimo verso _L’ale tue d’ôr non mettan
fuor la punta_, sia ridicolo, poeta Giosue.
— Tersite, questa volta tu se’ reo d’irriverenza a Terenzio Mamiani
della Rovere; il quale scrisse: _Oimè che la diadema èlle apparita
— Oimè che l’ale han messo fuor la punta_. — Giù in ginocchio,
Tersite, e la corda al collo! come usavano i rei del medio evo
quando chiedean perdonanza.
(Dal giornale _La Lente_, anno II, n. 35, 1º settembre 1857.)
Recensione della _Rivista contemporanea_
(Vol. XIII, anno VI, Fasc. del maggio 1858.)
_Rime di Giosue Carducci_. (San Miniato, Tip. Ristori, anno 1857.)
Da quelle care e sacre convalli ove la poesia d’Italia mise il
primo vagito, e dove vivono e perenni si tramandano colle tele
e coi marmi, e più ancora con la favella le memorie di sì grande
infelice, si leva oggi il canto di ventenne poeta. — È preludio
di gloria novella, e fra le codardie di un secolo audace e frale,
testimonianza di vita, di speranza e d’amore. — Per esso il cielo
natio non si coverse di boreali caligini: ma sordo ai clamori d’un
volgo insano, tenne fede all’eredità del patrio senno, e senza
rossore bevve all’immacolate sorgive della sapienza. — Così si
rannodano in bella guisa entro i suoi carmi e le antiche memorie
ed i fremiti della presente generazione, chè altrimenti la poesia
anzichè ministra di conforti diverrebbe sterile e fatua fiammella
che dileguasi senz’altro pel cielo. Quel mite popolo della Toscana
serba ancora gl’influssi del genio pelasgico e armonizza in sommo
grado la gentilezza jonia alla maestà delle genti doriche; ad
esso prescrissero i cieli di custodire il palladio della favella,
che in tanta ruina d’umani casi è pur largo compenso. — E ai
vati poi sempre animati da un soffio fatidico fu dato destare le
genti mal vive, agitando, come l’angelo sospirato dal paralitico,
queste acque stagnanti. La malaugurata semenza dei miseri poeti
è feconda in Italia; chè a pochi fu concesso discendere nei
penetrali dell’anima, e a pochissimi destare i sopiti pensieri
per levarli all’altezza di Dio. Corrono insensati la facil china
dell’universale costume, e giovani, schivi d’ogni fatica, levano
a cielo ciò che non intendono, predicando il concetto al di
sopra della forma; e benchè quello a questa sovrasti, la favella
ed il numero sono, a dir così, l’istrumento in cui l’idea si
travasa; e se quello non è al tutto accomodato a riceverla e
modularla, l’istessa idea può scemare di forza e sformarsi. — A
Giosue Carducci non bastarono le nude forme, ma crebbero in lui
inspiratrici di carmi due muse immortali, l’Amore e la Patria,
s’intrecciarono insieme, conquistarono il giovinetto suo cuore,
lasciando integra e robusta la fede degli avi suoi. — Nè i molli
vagiti o i disperati lamenti approdarono a lui che, levato in più
alta sfera, s’ispira ai canti di quel Grande che, provando breve e
ristretta la cerchia di questo pianeta, non si disse pago sinchè
non ebbe descritto a fondo l’intero universo. — A questo audace
ingegno che riflette con Michelangelo la giovinezza della nazione,
tien dietro il giovinetto vate, che nutrito alla divina scuola
sente il soffio di Dante e la dolcezza di quel mesto poeta
Che Amore nudo in Grecia e nudo in Roma
D’un velo candidissimo adornando,
Rendea nel grembo a Venere Celeste,
Il libriccino che ti si raccomanda, o lettore, di sole 90 facciate,
esce umile e schietto, schivo d’ogni orpello e liscio straniero,
dai tipi Ristori in San Miniato. Gli splendono in fronte due nomi
fra i più augusti del secolo, cioè quello dell’infelice Giordani,
e dell’infelicissimo Leopardi. Ti si schierano poi innanzi 25
sonetti: ma non ti turbare, chè non sentono già il leppo della
lucerna, nè la fiacca cascaggine de’ Petrarchisti, ma piuttosto
un’aura foscoliana e il reciso verso d’Alfieri. La brevità della
forma non lo costringe, non lo impaccia, come avviene ai mediocri,
ma franco il pensiero discorre con meravigliosa serenità, limpido
e puro, e con quell’unità di concetto che è tutta propria di
siffatto genere di poetare. Due larve, anzi due furie, dice il
poeta, fanno strazio di lui, l’amore della sua donna e quello
ancor più fiero della sua patria; e benchè il disinganno lo vinca
a quando a quando, pure sotto sì dura sferza non vengono meno, e
l’uno e l’altro combattono a gara. — Nell’intitolarne uno a Pietro
Metastasio, ei trova modo di rimbeccare il secolo sì proclive
a mescolare il linguaggio dell’Evangelo al novellare dei trivi.
L’anima del poeta si sdegna che la scena divenga scuola di vizii,
poichè com’ei dice:
Scuola or la scena è d’ogni cosa ria,
Dove scherza il delitto e dove ardito
L’adulterio in gentil vista passeggia.
E a questi esempi il suo nome nodrito
Vuole, e te mastro di virtude obblia
Il secoletto vil che cristianeggia.
