(1856-1857.)
Gli amici di Firenze. — L’ode alcaica _A Giulio_. — Prime prove
letterarie nell’_Appendice alle Letture di famiglia_. — _Fiori
e spine_ di Braccio Bracci. — La _Diceria_ di G. T. Gargani.
— Scandalo sollevato dalla _Diceria_. — Gli amici pedanti e
la _Giunta alla derrata_. — Giovinetto romantico inventato dal
Carducci. — Il Carducci in famiglia a Santa Maria a Monte. — Mia
visita al Carducci a Santa Maria. — Il Carducci va maestro di
retorica a San Miniato al Tedesco. — Il _Passatempo_ e gli amici
pedanti. — La _casa dei maestri_. — Alla méssa in domo. — Processo
per accusa d’empietà. — Il Cristiani propone al Carducci di
stampare le sue poesie. — «_Jacta est alea._» — Pubblicazione delle
_Rime_. — «Viva Apollo Febo lungi-oprante, Patareo, Delio, Cinzio,
e moia chi dice di no.» — Il Carducci lascia San Miniato.
Mentre il Carducci era a Pisa, specie nell’ultimo anno, stette in
continua corrispondenza con gli amici di Firenze, scrivendo al Gargani,
al Targioni ed a me, più spesso che agli altri a me, che ero una specie
di segretario della nostra piccola società. La corrispondenza era sopra
tutto letteraria, ed aveva per iscopo di comunicarci i nostri lavori e
di confortarci a vicenda nel sostenere col ragionamento e coll’esempio
il classicismo in letteratura. Ci preparavamo, senza saperlo, alla
fondazione della società degli amici pedanti, che sorse in quell’anno
stesso, e affilavamo le armi per le future battaglie.
Il 27 aprile 1856, mandandomi manoscritta l’ode alcaica _A Giulio_,
ristampata in tutte l’edizioni dei _Juvenilia_, Giosue mi scriveva:
«Ode alcaica di soggetto serio, e in cui si tratti con forme classiche
di cose del medio evo, e di 21 strofe, non è stata mai fatta in Italia;
questo solo di singolare ha l’ode mia. Quel che mi vo’ sforzar di
provare col fatto, è di far vedere che si posson trattare con le forme
greche e latine le cose a cui dicono i barbari italiani volersi forme
nuove, e intendono le romantiche. Quello che ho detto io con le forme
d’Orazio e Giovenale, questi cani l’avrebber detto con le forme dei
cori del Manzoni.»
Le lunghe lettere che il Carducci mi scriveva e le poesie che mi
mandava, erano da me lette agli altri amici, al Targioni e a Torquato
Gargani, coi quali facevamo tutti i giorni la nostra passeggiata al
Parterre fuori di porta San Gallo. E là disputavamo di letteratura,
parlavamo degli ultimi libri letti, ci consultavamo sui lavori da
fare o che stavamo facendo. Avevamo tutti tre le stesse idee in fatto
di letteratura, ch’erano pure le idee del Carducci, benchè ciascuno,
s’intende, avesse gli autori suoi prediletti. Ma era questione del più
o del meno: tutti eravamo d’accordo nel mettere sopra tutti Dante e il
Petrarca fra gli antichi, l’Alfieri, il Parini, il Monti, il Foscolo,
il Leopardi fra i moderni. Io aggiungevo a questi un prosatore, il
Giordani, del quale a poco a poco inoculai l’ammirazione anche agli
altri.
Il Targioni aveva preso di recente la laurea in legge, ma aveva
tutt’altra voglia che di fare l’avvocato. Il Gargani era tornato di
fresco da Faenza, dove aveva fatto per tre anni il precettore in una
casa privata.
*
* *
Si aggiungevano spesso a noi nelle nostre passeggiate al Parterre il
Nencioni ed altri giovani stati condiscepoli di lui, del Carducci
e del Gargani alle Scuole Pie; ma non tutti avevano le nostre
idee nè facevano della letteratura la loro prediletta e principale
occupazione. Ricordo fra questi Luigi Prezzolini, dottore in legge,
gran giobertiano, che disprezzava il Giordani, chiamandolo retore e
parolaio, ed avea perciò con me frequenti e feroci dispute; e Giulio
Cavaciocchi, grande ammiratore del Tommaseo, nostro aiutatore nelle
ricerche di lingua al tempo delle nostre guerre letterarie, e grande
cercatore di spropositi negli scritti del Fanfani. Il Prezzolini andò,
dopo il 1860, segretario del Peruzzi ministro a Torino e finì prefetto
(la politica del Pelloux lo mise a riposo nel 1899 ancor valido di
forze e pieno di spirito, di che egli si afflisse, e indi a poco morì).
Il Cavaciocchi entrò anche lui verso il 1860 negli uffici pubblici,
aggiunse alla sua ammirazione per la prosa del Tommaseo quella per la
prosa del Ranalli nelle _Storie_, e morì di mal sottile nel 1867, che
non aveva ancora trenta anni.
Questi due nostri amici non scrivevano allora e non scrissero mai nè
articoli per riviste, nè libri: il loro amore per la letteratura, più
savio del nostro, si limitò sempre alla lettura: noi invece scrivevamo
e pubblicavamo. Il Carducci, il Nencioni ed io avevamo stampato dei
versi fino dal 1855 in un _Almanacco delle dame_ edito dal cartolaio
Chiari a Firenze; e il Carducci anche prima di quel tempo il sonetto
pei coristi del teatro di Borgo Ognissanti e un’ode per nozze: aveva
poi pubblicato in quello stesso anno 1855 un’Antologia poetica con
larghe annotazioni intitolata _L’arpa del popolo_, componendola
delle poesie già da lui di mano in mano illustrate nelle _Letture di
famiglia_, periodico fondato e diretto da Pietro Thouar. Ma le nostre
vere prove letterarie le cominciammo l’anno appresso nell’_Appendice
alle Letture di famiglia_, altro periodico fondato e diretto dal Thouar
stesso. Il Carducci vi pubblicò, sotto il titolo di _Saggi di studi
sopra la lingua e letteratura latina_, il commento di un pezzo delle
Georgiche di Virgilio e dell’Epodo VII di Orazio, con la traduzione in
prosa e larghissime illustrazioni. I versi della Georgica commentati
e tradotti sono i 43-71 del primo libro. Alla traduzione seguono
cinque dissertazioni: I, Dell’accordare il tempo stabilito da Virgilio
all’arare con quello stabilito da Esiodo, e della primavera e dello
Zefiro; II, Del monte Tmolo; III, Dell’India conosciuta da’ Greci e
da’ Romani; IV, Dell’Arabia in generale, e particolarmente dell’Arabia
felice e de’ Sabei; V, Dei Calibi, e dei ritrovatori e lavoratori del
ferro. Con uguale larghezza illustrò l’Epodo oraziano, facendo seguire
al commento osservazioni e notizie particolari sopra i punti più
importanti, sopra i traduttori e gli imitatori. Oltre ciò collaborò col
Targioni e col Gargani ad un saggio d’interpretazione delle poesie del
Parini, del Foscolo e del Leopardi, pubblicato in quello stesso anno
1856, dopo il quale cessammo di scrivere nell’_Appendice_.
*
* *
Intanto un livornese nostro coetaneo, Braccio Bracci, che noi non
conoscevamo di persona, e che più tardi divenne nostro buon amico,
pubblicò un volumetto di versi «Fiori e Spine», con in fondo una
lettera del Guerrazzi, che, per una delle poesie ristampata nel libro,
chiamava il poeta _uccello destinato a gran volo_. Il Gargani, che
da guerrazziano, quale il Carducci lo avea conosciuto alla scuola
dì retorica, si era nei tre anni di dimora a Faenza _convertito_,
come dice il Carducci stesso, _a un classicismo rigidamente
strocchiano_, ebbe primo di noi conoscenza dei versi del Bracci, e
ne fece col Targioni e con me argomento di discussione nelle nostre
passeggiate. I versi erano su per giù dei soliti, come ne facevano
i giovani d’allora, che avean letto il Prati e gli altri moderni.
Il Bracci aveva in famiglia qualche improvvisatore, credo il padre
stesso; ed egli pure, se ben ricordo, fra le allegre brigate d’amici
improvvisava. Nessuna meraviglia quindi che ne’ suoi versi ci fosse
un po’ dell’improvvisatore; ma non c’era nessun sapore di classicità;
l’espressione era poco meditata e lavorata; qualche verso non
tornava; e poi quel titolo «Fiori e Spine» e l’elogio del Guerrazzi,
che consigliava il poeta a studiare _la poesia degli Alemanni, dei
Polacchi, degli Scandinavi e dei Russi_, tutto ciò ci fece uscire dai
gangheri, e fece venire in testa al Gargani di scrivere una critica
del volumetto del Bracci. Al che il Targioni ed io lo incoraggiammo.
Il Carducci, appena informato da me di ciò, mi rispondeva: «Ho caro,
anzi carissimo, che il Gargani attenda a riveder le bucce al Bracci:
ci avevo pensato io: l’esame me ne distornò: del resto vorrei che fra
noi facessimo giuramento di non lasciare impunito qualunque libretto
di poesia sia per venir fuori da oggi in poi. Anche questo sarebbe un
mezzo ad ispaventare la canaglia. La quale ho sentito dalla tua lettera
legarsi a nuova offesa del nome italiano. Facciano: noi risponderemo
alla loro strenna col libro nostro sul Pazzi e con articoli di critica.
E sosterremo a mezza spada, finchè morte ne segua, la scuola antica,
e con lavori di nostro e con osservazioni su gli altrui; così, anche
non potendo eseguire la intenzione nostra, ci valga e basti l’onore
dell’aver protestato e francamente, giovani e soli, contro una
irruzione straniera nelle lettere peggiore della irruzione straniera
armata nel paese.»
*
* *
Inutile dire come queste parole aggiungessero sproni alla nostra voglia
di battagliare. Il Gargani cominciò subito a scrivere la critica dei
versi del Bracci, e giorno per giorno veniva leggendo al Targioni
ed a me ciò che aveva scritto; noi facevamo le nostre osservazioni,
assentendo più volentieri dove la critica era più feroce. Per noi era
questione più che altro di sentimento, non era quindi e non poteva
essere questione di serenità di giudizi. Perchè le punture della
critica fossero più acute, il Gargani elesse pel suo discorso, anzi
_Diceria_, com’egli la chiamò, la forma ironica, esaltando ciò che
intendeva deprimere, deprimendo ciò che voleva esaltare. Il discorso
gli si allargò per via, tanto che il Bracci divenne poco più che
il pretesto per assalire tutta la letteratura romantica. Ma dove
pubblicare il discorso? Era troppo lungo per un articolo di giornale;
e difficilmente se ne sarebbe trovato uno a Firenze che volesse
accoglierlo. Allora si pensò di stamparlo in opuscolo a spese nostre,
cioè degli amici. Il Carducci ai 5 di giugno mandava come contributo
suo e del Pelosini quattro paoli, scrivendo: «Di più non possiamo per
ora. Gli altri leopardiani (il Tribolati e il Bonamici) invieranno,
spero, presto.» Come si vede, non eravamo ricchi.
Che cosa fosse la strenna che io denunziavo al Carducci come _nuova
offesa al nome italiano_ non ricordo esattamente: credo la strenna
intitolata _Il Giglio fiorentino_, pubblicata appunto in quell’anno a
Firenze dagli editori G. Riva e Comp. Era un volume in-8º di pag. 148;
e fu compilata da Ferdinando Martini, che aveva allora sedici anni e
che non vi mise il suo nome, ma vi mise innanzi una sua breve prosa,
della quale più tardi fece giustizia da sè, scrivendoci su di sua mano:
_scritto asinesco_. La copia dov’è questa giustizia è ora posseduta da
Guido Mazzoni, che dandomene notizia aggiunge: «Del resto la strenna è
come tutte le altre; tra i collaboratori anzi ve n’ha degli eccellenti:
il Tommaseo, il Thouar, il Maffei, il Carcano, il Conti, l’Emiliani
Giudici, il Borghi, ecc. E ci son lettere inedite del Giusti, del
Giordani, del Gioberti.»
Probabilmente io avevo avuto notizia della strenna molto inesattamente
dal Cavaciocchi; e su quella inesatta notizia avevo scritto chi sa
che cosa al Carducci. Il nostro libro sul Pazzi doveva contenere
sei canzoni sopra sei busti, che lo scultore amico nostro aveva, per
nostro suggerimento, incominciato a modellare, con l’intenzione di
scolpirli in marmo. Erano i busti dell’Alfieri, del Parini, del Monti,
del Foscolo, del Leopardi, del Giordani. Il Carducci avea già scritto
la canzone pel busto d’Alfieri, che si legge nei _Juvenilia_, il
Gargani scrisse quella sul Foscolo, che pubblicò più tardi con un’altra
canzone, un idillio e dieci sonetti (Faenza, Conti, 1861), Francesco
Donati (uno scolopio che avendo fino dai primi del 1856 conosciuto
alcuni di noi, diventò subito amico di tutti) scrisse, ma non pubblicò
mai, quella sul Parini.[Vedi le note a pag. 443] Quella sul Monti non
rammento con esattezza a chi fosse assegnata: parmi al Carducci. Il
Targioni ed io cominciammo, ma non finimmo, le nostre sul Leopardi e
sul Giordani.
Il libro poi non si fece: e dei busti furono finiti, se ben ricordo,
quelli soli dell’Alfieri, del Parini, del Foscolo e del Leopardi.
Ma fu finita e stampata in quattro e quattr’otto la _Diceria_ del
Gargani con questo titolo: «Di Braccio Bracci e degli altri poeti
nostri odiernissimi, Diceria di G. T. Gargani, a spese degli amici
pedanti.» Il nome di _amici pedanti_ fu una trovata del Gargani,
ch’ebbe subito la nostra approvazione.
*
* *
Quando il Carducci, dati gli esami a Pisa, e fatta una visita alla
famiglia, andò a Firenze, la _Diceria_ era stata pubblicata allora
allora, ed aveva, com’è naturale, sollevato uno scandalo enorme. I
nostri amici stessi (non pedanti, s’intende), con a capo il Nencioni,
la condannavano. La condannava anche il Donati, che pure era classico
quanto noi. Degli altri è inutile dire. Anzi il Nencioni, per mostrare
che non partecipava al classico nostro fanatismo, pubblicò nello
_Spettatore_ alcuni versi _Al Manzoni_. Restammo a difendere la
_Diceria_ il Carducci, il Targioni ed io, che da quel momento fummo
i soli veri amici pedanti. Non che non sentissimo anche noi quel
che c’era in essa di esagerato e di irragionevole nella sostanza,
di strano e di barocco nella forma; ma si trattava dell’onore delle
armi; e quanto alla bontà del concetto fondamentale non avevamo e
non ammettevamo alcun dubbio. Per un pezzo nelle nostre passeggiate e
tutte le sere al Caffè Vitali in via Por’ Santa Maria battagliavamo
fieramente con gli altri amici intorno alla _Diceria_. Tra quelli
che più la vituperavano c’era un buon diavolo, che voleva passare per
intendente di lingue orientali, anzi a dirittura per orientalista; che
pubblicava, copiandole di su i codici che non sapeva leggere, scritture
del trecento; che facea de’ versi come questi:
D’Alighieri nudrice,
Sua comedia felice-
mente divina a noi pose nel core:
Amammo, e dei mortali
Similmente immortali
Credevamo gl’intenti, e fu utopia.
Costui, un buon diavolo, come ho detto, che noi, specialmente il
Nencioni, prendevamo un po’ in giro, non sapeva nominare la _Diceria_
altrimenti che la _Diceriaccia_. Ferdinando Martini, che in un
giornaletto _La Lente_ pubblicava periodicamente il bollettino della
salute del Gargani, la chiamò con più spirito la _Su’ Diceria_,
alludendo alla poca eleganza, diciamo pure alla poca correttezza, del
vestiario dell’amico nostro. Tutti gli altri giornali di Firenze, _Lo
Spettatore, Il Passatempo, La Lanterna di Diogene, L’Avvisatore, Il
Buon Gusto, Lo Scaramuccia, L’Eco dei teatri_, rovesciarono, con un
accordo mirabile, un mucchio di scherni e di contumelie sopra il povero
Gargani.
Il _Passatempo_, che nel suo n. 30 (26 luglio 1856) aveva pubblicato un
articolo serio ma durissimo contro l’autore della _Diceria_, gli fece
nel successivo n. 31 (2 agosto) la caricatura.[Vedi le note a pag. 443]
Il Gargani per una malattia avuta da ragazzo aveva perduto i capelli,
e portava la parrucca. La figura di lui è ritratta al vivo dal
Carducci con queste parole: «pareva una figura etrusca scappata via
da un’urna di Volterra o di Chiusi, con la persona tutta ad angoli,
ma senza pancia, e con due occhi di fuoco.» Nella caricatura fattagli
dal _Passatempo_ non c’è la più lontana somiglianza con lui. Egli è
raffigurato, con un gran testone e gli orecchi molto lunghi, seduto
allo scrittoio nell’atto di scrivere la risposta ai giornali; intanto
che un ragazzetto, il _Passatempo_, ritto sulla spalliera della
poltrona ov’egli siede, gli toglie la parrucca lasciando scoperta la
nuca, sulla quale si legge: _Di Braccio Bracci e degli altri poeti
odiernissimi_. Sopra la caricatura è questo titolo: _Il Passatempo e un
pedante_; e sotto, le parole che dice il ragazzo alzando la parrucca:
— _Vediamo che cos’ha in questo zuccone.... To! sembrava che ci dovesse
avere un’altra Divina Commedia e invece_....
*
* *
Se l’articolo del _Passatempo_ contro il Gargani era duro nella forma,
e sgarbato appunto perchè serio, oggi sarebbe difficile non riconoscere
che nella sostanza era in molta parte ragionevole. Ma gli amici pedanti
si sentirono solidali, e forti della bontà della loro causa, si misero
con ardore all’opera, e nel dicembre di quello stesso anno lanciarono,
in risposta agli avversari del Gargani, un volumetto di 160 pagine
col titolo: _Giunta alla derrata_. Il libro era composto di due parti.
Parte prima: _Ai poeti nostri odiernissimi e lor difensori gli amici
pedanti_; Parte seconda: _Ai giornalisti fiorentini Risposta di G. T.
Gargani, comentata dagli amici pedanti_. Nella parte prima c’erano un
preambolo, tre sonetti caudati in stile fra del Menzini e di Salvator
Rosa (1º _Alla Musa odiernissima_, 2º _Ai poeti nostri odiernissimi_,
3º _Ai filologi fiorentini odiernissimi_)[16] e due discorsi, per
illustrazione al sonetto secondo, _Della moralità e italianità dei
poeti nostri odiernissimi_; coi quali, a combattere il romanticismo,
ci facevamo forti dell’autorità del Botta, del Rosmini, del Gioberti,
del Niccolini, del Monti, del Giordani, del Foscolo, del Goethe e del
Byron. Autore del preambolo e dei sonetti era il Carducci, ed anche
estensore dei due discorsi, la materia dei quali era stata raccolta
un po’ da tutti, ma sopra tutti da lui. La risposta del Gargani ai
giornalisti era stata comentata dal Targioni e da me. In una delle note
erano due sonetti miei a Victor Hugo e al Lamartine, che furono più
tardi attribuiti al Carducci. Io poi feci ammenda di quel giovanile
peccato studiando seriamente le opere di quei due scrittori contro i
quali avevo blaterato senza conoscerli abbastanza.
