BUONDELMONTI.

Torna a regnare il popolo

Che plebe vil non è.

»Io gli lodai quella cantata. Sicuro! Gli ero debitore dell’avermi

risparmiato la stampa della novella. Immaginatevi se i critici italiani

avessero poi scoperto che a sedici anni feci una poesia romantica!»[8]

*

* *

Finiti nel 1852 gli studi agli Scolopii, il Carducci andò colla

famiglia a raggiungere il padre, che fino dall’anno innanzi era andato

medico condotto a Celle nel Montamiata. Quivi passò quasi tutto il

1853, riordinando e compiendo con assoluta libertà, che lo condusse

ad un classicismo assoluto, i suoi studi letterari. Non li aveva

tralasciati mai neppure a Firenze nell’ultimo anno mentre studiava

filosofia. Anzi specialmente in quell’anno le conversazioni col

Nencioni, i libri ch’ei gli procurava da leggere, quelli che cercava

da sè nelle biblioteche fiorentine, dove volle vedere anche i codici,

contribuirono a svolgere, non senza un po’ di confusione, le attitudini

sue svariatissime, di erudito insieme e d’artista. Dalla lettura dei

lirici dei primi secoli nel _Manuale_ del Nannucci, nella raccolta

del Valeriani e nei codici della Riccardiana, passava a scrivere

odi saffiche o alcaiche ad imitazione d’Orazio, sonetti burleschi e

satirici, e, come s’è visto, anche poemetti romantici.

De’ sonetti satirici ne avea composti fin da retorica. I primi a

provare la mordacità della sua musa giovanile furono i suoi compagni di

scuola. Mi ricordo che il Nencioni, raccontandomi le loro inimicizie e

guerricciole di scolari, mi recitava dei pezzi di sonetti carducciani

veramente feroci. Il Carducci poi, mandandomi nel settembre del 1860

da Pistoia la intiera raccolta manoscritta di tutti i suoi sonetti

burleschi e satirici, mi scriveva: «Ho voluto conservare due di quelli

fatti da ragazzo per un’ambizioncella di mostrare come pensavo e

sentivo ec. ec., e come presto incominciai l’arringo satirico, pel

quale veramente sarei fatto più che per ogni altro.» E prometteva di

mandarmi poi altri saggi di poesia satirica puerile, «sciatti saggi,

diceva, ma che pur dicono qualche cosa, molto più certo delle poesie

serie che facevo a quel tempo.»

Non ricordo bene; ma credo che fra quei sonetti ce ne fosse uno su

Celle (ad imitazione di quello del Berni su Verona) il quale cominciava

così:

Questa Celle è una terra di Toscana,

ed uno contro un suo compagno di scuola, che avea parlato male di lui.

Quei sonetti li rimandai dopo parecchi anni al Carducci, che ne fece

una scelta per la edizione definitiva degli _Juvenilia_.

*

* *

Mentre il nostro era a Celle avvenne un fatto che determinò la scelta

della sua carriera nella vita.

Fra gli scolari di retorica delle Scuole Pie, in quelli anni che c’era

appunto il Carducci, esisteva un’Accademia, che avea nome dei «Risoluti

e Fecondi», della quale era come Presidente il Padre Barsottini. Ne

facevano parte i migliori alunni, e tra questi naturalmente dei primi

il Carducci, il Nencioni e il Gargani. Per una delle tornate di cotesta

Accademia, che fu tenuta nel 1853, il Carducci, narra il Borgognoni,

mandò alcuni suoi versi sulle Crociate, «i quali, dice egli, oltre che

al Padre Barsottini, ebbero la ventura di piacere non poco e a Leopoldo

Cempini (stato già amico del Giusti) e al canonico Sbragia, prete di

parte moderata scappato nel 1848 in Piemonte col Giorgini, i quali

due si trovarono tra gli astanti. Lo Sbragia anzi disse al Barsottini

persuadesse il Carducci a concorrere alla Scuola Normale, di cui egli

era in allora il rettore. Il Barsottini non si fece pregare, come non

si fece pregare il Carducci, il quale concorse, ottenne e andò.»[9]

Così avvenne che il Carducci prese la via dell’insegnamento.

Anche entrato alla Scuola Normale, Giosue seguitò ad appartenere

all’Accademia, la quale tenne una delle sue più famose sedute l’8

settembre 1854. Ne fu stampato il programma (Firenze, coi tipi

Calasanziani, 1854) con questo titolo: «Il Genio cristiano | del medio

Evo | in Italia | Trattenimento letterario | dato | nella Sala delle

Scuole Pie fiorentine | dagli Accademici | _Risoluti e Fecondi_ | la

sera del dì 8 settembre 1854.» Il discorso preliminare fu letto dal

Padre Barsottini, compilatore del programma, il quale comprendeva

ben 22 numeri. Lessero poesie, fra gli altri, Pietro Dazzi (_Boezio

nella sua carcere_); Enrico Nencioni (_Il trovadore_); Cesare Parrini

(_Federigo Barbarossa_). Ultimo lettore, quello del n. 22, fu il

Carducci; e il numero diceva così: «I fatti accennati dimostrano quali

elementi di vita accoglie in sè il Medio Evo. Non manca che una voce

la quale tuoni su questo Caos, come un tempo sul Caos antico la voce

di Jeova, e crei. Questa possente voce è la voce di DANTE. — Canzone

del signor Giosue Carducci, _Accademico Risoluto_.»[Vedi l’intero

_programma_ nelle note a pag. 436]

Questo, nota il Pistelli, «era il pezzo forte del trattenimento, ed

ebbe un gran successo.» La canzone fu poi stampata per intero a pag.

33 del volumetto di _Rime_ (San Miniato, tip. Ristori, MDCCCLVII) con

questa nota: «Questo canto fo pubblico, perchè il meno ignoto de’ miei

saggi poetici e quello che meno spiacque, e perchè forse a miglior

tempo lo racconcerò: fatto nella primissima gioventù parmi dia più fumo

che luce.» Nelle successive edizioni delle sue poesie il Carducci ne

accolse soltanto due frammenti, _Prometeo_ e _Dante_, con correzioni,

non molte, ma notevoli, nel secondo.

Memorie della vita di Giosue Carducci (1835-1907) · 第 10 / 98 题