E bellissimi e degni d’esser qui ricordati sono quelli al Parini,
al Niccolini e al Monti, che si dipartono dalla schiera volgare,
come l’autore dai molli esempi e dai tristi. Questo a Terenzio
Mamiani trascrivo intero:
Come basti virtù, perchè suprema
Ira e furor d’ingegni, e pellegrino
Regno più in fondo il nome italo prema,
A contrastare il fato in cor latino,
Ben mostri or tu, che, mentre ignuda e scema
D’ogni loda e bel pregio a reo cammino
Torce la gente, in su l’etade estrema
Sofo e vate d’Italia e cittadino
Vero pur sorgi, come a ’l secol bello
Quando a ’l valor natio spazio era dato
D’addimostrarsi in generosi esempi.
O d’antiqua virtude ultimo ostello
Petto roman, tu solo in contra il fato
Dura, e di te nostro difetto adempi.
E se volgiamo alla poesia gentile, come trovarne di più soave e
al tempo stesso più calda d’affetto, più semplice e bella nel suo
natio candore?
A questi dì pur io ti vidi. Uscia
A pena il fior di tua stagion novella;
E la persona pargoletta e bella
Era tutta d’amore un’armonia.
Vereconda sul labbro ti fioria
L’ingenua grazia e la gentil favella:
Come ride in serena onda una stella,
Ridea l’alma negli occhi e trasparia.
Tal io ti vidi. Or con disio supremo
Te per questo nefando aere smarrita
Pur cerco e invoco: e sol mi sento, e tremo;
Chè spento è al tutto ogni buon lume, e vita
Già m’abbandona, e son quasi all’estremo.
Luce degli anni miei, dove se’ gita?
Tale è la semplicità dell’affetto profondamente sentito, che non
osi penetrare l’arcano di quell’anima afflitta, e pur ti attristi
con lui. E quel fazzoletto che ispirò sì leggiadri versi e quella
tomba d’amico ne’ verdi anni rapito alla speranza e all’affetto,
e persino il sonetto che celebra il cavallo vincitore degli angli
puledri sente a un tempo e le fragranze dei giardini d’Atene, e lo
squillo de’ giochi elei. Ma qui s’apre più larga vena d’armonia
ne’ canti, poichè il pensiero in più largo gira, e le forze del
giovanile ingegno si rilevano nella loro maestà. Non è un fuor
d’opera quella invocazione a Giacomo Leopardi, che parrebbe
quasi redivivo nei forti e pensati carmi dell’ausonio Carducci; e
questo non è plagio di penna venduta o dolce inganno d’amichevole
affetto, ma spontaneo grido di fratelli lontani che salutano in
lui una gloria novella ed un vate degno della sua patria, conscio
de’ suoi dolori. A cui fu largito intelletto di bellezze poetiche
e che non fu guasto dall’alito delle nordiche muse, questi canti
sembreranno un prezioso gioiello, e forse più che un preludio un
nobile esempio alla schiera de’ giovani studiosi. Alcuno arriccierà
il naso all’uso frequente degli Dei della favola, che raffreddano
per così dire il pensiero trasportandolo nella regione de’ sogni;
noi crediamo scusarlo col confronto d’altre inarrivabili bellezze
e coll’esempio de’ più venerati maestri. E se a me non fosse
conteso di penetrare nel segreto di tante bellezze che l’arte
asconde ai profani, forse le piccole mende di voci antiquate e
di quasi oscurità nel periodo di leggieri scomparirebbero. Dirò
come ognuna di queste canzoni senta il greco pennello, e come la
bellezza vi si diffonde più grata vedendo che l’arte ministra del
colorito vi appresta le forme senza imprigionarne e tormentarne il
pensiero. E mentre a danno del pensiero stesso la forma è presso
i moderni o negletta o straniera, per esso invece, come avviene
dei sommi, il pensiero signoreggia sempre senza danno di quella.
Si provò anzi, per quella simpatia de’ Latini e dei Greci che in
lui è grandissima, a rinnovare, come il Gargallo e il Labindo, e
costringere in saffici e asclepiadei idee nostrane e casalinghe.
Lascio ad altri il pronunziare se raggiunse la meta, e se difatto
convengano a’ nostri pensieri le forme del Lazio, poichè a me
sembra una mostra d’ingegno anzichè un ritmo ben acconcio alla
armonia della favella nostra. Spezzato ad ogni tratto e quasi
sminuzzato, la maestà di questa lingua se ne offende, come quella
di Bernardo Davanzati nella traduzione di Tacito. Nè qui mi allungo
per non ritardarne l’assaggio. Prescelgo fra tutte quella canzone
che intitola — _Dante_ — dalla quale vorrei estrarre sol qualche
brano, ma lo faccio a malincuore, perocchè degna d’esser copiata
le mille volte, sebbene, com’ei confessa, fosse questo il primo
cimento, la prima nota della sua lira:
Ma questa umile aiola
Ove si piange e s’odia,
E questo eterno inganno, e questa vana
Ombra ch’à nome vita ed è sì bassa
T’era in dispetto. Poi che il sacro verso
A tutto l’universo
Descrisse fondo e ’l buon sofo gentile
Te mise dentro a le secrete cose,
Veder volesti come l’angiol vede
Colà dove non è di nebbia velo,
Amar volesti come s’ama in cielo.
Su per le vie d’amore
Quest’umil creatura
Risospingendo innanzi al creatore,
Quetar volesti in quell’eterno vero
Che il grand’amor ti dette e ’l gran pensiero.