In fine del discorso primo il Carducci narrava di un giovinetto
conosciuto, diceva lui, da alcuno degli amici pedanti, «bella mente in
vero e fortissimo cuore; e se allevato fra costumi e studi altri da
quelli che il secolo porta, nato ad amare ed operare santamente ciò
ch’è bello e generoso.» «Al contrario, proseguiva, letti e studiati
quei libri che oggi si leggono e si studiano, cotesto infelice a
diciassette anni cominciava un suo dramma con un coro di streghe a
questa maniera:
Or che strisciano fra’ lampi
I cavalli di Satano,
E del ciel pe’ negri campi
Mena tresca l’uragano;
Or che l’Alpi accende a festa
La bufera e la tempesta,
E sta dentro a’ nugoloni
La versiera ad ulular;
Tra le folgori e fra’ tuoni
Noi veniamo a cavalcar.
Odi: all’imo del burrone
Ove fondo è più il cammino
Tuona il bronzo del ladrone
E caduto è il peregrino.
Odi: un fulmine rompente
Sovra un capo ch’è innocente.
Odi: i figli desolati
Con la madre a lamentar.
Su la strage de’ creati
Noi veniamo a cavalcar.
Su, da bravo, Farfarello,
Mena l’anche, mena l’anche!
E tu, duce del bordello,
Capitano Malebranche,
A servirci di concenti
Reca tutti i tuoi tormenti.
O che danze argute e belle!
Che gentile armoneggiar!
O che vaghe damigelle,
Che soave cavalcar!
Ed intanto su le culle
Vengan lemuri cruenti
A succhiar membra fanciulle
In ferali abbracciamenti:
Cacci l’uomo sogghignando
Entro l’uom ferro nefando:
E sien coltrice i trafitti
Spose e vergini a stuprar.
Fra i dolori e fra i delitti
O che vago cavalcar!
»Nel medesimo introduceva un masnadiero a cantare nefandamente così:
Son masnadiero figlio del monte
Come la quercia di quel dirupo:
È la mia patria l’asil del lupo,
È la mia vita strage e tenzon.
Son senz’amore, senza speranza:
Ma son tremendo come la morte:
Il cuore ho duro, l’anima ho forte
Come la pietra di quel burron.
A me che importa se miei non sono
Quei verdi colli che il sol fa lieti?
Ma il vin che stilla da quei vigneti
Entro il mio nappo viene a brillar.
A me che importa se amor mi niega
La bella figlia del castellano?
Quand’ho sicuri pugnale e mano,
Quando al suo sposo la so strappar.
Quando il mio nome suona a que’ vili
Che traggon vita di pace e d’agi,
Dentro i tuguri, dentro i palagi,
Trema il villano, trema il baron.
Son masnadiero figlio del monte
Come la quercia di quel dirupo:
È la mia patria l’asil del lupo,
È la mia vita strage e tenzon.
»Di cotali cose non abbiam ricordo si scrivessero nel cinquecento,
quando i giovani italiani studiavano in Petrarca in Boccaccio e
nei latini che pur sono scrittori immorali: al secolo decimonono le
scriveva a diciassette anni tale che aveva studiato in altri libri
ch’io non vo’ nominare: e un anno dopo moriva disperato del ritrovare
nel mondo quelle sensazioni selvagge ch’ei ci voleva trovare a ogni
costo.»
Inutile dire che la storia e i versi del giovinetto erano pura
invenzione del Carducci. Ho voluto riferirli (poichè la _Giunta alla
derrata_ è un libro oramai introvabile) a titolo di semplice curiosità.
*
* *
Sulla fine di ottobre, quando il libro era quasi finito di stampare,
il Carducci mi mandò da Santa Maria a Monte, dove era andato a passare
una parte delle vacanze in famiglia, e dove io aveva promesso d’andare
a trovarlo, un sonetto con la coda, da stampare in grossi caratteri
ed affiggersi alle cantonate, per avviso che il libro dei pedanti era
uscito. Il sonetto fu poi stampato soltanto nella copertina di dietro
del volume, e diceva così:
Voi avete a sapere, o fiorentini,
Che il libro de’ pedanti è uscito fuore:
Lo pubblicammo co’ nostri quattrini
Per Giovanni Campolmi stampatore.
Non vi sapremmo dire il gran rumore
Che ne faranno i nostri cittadini,
E lo schiamazzo il rovello il furore
De’ giornalisti grossi e de’ piccini.
Questo libro contien prima un avviso
O vuoi racconto, o vuoi prefazïone,
Con lettere venute dall’eliso.
Due Sonettesse che son due matrone
Ne vengon dopo, e con pulito viso
Si strascicano dietro un gran codone.
E seguita il trescone
Con un sonetto che ne vien da poi,
Ch’abbiam mandato a certi vostri eroi.
E per questi e per voi
Due discorsi ci son, che a certa gente
Piaceran molto ed a cert’altra niente.
Oh come è prepotente
E fiero in vista e savio a un tempo e matto
Un comento di poi ch’abbiamo fatto,
Per chiudere il contratto,
A du’ parole da Beppe Gargani
Mandate a dire a’ giornali toscani.
Da buoni italiani,
De’ politici nostri a gran dispetto,
Noi volemmo finir con un sonetto.
E questo vi sia detto,
Che di motti ve n’ha molte maniere,
E che a più d’un si danno le billere.
Il Franzi profumiere
Il Moro ed altri ve lo venderanno:
Rispetto al prezzo s’accomoderanno.
Or ite col buon anno:
E compratelo pur se lo volete;
Ch’io vi prometto che voi riderete.
Con la lettera, che mi portava il sonetto, il Carducci mi mandava
anche il principio dell’ode _Agli italiani_, da lui scritta nel 1853
ed ora rimpastata, e mi parlava de’ suoi studi: «A proposito: molto
ho studiato: ho letto quattro volte attentissimamente capitolo per
capitolo tre libri del Guicciardini e uno del Machiavelli: tre volte
parimente ho letto la Congiura dei Baroni, e preso da tutti estratti di
fatti e di parole: ho studiato la filippica seconda, e il primo delle
georgiche, e tutto Fedro: e ho riletto Orazio: ho messo insieme e da
appunti miei e dalla memoria 256 osservazioni di lingua e di stile
(latine e italiane). Il mio fardello filologico si accresce. Quanto
studio in campagna, e quanto poco in città! seguitare a studiare come
ho studiato in questi giorni (bada, sempre, sempre, sempre) e poi
diverrei erudito.»
Seguiva la trascrizione dell’ode e poi il giudizio: «Non c’è male: la
mistura dello stile è latina, ma francamente maneggiata: ed è delle
mie poesie quella in cui meno si scorga l’imitazione. Preparami il tuo
giudizio: a Firenze la sentirai finita.» La lettera si chiudeva con
queste parole: «Son contento e lieto: bellissime giornate, che a me
risplendono solamente dalle finestre: ho libri e fogli d’intorno.»
*
* *
Il Carducci moriva di voglia di vedere stampata la _Giunta_; e sperava
ch’io glie la portassi, andando a fargli la visita promessa; ma lo
stampatore tardava, ed io andai senza il libro.
Arrivai verso sera, e trovai, venuto ad incontrarmi a piè della
salita che conduce al paese, il padre di Giosue. Giosue, non ancora
interamente libero delle febbri, che gli s’erano messe addosso poco
dopo il suo ritorno in famiglia, era, per consiglio del padre, rimasto
a casa. Io feci allora per la prima volta la conoscenza del dottor
Michele e della sua famigliuola. Per quanto grande fosse la nostra
intimità, Giosue non me ne aveva mai parlato: il poco ch’io ne sapeva,
lo aveva appreso dal Nencioni e dal Gargani. Fatti molto alla buona
i convenevoli d’uso, il Dottore ed io ci avviammo per la salita: egli
parlava, ed io lo stava a sentire. Nel breve tempo che impiegammo per
arrivare a casa, egli mi aveva raccontata in brevi e crude parole la
storia delle tre o quattro principali famiglie del paese. Per quel
che ora posso ricordarmi, non mi fece grandi elogi di nessuna. Mentre
passavamo di sotto alle case ove quelle famiglie abitavano, egli, con
mia grande meraviglia, parlava ad alta voce, per modo che la gente
ch’era lì sulla via poteva benissimo sentire. Avendogli io fatto
qualche osservazione di ciò, mi rispose: Oh, non fa niente, lo sanno
tutti ciò ch’io penso di loro!
In quel ridente paesello, che Giosue salutava indi a poco
coll’affettuoso sonetto «O cara al pensier mio terra gentile,» che ora
è il XXI dei _Juvenilia_, avea trovato, dopo tanto errare, modesta
e quieta dimora la famiglia Carducci; quieta quanto consentivano il
carattere forte e un po’ autoritario del padre, e i caratteri forti
e indipendenti dei due figli maggiori, specialmente di Giosue. La
famiglia era amata e stimata in paese, specie dalla gente del popolo;
perchè il Dottore, nonostante i suoi modi un po’ bruschi, esercitava
l’ufficio suo con amore e conoscenza e la signora Ildegonda, la moglie,
era donna di una bontà rara, che si faceva conoscere e apprezzare
al primo avvicinarla. Tutti sapevano che nei pericoli, in mezzo ai
quali il Dottore si era più volte trovato durante i rivolgimenti degli
anni 1848 e 1849, essa avea dato prova di coraggio e di forza d’animo
singolari; tutti sapevano ch’essa era stata ed era l’angelo tutelare
della casa. Se l’ordine e la pace regnavano in essa, era in gran parte
merito di lei.
Qualche volta a tavola le conversazioni degeneravano in dispute, e le
dispute in questioni, specie se si parlava di cose letterarie, dove
il Dottore aveva le sue idee fatte, che non erano, sappiamo, quelle di
Giosue, e Giosue una competenza molto più grande, che gl’impediva, dato
il suo carattere, di tollerare ciò che parevagli errore; ma a tempo e
luogo interveniva la madre, per la quale Giosue ebbe sempre una grande
venerazione, e una parola di lei impediva che la quistione degenerasse
in vera e propria zuffa.
Il giorno dopo il mio arrivo, il Dottore mi menò a fare una passeggiata
per la campagna, facendomi da Cicerone. Parlammo di molte cose,
e naturalmente anche di Giosue, ch’era rimasto a casa, della sua
malattia, del suo ingegno, de’ suoi studi, della sua prossima nomina
a maestro nel Ginnasio di San Miniato al Tedesco. Si capiva che il
padre conosceva il valore del figliuolo, che gli voleva bene, e in
cuor suo n’era anche orgoglioso; ma non lo dava affatto a divedere;
parlava di lui come d’uno che quasi non gli appartenesse, e manifestò
anche l’opinione che avrebbe avuto corta vita. Se era un presentimento,
fortunatamente fu falso. Parlammo anche degli altri figliuoli,
specialmente del secondo, di Dante, il quale trovavasi un po’ a
disagio in quel piccolo luogo, dove non era facile che si facesse, come
vivamente desiderava, una posizione.
Due giorni dopo, Giosue era affatto libero della febbre. Nel breve
tempo ch’io mi trattenni ancora a Santa Maria a Monte, passammo le
intere giornate passeggiando, conversando, leggendo. Leggevamo fino
alla sera tardi prima d’andare a letto. Una delle nostre letture
serali, o piuttosto notturne, furono i poemi didascalici del Rucellai
e dello Spolverini. Quelle letture fatte in compagnia del Carducci
erano per me di una utilità e di un piacere indicibili. Fin d’allora
egli aveva una conoscenza della nostra letteratura poetica veramente
meravigliosa.
*
* *
Ai primi di novembre tornammo a Firenze per dare l’ultima mano e
l’ultima spinta alla pubblicazione della _Giunta alla derrata_; ma
ci trovammo dinanzi un ostacolo impensato, che durammo molta fatica a
vincere: le sùbite paure del Targioni, che nientemeno voleva sopprimere
il libro, per risparmiare, diceva, a sè ed a noi un processo e la
prigione. Finalmente, come Dio volle, il libro uscì; ma il Carducci
non potè assistere alla pubblicazione e al chiasso che doveva
suscitare, perchè, venutagli appunto allora la nomina di maestro a San
Miniato, dovè subito recarvisi a cominciare la scuola. Gli mandammo
là il libro, ed egli rispondendomi dolevasi che non gli avessi detto
niente dell’accoglienza fattagli dai giornali. «E che tacciono questi
canterini dalle golette fangose? Che il libro fu forse l’offa tremenda?
Oh, oh, oh, direbbe Macbeth. Scrivimi subito, per Iddio Apollo. Non
imitar me tristo annoiato infelice.» Mandava tre paoli per il libro,
scusandosi di non potere di più perchè diceva: «Ho solamente 77 lire
il mese.» Era questo il suo stipendio di insegnante, che ridotto dalle
lire codine alle italiane, fa 64,68; cioè poco più di due lire al
giorno, la paga di un onesto facchino. In quei primi giorni si trovò
male a San Miniato: «Non ho voglia, mi scriveva, di parlarti della
mia vita, ch’è trista e goffa assai.» Ma non era il misero stipendio
che lo angustiava: era la novità del luogo, l’aver lasciato Firenze,
le biblioteche, i banchetti dei librai, gli amici. Tanto è vero che
qualche giorno dopo mostravasi più sereno, e scusandosi del non aver
risposto ad una lettera del Targioni, mi scriveva: «Gli dirai che mi
perdoni: ma in quel tempo che mi scrisse era impossibile mi distornassi
dalla mia scuola. Insegno greco: evviva: FACCIO SPIEGARE LUCREZIO AI
MIEI RAGAZZI: evviva me.»
Io non gli avevo scritto niente dell’accoglienza fatta al nostro
libro dai giornali, perchè questi non ne avevano ancora parlato. Ma
non tardarono molto; e le accoglienze, come era da aspettarsi, furono
tutt’altro che oneste e liete; ci fu però una notevole differenza fra
queste e quelle fatte alla _Diceria_.
Le intemperanze nostre avevano spaventato siffattamente i buoni
fiorentini, che i librai ebbero sulle prime paura del nostro libro, e,
quasi fosse appestato, non volevano prenderlo a vendere.
Ma quando, superate le prime avversioni, il libro fu conosciuto, molti
di quelli stessi che avevano vituperato la _Diceria_, e seguitavano a
non mandarla giù, resero giustizia, pur non approvando tutte le nostre
opinioni e la fierezza delle nostre polemiche, alla serietà dei nostri
studi e intendimenti: e l’ingegno del Carducci cominciò fin d’allora,
nella cerchia ristretta di una parte dei toscani così detti culti, ad
essere riconosciuto e rispettato.
*
* *
Per quanto l’autore nominale e occasionale della società degli amici
pedanti fosse il Gargani, il vero capo e ispiratore di essa era, si
capisce, il Carducci; la cui vita letteraria cominciò, si può dire,
fin d’allora, con quelli istinti di avversione ed opposizione ad ogni
volgarità e viltà e ciarlataneria, che hanno ispirato e diretto poi
sempre l’opera sua di scrittore. Tanto che, arrivato presso alla fine,
egli ha potuto affermare con piena sincerità, che i principii da lui
seguiti scrivendo, furono sempre gli stessi. «In politica, l’Italia
su tutto: in estetica, la poesia classica su tutto: in pratica la
schiettezza e la forza su tutto.»[17] Che è quanto dire l’italianità su
tutto. Questo era il programma degli amici pedanti: il Carducci che lo
avea formulato lui nella _Giunta alla derrata_, non fece che esplicarlo
ed applicarlo in tutte le sue opere come poeta, come prosatore, come
insegnante.
Non mette conto parlare di qualche giornalettucciaccio teatrale,
scritto da gente peggio che illetterata, il quale seguitò a blaterare
contro il Gargani e gli _amici pedanti_. Chi se ne ricorda più? Ma un
di quelli che andava per la maggiore, il _Passatempo_, seguitò anche
lui e peggio degli altri.
C’era la sua ragione. Il _Passatempo_ era un giornaletto settimanale
umoristico, con caricature, fabbricato quasi clandestinamente in
Palazzo Vecchio, fra i Ministeri dell’istruzione e dell’interno, da
Pietro Fanfani ed alcuni accoliti suoi; i quali prima che uscisse
la _Diceria_ avean fatto l’occhio dolce ad alcuni di noi, e qualche
grazioso invito a collaborare; perchè il _Passatempo_ avea nel
suo programma il corretto scrivere italiano, anzi toscano, anzi
fiorentino. Ma uscita la _Diceria_, e mentre si preparava la _Giunta_,
il Fanfani e i suoi compagni capirono dall’atteggiamento nostro che
noi eravamo dei rompicolli, il cui contatto poteva essere pericoloso
per impiegati fedeli del Governo granducale, e che eravamo tomi da
rivedere le buccie, anche nel fatto della lingua, a vocabolaristi e
linguisti famosi come il Fanfani. Perciò si schierarono bravamente
contro di noi. Il _Passatempo_ pubblicò subito nel suo n. 46 (29
novembre 1856) un feroce articolo contro la _Giunta alla derrata_, che
chiamava _un miserabile affastellamento di arroganti contumelie e di
bizze impotenti_, dichiarando che _si teneva onorato delle villanie
degli amici pedanti_, e che _non voleva dar loro il gusto di nessuna
risposta_; ma viceversa rispondendo con l’articolo stesso. Del che
accortosi, terminava così: «Ma adagio adagio darei a queste parole
aria di risposta, e così la darei vinta a’ pedanti, dal che Dio mi
guardi. La risposta se la daranno da sè medesimi se mai avviene che
mettan giudizio, la qual cosa per altro è assai dubbia.»[Vedi le note a
pag. 443] Pur troppo i pedanti non misero giudizio: seguitarono ancora
a scrivere e combattere con le medesime idee per le medesime idee;
e il _Passatempo_, che non voleva più occuparsi di loro, seguitò a
gratificarli de’ suoi vituperii, pigliando di mira in particolar modo
il Carducci, specie dopo ch’egli nel luglio dell’anno appresso ebbe
pubblicato il volumetto delle sue _Rime_.
*
* *
Della sua vita a San Miniato il Carducci ha dato da sè uno _specimen_
tale, che non permette ad un suo biografo, chiunque ei sia, di dirne
altro. Chi non ha letto in _Confessioni e battaglie_ le _Risorse di
San Miniato al Tedesco_? Se qualcuno non le ricordasse, vada e le
rilegga. Io qui mi limiterò a rammentare da quello scritto qualche
fatto più notevole, usando, quanto mi sarà possibile, le parole stesse
dell’autore.
Insieme col Carducci andarono al Ginnasio di San Miniato gli altri due
normalisti raccomandati dal professore Pecchioli al proposto Conti,
Pietro Luperini e Ferdinando Cristiani. Pietro, il più anziano dei
tre e il più positivo, dice il Carducci, insegnava umanità (terza
ginnasiale); Ferdinando grammatica (seconda e terza); il Carducci
retorica (quarta e quinta); cioè faceva «tradurre e spiegare a due
ragazzi più Virgilio e Orazio, più Tacito e Dante che potessero; e
buttava fuor di finestra gl’Inni sacri del Manzoni.»[18]
Appena arrivati, i tre maestri «si accontarono con una brigata di
giovinotti, piccoli possidenti e dottori novelli, che passavano tutte
le sante giornate a mangiare e bere, a giocare, amare, dir male del
prossimo e del governo.»[19] Questi giovinotti andavano spesso a
trovare i maestri, che abitavano, tutti insieme e tutta loro, una
casetta nuova subito fuori Porta fiorentina, appigionata ad essi da
un oste, detto Afrodisio, il quale provvedeva ai maestri anche il
mangiare. La _casa dei maestri_, come il vicinato la chiamava, cominciò
presto ad aver «mala voce all’intorno per i molti strepiti che vi si
udivano di notte e di giorno, ogni qualvolta l’allegra compagnia la
invadesse.»[20]
«Qualche volta, scrive il Carducci, andavamo anche alla méssa, in domo;
e una di quelle mésse m’è ancora in memoria per la lieta illustrazione
di certi quadri o affreschi, che il capo più ameno della brigata
recitava, menandomi in giro per le navate, in istil bergamasco,
contraffacendo il parlare d’una venditrice di castagne compatriotta
del poeta Bernardino Zendrini, e con un sistema critico di perpetua
comparazione tra la figura di san Giuseppe e quella del sotto-prefetto,
che, tutto in nero, ascoltava il divino ufficio nella prima panca.
»_Hinc mihi prima mali labes._ Da cotesta bergamascata e dalle mie
smargiasserie di antimanzonianismo mi si levarono intorno i fumacchi,
e ben presto mi avvolsero e tinsero tutto, d’una leggenda d’empietà e
di feroce misocristismo. Assai prima che l’imperatrice Eugenia avesse
a inorridire su i grassi venerdì santi del principe Girolamo Napoleone
e dell’accademico Sainte-Beuve, corse per Valdarno una spaventosa voce,
che io il venerdì santo del ’57 fossi sceso da San Miniato alla taverna
del piano, e all’oste sbigottito avessi fieramente intimato: Portami
una costola di quel p.... di Gesù Cristo. È vero che in quell’anno io
andavo pensando o andavo dicendo di pensare un inno a Gesù con a motto
un verso e mezzo di Dante, _Io non so chi tu sie nè per che modo Venuto
se’ quaggiù_; ma è anche vero che quel venerdì santo io ero a Firenze,
e quei mesi studiavo appassionatamente Iacopone da Todi e annunziavo
a tutti la sua gran superiorità su ’l Manzoni e lo salutavo Pindaro
cristiano, e composi una lauda al Corpo del Signore. Il che tutto
non impedì che non mi fosse avviato un processo; e un processo di tal
materia a quegli anni in Toscana poteva menar lontani. Per fortuna che
del ’57 anche c’era in Toscana, pur all’ombra della cappamagna di santo
Stefano, del buon senso parecchio e dell’onestà.»[21]
*
* *
Il Carducci parla poi delle visite che nelle belle domeniche d’aprile,
di maggio e di giugno gli andavano a fare da Firenze il Nencioni, il
Gargani e il Chiarini, del chiasso e delle bizzarrie che facevano, lui
specialmente e il Gargani; d’un suo amoretto, che non durò, dice lui,
cinque giorni; e finalmente della proposta di stampare le sue poesie,
fattagli un bel giorno dal Cristiani, per potere col guadagno ch’ei ne
sperava pagare i loro debiti all’oste e al caffettiere.
«Le poesie, scrive il Carducci, massime allora, io le faceva proprio
per me: per me era de’ rarissimi piaceri della mia gioventù gittare
a pezzi e brani in furia il mio pensiero o il sentimento nella
materia della lingua e nei canali del verso, formarlo in abozzo, e
poi prendermelo su di quando in quando, e darvi della lima o della
stecca dentro e addosso rabbiosamente. Qualche volta andava tutto
in bricioli; tanto meglio. Qualche volta resisteva; e io vi tornavo
intorno a sbalzi, come un orsacchio rabbonito, e mi v’indugiavo sopra
brontolando, e non mi risolvevo a finire. Finire era per me cessazione
di godimento, e, come avevo pur bisogno di godere un poco anch’io, così
non finivo mai nulla.»[22]
La risposta del Carducci al Cristiani _aspettante, e che pur tacendo
parlava_, fu un bel no; e il Cristiani _se ne andò, scrollando la
testa_. Ma l’oste e il caffettiere tempestavano coi loro conti; il
tipografo, messo su dal Cristiani, _offeriva un’edizione economica e
trattamento da amico_; e così andò a finire che il Carducci cedè, e la
stampa delle sue poesie fu deliberata.
Se gli amici nelle belle domeniche d’aprile, di maggio e di giugno
andavano a San Miniato a trovare il Carducci, anch’egli, quando avea
due o tre giorni di vacanza di seguito, andava a Firenze a trovare
gli amici. Il 19 febbraio mi scriveva da Santa Maria a Monte, dove
fino dal giovedì grasso era andato a cercare della caccia da portare
a Firenze per fare un desinaretto cogli amici: «Sabato il giorno sarò
a Firenze con quattro grossi e belli uccelli di palude, dei quali tre
moriglioni e un’arzavola da farne un umido stupendo. Voi preparate,
se si deve fare il pranzo domenica.» Mentre scriveva era di così
cattivo umore, che neppure l’idea del pranzo bastava a rasserenarlo.
«La inerzia mia, proseguiva, è grande: la noia della vita è giunta a
tal grado che io non posso sopportare più me stesso: io non faccio più
nulla: non farò più nulla: tutto è vanità, anche la letteratura e la
gloria. Perchè perdere il mio tempo e la mia salute a far commenti e
poesie? No, non faccio più nulla e non farò più nulla: e faccio bene.»
Era uno di quei momenti di scontentezza da cui il Carducci non di rado
era preso, ma che fortunatamente passavano presto: e contribuiva sopra
tutto a farli passare lo studio e il lavoro. Venne, si fece il pranzo,
che fu lietissimo, e passammo insieme lietamente gli ultimi giorni di
carnevale. Tornato a San Miniato, scrisse nel marzo l’ode alla beata
Diana Giuntini, e attendeva a correggere e finire le altre poesie che
voleva stampare.
Il primo d’aprile, mandandomi il manifesto per la pubblicazione del
volumetto mi scriveva: «_Jacta est alea!_ Il manifesto per le mie
_Rime toscane_ è stampato: nè posso più ritrarmi. Pensa a persuadere
il Targioni che la cosa non è fatta male, avuto riguardo a’ debiti
grandi ch’io mi ritrovo. Per l’amor di Dio, non mi fate rimprovero ora
perchè altramente troppo pensiero me ne piglierebbe.... Il libro sarà
composto di una prefazione in prosa lunga assai, di una prefazione in
versi: poi, 1º libro, sonetti: 2º libro, odi: 3º libro, ballate: 4º
libro, canti. — Due altri sonetti ho fatto, e finito secondo il costume
pagano l’ode alla beata Diana, che è la più di gusto antico fra le mie
odi oraziane. Il tutto sentirete a Firenze, chè ora non ho voglia di
scrivere più oltre.»
*
* *
Nel maggio lavorò moltissimo a compiere e correggere le poesie da
mettere nel volumetto, del quale aveva già cominciato la stampa, e a
comporne delle nuove. Prima del 20 aveva finito l’ode _Agli Italiani_,
e aveva scritto, fra altri versi, il principio del _Canto alle Muse_,
che, mi scriveva, «per l’anima d’Omero, sono i migliori versi ch’io
abbia mai fatto.» E anche a me quando poi me li mandò manoscritti,
parvero bellissimi, e glie ne scrissi lodandoli entusiasticamente. Ho
voluto ora rileggere il lungo frammento intitolato _Omero_, ch’egli
accolse poi nelle edizioni successive delle poesie; e (perchè non
dirlo?) ho trovato giustificabile e giustificato il mio giudizio
entusiastico di quarantacinque anni fa. Quei versi mi paiono ancora
belli quanto i più belli del Foscolo; ma si capisce che, se non ci
fossero stati prima il Foscolo, il Monti e il Leopardi, il Carducci
forse non li avrebbe scritti, certo non li avrebbe scritti a quel modo.
Il 26 mi mandava le prove di stampa dei sonetti, che allora erano 28, e
furono ridotti a 25; il 6 giugno avea finito l’ode _A Febo Apolline_,
cominciata il 25 novembre 1851 a Firenze, e ripresa soltanto a San
Miniato nel dicembre 1856.
Nel luglio ebbe per un momento l’idea di prender parte al concorso
allora aperto per la cattedra di eloquenza italiana nell’Università
di Torino. «Se vi fossero nomi famosi, mi scriveva, non avrebbero
aperto il concorso: io avrei caro di sapere se vi paresse audacia
il presentarmi anch’io.» Io non so che cosa gli rispondessi; ma
probabilmente l’idea gli passò via subito ed egli non ne fece altro.
Mentre attendeva alla stampa delle poesie, che fu compiuta in poco
più di due mesi, dal maggio al luglio (il volume fu pubblicato
il 23), era agitato da sentimenti diversissimi, ora di eccessiva
depressione, ora di esaltazione non meno eccessiva. L’8 di giugno
mi scriveva: «Poco importami vedere il mio nome stampato in cima a
una ventina di componimenti, che pochissimi intenderanno, due o tre
leggeranno sbadigliando senza intendere, tutti disprezzeranno, e più
quelli che meno li avranno intesi! Ahi stoltezza stoltissima tutto,
e lo studiare e il credere alla fama e il desiderarla, e più grande
stoltezza stoltissima il credere e pretendere di pensare bene soli
fra milioni che ridono o compatiscono, e dirlo in faccia a cotesti
milioni, e pigliarci il maledetto sdegno. Ragazzaccio impertinente,
avrebbon ragione di dirmi gl’italiani, e chi se’ tu che col latte ancor
su le labbra pretendi sedere a scranna e insultare noi venticinque
milioni? Degna tua punizione il sorriso e lo scappellotto. Sta bene!
E io, siccome quegli che fo un gran gridare con picciolette forze,
a mo’ della rana e della cicala, dovrei pigliarmi lo scappellotto, e
_buci_. Presunzione da ragazzi: per dire a un secolo intero, tu fai
male, altre faccie voglionsi che la mia, altri studi, per Dio! Or sia
così, e gl’italiani mi deridano e mi piglino a scappellotti; bene sta:
nè io fiaterò. Orgoglio! come se gl’italiani volessero curarsi del
librettuccio mio, il quale dalle mani di pochi ragazzi e giovanetti
passerà, come dicea fra Gargani, a formare aquiloni a’ fanciulli, e
anime a dipanar gomitoli alle signorine.»
*
* *
Con una lettera successiva, annunziandomi che la stampa del libretto
era finita, e giurando e spergiurando che, salvo il Mamiani, il
Gussalli, il Ferrucci, il Mordani, il Tommaseo e il Thouar (solo tra’
fiorentini), nessun altro dovea averlo in regalo, diceva tra le altre
cose: «O belve di trecentomila capi, Giosue Carducci non vi presenterà
il libretto suo, perchè gli diciate che è un giovane di buone speranze,
se si converte alla buona filosofia. No, bestioni, io sputerò in faccia
alla vostra filosofia: e vo’ credere nelle Muse e in Apollo sempre:
e quando sarò per morire mi farò leggere Omero: e non sia vero che
intorno a me siano preti. Mi farò bruciare sopra un rogo di legna di
pino, a cui sottostaranno tutti i miei libri. Sì, sì, viva Apollo Febo
lungioprante, Patareo, Delio, Cinzio, e moia chi dice di no.... Per
Iddio Apollo, di’ ch’io credo assolutamente nella religione d’Omero,
e che io non iscrivo di mitologia per imitazione o perchè sia uno
scolaretto, ma perchè credo che vera poesia, hai inteso, _vera poesia_
non è che là.»
All’ultim’ora il Carducci dimise il pensiero delle due prefazioni, una
in prosa e l’altra in versi, della divisione delle poesie in quattro
libri e d’una piccola introduzione esplicativa dei saggi del _Canto
alle Muse_, che doveva essere indirizzata al maestro suo Michele
Ferrucci; e il libretto uscì composto soltanto di venticinque sonetti,
di dodici Canti e dei detti _Saggi di un Canto alle Muse_. Tra i Canti
erano comprese due ballate di stile antico e la _Lauda spirituale_
per la processione del Corpus Domini. Una delle ballate, _La bellezza
ideale_, era dedicata al Padre Barsottini, l’altra, _Ultimo inganno_,
a Francesco Donati delle Scuole Pie, la _Lauda spirituale_ a Giulio
Cavalocchi; alcuni sonetti e la maggior parte dei Canti erano
indirizzati o dedicati ad amici (Chiarini, Tribolati, Nencioni,
Targioni, Buonamici, Pazzi, Cristiani, Gargani, Panicucci); i saggi del
_Canto alle Muse_ erano dedicati a Michele Ferrucci. Era premessa alle
poesie questa dedicatoria: «A voi| Giacomo Leopardi e Pietro Giordani|
viventi| queste mie rime| come ad autori e maestri| offerto avrei
vergognando| le quali parmi ora superbo| consecrare| alla memoria di
voi grandissimi| io piccolissimo.|»
Inutile dire che lo scopo del libro, quello cioè di pagare i debiti,
non fu raggiunto. «I debiti, scrive il Carducci, anzi che estinguere,
dilagarono,» tanto che dovettero intervenire i babbi e le mamme a
pagarli; «e le Rime rimasero esposte ai compatimenti di Francesco
Silvio Orlandini, ai disprezzi di Paolo Emiliani Giudici, agl’insulti
di Pietro Fanfani.»[23]
Alla fine d’agosto il Carducci abbandonò San Miniato, per andare a
passare alcuni giorni in famiglia a Santa Maria a Monte, e di lì si
recò nella prima metà di settembre a Firenze.