Lenkoran. — Baku ed i suoi fuochi eterni. — Derbend. — Petrowsk. —
Burrasca. — Le bocche del Volga. — Astrakan.
Toccata, inanzi l’alba del 14 settembre, Astara, luogo di confine
tra la Russia e la Persia sulla sponda del mare, si giunse di assai
buon matino alla stazione di Lenkoran. Potendo noi disporre di alcune
ore, ci affrettammo a scendere a terra, per far un’escursione alla
città nascosta dietro il fogliame degli alberi, a circa una _versta_
dal lido. Alcuni _droschki_ venuti molto a proposito in cerca di
passaggeri, ci fecero guadagnar tempo. Lenkoran, capoluogo del Talysch,
pare una città improvvisata, e quel poco che vi è in muratura è tutto
nuovo. Un ampio viale tra due file di alberi e di case rammenta
la colonia tedesca di Tiflis, ma serve di quartiere a famiglie di
Malacani, e guida ad una piazza nel cui mezzo surge una bella chiesa di
legno. Da questa si passa ad una seconda piazza che serve agli esercizi
ginnastici, quindi ad una terza circondata da botteghe, che è il bazar,
e poscia ad una quarta maggiore piazza che è il mercato. Quantunque
dì festivo la maggior parte delle botteghe erano appena socchiuse,
ed i mercanti venivano al nostro incontro chiedendoci a gara i paoli
imperiali che dovevamo aver portali dalla Persia, per cambiarli, a
condizioni molto vantaggiose per noi, colla sola moneta circolante in
Russia, vale a dire con biglietti di banco.
Il clima del Talysch, le condizioni tutte del terreno sono ben poco
dissimili da quello del Ghilan, e ne fa prova la bella vegetazione
del piano e quella pure de’ non lontani colli; ma un non so quale
governatore della Grusia ne ha avuto troppo alto concetto, quando volle
tentare nella campagna di Lenkoran la cultura della canna da zuccaro.
I polloni recativi dal Mazanderan germogliarono quel tanto precisa
che valeva a disconsigliare la continuazione dell’esperimento, senza
l’umiliazione d’un fiasco assoluto.
Il seguente matino ci risvegliammo nella rada di Baku, determinali
a bene spendere il nostro tempo ne’ cinque giorni di sosta che ci
erano assicurati. Il signor Nicolas si stabilì colla sua famigliuola
in una casa privata della città; il capitano Clemencich ci abbandonò
sollecitamente, per recarsi nel Caucaso occidentale onde assistere a
qualche fazione militare della campagna che doveva far cadere nelle
mani della Russia quest’ultimo asilo de’ Circassi; noi mantenemmo il
nostro quartier generale sulla Tamara, per quindi trasferirlo sul nuovo
piroscafo atteso da Astrakan.
La città di Baku, conservante l’antico stampo persiano, s’erge su di
un piccolo contraforte d’una catena di colli affatto nudi e sterili.
La circonda un vecchio muro, e le danno accesso, verso terra, due porte
munite di ponte levatojo, ed altra porta dalla rada. Fuori delle mura,
ad occidente, sono allineate lungo la spiaggia alcune belle ed eleganti
case moderne ornate di qualche tentativo di giardino. Due antichi
monumenti colpiscono lo sguardo di chi la guarda dal mare: sull’alto
i minaretti, le cupole, i frontoni dell’antica residenza de’ khan; in
basso, non lungi dalla porta della marina, una gran torre cilindrica,
tozza, nera per vetustà, detta la torre della vergine, dalla leggenda
che le è connessa di una donzella la quale, astretta dal padre ad un
inviso connubio, di là si precipitò in mare. Nel piano fuori delle
mura, a nord est, è il sobborgo o meglio la città nuova, con strade
rettilinee intersecantisi ad angolo retto, sede de’ principali mercanti
e di alcuni offizi del governo, quello delle poste compreso.
Baku ha appartenuto agli schah del Schirwan, finchè alla morte dello
schah Nadir, nel 1748, scomposto il regno, riescì a costituirsi centro
di un canato indipendente. Al principio di questo secolo il dominatore
Hussein Kuli Khan, della stirpe de’ Kagiari, tentò riunire in una lega
commune, contro l’invasione russa, i varj principotti musulmani del
Caucaso orientale; quando assalito egli stesso nella sua residenza,
ed esperimentata la debolezza delle sue forze, si pensò di meglio
riescire col tradimento. Finse di voler scendere a patti, e chiese
un abboccamento al principe Tsitsianoff, comandante supremo delle
forze russe, per trarlo in agguato ed ucciderlo. Un armeno venuto
in cognizione della congiura ne avvertì il principe, il quale, non
ascoltando che la nobiltà del suo carattere, rispose semplicemente: non
oserà. Andò infatti, e fu trucidato. L’inaudita scelleratezza ebbe la
pronta e radicale punizione che era da attendersi: il conte Goudowitsch
non fece altro che impadronirsi immediatamente del canato a nome della
Russia.
Baku ha una popolazione di circa 10 mila abitanti, la massima parte
persiani. La vita vi è discretamente animata, per essere questa città
uno dei principali emporj del commercio della Russia colla Persia.
Alla porta della marina il piazzale interno, i magazzeni circostanti,
il lido stesso, erano ingombri di ferro delle miniere degli Urali. Il
commercio proprio del luogo consiste in tappeti, seterie, zafferano e
specialmente bitume.
La penisola di Apscheron, che forma la massima parte del circolo di
Baku, è rinomata pe’ suoi numerosi pozzi di nafta, danti un produtto
medio annuale di 300 mila _pud_[61]. Di questa preziosa sostanza
si hanno diverse sorta: la nafta solida, picea, chiamata _kir_; la
vischiosa, la liquida o petrolio. Quest’ultima è la sorta prevalente
presso Baku, mentre all’opposta sponda del Caspio, all’isola di
Tschelekan, è la prima, ossia la nafta picea che si estrae quasi
esclusivamente. Il _kir_ viene poscia spedito in Russia, a Bokara ed in
Persia, per farne terrazzi, come si pratica dell’asfalto in Italia ed
in Francia, che in vero fra questi due bitumi non esiste differenza che
di nome.
Sono altresì rinomati da secoli i fuochi di Baku, ossia i getti
continui di gas infiammabile, simile affatto per la natura e per la
origine al così detto gas delle paludi, al _feu grisou_ delle miniere
di litantrace. Non v’ha dubio che si debba collegare la formazione
di questo gas a quella stessa della nafta, ed è molto interessante il
fatto osservato dal sig. de Baer che, nella penisola di Apscheron, in
corrispondenza delle surgenti gasose, la nafta è liquida[62].
La sera stessa del nostro arrivo fummo cortesemente invitati da un
officiale della marina russa al singolare spettacolo delle fiamme del
mare, del quale però mi tenne defraudato un nuovo accesso di febre. A
circa un’ora di distanza, al sud della città, presso gli scogli della
sponda, gorgogliano veementi getti gasosi trascinanti seco alquanto
petrolio che in sottilissimo velo si diffonde sull’aqua. Il contatto
d’una face accesa fa sollevar d’intorno turbini di fuoco agitati
in balìa delle onde, ed i miei compagni si dilettarono di scorrervi
frammezzo, col battello guidato dalle braccia nerborute dello stesso
capitano Müller, esponendo le barbe ed i capegli alla sommità ripiegate
delle spartite fiamme.
Il dì seguente sul tramonto, noleggiati alcuni _droschki_, ci recammo
a visitare il famoso tempio degli adoratori del fuoco, a 12 verste
dalla città, presso il villaggio di Sarochani. La strada percorre una
campagna ondulata, deserta, che non ha nulla da invidiare alle più
aride steppe della Persia: solo qualche rara pezza di stentato verde
si presenta allo sguardo nel fondo di qualche remota valletta. Poco
oltre uno stagno, aU’ultima luce del giorno biancheggiante ancora di
incrostazioni saline, vedemmo già comparire in distanza nel vasto piano
alcune fiamme solitarie, e, dopo breve tratto, i nostri cocchieri
si arrestarono alle tetre mura di un grande fabricato che d’ogni
intorno diffondeva nell’aria una pallida luce giallastra. Li ci fu
spalancata una porta, ed attraversando un cortile ove in una fossa,
come in una fornace, soffiava un impetuoso getto di fuoco, entrammo
nel sacro recinto. È questo una scura ed angusta cella, nel cui mezzo
arde su di un altare di fango una fiammella eterna, mentre un secondo
altare applicato al muro, dicontro alla porticina di ingresso, è
adorno delle strane cianfrusaglie del rito. Il sacerdote, un indiano
spiccato dalla metropoli ghebra di Bombay, non si fece aspettare; diede
qualche tocco di campanello sul limitare del tempio, e si rivolse,
come a cosa d’abitudine, a ripetere davanti a noi la cerimonia della
sua religione. Incominciò dal soffiare in una grande chiocciola
di tritone, traendone il noto suono cupo e penetrante di questo
strumento, poi fra genuflessioni, gesticolazioni incomposte, e vario
maneggio degli oggetti sacri dell’altare, brontolò le sue preghiere,
nelle quali non potemmo intendere chiaramente che il ripetuto nome
di Brama. La rappresentazione durò un quarto d’ora, all’incirca, e fu
chiusa coll’offrire a ciascuno di noi dello zuccaro candito su di un
piattellino, sul quale noi, alla nostra volta, depositammo tanto da
fare un pajo di rubli. Ci fece sorpresa il trovare, tra i varj oggetti
posti alla rinfusa sull’altare, un crocifisso, e fatto interrogare su
di ciò il ghebro, che pure intendeva discretamente il russo, ci rispose
che egli teneva in venerazione anche il Cristo, come un gran santo;
la qual cosa ci confermò nell’opinione essere il nostro uomo anche un
tantino impostore.
I fuochi di questo tempio sono eterni, od almeno di durata indefinita,
però le più antiche memorie storiche intorno ad essi non vanno oltre
il decimo secolo: anzi Massudi, scrittore arabo di quel secolo appunto,
ne parla come fossero in epoca a lui prossima improvvisamente apparsi,
dopo una eruzione dal terreno[63]. Una della nostre guide, nel cortile
stesso del tempio, si fece a scavare la terra colle sole mani, sino
alla profondità di circa due palmi, ed approssimando poscia alla fossa
un foglietto di carta acceso, ne fece sollevare una fiamma spenta di
nuovo col riversare nella fossa la sabbia circostante. Gli abitanti
dei dintorni sono affatto liberi dalle cure per l’alimento de’ loro
focolai: un tubo piantato nel terreno sino a pochi piedi di profondità,
dà la fiamma sull’istante, duratura a norma de’ bisogni ed anche ad
arbitrio.
Il terreno intorno a Baku risulta per intiero della così detta
formazione caspica inferiore di cui ho fatto cenno nel precedente
capitolo: però gli strati furono molto sensibilmente sollevati, tanto
da costituire da soli i colli e le sponde qua e là dirupate del seno
di Baku, come della massima parte dell’intiero perimetro del Caspio.
Ne’ tagli naturali del terreno al sud della città si distinguono,
procedendo dal basso, i seguenti strati fra loro connessi da passaggi
insensibili dell’uno all’altro.
1.º Marna sabbiosa e sabbia finissima zeppe di conchiglie (_Bithynia,
Dreissena, Monodacna_).
2.º Aggregato friabile di conchiglie de’ medesimi generi.
3.º Calcarea intieramente composta di grossi frammenti di conchiglie,
e nicchj intieri determinabili, per la massima parte di cardiacei: una
vera lumachella infine, solida e cavernosa, eccellente materiale di
costruzione, e d’onde infatti è fabricata la città.
Nelle dislocazioni, senza dubio repentine e violenti, di questo
terreno, gli strati della calcarea rimasero fratturati più del
sottoposto sedimento incoerente, fino a trovarsi in diversi luoghi da
questo discordanti, colle testate disordinatamente sporgenti.
Il giorno 17 settembre giunse da Astrakan l’atteso piroscafo che doveva
dare il cambio alla Tamara. Era il Bariatinski, magnifico bastimento,
con ampio e elegante salone sul ponte, avente per tetto un secondo
ponte a commodo di chi volesse godere il fresco notturno. Ci occupammo
il dì seguente del trasbordo delle nostre robe, e dell’assestamento
delle nostre celle, mentre andava a poco a poco formandosi il carico
del bastimento, e nuovi passeggeri giungevano ad occuparlo. Venne
così a comporsi nel salotto una eletta società, in massima parte
di ufficiali russi, e di una signora che allo spirito sciorinato in
purissima lingua francese, alla considerazione ond’era circondata,
palesava la distinzione dei suo rango, come ne’ tratti dei viso le
traccie d’una passata bellezza. Era la contessa Freigang, moglie d’un
generale, antico capo della stazione navale di Baku, ed ora trasferito
ad altra sede nell’interno dell’impero.
Il Bariatinski avea portato i giornali di Mosca e di Pietroburgo
accumulati da due settimane, pieni di gravissime notizie per noi.
Gli ufficiali russi, con visibile commozione al saperci italiani,
gareggiavano nel tradurle e nel commentarle, esprimendo anche in questa
circostanza la profonda simpatia pel nostro paese, e la ammirazione
per la grande personalità di Garibaldi che abbiamo sempre e dapertutto
incontrate in Russia. Mancano le parole ad esprimere la costernazione
e lo stupore onde fummo compresi al racconto del nuovo estremo cimento
della nostra patria, e della fatalità che lo volle scongiurato col
sangue sui campi di Aspromonte!
Coll’animo straziato ed il pensiero travolto ne’ turbini di un
imprevedibile che la distanza de’ luoghi rendeva più tetro, rimanemmo
ancora tre giorni nella rada di Baku. La matina del 22 giungemmo in
faccia a Derbend. Il signor Alessandro Dumas, che già era stato tema
principale delle nostre conversazioni colla signora contessa Freigang,
venne ancora alla nostra memoria. In Torino, pochi giorni prima della
nostra partenza, conferendo con me e con Lessona, trasfondendoci,
collo splendido colorito della sua parola, le sue impressioni di
viaggio ne’ paesi stessi che avremmo dovuto percorrere, ci aveva fatto
promettere di visitare questa così singolare città, e la gran muraglia
e la porta di ferro. Era quindi per noi quasi lo sciogliere un voto lo
sbarcare: ma il mare era grosso, e molta la distanza dal lido, ed il
capitano da noi interrogato rispondeva che non poteva assicurarci poi
la possibilità del ritorno a bordo. Questo bastò per farci rientrar
subito nei limiti di quella prudenza che era stata fino allora la
nostra scorta, e restar paghi di rimirare la città dal ponte del
bastimento. Il panorama era per verità stupendo. Le case di stile tutto
orientale, stipate sull’erto pendio del monte ed allineate da strade
l’una sull’altra parallele fra loro ed alla spiaggia, la muraglia che
s’inerpica sul monte, e ricingendo strettamente la città la isola dal
circostante rupestre deserto, danno a Derbend un tale carattere, che
descritto colla fedeltà della prospettiva può sembrare ancora fantasia
di romanziere[64].
Sul far della sera fu ridato il moto alle ruote, ed inanzi l’alba si
gettò l’ancora a Petrowsk, per rimanervi buona parte del giorno. È
questa una piccola città affatto nuova, con belle case, ed un forte
che domina la spiaggia. I magazzini, ed un grande molo che trovammo
in costruzione molto inoltrata, lasciano credere che il governo russo
voglia farne la principale stazione navale del Caspio, qui soltanto
essendo possibile, per tutta la sponda occidentale di questo mare, un
simulacro di porto. Dietro la città surge un monte col dosso prolungato
così regolarmente da rassomigliare ad un piccolo Iura. In distanza, in
un valloncino, appicciccata alla roccia come un nido d’aquila, vedesi
la città lesghiana. La sponda presentasi qui ancora costituita della
stessa calcarea di Baku.
Era giorno di mercato, e la piazza vedevasi animata di cenciosi Lesghi
dalla truce fisionomia, di soldati russi, ed anche di qualche elegante
gonnella. Incontrato un carro di pescagione che andava al peso publico,
lo seguii da vicino, finchè la merce fu riversata in grandi corbe.
Erano tutti lucci, tinche e carpe. Ecco i bei pesci marini del Caspio!
Nella sera, quando ancora stavamo seduti alla tavola del pranzo, e
il Bariatinski avea preso il largo, fummo assaliti da una violenta
bufera. Il fischio orribile del vento, l’impeto delle ondate sui
fianchi della nave, il forte rullìo, il tumulto dei passaggeri sbattuti
sul ponte, il passo concitato e le grida del capitano e de’ marinai,
producevano un baccano infernale. Fu prudenza l’ardire del capitano di
avvicinarsi alla costa e gettar l’ancora, e così fummo salvi. Il giorno
dopo, dileguata rapidamente la tempesta, vedemmo tutta la gravezza
dell’incorso pericolo. Il capitano stesso ci assicurò che in tanti
anni di navigazione sul Caspio non s’era mai trovato così prossimo
al naufragio. Tre valigie erano state svelte da una furiosa ondata
e gettate in mare, un gran numero di colli avea sofferto avaria, ed
una donna piangeva dirottamente i suoi rubli di carta macerati. Il
Bariatinski avea ripreso felicemente il suo corso, quando visto in
distanza un segnale d’allarme deviò prontamente a quella volta. Era un
bastimento mercantile, che veniva da Astrakan, diretto a Petrowsk, e
sbattuto dalla burrasca, avendo perduto l’albero maestro ed il timone,
ebbe la buona ventura d’esser preso a rimorchio e ricondotto al punto
d’ond’era partito.
La matina del 25 eravamo già pervenuti ai bassi fondi, ove le grosse
navi corrono pericolo d’arenarsi. Alcuni anni prima, infatti, il
piroscafo Costantino, incappatovi a 60 verste dalla spiaggia, rimase
condannato all’immobilità per due intieri mesi, co’ suoi passaggeri a
bordo. Dopo questo avvenimento il governo russo ha fatto costrurre dei
piccoli rimorchiatori che ricevono il carico de’ piroscafi corrieri,
e lo trasportano ad Astrakan. Dovemmo adunque passare noi medesimi,
colla folla stipata degli altri passaggeri, e l’ingombro dei colli
e delle mercanzie, quali su di un grande barcone piatto, quali sul
rimorchiatore stesso, che trascinò eziandio per altre cinque leghe il
Bariatinski vuoto, e il bastimento salvato. La terra non era peranco in
vista, e già potevamo bevere l’aqua dolcissima del Volga.
Dopo alcune ore il verde dei canneti che spuntano già in distanza,
qualche isolotto a fior d’aqua, sparse navi ancorate, fra le quali
un bastimento da guerra impegnato nelle sabbie, poi qualche capanna
di doganieri e di pescatori, ci annunciarono il gran delta del fiume.
Alle due pomeridiane fummo accostati dalla barca della dogana, ed un
commissario montò a bordo per le perlustrazioni del suo officio. Quanto
ci aveano detto del rigore e delle vessazioni delle dogane russe fu
pienamente smentito, e noi in particolare fummo trattati con tutti i
riguardi che si usano verso i diplomatici, cioè col non aprire tampoco
le casse e le valigie di nostra pertinenza.
Eravamo frattanto entrati nel braccio principale tra gli ottanta in cui
si decompone al suo sbocco il maggior fiume d’Europa; e il dì seguente,
allo spuntar del sole, approdammo ad Astrakan.