Cesse Virgilio in faccia
A tanta luce: e tu, deserto e solo
Spirito uman, per entro il gran disio
Sommerso vaneggiavi, e dubitando
Duolo e disdegno avei di te sì forte
E tanto amaro che nulla è più morte.
Tu disperavi: quando
Su l’angeliche penne
Al tuo dolor sovvenne
Quella ch’è amore e visïone e luce
Fra l’intelletto e ’l vero:
Nomarla a me lingua mortal non lice:
Tu la dicesti, amando, Beatrice.
Così di sfera in sfera
Tutto era melodia quello che udivi,
Tutto quel che vedevi ardore e luce,
E tutti quanti erano amore i sensi,
E lo spirto ed il verso un’armonia
Simile a quella che là su s’india.
Deh, qual parveti allora
Quest’umil patria, e qual de le partite
Città la lite, ahi come quella eterna
Che sempre trista fa la valle inferna....
E qui tralascio perocchè mi converrebbe trascriverla intera, anzi
trascrivere l’intero volume, che merita altri elogi e più nobile
encomiatore. Mirabile è pure la gentile ballata che rammenta
le schiette e semplici rime de’ primitivi poeti toscani, del
Cavalcanti, del Frescobaldi, che, lungamente e con grande amore
studiati, derivarono nelle sue rime quella purezza inarrivabile che
vi intraluce. Poi nel canto degli Italiani così esclama:
O di cuor peregrina e di favella
E di vesti e di vizii o in odio a’ numi
E agli avi ed a la patria, or che presumi,
Stirpe rubella?
Sgombra di te la sacra terra: o in fondo
Giaci da secolar morbo disfatta;
E i vanti posa, e la superbia matta,
Favola a ’l mondo.
Chè non per cifre e teoremi acuti
D’economista la civile arride
Felicitate, nè la via divide
De’ vizii arguti:
Nè di vigore un secol guasto allieta
Sillogismo di tumida sofia,
Non clamor di tribuni, e non follia
D’ebro poeta.
Quando virtude con fuggenti piume[87]
Sprezza la terra e chiede altro sentiero,
L’ardor del buono e lo splendor del vero
Rado s’alluma.
Inerte il cuor gli spirti suoi più belli
Ammorza, e stagna torbida la mente:
Speme si vela, e disdegnosamente
Guarda gli avelli.
Vinci l’errore; e a’ veri lumi tuoi
Mira, o dispersa italica famiglia:
Levati, e nuova il buon cammin ripiglia
De’ vecchi eroi.
Così il poeta ripiglia veramente il cammino de’ buoni, e uscendo
solingo dalla turba, mira a quell’uniche stelle della Virtù e della
Fede, le sole che fanno capaci i popoli di rifarsi come la fenice,
perchè, come disse un arguto scrittore, quando la servitù entra
per la porta di settentrione in una città, è segno evidente che la
virtù è già uscita per la porta di mezzogiorno. Ed è quindi gran
lode per lui che, mentre tutto declina a pravo costume, sappia
durare co’ pochi nell’operosa virtù e nella carità della patria
saldo fra gli ozi codardi e la pressura dei forti e lo scherno dei
vili, vincendo ogni prova nella fede d’un tempo migliore.
Il _Momo_, riproducendo questo articolo nel suo n. 26 (anno I, 1º
luglio 1858), vi premetteva un cappello, nel quale, fra le altre cose
era detto:
È notabile che come ora è stato primo a parlare con lode delle Rime
del Carducci un giornale torinese, fu pure un giornale torinese
(la _Rivista enciclopedica italiana_) che primo, e solo, lodò
il Carducci degli _Studi di filologia e lingua latina_ da lui
stampati nell’_Appendice alle Letture di famiglia_. I quali _Studi_
perchè qua in Toscana passarono, come al solito ogni buona cosa,
inosservati; ci piace ripetere qui le parole di quel giornale,
molto onorevoli al Carducci, che sono nella dispensa dell’ottobre
1855:
«Non possiamo a meno che lodare di bel nuovo il pregiato lavoro
del signor Carducci sulla lingua e letteratura latina, il quale
non si restringe solamente ad una interpretazione del testo
delle Georgiche, ma spazia altresì pei campi della storia e
della linguistica, e procede per via di confronti letterari tra
gli autori greci e latini a svelarci i tempi di Virgilio ed i
più reconditi pensieri di lui. Onde noi non abbiamo difficoltà
nell’affermare che il signor Carducci farà opera che potrà stare
a paro di quella dell’Heine e di altre di dottissimi critici che
hanno illustrato i nostri classici antichi. Continui pertanto il
Carducci nel lodevole divisamento, che sarà per riportarne utile e
vanto a sè medesimo e alla patria nostra.»
————
Due sonetti satirici contro il Carducci.
Riferiamo anche, come documenti delle guerre letterarie del Fanfani
e del _Passatempo_ contro il Carducci e gli _Amici pedanti_, i due
sonetti citati a pag. 96 e 98. Il primo, del Fanfani, è inedito;
l’altro, del Fantacci, fu, come dissi, pubblicato nel _Passatempo_.
O Giosuè poeta, chiaro lume
Di Fiorenza e d’Italia, il tuo Fanfani
Vorria baciarti quelle santi mani
Che dettarono il nobile volume.
Ma _d’Apollo incremento_, sulle piume
Di gloria t’ergi, e a noi miseri, insani,
Facendo bocchi, in Pindo ti rimani
Tutto cambiato dall’uman costume.
