Noi infrascritti, avendo trovato in regola gli attestati
trimestrali rilasciati al giovine Giosue del D.r Michele Carducci
di Pietra Santa, dai quali risulta che, durante l’anno accademico
1851-52, è intervenuto alle lezioni di Filosofia Razionale e Morale
in questo Collegio di S. Giovanni Evangelista delle Scuole Pie, e
nella sua condotta si è diportato in modo irreprensibile;
ed avendo assistito all’esame che il medesimo subì nel dì 23 agosto
1852 sopra le materie studiate, e nel quale venne approvato a pieni
voti e pluralità di plauso;
rilasciamo al prefato giovine la presente attestazione di nostra
mano firmata.
Firenze, questo dì 24 agosto 1852.
_V.º Il Rettore del Collegio, Presidente dell’Esame_
COSTANTINO PAOLI.
EUGENIO BARSANTI } _Lettori di Scienze nel Collegio
FILIPPO CECCHI } delle Scuole Pie Fiorentine, ed
CELESTINO ZINI } esaminatori deputati._
_Il Prefetto delle Scuole Pie Fiorentine_
PAOLO SFORZINI.
(_Pag. 30._)
Riferendo qui appresso l’intero _programma_ dell’Accademia degli
Scolopii del 1854, alla quale il Carducci, che allora era a Celle,
mandò a leggere la sua canzone su Dante, non sarà senza qualche
interesse dire due parole di un’altra simile Accademia tenuta il 16
marzo 1860, alla quale assistè Niccolò Tommaseo, che ne scrisse nel
giornale torinese l’_Istitutore_ in modo onorevole per gli Scolopii.
«Che il culto accresciuto alle lettere italiane, scrisse il Tommaseo,
non ispenga in queste Scuole l’amore alle latine, n’è prova l’Accademia
recitata sere fa; della quale i componimenti, riveduti certamente dal
maestro, si fa credibile essere degli allievi, e dalla riuscita felice
d’altri alunni, e dal modo stesso ch’egli erano detti, con intelligenza
e franchezza, semplicità e sentimento.»
I componimenti letti in questa Accademia del 1860 furono diciotto, e
tutti su Dante, tre dei quali in versi latini. Uno dei lettori è oggi
decoro delle nostre lettere ed ornamento della Università di Roma,
Giacomo Barzellotti: lesse una prosa che aveva per argomento la Divina
Commedia paragonata coll’Eneide, e una elegia latina _In morte di
Dante_, della quale il Tommaseo riportò nel suo scritto sei distici,
facendovi intorno osservazioni che tornavano a lode del giovane autore.
«Non dico, scriveva il Tommaseo, che uno scrittore maturo non possa
più condensare il pensiero e l’affetto; dico che questi versi hanno
andatura latina non solamente in ciascuna locuzione da sè, ma nel loro
congegno, e nell’armonia, e nella vita che anima il tutto; e questo è
pregio anco ne’ provetti ormai raro.» Degli altri componimenti diceva:
«Tutti versavano intorno a Dante; e altri ve n’era, felici. E la scelta
dell’argomento dice lo spirito di queste Scuole, ma il modo come i temi
son trattati dice altresì la prudente saviezza che le governa.»
In fine dello scritto, lodando il marchese Ridolfi, allora ministro
della istruzione, di avere restituiti alle Scuole Pie _quei diritti
che avevano di pari con le altre per la promozione degli allievi agli
studi superiori_, diritti che erano stati tolti loro dal ministro del
Granduca, Leonida Landucci, dolevasi di non potere in tutto esaltare
quel che il Ridolfi fece, «o piuttosto, dice egli, lasciò fare durante
il suo ministero.» — «Non posso, aggiungeva, non mi dolere per la
Toscana e per lui, che alla legge degli studi, meditata da Raffaello
Lambruschini e da’ suoi colleghi valenti, si sostituisse una cosa che
certo non darà legge, e perdessesi questa con tante altre opportunità
di porgere al resto d’Italia un nobile esempio.» La cosa sostituita
fu la legge toscana 10 marzo 1860, infelicemente copiata dalla legge
Casati; la quale tanto ha dato legge, che dopo più di quaranta anni
dura ancora quasi soltanto in ciò che ha di peggio.
Ecco il _programma_ dell’Accademia del 1854: