Addio a Genova. — Stromboli. — Messina. — Le lucciole ed i mostri del
mare. — Passo d’uccelli. — Milo. — Stormi di puffini. — Silivria. —
Costantinopoli ed il Bosforo. — Addio all’Europa.
Il regio piroscafo _Ichnusa_ che doveva portar a Trebisonda la missione
italiana in Persia, levò l’àncora dal porto di Genova la sera del 21
aprile. Per quanto fossimo agguerriti contro aspettate emozioni, i
concitati preparativi della partenza fra l’oscurità della tarda sera,
gli urtoni, le grida dei battellieri alla scaletta d’approdo, e dei
marinai a bordo, la confusione momentanea delle cose e delle persone,
cospiravano ad esacerbare il natural tumulto dei nostri affetti; come
la prima scaramuccia nell’animo pur deliberato del coscritto. Poichè
furono disposte alla meglio le nostre celle, risaliti sul ponte,
mandammo ancora un saluto a Genova, e la seguimmo collo sguardo teso,
finchè ogni luce di quel superbo anfiteatro scintillante andò perduta,
come in una nebbia fosforica, nel lontano orizzonte. Questa scena
taciturna, questa lutta di desii e di pentimenti doveva per altro
avere un fine per la legge stessa del cuore umano. La gaja fidente
spensieratezza, prima a ridestarsi negli animi più giovanili, si
trasfuse a poco a poco nei più maturi, e già tutti affratellati eravamo
in balìa di nuovi sentimenti, quando venne sollecita la prima cena a
compiere l’opera salutare. La nuova alba ci trovò rifatti.
Il mare sereno e calmo, la squisita gentilezza degli ufficiali di
bordo, il rivedere qualche capo di terra italiana, e l’isola dell’Elba,
di Pianosa, di Montecristo, soggetti di variopinti discorsi, dalla
grandezza del primo Napoleone ai fochi fatui de’ moderni romanzi
francesi, ci fecero liete e rapide le ore della navigazione.
Passammo assai vicino a Stromboli, l’antica reggia di Eolo; e quella
verdeggiante lingua sparsa di modeste casette, che si protende dalla
base del monte verso levante, sorrise ad alcuni come il possibile
avveramento di un sogno di un’età sfiduciata, di un lungo desiderio
di solitudine perfetta, tranquilla e studiosa. Sullo squarcio del
monte, verso settentrione, vedemmo il celebre vulcanetto, irrequieto,
ostinato e impotente come un genio incompreso. Una massa incerta di
fumo stava sopra il cratere, scossa a brevi intervalli dalle eruzioni
incessantemente ripetute. Alla cadenza quasi regolare di ogni diecina
di minuti, scoppia di là un getto di vapori ed una vigorosa grandinata
di lapilli e bombe, col fragor sordo di una mina che bene non giuochi
per aver sfiatato. Di notte Stromboli è un bellissimo faro naturale,
perchè i fumi, illuminati dalle brage del cratere, simulano un’aurora
boreale che ad ogni eruzione si illumina vivacemente[1]. Le materie
eruttate rotolano a frana pel rapido pendio del cono, e non s’arrestano
ad allargarne la base, ma ricadono nei profondi abissi del mare,
la qual cosa mantiene fra gl’isolani la tradizione che per secreti
canali siano restituite nel focolajo del vulcano. Fin da Stromboli
vedemmo svolgersi dai vapori matutini la bella costiera di Sicilia e
l’eccelso cono dell’Etna, e quindi, passato il faro, venne a spiegarsi
al nostro sguardo l’ampio golfo di Messina. Verso le 3 pomeridiane
del 24 aprile l’_Ichnusa_ gettò l’àncora sotto le mura beanti della
cittadella; antico nido di brutale tirannide, spazzato dal cannone di
Cialdini. Mentre il capitano disponeva pel carico di carbone, la nostra
brigata si sciolse per varie direzioni nella città. Quella popolazione
sicura, animata, chiassosa, quell’aria profumata dai mille giardini
biancheggianti allora dei fiori dell’arancio, lasciarono nell’animo
nostro la più gradita reminiscenza. D’ogni parte, e fin entro le
contrade, s’udivano spari frequenti e disordinati di moschetti, come a
festa rusticana. Era la stagione del passo delle quaglie, della strage
ingloriosa di questi poveri uccelli che sfiniti dal lungo viaggio,
cadono sul lido come corpi morti. Dopo il conguaglio delle imposte,
l’osso il più duro da digerire pe’ nostri fratelli del mezzogiorno sarà
la riforma della legge sulla caccia, dietro i principj dell’uguaglianza
civile, e di una saggia economia dei doni della natura.