_Proteggitore_ almen resta _indigete_
De’ tuoi pedanti alle tue voglie pronti,
E sazia lor la poetica sete.
Spira i fantasmi spesso, e se da’ monti
Sorge la luna, dille che in sua quiete
Imago renda entro laghetti e fonti,
E con loro si acconti;
Che se a te l’ali han messo fuor la punta,
Almeno lei non sia da lor disgiunta.
Se poi nella sua giunta
Desio per donna incende i tuoi clienti,
Fa’ che dal luogo ove tu ti contenti,
Tra soavi concenti
Scenda un’altiera giovinetta bella
Che _di beltate sia propria angiolella_.
E non bastando quella,
Venga insieme con lei la verginetta
Che pur _lamenta in quella ballatetta_.
Venga, venga, l’aspetta
_Il gener tuo negli omeri addensato_;
Gli è ciò nei voti; ma se gli è negato,
Irrompe nel vietato,
E l’aer livida, a man di quei suggetti,
Strider potria divisa da’ moschetti;
I domestici tetti
D’ampia clade incestarvi e in sè rubelli
Duellare ad uccidersi i fratelli.
Pietade in te favelli,
I tuoi fantasmi lucidi invia loro,
E ad essi fiorirà l’età dell’oro.
Di vil patria a disdoro
Ricorda che _balzò con franco volo_
Di Flora il tempio, al mondo unico e solo,
Sull’_attonito suolo_:
Rinfaccia a’ vili le _rigide torri_
Che di lusso vestironsi; soccorri
Deh per pietà soccorri
All’_arte putta_, straccia il culto osceno,
E al desio del raro in questo ameno
Italico terreno
Accendi i cuor disfatti, e sii tu guida
_A lei cui premon già l’ultime strida_.
Non odi come grida?
È la tua patria che da te conforto
Dopo Dio spera, e che l’adduca in porto,
Saggio nocchiero e accorto.
_Candidi soli e riso di tramonti_
Pur rivedrà, alte terrà le fronti,
Se in suo servigio pronti,
Tu suo duce, tu figlio suo diletto,
Tu ingegno divo _altero integro eretto_.
Nemmen ti sia in dispetto
Volger pietoso uno sguardo a colui
Che ripassa sì bene i versi tui
E fe’ stringerti in hui
Per duol la bocca, chè nol fe’ per male,
Ma per metterti in zucca un po’ di sale.
Se la scusa gli vale,
Si scusa a te: tu dunque gli perdona,
Ad esso il bacio d’amicizia dona,
Ed ei che non minchiona,
Ei della gloria in la magione eterna
Ti farà scorta con la sua _Lanterna_.
_Il Trionfo di Farfanicchio arcipoeta, o del Gigante da Cigoli che
abbacchiava i ceci con le pertiche. — Diceria in versi d’un poeta che
non è poeta._
Faccian festa per oggi i Fiorentini
Ed escan per le piazze a processione;
Su per i tetti montin le persone,
S’aggrappino agli arpioni i birichini.
Di festoni, d’arazzi e di setini
S’adorni ogni finestra, ogni balcone;
E suonin pur senza discrezïone
Campane, campanacci e campanini.
Largo al re de’ pedanti; in sua fidanza
Ecco ch’ei se ne vien, gonfiando in via
Sì che pare in persona la burbanza.
Se nol vedete non è colpa mia
Chè più di quattro spanne non avanza
Sebben si creda somigliar Golia.
Ciascuno, in cortesia,
Gli faccia di berretta, quando passa,
E stiasi per rispetto a testa bassa,
Ch’egli è quel tal che abbassa
La gloria de’ poeti laureati
E sconfonde e flagella i letterati
Viventi e trapassati.
Il sol suo nome al povero Manzoni
Fa per paura venire i bordoni
E la fa ne’ calzoni.
Se volge un’occhiataccia al Tommaseo
Lo fa proprio restar come un babbeo
E diventa un pigmeo.
Nulla dirò del Grossi e del Cantù
Che omai di questi non si fiata più
Da che lor boia ei fu.
E sua mercè vedrem ch’anco il Guerrazzi
Presto sarà, come interviene ai pazzi,
Ludibrio de’ ragazzi.
Basta ch’ei levi la tremenda voce,
Si fa ciascuno il segno della croce
E via fugge veloce,
Sì forte te lo acchiappa la paura
D’aver da lui qualche bastonatura
Anzi pur la tortura!
Quando ha la penna in man, Gesummaria!
Gli par la lancia aver dell’Argalia;
Sì che ognun scappa via,
Perchè con quell’arnese onnipotente
Tutto rompe e sbaraglia come niente.
Di grazia, o buona gente,
Fatevi avanti e squadratelo bene
Da capo a’ piedi e poi da petto a rene;
Eccolo ch’ei ne viene,
Guardate se non par quel da Gubbiano
«Che estinse il Gallo e seppellì il Germano.»
Corpo di Tamerlano!
Egli è da suoi pedanti circondato
Torvo ha lo sguardo e il crine rabbuffato:
Ha un calzon rovesciato,
Un cappellaccio sulle ventitrè,
Ed un vestito che chiede mercè;
Ohïmè! Ohïmè!
S’egli ti mette addosso l’occhio torto
Tu puo’ far conto d’esser bell’e morto,
Ed ogni priego è corto.
Ve’ se non par ch’e’ dica: «Olà perdio!
Non abbiate paura, son qua io
»Per far pagare il fio....
Qualvolta alcuno osasse d’aprir bocca
Entro in valigia.... e allor bazza a chi tocca,
»La mia saetta scocca;
Se mi monta la bizza di far carne
A chi voglio prometterne, a chi darne,
»Tagliarne ed affettarne....»
(Metaforicamente, ci s’intende).
Or dite un po’, con lui chi ci contende?
Tante cose stupende
Gli stanno così fitte nel cervello
Come le acciughe dentro un caratello;
Ci ha tutto il buono e il bello,
Sì vasta e peregrina erudizione,
Che ne restan di sasso le persone;
Ci ha Omero, Cicerone,
Aristotele, Seneca e Longino,
Virgilio, Quintiliano e il Venosino;
Tutto il greco e il latino,
Il succo dei più celebri scrittori
Filosofi, poeti e prosatori.
Che odori! che sapori!
Ci ha insomma d’ogni cosa un precipizio;
Però, se debbo dirla, ho grave indizio
Che ci manchi il «Giudizio»;
Il qual dicono (oh caso singolare!)
Che per quanto si sia dato da fare
Non c’è potuto entrare.
Del resto poi tutto vi sta a dovere
E la bottega par d’un rigattiere,
Dove ognun può vedere
La roba vecchia insieme con la nuova.
Armi, cenci, orinal, granate e uova.
In quel cervel si trova
Anco la polla della presunzione,
Dell’arroganza e dell’indiscrezione.
Son pur d’opinïone
Che ci abbia il seme dell’impertinenza,
Della spavalderia, dell’insolenza.
Cattedra d’eloquenza
Avrà, cred’io, e allievi ne verranno
Che come i can mastini abbaieranno,
Ringhieran, morderanno.
Che il ciel ne scampi i poveri cristiani
Da sì fatta rettorica da cani!
Perder vorrei le mani
Se a dargli, come dicon, dello spago
Non doventa col tempo antropofàgo,
O, dirò meglio, un drago,
Che sarà poi (se pur non piglio errore)
Del regno delle lettere il terrore.
Facciasi dunque onore
Al nostro Farfanicchio arcipoeta
Più chiaro ancora del maggior pianeta;
E come a propria meta
Trionfalmente ne venga portato
Nel bel mezzo di piazza del mercato
E quivi, coronato,
Facciangli intorno i beceri gran festa,
E d’urli e fischi in mezzo a una tempesta
Cantino le sue gesta
Col ritornel, che assai gli piacerà,
Del _Nani, Nani, Nani, qua qua qua_,
Che tanto ben ci sta;
E a così lieti, becereschi canti
Rispondan _Nani Nani_ anco i pedanti.
Io poi mi farò avanti
E dirò a Farfanicchio in sul mostaccio:
«Bada! ci ho in corpo un altro sonettaccio;
»E s’io non te lo faccio
Con una coda più lunga di questa
Mozzo mi sia.... volevo dir la testa.»
Articolo del Carducci sul _Trionfo della Croce_.
Riportiamo finalmente dal n. 23 del _Momo_ (anno I, 10 giugno 1858)
l’articolo del Carducci sul _Trionfo della Croce_ del Del Lungo,
che diede occasione all’ultima polemica del Carducci stesso col
_Passatempo_.
_Il «Trionfo della Croce» dì Isidoro Del Lungo._
È una canzone di metro toscano; fatta da un giovinetto di
diciassette anni. Delle idee svolte liricamente questo è il
nesso. — St. I e II. Dopo la redenzione, a Dio che preparava una
civiltà nuova agli uomini rigenerati dalla nuova fede, piacque di
porre il principio e la sede di questa fede e civiltà nella terra
d’Italia; non sì però (st. III) che la religione di Cristo non
diffondesse la sua luce pur sul resto del mondo e non si facesse
ispiratrice di pensieri forti e atti magnanimi a tutte le genti.
Da questo cominciamento convenientissimo a poeta italiano e ben
legato col resto dalla opportuna transizione della st. III, passa
il giovinetto scrittore a mostrare (nelle st. IV e V) la diversità
filosofica delle due credenze, etnica e cristiana; accennando il
prevalere di quest’ultima per la speranza che divinamente infonde
nelle anime combattute dalla trista verità della vita (st. V) e
per la forte volontà che mette nei suoi credenti (st. VI, primi
7 versi). — Ma la religione di Cristo è anche oppugnatrice della
prepotenza e confortatrice a forti fatti: in prova di che si
ricordano le crociate (st. VI, ultimi 4 versi, e st. VII). —
Quindi, come ispirati dal pensiero medesimo, che armò le crociate
alla diffusione della fede, si rammentano l’italiano cantore di
esse (st. VIII), l’italiano navigatore che primo piantò la croce su
le terre scoperte dall’ardir suo (st. IX): e si chiude la canzone
colla diffusione trionfale della religione cristiana nel nuovo
mondo (st. X). E il Tasso e il Colombo, confortato e rianimato il
primo nei dolori ineffabili dai sentimenti religiosi, armato il
secondo di meravigliosa fortezza cristiana contro le avversità,
a me paiono convenientemente introdotti, ad esempio del doppio
effetto che il poeta nella st. VI e VII ha detto esercitare la
religione cristiana su le anime credenti.
Tutto ciò è versificato in X stanze di bella poesia, dove i
concetti e le imagini sono non diffusi (come si suole da giovani
e in questi tempi) ma acconciamente raccolti e quasi condensati
con arte severa che mostra nel giovinetto assai potenza di stile:
e il verso è armoniosamente variato negli accenti e nelle pose, e
con regolarità non servile intrecciato e interrotto: e lo stile è
temperato ne’ classici latini con accorta mistura di alcuna soavità
toscana, come specialmente insegnarono fare Foscolo e Leopardi.