Alcuni de’ miei compagni si occuparono immediatamente delle
disposizioni per continuare il viaggio. Lessona prostrato dalla febre
avea bisogno urgente di riposo e di un asilo almeno tranquillo per
qualche giorno, e questo fu subito trovato a pochi passi, chè la scelta
dell’albergo non era imbarazzante. Questa città così grande, così
commerciante, così ricca, non ne conta più di tre, tutti di infima
classe. Fidandoci dell’esterno entrammo in quello che poteva passare
per il meno sucido, ove ci furono aperte quattro camerette anguste come
celle da prigione, colle pareti di semplici assite, ed il mobiliare
composto in tutto di due sedie, di un tavolino, e di un canapè duro,
appena largo e non tanto lungo quanto la persona, senza nè cuscini nè
coperte. Per buona ventura avevamo ancora qualche materasso di scorta,
e la fibra temprata da sei mesi all’abbandono di ogni mollezza.
Astrakan, come del resto la massima parte delle città sul Volga, è
formata di due parti: d’un gran sobborgo con case di legno lungo
il fiume, e della città con spaziose lunghe contrade rettilinee,
eleganti case in muratura, di stile severo e maestoso, e belle botteghe
riccamente fornite di mercanzie d’Europa.
La via principale del sobborgo scorre parallela al fiume, e nello
spazio frapposto sta il folto delle abitazioni, degli emporj, e
degli officj delle compagnie di navigazione. Questa parte della città
vive della vita della principale arteria commerciale della Russia,
e dell’affluenza della pesca del Caspio. La quantità di minuto pesce
che si consuma fresco sul luogo, o secco e salato viene spacciato a
prezzo vilissimo per grande estensione di paese, è ancora un nulla al
paragone dell’immenso produtto degli storioni, delle aringhe e delle
foche, che viene qui preparato e convertito in generi del grande
commercio, con grande profitto anche delle saline erariali. Stanno
allineati in gran numero sulla riva grandi barconi, vivaj riboccanti di
pesci, fra i quali è sovratutto da segnalarsi il delizioso sterletto,
pienamente meritevole del pregio in cui è tenuto dai sibariti russi.
Il pesce morto che si espone sui banchi del mercato, relativamente in
assai scarsa quantità, e solo pel consumo giornaliero, è poco meno
che sprezzato. I grossi storioni che affluiscono a questo centro di
manipolazione vengono subito sventrati e fatti a pezzi. La carne, e
specialmente la musculatura del dorso, è acconciata col sale e seccata;
le ovaia, spogliate degli inviluppi membranosi e salate in barili,
danno il caviar (_ikra_), di cui si fa uso così esteso, così generale
e quasi prescritto all’antipasto (_zakuska_). I lunghi rigorosi
digiuni del rito greco concorrono in gran parte a mantener viva la
consumazione dell’immensa quantità di materia alimentare che le grandi
pescaje caspiche versano annualmente sul mercato. Un produtto di grande
importanza, un vero monopolio di Astrakan, è la colla di pesce, tanto
ricercata, come sostanza di prima necessità in diverse industrie. Le
foche, provenienti in massima parte dai banchi e dalle isole della
sponda orientale del Caspio, danno un cospicuo provento nel grasso
e nelle pelli. L’aringa o _beschenka_ (_Clupea pontica_), rimonta il
Volga in banchi talmente enormi da suggerire e quasi render scusabile
lo scialaquo che si fa di tanta abondanza col non tener conto che
dell’olio. Si può calcolare la preda ordinaria annuale di questo pesce,
nella parte inferiore del Volga, a 50 millioni di teste. Il consiglio
di non lasciar andare tutta dispersa una così ingente massa di buona
sostanza alimentare non fu ascoltato che tardi e soltanto in assai
ristretta misura. Gli eccitamenti del signor de Baer non ottennero
qualche effetto se non durante la guerra della Crimea. Nel 1855 10
millioni di aringhe salate (200,000 _pud_) furono messe in commercio,
con grande profitto de’ privati e del publico erario, e rappresentarono
un capitale di 153,600 rubli; mentre la stessa quantità di pesca
semplicemente manipolata per l’estrazione dell’olio, non avrebbe dato
che 10,000 _pud_ di questa sostanza, per un capitale di 10,000 rubli.