Approfittammo avidamente di questa buona sorte per fare una
perlustrazione zoologica di quel porto che vari naturalisti
oltremontani ci aveano decantato per la ricchezza della sua fauna.
Messina è la Mecca dei privati docenti di Germania, che vi accorrono
per lo studio così interessante degli animali inferiori marini,
come ad una surgente inesausta di belle e singolari scoperte. Nè gli
Italiani accennano peranco ad animarsi almeno di salutare gelosia;
chè anzi nella illustrazione delle cose proprie lasciano ora più che
mai tranquillamente il monopolio agli stranieri. Il porto di Messina,
ben riparato da’ venti, con fondo piano, poco profondo, è un immenso
aquario, ove al lusso di una folta vegetazione corrisponde una varietà
grandissima di forme di animali marini; e più ancora sarebbe ove i
pescatori di palemoni non lo rimovessero tanto. Un gran numero di
grosse pelagie riposavano tranquille fra le alghe, insieme ad altre
forme di idromeduse, come _Physophora hydrostatica_, _Hippopodius
luteus_. I ctenofori erano del pari doviziosamente rappresentati dalla
_Beroe Forskalii,_ dalla _Cydippe pileus_, dalla _Callianira exagona_,
dal _Cestum veneris_. Un maschio di _Argonauta_; alcuni belli esemplari
di _Alciope candida_, di _Phyllosoma_, di _Atlanta Keraudreni_; e
moltissimi di _Firola_, di _Carinaria_, compirono il bottino di una
matinata. Fra i pesci ci interessarono particolarmente il _Syngnatus
phlegon_, ed alcuni giovanissimi individui di _Belone_ colle forme di
_Hemiramphus_. Sul vicino mercato, insieme alle solite più communi
specie del Mediterraneo, abondavano, strana coincidenza di nomi, il
pesce spada (_Xiphias gladius_), ed il pesce sciabola (_Lepidopus
argyreus_).
Fin dalla prima nostra partenza da Genova era stato per noi tutti
un grazioso spettacolo notturno la fosforescenza del mare, che
sembra nel Mediterraneo varia nel grado, ma del resto costante, ed
affatto indipendente dalla stagione. La parte principale in questo
fenomeno è dovuto ad una medusa, alla _Pelagia noctiluca_. In miriadi
incalcolabili questi animali lasciano sul far della notte i profondi
recessi del mare per salire verso la superficie, e ad ogni colpo di
ruota, nel solco spumeggiante che il battello lascia dietro di sè,
diventano per pochi istanti luminosi, onde il succedersi continuo e
frequente di bellissimi dischi splendenti di viva luce bianca. Era un
diletto anche pei miei compagni l’adoprarsi con destrezza a coglierne
al rapido loro passaggio; e poscia tutti in circolo, colla testa
chinata verso un bacino, il contemplarne le singolari forme. Mi sarebbe
impossibile il ripetere le celie graziose che scoccavano da’ cervelli
resi dalla circostanza un po’ balzani, e le rimbeccate dei naturalisti,
e le risate pacificatrici. Se non che venne presto a mancare il
soggetto. Le belle pelagie che vedemmo adagiate in sonno diurno nel
letto algoso del porto di Messina, vi stavano come ad un posto di
confine. Oltre lo stretto che prende da quella città il nome, e per
tutto il mare Jonio, vennero a mancare affatto, e più non vedevansi nei
solchi dell’_Ichnusa_ che piccole e rade scintille, dovuto al corpicino
fatto luminoso di piccoli crostacei (_Cyclops_), che più avanti alla
loro volta sparirono. L’aqua del triste ed inospitale _Ponto Eusino_
era affatto buia.
Di giorno qualche schiera di palamite che i soli occhi esperti
dei marinai potevano discernere nell’onda glauca; qualche delfino,
capitombolante presso la nave, come un monello da strada: qualche
sonnacchiosa tartaruga; e null’altro per l’ampia faccia del mare. A
quale umile natura sono ridotti i mostri marini, poichè la scienza
ha purgato anche il poetico regno de’ venti! Però una bella preda
ci è mancata, ed anche un bel tema, che, ornato d’un po’ di frangia,
avrebbe potuto essere il primo successo de’ naturalisti dell’_Ichnusa_.
Il matino del 24 il nostro capitano ed alcuni marinai scorsero di
passaggio un polpo colossale, ma troppo tardi per poter arrestar la
nave, pescarlo, ed offrirlo in tributo alle nostre considerazioni.
All’interesse intrinseco del soggetto sarebbesi aggiunta l’opportunità,
poichè l’argomento dei grandi cefalopodi pelagici, che era già
invecchiato nell’academia di Copenaghen, era stato poco dianzi rimesso
a nuovo nella grande aula del palazzo Mazarini. Senza dubio questo
così detto polpo doveva appartenere alla famiglia delle loligine o dei
calamaj, che comprende i cefalopodi più forti nuotatori, ed in pari
tempo i giganti della loro classe[2].
Il susseguente giorno 26 noi correvamo il pieno mare, ove il Jonio si
allarga per la confluenza dell’Adriatico. Una moltitudine di uccelli
fuggenti le già aduste spiaggie africane per la novella verzura
d’Europa, esausti di forze, cercavano rifugio sulla nostra nave. Fu
uno spettacolo nuovo, per quanto già fossimo abituati nei giorni
precedenti a ricevere di siffatti ospiti. Dal primo mattino alla
tarda sera fu un succedersi incessante di specie diverse, delle quali
risparmio al lettore il lungo catalogo. Ad ogni istante era segnalata
qualche tortora, qualche falco, qualche calcabotta, che cercava rifugio
sulle antenne e sul cordame, o quaglia o beccaccino o piovanello che
svolazzava attorno ai nostri crocchi, e perfino ardiva posarvisi in
mezzo. L’occasione fa il ladro, dice il proverbio: io dirò piuttosto
che ci fece crudeli, risvegliando in noi un cieco furore distruttivo,
del quale io faccio qui per tutti sincera confessione, ed atto di
pentimento. Ognuno dato di piglio al fucile studiava dar prova di
destrezza nel rispondere colla botta più affrettata e più ardita
all’ospitalità che venivano a domandarci quelle innocenti creature. La
vana compiacenza di colpi fortunati non dava tempo ai rimorsi.
Non è qui il luogo di dissertare sull’argomento importantissimo e
tutt’ora pieno di oscurità dell’emigrazione degli uccelli; ma è quasi
naturale il chiedersi come possano sostenersi senza posa, ed alcuni
perfino con ali assai deboli, attraverso lunghi tratti di mare. Fu
osservato che nel viaggio d’autunno, che si fa nella direzione dal nord
al sud, gli uccelli, forse perchè molto pingui in quella stagione,
seguono di preferenza le coste maritime, viaggiano per così dire, a
piccole giornate, e scelgono il passaggio dei piccoli stretti; ma in
primavera prendono il largo e la via più diritta sebbene più faticosa:
la quale circostanza spiega il perchè, nel nostro paese, alcune specie
si facciano vedere, ed anche in grandi stormi, ne’ mesi di marzo ed
in aprile, e non mai, o solo raramente, in autunno[3]. Lo stato di
magrezza degli uccelli prima della nidificazione li rende più agili
e forti al volo, ma lungi ancora dal rapporto cogli spazj che devono
percorrere. Quelli che giungono alle prime stazioni d’Europa sono
tanto stremi di forze da far supporre che molti soccombano per via.
Se non che le risorse della natura vanno anche al di là del nostro
corto intendimento; e dobbiamo creder piuttosto che gli uccelli stessi
più terrestri e silvani possano per qualche tempo esser portati dalle
onde, e non sommersi. Audubon ed altri ornitologi hanno positivamente
osservato questo fatto; ed io pure ho veduto una volta in questo
viaggio pel Mediterraneo la tortorella commune rialzarsi a volo dal
mare sul quale erasi posata per qualche tempo.
Questo straordinario passo d’uccelli, tale veramente pel numero e per
la varietà delle specie, non durò più di un giorno. Il successivo 27
entrammo nell’Arcipelago, passando a breve distanza del capo Matapan
e di Cerigo, stazioni di riposo per gli uccelli più sicure di una
nave sulla quale stavano de’ naturalisti oziosi. Al tocco della
mezzanotte si fece sosta a Milo per la ricerca di un pilota. Surti
di buon matino, chiedemmo indarno un canotto per fare un’escursione a
terra. Le circostanze politiche nelle quali versava allora la Grecia,
foriere della crisi che doveva scoppiare alcuni mesi più tardi, aveano
imposto al nostro governo misure di prudenza anche esuberanti, ed una
fra queste era l’ordine ai capitani della regia marina di evitare ogni
sorta di contatto che non fosse di estrema necessità colle popolazioni
dell’Arcipelago, e di tener lontano dai loro occhi la provocante nostra
bandiera, lasciando perfino in disparte Sira che pur trovasi sul più
diretto nostro cammino, ed ove avremmo potuto prendere il pilota, e far
ad un tempo provista di carbone. Cessammo senz’altro dall’inchiesta,
e dovemmo appagarci di girar da bordo il cannocchiale tutt’all’ingiro.
Il porto di Milo è chiuso in un ampio circo naturale affatto deserto,
ove tutto è arido e nudo, tranne un gruppo di case alla così detta
_marina_, e qualche campo di segala in un piccol tratto di pianura
verso occidente: del resto, fin dove l’occhio poteva giungere, non un
albero, non un arbusto. Tale è la generale fisonomia degli isolotti
disseminati per l’Arcipelago, ai quali nulla è rimasto delle delizie
paradisiache onde li vollero vestiti i poeti, quando ne fecero la culla
e la sede degli dei. Alcuni de’ miei compagni, inconsapevoli degli
ordini governativi, erano scivolati nel canotto che portava un messo
a terra per le trattative col pilota e per qualche provigione. Quando
rivennero a bordo ci raccontarono come gli abitanti di Milo, non punto
scoraggiati dalla recente caduta di Nauplia, ripetessero di stare, come
tutti i Greci, in aspettazione di grandi eventi per la imminente venuta
fra loro di Garibaldi.
Lasciato Milo nel matino stesso del 28, seguimmo la direzione di
Termia, d’Ipsara, di Mitilene. In tutto questo tratto un gran numero
di grosse salpe (_Salpa maxima_) si lasciavano mollemente cullare dal
mare placidissimo, quali ancora riunite in piccoli gruppi di tre o
quattro individui, quali sciolte. Molte ne pescammo per oggetto di
studio assai dilettevole; ed in molte fra esse trovammo alloggiato
un piccolo crostaceo, un _Hyperia_ affine alla _Latreilli_, come un
Diogene in miniatura, più esigente e più furbo del grande filosofo
antico. Salutata infine la ridente isola di Tenedos, si giunse la sera
del 29 ai Dardanelli, ove l’_Ichnusa_ doveva compiere alcune formalità
di _alta polizia_, e rifornirsi di carbone.
Per via avevamo incontrato un grosso vapore turco stracarico di
soldati diretti al Montenegro, a quel paese che è uno dei punti cariosi
dell’impero musulmano. Come di là molti saranno per ritornare, ce lo
disse il nostro console ai Dardanelli, venuto a bordo dell’_Ichnusa_;
e verificammo noi stessi qualche giorno dopo, nelle contrade di
Costantinopoli. I Montenegrini non serbano prigionieri; rimandano
i soldati del Sultano, che le sorti della guerra mettono a loro
discrezione, ma per poter fare in fin della giornata il calcolo delle
prese, ne tengono i nasi, e qualche volta anche le orecchie. Pochi
dì prima un bastimento carico di infelici così mutilati aveva infatti
ripassato lo stretto.
Già verso Tenedos incominciano a farsi vedere stormi di puffini
_(Puffinus anglorum)_, come al limite occidentale del loro piccolo
regno che è il mar di Marmara ed il Bosforo. I Turchi portano a
questi uccelli una singolare pietà, per la tradizionale credenza che
trasmigrino in essi le anime perdute. Ecco ciò che ho visto dei loro
costumi. Volano, come dissi, a stormi, grandi stormi compatti, e con
volo celere e sostenuto vanno e vengono radendo la superficie delle
aque, e tutti gli individui, con ordine perfetto, come ubidissero ad
un comando, fanno vedere alternativamente e di concerto, ora il bianco
della parte inferiore del corpo e delle acute ali, ora il dorso.
Rari sono gli individui staccati, e questi per lo più, incontrato
uno stormo, vi si congiungono. Si tuffano tutti assieme nell’aqua,
lasciando appena sporgere il capo, e tutti assieme ripigliano il volo.
Quando poi il mare è procelloso, gli stormi si scompongono, ed ogni
individuo svolazza a capriccio, per proprio conto, in cerca dei piccoli
animaletti, che le onde agitate portano a galla.
Non appena l’_Ichnusa_ fu entrata nello stretto de’ Dardanelli, il
mare perdette la sua longanime flemma. Un vento freddo di levante surse
propizio a molti bastimenti che lo stavano aspettando a vele tese per
ritornarsene in Europa, assai molesto a noi che, movendo in direzione
opposta, dovevamo vincerlo di fronte. Il capitano stimò prudente
piegar alquanto sulla nostra sinistra, e riparare sotto la protezione
della costiera di Silivria, ove si gettò l’àncora nel pomeriggio del
30 aprile. Silivria era la prima città turca offrentesi in questo
viaggio alla nostra curiosità: ci affrettammo adunque di scendervi, con
tanto maggior sollecitudine in quanto l’Oriente fosse per molti di noi
affatto nuovo. La città è in parte distesa lungo la spiaggia, in parte
su di un piccol colle che si protende verso levante, formando dalla
parte del mare una scarpa scoscesa, quella che ci riparava dal vento.
Tutta la costiera qui è costituita da un’arenaria debole assai recente,
o, come dicono i geologi, _quaternaria_. Le contrade di Silivria
sono tortuose; le case in massima parte di legno, come dapertutto in
Turchia; però quelle in generale meno sucide, queste meno miserabili
di quanto si vegga altrove; la popolazione vi è oltre la metà greca:
la campagna è tutt’attorno ben cultivata. Ci fece impressione il
numero stragrande delle botteghe: tutti in Silivria vendono qualche
cosa, senza che si possa trovare una ragione nel concorso visibile dei
compratori.
Molte cicogne eransi già stabilite nei loro vecchi nidi per entro
la città, rispettate, come dovunque in Oriente, con una specie di
superstizione; e stormi di taccole, svolazzanti attorno ai minaretti,
facevano sentire il loro gracchiare sommesso e quasi dolce. È
singolare come queste due così differenti specie seguano la medesima
distribuzione geografica, e vivano, direbbesi quasi, in tacita
intelligenza, nei medesimi distretti, nel nord d’Europa, nell’Europa
centrale, e nel mezzogiorno, e più verso Oriente fino in Persia.
Dove l’una specie è esclusa, l’altra lo è pure; siccome, per esempio,
accade nell’Italia settentrionale, ove appena si fa vedere di passaggio
qualche cicogna in primavera.
Ma poichè sono entrato in ornitologia, aggiungerò qui altre due
osservazioni. I gabbiani, che vagavano in gran numero attorno a
Silivria, appartenevano alle tre specie communissime _Larus argentatus,
L. fuscus, L. ridibundus:_ le sole, del resto, che vedemmo in tutto
il viaggio fin nel mar Caspio. In un’escursione fatta per la campagna
attorno la città nel matino del 1 maggio, ho notato un passaggio
continuo di un incalcolabile numero di prispoloni (_Anthus arboreus_).
Il sibilo ronzante di questi uccelli risuonava dapertutto nell’aria,
incessantemente, per molte ore consecutive.
Il mare agitato, il cielo nuvoloso, le piovigginate ricorrenti,
avversavano la pesca di animaletti marini di quel litorale; pure
io ed il mio inseparabile amico Lessona vi potemmo raccogliere buon
numero di oggetti interessanti. Fra i crostacei vi predominavano i
communissimi generi delle idotee e degli sferomi; tra i molluschi la
_Cyclonassa neritea_ e la _Nassa reticulata_. La maggior parte degli
esemplari di quest’ultima specie portavano insidenti sul peristoma un
gran numero di individui dell’interessantissima _Coryne vulgaris_. La
mia attenzione fu però attratta in particolar modo da alcuni ammassi
di uova, inviluppati in una sostanza gelatinosa molto resistente, che
li teneva aderenti alle alghe ed alle pietre. Io le riconobbi subito,
al microscopio, come uova di un anellide con diversi gradi di sviluppo
della larva inclusa, e la forma di questa ben diversa da quella delle
larve fino allora conosciute. Le particolarità osservate in queste uova
formarono soggetto di una mia apposita annotazione[4].
Il vento fattosi alquanto più calmo nella notte, ci permise di
rimetterci in cammino. All’albeggiare eravamo già tutti sul ponte per
godere della aggradevole vista di quella costiera, popolata di eleganti
ville e di ombrosi giardini, sempre più spesseggianti col nostro
avanzarsi. Frattanto verso il nostro punto obiettivo si disegnava
sempre meglio nella nebbia lontana una selva di minaretti, e la sponda
asiatica appariva sempre più vicina e distinta sulla nostra destra.
Finalmente Costantinopoli da un lato, Scutari dall’altro, si spiegarono
in tutta la loro magnificenza, e fu una generale esclamazione di
entusiasmo, quando l’_Ichnusa_ passò rasente le maestose mura e i
giardini ed i _kioschi_ voluttuosi del vecchio serraglio. Alle 9 del
mattino sbarcammo infine all’arsenale maritimo presso la stupenda
moschea di Topanhé, ove il personale della legazione italiana stava
aspettandoci.
Rinuncio volontieri a un diritto del quale i _touristes_ sogliono
usare ed abusare, e non scriverò la mia pagina su Costantinopoli, e
non dirò nulla delle impressioni provate, de’ pensieri suscitatimi
da questa città, che un passato fatale, un presente scioperato,
premono sull’abisso di un avvenire tenebroso; di questa vera Babele di
lingue e di costumi, ove tutti i vizj e tutte le virtù dell’Oriente e
dell’Occidente si trovano a contatto, senza mai confondersi, nei mille
anfratti e rigiri di una società artefatta. Vi rimanemmo cinque giorni
di vita affaticata fra la visita delle principali curiosità e dei
monumenti, fra gli ultimi preparativi del viaggio, e l’etichetta della
udienza di congedo che il commendatore Cerruti, fino allora ministro
d’Italia a Costantinopoli, aveva dovuto necessariamente chiedere al
Sultano. In questa circostanza abbiamo avuto noi pure l’alto onore di
essere ammessi all’imperiale presenza di Abdul-Aziz; il quale non si
è tampoco degnato di rivolgerci un solo sguardo, per quanto ci fossimo
fatti per lui belli e lucicanti di ricami e di gingilli[5].
Il nostro capo aveva già tutto disposto con quella operosità, quella
perspicacia che spiccano nel suo carattere, onde alla carovana che gli
era affidata, resa in pochi giorni affrettatamente numerosa, sotto
l’impulso di buone inspirazioni che bisognava seguir subito, nulla
mancasse di quanto poteva rendere meno disagiato un lungo viaggio in
paese deserto e segregato dal consorzio europeo. Quantunque la missione
fosse ben fornita di poliglotti nel suo proprio seno, era necessario un
dragomanno per la lingua persiana; ed il commendatore Cerruti scelse a
tale uffizio un armeno di nome Mehrab, assai versato in quella lingua
per un lungo soggiorno precedentemente fatto in Persia, e che trovavasi
appunto disponibile in Costantinopoli. Dirò poi a suo luogo che cosa
sia stato di lui.
Noi avevamo sperato continuare il viaggio coll’_Ichnusa_, ma un
provedimento del nostro Capo dispose altrimenti, e non senza giusti
motivi. La nave era troppo angusta pel nuovo personale, per l’immenso
bagaglio che stava aspettando in Costantinopoli, e per un carico di
carbone sufficiente ad affrontare un lungo tragitto e gli accidenti
della navigazione nel tempestoso mar Nero. Fu dunque dolorosa necessità
separarci dagli ufficiali dell’_Ichnusa_, che per la squisita loro
cortesia avevano guadagnati gli animi nostri. Tutto era pronto il
giorno 6 di maggio e il segnale della partenza fu dato. Verso le 2
pomeridiane eravamo tutti a bordo del _Tamise:_ alle 4 si levarono
le àncore. Da qui veramente incominciava il viaggio della missione
italiana.
Passando fra una selva di navigli rivedemmo in tutta la sua eleganza,
maestosa e leggera ad un tempo, il nuovo serraglio che tanto onora il
talento di un nostro italiano, l’architetto Fossati: entrammo in quel
Bosforo, del quale ognuno di noi erasi fatta una imagine fantastica
dalle letture di gioventù, ora quasi vinta dalla realtà. Il Bosforo è
un vero paradiso per coloro stessi che hanno l’occhio raffinato alle
sponde del Lario, alla riviera di Genova e di Sorrento; è una scena
sempre bella, sempre varia; un succedersi non interrotto a destra ed
a manca di ville, di giardini, di _kioschi_, di pinete, ove gli avidi
e sfiniti bascià, le sultane, le favorite, i più ricchi negozianti
europei, hanno realizzato un po’ di quel lusso dell’Oriente, che è
sognato dalla letteratura all’_hascisch_. Due ore in questo canale
dalle sponde incantate scorsero per noi come due minuti. Alle 6 eravamo
nel mar Nero allontanandoci dalla terra, mano mano l’oscurità stessa
andava togliendocela di vista.