Non sì però che alcun che d’eterogeneo non ci si senta talvolta, e
che tu non urti in qualche forma antilogica: il che è da perdonare
all’età acerbissima. Accenno quel che a me pare difetto. St. I....
_redenta dal peccato antico Tornò libera e sciolta Agli amplessi
di Dio l’umana polve_: l’umana polve no, pare a me; l’anima umana:
nè della polve potrai dire che sia _redenta_ cioè ricomperata _dal
peccato_, e nè meno che ella divenga _libera_ e _sciolta_; che anzi
ella importa sempre servitù e cattività alle anime degli uomini. —
St. II.... _Esulta De’ tuoi martiri il frale entro la tomba_. Frale
si dirà del corpo finchè retto dalla vita può esser franto; quando
è nella tomba è già franto; dunque non può esser più _frale_,
sibbene spoglia. Nè _frale_ (da frango) sta bene con _esulta_ (da
_ex-sultare_): anche le parole prese di per sè hanno una cotal
logica; che gli scrittori primitivi (per così dire) intuiscono, i
secondarii devono studiare nelle etimologie, nelle analogie, nelle
derivazioni e nelle mutazioni stesse del significato elementare. —
St. II. _E all’orgoglio mortal di nuovo insulta L’aquila del Tarpeo
fatta colomba_. Le metamorfosi lasciamole a Ovidio: a me questa
imagine non va, perchè non sorge dal vero. Di più, tanto è che si
parla d’_aquile romane_ o di _colombe cristiane_ che ormai le son
frasi d’Arcadia anche queste. — Nella st. IV si dice: _Per te del
mortal velo il greve incarco Con pronta ala s’inalzi Spregiando il
fango vile a miglior parte_. Pare a me che dare _ali_ e _volo_ a
_un greve incarco_, non sia bello: più questo _greve incarco del
mortal velo_, che è il corpo, deve, _spregiando il fango vile_,
cioè la materia e ciò che a la materia aderisce, _inalzarsi a parte
migliore_. Ora cotesto inalzarsi pur con il corpo non avvenne
mai, ch’io creda, se non a que’ buoni servi di Dio che poterono
godere le estasi beate: nè il giovinetto autore certo vorrà che
tutti i cristiani debbano riuscire cotanto estatici. — Nella st.
VII havvi certa _ira di Numi_ un po’ troppo pagana, dove si parla
di crociate: come pure nella IX, dopo aver domandato _se la prova
del mortale viaggio è più dura a’ generosi per decreto celeste_,
segue a dire il poeta: _o con superba Voglia saetta il fato Più
altamente le più alte teste_: il qual fato qui è proprio il fato
pagano di Omero e di Eschilo, e contrasta troppo manifestamente col
_decreto celeste_ che è tutto cristiano. — Nella st. VIII dicesi:
_Poi ch’a’ flutti del tuo mare si sposi L’armonia di Torquato_. Che
vuol dire _un’armonia la quale promette sè_ (_sposare_ da _spondeo
sponsum_) _ai flutti_? La maniera latina, maritare l’armonia
ai versi, ai numeri, alle corde, sebbene arditissima la intendo
(_armonia_ vale _congiungimento e connessione di più in uno_): _lo
sposarsi dell’armonia ai flutti_, no: ed è, o a me pare, maniera
non vera, che mal si accorda con altri modi belli e potenti di
questa poesia; senza però ch’io creda col _Passatempo_ «pazzamente
romantiche» le altre imagini a cui questa frase si collega. Al qual
_Passatempo_ non saprei compatire la maraviglia, che significata
da tre punti ammirativi egli mostra a questi versi.... _Oh non
al pio Cantor doveano_ OSTELLO _Esser le sale dei potenti e gli
auri_...; se non ripensando a quella sentenza del Metastasio: _la
meraviglia dell’ignoranza è figlia_. S’io avessi a trattar con
persone che niente niente sapessero di grammatica, potrei dir loro
che la locuzione _le sale de’ potenti e gli auri_ viene a dir le
_aurate_ sale _de’ potenti_: e ciò per una certa figura che si
chiama _endiadis_, per la quale Virgilio disse _Pateris libamus et
auro_ e Lucano con modo similissimo a quello del signor Del Lungo
_Non auro tectisve modus_. Ma perchè di grammatica non sa niente
certo chi scrive _cæteribusque_, e chi scrive _cæteribusque_ è
il _Passatempo_, comecchè e’ faccia il rigattiere di critica e
se l’allacci e vada per la maggiore tra’ giornali di Firenze, io
voglio ch’egli mi perdoni questa digressioncella sull’_endiadis_
che lui non tocca. Tornando al signor Del Lungo, direi che nella
canzone di lui sarebbero da notare lo scadere degli ultimi quattro
versi in certe stanze, e la soverchia predilezione ch’egli mostra
d’avere per gli infiniti aggruppati al modo latino; se non fosse
ormai il tempo di riportare certi luoghi della canzone che a
noi paiono di bellezza franca e sicura, perchè i leggitori ne
giudichino di per sè.
Parla della Fede stabilita in Italia come in sua propria sede:
E te, candida dea, giova il sorriso
De l’italico sole,
E dal tirreno mar sorger la luna
E cader d’Appennino
Le grandi ombre notturne; onde le stole,
I labari di Cristo, la fortuna
De le chiavi celesti al tiberino
Lito commetti. . . . . . . . .
Confronta le due credenze:
Tempo fu già che di graditi errori
A l’intelletto un velo
Fecero i sensi; onde i bugiardi Dei,
Cura amabil de’ vati,
Tenner l’Olimpo, e la quadriga in cielo
Febo guidò: ne’ graziosi e bei
Fantasmi il viver nostro e ne’ dorati
Sogni fuggia; nè il vuoto
Delle cose mortai, nè ’l desir folle,
E le vane speranze e il fine ignoto,
Timido del dolor, ricercar volle.
Tu che del vero inesorato ai danni
In arcana alleanza
Le gioie unisci onde beltà s’india,
Ch’al dolore e a la morte
Insegni la preghiera e la speranza,
O Santa Fe’, la stolta codardia
Vinci. . . . . . . . . . .
Parla delle Crociate:
Vedrai raccolte per lo immenso piano
Sotto i vessilli tuoi
Cento ondeggiare e cento aste di guerra,
E converso in acciaro
Il pastoral degl’infulati eroi,
E riversarse una nell’altra terra
A far parere il gran possesso amaro.
Ahi quanta ira di Numi
A l’Orïente! e gemer per la muta
Notte di moribondi! e quale a’ fiumi
Di barbarico sangue onda cresciuta.
Parla del Colombo e dell’America convertita al Cristianesimo:
Forse è la prova del mortal viaggio
Per decreto celeste
Più dura ai generosi? o con superba
Voglia saetta il fato
Più altamente le più alte teste?
O Ligure nocchier, non da l’acerba
Fortuna a te fu schermo il disfidato
Furor de l’oceano,
E superar degli uomini la guerra
E de le cose, e con ardita mano
Fra ’l cielo e’ flutti ricercar la terra.
Ma su la prora fortunosa i santi
Vessilli ergea la Fede,
Ed era stella per cotanto mare.
Oh del culto verace
Lume novello! ecco da l’erma sede
Inusitate preci, e sorger are
E stringer patti ed annunziar la pace.
Queste cose erano state pensate e in parte scritte prima che il
_Passatempo_ tanto rabbiosamente latrasse contro lo scrittor
giovinetto. Il quale latrato però non mi spaventa così ch’io
non voglia dire il parer mio al signor Del Lungo: Giovini che
a _diciassette anni_ ritrovino e dispongano così bellamente la
materia poetica, e le imagini contemperino ai sentimenti, e alle
une e agli altri lo stile, e questo con tanta accorta parsimonia
condensino, pare a me che per lo più sieno rari: massime oggi.
Ho veduto altra vostra canzone; nella quale più sparpagliate le
imagini, più rumoroso il sentimento, più misto e incerto lo stile:
da quella a questa è un progresso. Non sì però che nella fusione
meccanica del vostro stile non si scorgano come a righe ed a strati
i metalli diversi (nè tutti buoni) dei quali lo componete. Or su:
via alcuno di cotesti metalli: del resto fate sì che la fusione
vi riesca compatta ed unita: chè, volendo, potrete. Come io credo
non vi facessero esaltar su voi stesso gli encomi dell’_Arte_,
così spero che il maledire del _Passatempo_ a voi giovinetto non
vi farà nel giudizio vostro rimpicciolir di soverchio. E come
io m’indovino che voi pur imberbe potreste insegnare a molti in
materia di stile (a me primo); così vi prego quello che ho creduto
dire sul fatto vostro a non tenerlo in conto di ammaestramento.
No, no, di grazia, che io non voglio fare il maestro a persona. Sì
piuttosto accettatelo, se vi piace, come parere di tale che non vi
conosce pur di vista, e che veduta la vostra canzone volle dirvi
quello che in essa gli aggrada e quello che no: e forse vede male.
Al _Passatempo_ parecchie cose direi, se non me ne distornasse
il ripensare la _dura cervice_ di cotesto quid simile d’animale
anfibio. Mi starò contento a dimandargli questo: Parrebbevi giusto,
signor _Passatempo_, che un villanzone tarchiato, il quale altro
non sa che sarchiare le orticacce e le malve, pigliasse a pugni e
pedate un ragazzino perla sola ragione che quel ragazzino coltiva
perbenino un suo giardinetto? certo direte che no. Anche: con che
faccia osate voi sotto la sicurtà dell’anonimo svillaneggiare N.
F. Pelosini, il quale vilmente provocato risponde a un anonimo
insultatore, ed è pur tanto gentile che non istrappa la maschera
dal viso a costui; quando voi nè pur nominato in bene nè in male
buttate una manata d’impertinenze a un D. A. B.; il quale, poniamo
che nelle lodi eccedesse, poniamo che certi pensieri caricasse
un po’ troppo, pur non disse tutto affatto affatto malissimo? O
chi siete voi che ad una persona, la quale prende sopra di sè la
_responsabilità_ di quello che dice e si firma, togliete il diritto
della difesa; e per voi fate un diritto dell’aggressione anonima?
————
Rettifica ad una Nota alle Poesie del Carducci.
(_Pag. 96._)
In una nota al volume delle _Poesie_ (Bologna, Zanichelli, 1902),
pag. 259, il Carducci dice che il sonetto _Sur un canonico che lesse
un discorso di pedagogia_, fu stampato la prima volta nel giornale
_Il Momo_ di Firenze con innanzi una letterina, ch’egli riporta nella
nota stessa. La memoria ingannò il poeta. Letterina e sonetto dovevano
essere veramente pubblicati nel _Momo_, ma (non ricordo per quale
ragione) non furono: furono invece stampati soltanto il 18 agosto 1872
nel giornale _Il Mare_ di Livorno (n. 13). Il _discorso di pedagogia_
che diede occasione al sonetto, fu letto dal canonico Enrico Bindi in
una radunanza dell’_Ateneo_ tenuta al Palazzo Riccardi a Firenze.
————
Notizia intorno agli scritti del Padre Francesco Donati.
(_Pag. 112._)
Pubblicai nelle Note al Cap. III la canzone inedita del Donati per il
busto del Parini scolpito da Enrico Pazzi. Era mio intendimento di dare
qui una notizia compiuta degli scritti di lui editi e inediti, in verso
e in prosa: ma essendomi stato impossibile raccogliere altri documenti
oltre i pochi che conservo fra le mie carte, debbo limitare a questi la
notizia, che, non saprei dire di quanto, ma sarà certo incompiuta.
Il _Saggio di un Glossario etimologico della Versilia_ fu pubblicato
nei fascicoli 3º e 4º del _Poliziano_ (Firenze, Cellini, 1859); il
Discorso _Della poesia popolare scritta_ nei numeri 13 e 14, anno I,
delle _Veglie letterarie_ (Firenze, Tipografia Spiombi, 1862); il
libretto _Della maniera d’interpetrare le pitture nei vasi fittili
antichi_ fu pubblicato in Firenze dalla Tipografia Calasanziana nel
1861, e ne fece una recensione il Carducci nel giornale _La Nazione_
di Firenze, la quale è ristampata nel vol. V delle _Opere_ a pag. 29 e
seg.
Oltre questi lavori, io posseggo copia dei seguenti scritti a stampa
del Donati:
_Alla Vergine del Soccorso_, Versi; Firenze, coi tipi Calasanziani,
1855 (sono una Canzone e una Ballata, _L’Orfanella_);
_Notizie storiche della Madonna del Soccorso e della sua cappella_;
Massa, pei Frediani tipografi ducali, 1858;
_Alla Madonna del Soccorso_, Canzone e Stanze (dieci ottave), in un
libretto di poesie pubblicato a Massa per la incoronazione di essa
Madonna a Serravezza nel 1858;
_Sonetto per la commemorazione di Gesù morto_, dedicato ai
venerabili confratelli della Misericordia in Serravezza; Firenze,
Tipografia Calasanziana, 1861;
_In lode di Cosimo Mariani_, parole del suo confratello Francesco
Donati D. S. P.; Siena, Tipografia dei Sordo-muti, 1864.
Nel 1865 il Donati collaborò alla _Rivista italiana_, e nel 1866
all’_Ateneo_, diretti da me, mandando all’una e all’altro articoli,
note e recensioni di filologia italiana.
Io conservo di lui manoscritte una diecina di poesie, quasi tutte
inedite, la maggior parte _ballate_. Credo che il Carducci alludesse
anche al Donati, quando a proposito di una ballata di Guido Mazzoni,
scrisse: «La vecchia ballata endecasillaba di Franco Sacchetti e
d’Angelo Poliziano la rinnovò con garbo un po’ arcaico Terenzio
Mamiani; la mantrugiò con diversa gaglioffaggine certa buona gente
(c’ero anch’io) fra il ’50 e il ’60 o giù di lì.» Allora tanto il
Carducci quanto il Donati, nella loro ammirazione per la ingenua
semplicità e grazia degli antichi rimatori toscani, credevano possibile
rinnovare, imitando, quelle forme, senza pensare che l’imitazione è
artifizio, e che l’artifizio è precisamente l’opposto della semplicità
e della grazia.
————
Lettere di Terenzio Mamiani a Giosue Carducci e del Carducci al
Mamiani.[88]
(_Pag. 132._)
Chiarissimo Signore,
Torino, li 4 di marzo 1860.
La fortuna togliemi per il presente di poterle offerire una
cattedra d’eloquenza italiana in qualche Università, come
porterebbe il suo merito; poichè in Torino è occupata, in Milano
leggerà l’insigne letterato Aleardo Aleardi, in Genova non si pensa
per ora di riaprirla, e debbe cessare a Pavia. Di Bologna non so, e
quando facciasi l’annessione e quivi sia vacante quella cattedra,
volentieri ci vedrei salire il mio signor Carducci, posto che la
gradisse. Intanto io non voglio tacere che nel prossimo ordinamento
de’ nostri licei, se Ella accettasse d’insegnare rettorica qui in
Torino o in Milano, io me le crederei obbligato e ciò le sarebbe
ottimo avviamento a salire più alto fra poco tempo. Consideri con
agio la mia proposta e sappia che i nuovi licei debbono essere
condotti a molto maggior dignità di prima e secondo la nuova legge
anche gli emolumenti sono aumentati non poco. — Ad ogni modo,
s’Ella non è contenta della presente sua sorte, ed io rimango
Consigliere della Corona, mi sforzerò di mostrarle la stima e
l’amore in che la tengo.
La prego di non intermettere i suoi studj e nudra la giovine
mente di forte e profondo sapere con la _storia_, la filosofia, la
meditazione e qualche scienza _positiva_.
Scusi ad un vecchio la mezza temerità di farmi consigliere non
domandato e forse non opportuno. Mi voglia bene.