Il produtto della grande pesca alla quale attendono non meno di 4,000
barche, fu per la provincia di Astrakan, nel 1861 il seguente.
Beluga (_Accipenser huso_) 35,500 teste
Osotr (_A. Güldenstädtii_) 50,000 —
Sevringa (_A. stellatus_) 200,000 —
Ikra (_caviar_) 8,000 _pud_
Colla di prima qualità 600 —
Fasci musculari dorsali 600 —
Foche 50,000 teste
La provincia di Astrakan occupa una superficie di 185,550 verste
quadrate, con una popolazione stabile di 550 mila abitanti (50,000
nella sola città principale), ed altrettanto di popolazione mobile,
di Tartari, Kirgisi e Calmucchi dati alla pastorizia. Il terreno è
piano, sabbioso, solcato dalle inumerevoli diramazioni del Volga,
che ristagnano in molte paludi. Facendo anche una larga parte alle
steppe della parte occidentale della provincia, popolate dalle tribù
de’ Calmucchi, una grande estensione del terreno è di sua natura
fertilissima, eppure inculta per difetto di braccia. Scarsa è la stessa
produzione del riso per rispetto al grande consumo che fanno di questo
genere gli orientali, ed alla vastità del terreno irrigabile[65].
La produzione del bestiame è invece considerevolissima. Quella de’ soli
cavalli ascende al numero di 230,000 teste, numero che sarebbe forse
raddoppiato ove si tenesse calcolo delle immense mandre allevate dai
Kirgisi nomadi, e che in una parte dell’anno passano nel vicino governo
di Orenburgo, o fra le tribù indipendenti. V’hanno inoltre
Buoi 500,000
Montoni 1,500,000
Capre 610,000
Camelli 30,000
Porci 50,000
La provincia di Astrakan comprende anche non meno di 140 laghi salati,
de’ quali uno solo, quello di Elton, per verità il maggiore, potrebbe
somministrare tutta la quantità di sale che può occorrere a metà della
Russia.
Nel 1861 le saline di questa sola provincia produssero 5,500,000 _pud_
di sale, smerciato a 35 _kopecki_ il _pud_; oltre 80,000 _pud_ di
solfato di soda per le vetraje.
Importante è anche il produtto delle pelli, specialmente de’ montoni.
Quelle che si conoscono in Europa col nome appunto di Astrakan,
provengono però in massima parte da Bokara.
Rimanemmo in Astrakan tre giorni; e qui incominciammo a rincivilire,
rientrati ormai nell’ambiente della società europea. Fummo accolti dal
governatore, signor Deshayes, di stirpe francese, con ogni maniera
di cortesia, invitati a pranzo, e ad un convegno, nelle splendide
sale della sua residenza, della più eletta società di Astrakan. Era
un concerto di beneficenza, nel quale i primi onori toccarono alla
consorte stessa del governatore, molto gentile e avvenente dama,
che eseguì deliziosamente, colla sua voce pura e soave, alcune belle
melodie del genio italiano.
La febre di Lessona avea preso un tale aspetto di gravezza da incuterci
molto serie apprensioni, ma poi una forte dose di chinina data a
tempo restituì talmente le forze da render possibile la continuazione
immediata del viaggio, calcolando anche sui lunghi giorni che dovevamo
passare sul Volga, in condizioni certo non più disagiate di quelle
che ci offriva l’albergo di Astrakan. Ci liberammo degli oggetti più
pesanti e voluminosi divenuti ormai inutili, lasciandoli in regalo ad
un povero savojardo che aveva fatto presso noi l’officio di servitore e
di interprete, e trovavasi balestrato in questa estrema parte d’Europa,
come disertore dell’esercito sardo. Il 28 passammo sul piroscafo
_Likoi_, riunendoci ancora all’ottima famiglia Nicolas, dalla quale non
dovevamo separarci che a Berlino.